DESTINAZIONE CAMBRIDGE

DESTINAZIONE CAMBRIDGE

Storia vera di Adele G., raccolta da Simona Maria Corvese

Precedentemente pubblicata sul numero 12 –10 marzo 2020 della rivista Confidenze di Stile Italia Edizioni.

Durante alcuni mesi passati da sola all’estero, m’innamorai. Gilles era un uomo straordinario, sentivo di potermi fidare di lui. Saremmo rimasti insieme anche a distanza? Decidemmo di scommettere sul nostro rapporto. Che si trovava davanti anche un’altra difficoltà.

COME INTERPRETARE CORRETTAMENTE LA STORIA DI ADELE E GILLES

Nella storia “Destinazione Cambridge” parlo del Corpus Clock, uno strano orologio senza lancette che si trova al Corpus Christi College di Cambridge.

Il Corpus Clock ha un significato importante nella storia dei protagonisti, Adele e Gilles.

La loro è una storia vera di amore interrazziale e l’hanno costruita passo dopo passo, con molta umiltà e concretezza.

Il Corpus Clock  viene chiamato anche orologio cavalletta perché è un vorace fagocitatore di tempo. Questo cronofago, così ipnotico e al tempo stesso respingente nel suo aspetto,  si muove in modo irregolare: può rallentare, poi accelerare all’improvviso ma alla fine segna sempre l’ora giusta.

Il suo significato metaforico sta proprio nella sua irregolarità: segna il tempo che trascorre inesorabile per tutti ma funziona come la nostra vita, in modo imperfetto.

La storia di Adele e Gilles va letta e interpretata alla luce di questa spiegazione.

Suonerà l’ora giusta anche per Adele e Gilles?

Buona lettura, se vuoi

Simona

Nota: La frase di Giovanni (prima lettera di Giovanni, 2:17) in lingua vulgata, posta ai piedi del Corpus Clock, “Mudus transit et concupiscetia eius” non è un focus della storia.

Era il 2009 e vivevo a Cambridge da ormai un mese. Avevo lasciato l’Italia a sei mesi dalla Laurea in Filosofia a Milano, perché la mia famiglia era ormai disgregata. Mio padre e mia madre erano divorziati da anni e si erano legati stabilmente ad altre persone. Io vivevo in casa con mia madre, il suo compagno e un fratellastro di soli sette anni. Mi facevano sentire benvoluta ma ero io a sentirmi ormai un’intrusa in quel nuovo nucleo familiare.

Fu così che presi la decisione di andare a perfezionare la lingua inglese a Cambridge, città che amavo, sfruttando quel lasso di tempo. La tesi era finita ma l’avrei discussa di lì a quattro mesi.

Grazie a una mia compagna di studi trovai una casa in affitto per un prezzo incredibilmente basso, subentrando a lei che tornava in Italia. Era un edificio modesto di soli due piani in Garden Walk, una zona residenziale a poco più di un chilometro dal centro storico, con la facciata di mattoncini rossi. Doveva essere una casa d’epoca con gli infissi delle finestre rigorosamente bianchi e i vetri all’inglese ma, a causa dell’incuria, aveva un aspetto modesto e decadente. Lo testimoniavano i mattoncini dalle diverse sfumature di rosso, sistemati come pezze su un tessuto. All’interno c’erano due appartamenti disposti in verticale, con la zona della lavanderia, al seminterrato, in comune. Io condividevo l’appartamento con altre due studentesse giapponesi. L’altro appartamento era affittato a due giovanotti. Li sentivo andare avanti e indietro ma non li avevo ancora incontrati di persona. Erano molto discreti ed educati perché, quando erano in casa, quasi non si sentivano. Dovevano essere anche molto buoni perché noi ragazze eravamo molto più chiassose e non erano mai venuti a lamentarsi.

Il primo mese fu duro perché non avevo fatto i conti con la nostalgia. Era la prima volta che uscivo dalla famiglia e lo avevo fatto in modo drastico. Sin dai primi giorni avvertii un senso di smarrimento. Mi ero iscritta a una scuola di inglese per stranieri al St. John’s College. Non avevo scelto a caso, è che all’epoca avevo un’ossessione per il ponte dei sospiri, che collega i due lati del college. L’idea di studiare lì era terribilmente romantica. Non altrettanto lo era la mia vita reale.

Lo scoglio più duro fu il dover occuparmi di me stessa in tutto e per tutto. Ricordo che una sera, nella mia prima settimana di permanenza scesi nel locale della lavanderia con una cesta per lavare i miei indumenti. Trafficai un po’ con la lavatrice ma proprio non riuscii a farla partire.

