MESSAGGI DI SPERANZA

MESSAGGI DI SPERANZA

Racconto di Simona Maria Corvese

La mattina della vigilia di Natale mi affaccio alla finestra della cucina che dà sul portico… È nevicato questa notte. In quel momento vedo ai piedi dell’abete un pacchettino colorato. Non c’era ieri sera.

In tutti questi giorni mi sono attardata alla sera per cercare di scoprire chi sia la persona che ha pensato a me e che, con i suoi messaggi, ha ridato speranza a una donna che stava gettando la spugna.

Ogni regalo ha ridato luce alle mie giornate spente. Chi ha pensato a quei regalini… è una persona che tiene a me.

Ma chi può essere?

Questo racconto è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.

 

“Si accomodi, signora Bianchi. Il Dottor Cardi le vuole parlare”, mi dice l’infermiera nella sala d’aspetto dell’ospedale.

La guardo stupita. “Cardi? … ma io sono stata operata dal dottor Volsecchi ed è con lui che ho appuntamento…”.

La donna si scusa e mi spiega che non hanno fatto in tempo ad avvertire tutti i pazienti dell’endocrinologo con cui sono in cura. L’uomo ha avuto un infortunio lo scorso fine settimana sulle piste da sci, riportando una frattura multipla alla gamba. Per i prossimi sei mesi sarà sostituito dal dottor Luca Cardi.

Il nome del suo sostituto mi è familiare ma, non appena entro nello studio ne ho la conferma. Abitavamo nello stesso quartiere da ragazzi e per anni abbiamo preso lo stesso autobus per andare a scuola. Per tornare a casa, al pomeriggio, dovevamo attraversare le strisce pedonali di un viale molto trafficato, in corrispondenza della pensilina dell’autobus. Tutte le volte lui mi prendeva per mano nel momento in cui ci accingevamo ad attraversare. “perché sei ancora piccola”, diceva “è meglio se attraversiamo insieme”.

Avevo 14 anni e lui 16. Credo che la sua gentilezza, spontanea, sia stata la causa di una delle mie prime infatuazioni adolescenziali.

Quando ci incrociavamo in palestra, al liceo, io gli facevo vedere le coreografie di danza che stavamo provando con l’insegnante. Lui rimaneva lì a vederle fino alla fine, con una pazienza ammirevole e poi mi esprimeva le sue impressioni.

Durante il periodo universitario aveva diretto un coretto parrocchiale di cui ero entrata a far parte. È stato lui, alla prova d’ingresso, a scoprire che avevo un timbro da soprano e mi ha aiutato a tirare fuori la voce e a valorizzarla nel corso delle prove.

Non potevo dire di conoscerlo, tuttavia. Le nostre vite si erano sfiorate in queste circostanze ma non ho mai fatto parte della sua cerchia di amicizie.

Gli anni passarono e ci perdemmo di vista. Correva voce che Luca fosse un ragazzo molto ambizioso. Aveva avuto una fidanzata durante il periodo universitario. Una ragazza che conoscevo e che mi sembrava un’ottima persona. Pettegolezzi di vicinato insinuarono che la lasciò perché non apparteneva a una famiglia che contava. A quanto pareva Luca mirava a laurearsi il più presto possibile e a trovare un buon partito. Le voci insistevano nel dire che cercasse la figlia di papà che potesse dargli prestigio sociale e anche una spinta nella carriera.

Non volevo credere a quei pettegolezzi. Non corrispondevano al ragazzo gentile che avevo conosciuto, seppur marginalmente. Ci rimasi male quando appresi che aveva iniziato la specialità in endocrinologia e che si era fidanzato con la figlia del primario.

Mi convinsi di non aver capito niente sul conto di Luca. Stando ai fatti era una persona sì intelligente ma anche ambiziosa e calcolatrice. La sua gentilezza nel modo di fare, a quanto pareva, era solo il risultato dell’impeccabile educazione che aveva ricevuto, non un motto dell’animo.

“Quelle come noi”, si sfogò un giorno Giorgia, la sua ex prima fidanzatina “non le prende proprio in considerazione. Non abbiamo una posizione sociale interessante: non siamo figlie di papà. Non svolgiamo lavori prestigiosi e non potremo mai aiutarlo a far carriera o dargli lustro al suo fianco. Non siamo donne di alto profilo”, sbottò con amarezza.

“Dipende da cosa intendi per ‘donna di alto profilo’ ”, le risposi, chiudendo il discorso.

Io ho sempre avuto un’idea del tutto diversa di una ‘donna di alto profilo’… e ha a che fare più con la levatura morale di una persona che con la sua posizione sociale o i suoi successi professionali.

Avevo creduto Luca una persona che a quanto pare non era. Dovevo ammetterlo, il suo comportamento mi aveva un po’ deluso perché non stimo i classisti. Tanto meno quelli che si permettono di fare un distinguo tra individui, a loro dire, di serie ‘A’ e di serie ‘B’.

Sono pregiudizi che per me non hanno senso.

Ad ogni modo quella era la sua vita e ne poteva fare ciò che voleva.

Un giorno, anni dopo, incontrai per caso sua madre per strada e venni a sapere che Luca conviveva con la figlia del primario da tempo ma non progettavano di sposarsi.

“Luca mi ha sempre detto che se un domani, quando sarà un uomo attempato, dovesse ritrovarsi solo, si orienterebbe su una brava donna. La donna comune, con la testa sulle spalle. Quella che sa assumersi le sue responsabilità e prendersi cura della famiglia e dei genitori. Una donna concreta come te, Anna”, mi confidò.

La ringraziai per il complimento ma non potei fare a meno di trovare ambigua quell’affermazione. Luca cercava una donna matura da amare o una sorta di badante che si prendesse cura anche dei genitori anziani, nel caso la donna d’alto profilo, che tanto aveva agognato, l’avesse scaricato?

Non trovai molto edificante il comportamento di Luca ma poco m’importava tutto ciò. All’epoca ero una donna sposata con due bambini piccolissimi.

Un paio d’anni dopo incontrai ancora sua madre ai giardinetti dove portavo a giocare i miei figli. Era su una sedia a rotelle ed era malata terminale di tumore ai polmoni. Mi si avvicinò, osservandomi con uno sguardo triste. Non era solo provata dalla malattia, era preoccupata. Mi raccontò che Luca aveva troncato la relazione con la figlia del primario. Ormai erano tutti e due stimati professionisti. Luca era riuscito a fare la carriera che aveva voluto ma, dopo più di dieci anni di convivenza, il loro rapporto era naufragato. “Anche i suoi amici sono praticamente tutti divorziati o ritornati single”, rivelò, come se volesse giustificare la situazione. “Mi lascia un solo rammarico: non avermi fatto diventare nonna”. Un velo di tristezza le tolse il sorriso gentile, mentre osservava i miei figli giocare.

Poco tempo dopo la madre di Luca volò in cielo e non seppi più nulla di lui.

Non potevo sapere che di lì a pochi anni avrei divorziato da mio marito. Aveva una relazione con una collega da quasi due anni quando mi rivelò di voler andare a convivere con lei. Era incinta.

Le sventure non arrivano mai da sole e, a un anno dal nostro divorzio, ho cominciato ad aver problemi con la tiroide. Ho subito un intervento per asportarla… ed eccomi qui, ora.

Il dottore che mi ha operato mi ha chiamato settimana scorsa per informarmi sugli esiti dell’analisi della mia tiroide. Solo che a parlarmi oggi sarà Luca, non il dottor Volsecchi.

Entro nello studio e sono un po’ preoccupata per quello che devo sentire. Da quando ho ricevuto la telefonata dall’ospedale c’è una strana sensazione che non mi abbandona. Devo smetterla di essere così ansiosa. Nonostante la preoccupazione, non mi sfugge lo sguardo sorpreso di Luca. Mi ha riconosciuto subito. Si alza dalla scrivania e mi raggiunge per stringermi la mano con un sorriso.

“Quanto tempo che non ci vediamo, Anna. Sembra che sia passata una vita”, mi dice tra l’imbarazzato e il pensieroso.

Annuisco un po’ tesa. Sono impaziente di apprendere cosa ha da dirmi.

“Sì, ero una timida studentessa. Ora sono un’illustratrice di libri per ragazzi”, rispondo senza darmi arie. Non è proprio il caso.

“Un’affermata illustratrice, vorrai dire. Realizzi copertine talmente belle che fai venire voglia anche a me, che sono un adulto, di comprare romanzi per ragazzi”, risponde con schiettezza, facendomi sorridere.

“Il bello della mia professione è che posso lavorare da casa. Per una madre con figli ancora piccoli è una manna!”, gli rivelo. Sono terribilmente sincera ma anche stupita: non immaginavo che avesse seguito il mio percorso professionale.