“Ecco, Adele, hai 25 anni e sei un disastro! Non sei neppure capace di far funzionare una lavatrice”, mi dissi con le lacrime agli occhi. Fu in quel momento che sentii una voce maschile calda e profonda alle mie spalle.

“Posso aiutarti?”

Mi voltai e mi trovai di fronte a un ragazzo dal fisico atletico e imponente: con la testa gli sfioravo spalle.

Avevo le lacrime che mi rigavano le guance e lui mi stava sorridendo intenerito. Aveva anche l’espressione di chi la sapeva lunga e aveva capito tutto.

Io, probabilmente, avevo scritto in volto: «pivellina alle prime armi, che si è fatta prendere dallo sconforto e dalla nostalgia di casa».

“Scusa, non mi sono ancora presentato: mi chiamo Gilles e abito nell’appartamento accanto al tuo”, mi disse posando la sua cesta dei vestiti, vuota, su una delle asciugatrici della lavanderia.

In una frazione di secondi che precedette la mia risposta, mi sorpresi ad ammirare il bellissimo colore ambrato della sua pelle e i suoi capelli nerissimi. Aveva parlato con uno strano accento inglese, alla velocità di un madrelingua ma non sembrava un inglese.

Gli strinsi la mano e mi presentai. Non ebbi il tempo di chiedere aiuto.

Gilles si chinò vicino a una lavatrice e, parlando più lentamente, mi fece capire il significato di tutti i pulsanti e mi insegnò a usarla.

“il mio programma non è ancora finito”, disse indicando l’asciugatrice accanto alla mia lavatrice. Fu buffo perché, nell’imbarazzo della situazione, sedemmo su due sedie dall’altra parte della stanza e ci mettemmo a osservare i due elettrodomestici in funzione. Dopo una manciata di secondi in silenzio totale scoppiammo a ridere. “Sembra che stiamo guardando la televisione!”, esclamai io divertita. Osservai Giles mentre rideva con me. Aveva il sorriso più bello che avessi mai visto in vita mia. Anche senza parlare aveva un modo di fare gentile e naturale, che mi metteva a mio agio.

Ebbi la sensazione che Gilles si fosse intrattenuto lì perché voleva conversare un po’ con me. Così fu. Iniziammo a parlare e scoprii che Gilles era originario di Cape Town, in Sud Africa.

“Ho due sorelle lì. Quasi tutta la mia famiglia vive a Cape Town”, spiegò.

“Sei qui anche tu per motivi di studio?”, gli chiesi con curiosità ma poca convinzione. Mi sembrava un po’ più grande di me e comunque oltre l’età degli studi universitari o le specializzazioni.

Le mie sensazioni erano giuste. Gilles aveva 32 anni e faceva il dentista a Cambridge. Aveva già un suo studio dove lavorava con un socio.

“Come mai proprio a Cambridge e non a Cape Town? Che cosa ti ha portato qui?”, chiesi, pentendomi della mia incontenibile curiosità. Tutto lo smarrimento di poco prima era svanito grazie al suo bel modo di fare e ora mi trovavo lì, in una fredda lavanderia del seminterrato di una vecchia casa inglese e vedevo solo lui. Mi ero persa nel suo sguardo e non c’era altro che la curiosità di sapere tutto su di lui. Incredibile come la tua vita possa cambiare in pochi minuti.

Gilles continuava a osservare la mia folta chioma di capelli rossi e a studiarmi divertito.

“Mi sono laureato a Cambridge e ho sempre avuto il sogno di vivere qui. All’inizio ho seguito una fanciulla di cui ero innamorato perso. Ora la fidanzata non c’è più ma il sogno si è realizzato allo stesso”, mi confidò allegro, chinandosi un  po’ verso di me, fermo sulla sua sedia. Scoprii poi che il suo coinquilino era il suo socio in affari e un suo ex collega di studi.

Da quel giorno mi capitò spesso di incrociare Gilles, soprattutto alla sera quando rincasava e in lavanderia. Lui era sempre molto disponibile a spiegarmi cose pratiche e non nascondo che io mi aggrappai un po’ alla sua gentile disponibilità. Le ragazze con cui convivevo erano sorelle ed avevano orari  diversi dai miei. Studiavano in un altro college e spesso alla sera rincasavano molto tardi. Praticamente ci vedevamo solo a colazione.

Se non ci fosse stato Gilles avrei avuto più difficoltà ad adattarmi alla vita lì, anche perché la mia conoscenza della lingua non era delle migliori e avevo difficoltà oggettive nel ménage della vita quotidiana.

Gilles aveva compreso subito i miei limiti linguistici e, con naturalezza, mi stava aiutando a superare quelle difficoltà.

Nei fine settimana mi portava in giro per Cambridge facendomi conoscere le sue bellezze artistiche ma soprattutto per negozi, supermercati, farmacie, uffici postali. Qualunque fosse la commissione che dovesse sbrigare, mi chiedeva di accompagnarlo. Io capivo che lo faceva per aiutarmi a cavarmela da sola.

Grazie al suo buon cuore, divenni molto più sicura di me e capace di occuparmi di me stessa in autonomia. In breve tempo non ero più la ragazza che piangeva di fronte a una lavatrice che non riusciva a usare.

Quando lo ringraziavo per l’aiuto che mi dava e ridevo di quell’episodio, Gilles dissentiva. Anche lui aveva provato smarrimento i primi tempi che si era trasferito a Cambridge, nonostante fosse madrelingua. Era molto  orgoglioso e voleva dimostrare alla sua famiglia che sapeva cavarsela da solo, in tutto. Non voleva aiuti economici da loro dopo la Laurea.

Ricordo che una sera, seduti sul divano del suo appartamento, di fronte alla televisione, si voltò verso di me, mi scostò una ciocca di capelli dal viso con esitazione e, poco prima di baciarmi, disse: “Quel giorno mi hai fatto tenerezza, smarrita com’eri. A volte le persone sono più belle quando piangono e ricordo che in quel momento ho pensato di non aver mai visto una ragazza più bella di te, Adele”.

In quei mesi estivi accadde l’inevitabile: ci innamorammo e, con lui, diventai donna.

Ottobre e il momento di tornare in Italia per discutere la tesi arrivarono troppo presto. Avevo preso in affitto l’appartamento fino alla fine dell’anno e contavo di tornare ancora a Cambridge dopo la Laurea. Avevo la sensazione di aver trovato in Gilles la persona giusta per me e, la sola idea di dovermene separare mi provocava grande dolore.

Cambridge, Cambridgeshire, UK – November 16 2021. The Corpus Clock, also known as the Grasshopper Clock, outside the Taylor Library, Corpus Christi College in the city of Cambridge

Un sabato pomeriggio, pochi giorni prima della mia partenza, Gilles mi portò al Corpus Christi College a vedere il “Corpus Clock”. Gli abitanti di Cambridge lo chiamano anche orologio cavalletta, perché è un vorace fagocitatore di tempo. Era stato inaugurato e presentato un anno prima da Stephen Hawking, il famoso astrofisico di Cambridge. Rimasi incuriosita da quello stranissimo orologio senza lancette, il cui funzionamento è imprevedibile ma che, ogni cinque minuti, segna comunque l’ora giusta.

“Ma come fa?” , chiesi esterrefatta “Prima accelera, poi rallenta… e alla fine riesce a segnare l’ora giusta! È pazzesco”.

Gilles mi guardava e ridacchiava. “È proprio questo il significato metaforico del Corpus Clock. Segna il tempo che trascorre inesorabile per tutti ma funziona come la nostra vita, in modo imperfetto”, disse. Ci facemmo tutti e due seri e io capii cosa aveva voluto dirmi. Uno scherzo del destino aveva voluto farci incontrare e innamorare e ora l’irregolarità della vita stava per separarci.

“Il tempo continuerà a trascorrere inesorabile quando ci saremo separati ma sono sicura che suonerà anche per noi l’ora giusta e ci rincontreremo, Gilles”. Ne ero sicura perché in me c’era la fortissima volontà di non perderlo e quell’affermazione ebbe il valore di una promessa, che avrei onorato.

Tornata in Italia, avevo intenzione di discutere la tesi e tornare subito indietro a Cambridge ma le cose non andarono così. L’università aveva segnalato il mio curriculum da neolaureata a diverse aziende e venni chiamata da due multinazionali che si occupavano di selezione del personale. Feci i colloqui ed ebbi due belle offerte per inserirmi nello staff delle loro agenzie per il lavoro. Sarei diventata una selezionatrice del personale. Nel momento della scelta il mio pensiero andò a Gilles e scelsi la  multinazionale con sedi anche a Cambridge. Iniziai così a lavorare ma volli mettere le cose in chiaro con la mia famiglia e con Gilles. Dissi a mia madre che mi ero innamorata di questo ragazzo e, quando lei apprese che era un ragazzo di colore, storse il naso e contò molto sulla distanza che ci separava. Fui sincera anche con Gilles: “Ho accettato questo lavoro ma voglio continuare a frequentarti”, gli dissi e lui, ricambiando il sentimento che provavo, accettò una relazione a distanza.

“Proviamoci, Adele. Non sarà semplice ma se il nostro è vero amore, allora funzionerà”, mi disse.

A Natale fu lui a venirmi a trovare in Italia e furono delle vacanze indimenticabili. Alloggiò per una settimana in un albergo in centro a Milano e questa volta fui io a fargli conoscere la città. Lo feci conoscere a mia madre ma Gilles venne accolto con fredda cortesia.

Durante l’anno successivo continuammo a parlare con videochiamate internet e a vederci di persona ogni quindici giorni. Una volta andavo io a Cambridge per il fine settimana. Una volta veniva lui a Milano.

In primavera, mentre passeggiavamo per il centro storico di Cambridge, alla ricerca di un’agenzia turistica per programmare le nostre vacanze estive, ci imbattemmo nell’insegna di un’agenzia per il lavoro della stessa multinazionale per la quale lavoravo in Italia. Fulminea mi balenò l’idea di entrare e chiedere un colloquio.

“Non sono su strada come le nostre agenzie”, esclamai sorpresa prima di entrare con al mio fianco Gilles.

“No, qui gli uffici sono tutti al primo piano”, mi spiegò lui.

Fu l’idea migliore che avessi avuto in vita mia. Ormai il mio inglese era fluente e il lavoro per il quale mi proponevo era identico a quello che svolgevo in Italia ma in un contesto molto più fiorente. Il selezionatore mi spiegò che tutte le società di selezione di Cambridge erano legate all’indotto della Silicon Fen, paragonabile alla Silicon Valley californiana. In poche parole la cintura esterna di Cambridge era fatta da tantissime aziende che si occupavano di alta tecnologia ed erano quasi tutte collegate con l’Università di Cambridge, rinomata proprio per gli studi scientifici. Per un attimo il mio pensiero andò al Corpus Clock. Stava per scoccare l’ora esatta anche per me e Gilles? Sì!

Il selezionatore accolse la mia candidatura per la loro struttura interna e, dopo approfonditi colloqui, venni assunta.

Mia madre accolse con dispiacere la mia decisione di trasferirmi a Cambridge e andare a vivere con Gilles. La considerò un colpo di testa.

Partii senza la benedizione della famiglia, certa che col tempo avrebbero capito che il mio era un sentimento profondo.

Quell’estate Gilles e io facemmo un viaggio in Irlanda. Quando arrivammo a Kylemore Abbey, nello scenario spettacolare del Connemara che la circondava, mi sentii nel posto più bello che avessi mai visto. Gilles mi portò nei giardini del chiostro, cinti da mura in stile vittoriano e mi diede il claddagh ring, l’anello di fidanzamento irlandese. Lì ci promettemmo amore e fedeltà nei nostri anni a venire, come recita una filastrocca che spiega i significati di quell’anello: «Le mani sono lì per amicizia, il cuore è lì per amore. Per la fedeltà lungo gli anni, la corona vi è soprapposta».

Sono passati undici anni, ho avuto un figlio e i miei genitori hanno compreso che Gilles è una persona buona, come ce ne sono poche. Ho conosciuto meglio i suoi genitori durante il nostro viaggio di nozze, a Cape Town. Mi hanno accolto a braccia aperte e sono persone splendide, come lui. Alla fine sono felice di aver onorato la mia promessa, perché Gilles è veramente l’amore della mia vita e il nostro è un matrimonio felice.

“Destinazione Cambridge” copyright © 2020 Simona Maria Corvese

p.s.: per una svista di stampa hanno scritto Anna Maria Corvese invece di Simona Maria Corvese.

DESTINAZIONE CAMBRIDGE: COSA CAMBIA DOPO LA BREXIT PER LAVORARE IN INGHILTERRA.

La storia è ambientata nel 2009, quindi nel frattempo le cose sono un po’ cambiate. Di seguito ti scrivo l’approfondimento comparso sulla rivista Confidenze, con il mio racconto, nel quale viene spiegato cosa cambia dopo la Brexit, a partire dal 2021, per lavorare in Inghilterra.

Dal 2021 è previsto un sistema a punti che premierà i lavoratori o le persone più qualificate: si parte da un minimo di 70 punti, i primi 50 valgono per chiunque, poi altri 10 si guadagnano con la conoscenza certificata della lingua inglese, 20 grazie a un’offerta di lavoro in tasca e altri 20 da competenze specifiche acquisite. Altri punti possono essere acquisiti dimostrando di avere un reddito superiore a 27.000 euro (10 punti) oppure se ci trasferisce per un dottorato di ricerca. Gli italiani che lavorano nel Regno Unito oggi sono circa 700.000, il 60% di questi ha tra i 18 e i 39 anni. Per chi è già in Inghilterra, bisognerà dimostrare di averci vissuto continuativamente per almeno cinque anni per ottenere il “permesso di permanenza”. Chi non ha accumulato sufficienti anni potrà fare richiesta per un “pre-permesso”, che si concretizzerà dopo i termini stabiliti.

 

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