Ci accomodiamo alla scrivania e Luca si fa serio. Assume un modo di parlare professionale e distaccato. Non sembra più la persona affabile di poco fa quando, senza esitazione, mi rivela che quando hanno analizzato la mia tiroide, dopo averla asportata, vi hanno trovato dentro un tumore.

“Mi dispiace, Anna. È maligno”.

Mi sento raggelare il sangue e impiego qualche secondo a recuperare l’autocontrollo. Il mio primo pensiero è volato ai miei figli e poi al mio futuro.

Luca mi osserva in silenzio, con un’espressione controllata ma anche comprensiva e pacata che mi trasmette tranquillità.

“… e ora cosa succede?”, gli chiedo giocherellando nervosamente con la borsetta che ho appoggiata sulle gambe.

“La tua fortuna è che il tumore era piccolo e completamente racchiuso nel bozzo della tiroide, Anna”, comincia a spiegarmi “Ti ricovero per una settimana e ti somministro un medicinale che brucerà tutte le cellule cancerogene che potrebbero essere in circolo nel tuo corpo. Con questa terapia dovremmo scongiurare il pericolo di metastasi”. È molto calmo. Lo è anche per me, in questo momento e sento che non mi nasconderebbe la verità.

“Quante possibilità ho di salvarmi?”, gli chiedo a bruciapelo.

“Non sono un mago, Anna. Come ti ho detto, il fatto che il tumore fosse chiuso dentro la tiroide fa ben sperare. Avremo più certezze dopo la terapia. Ti devo avvertire però che quando assumerai il medicinale sai radioattiva e , per qualche giorno, non potrai avere contatti con i tuoi figli”.

Annuisco, lo ringrazio ed esco dallo studio con il morale sotto i piedi.

Raggiungo Mirko, il padre della migliore amica di mia figlia, al pronto soccorso. Le bambine frequentano lo stesso corso di ginnastica artistica e gli infortuni sono all’ordine del giorno. Quel giorno le bambine si sono scontrate a lezione e si sono fatte male. Mentro io ero a parlare con il medico, Mirko ha tenuto tutte e due le bambine.

“Niente di preoccupante, Anna. Ludovica ha un lieve trauma cranico e mi farà passare la notte in bianco a casa per tenerla sveglia. Tua figlia Sara si è slogata una caviglia. La stanno fasciando poi ce ne torniamo tutti a casa”, mi dice nell’affollata sala d’attesa.

Mirko, che è anche il mio vicino di villetta, è divorziato come me e in questi anni ci siamo aiutati tantissimo nel ménage dei figli, condividendo le difficoltà che incontrano i genitori single.

“Che cosa ti è successo?”, mi chiede “Sei bianca come un cencio”.

Gli spiego tutto. Siamo amici ed è una spalla su cui poter piangere nei momenti più bui ma, soprattutto, è una persona affidabile e molto discreta. So che non racconterà i miei fatti ad altri.

“Ti tengo io i bambini mentre sei ricoverata, stai tranquilla”.

La madre di Mirko vive nella villetta bifamigliare del figlio e spesso è di grande aiuto. Io non ho più i genitori e il mio ex marito è alle prese con una neonata, in un’altra città. Mirko è l’unica soluzione.

La settimana successiva entro in ospedale per la cura. I giorni passano velocemente. Sono in stanza con un’altra donna e ho portato con me una pila di libri da leggere. Mi sento spaesata ad avere così tanto tempo a disposizione e nulla da fare, a parte leggere e parlare al cellulare con i miei figli. Non ci sono più abituata. Ogni tanto Luca viene a trovarmi e mi saluta attraverso la vetrata che ci separa. Mi parla per mezzo dell’interfono che collega la mia stanza con il mondo esterno e mi rivolge sempre parole di conforto. È sempre molto affabile, come quando era ragazzo. Non sembra la persona calcolatrice di cui ho sentito parlare per anni.

Il 23 dicembre sono tornata a casa. Ormai sono passati 15 giorni e non sono più radioattiva. Finalmente posso riabbracciare i miei figli, Sara di 8 anni e Matteo di 10. È bello completare insieme gli addobbi natalizi della casa. Per ultimo addobbiamo l’abete che sta in giardino, vicino ai tre gradini che conducono all’uscio della villetta, sotto il portico. Dedicarmi a queste cose mi distrae ma nei momenti in cui sono sola in casa, mi prende l’angoscia. Mi accorgo anche che, da quando ho ricevuto questa terribile notizia mi sento depressa e tendo a isolarmi dagli altri. Ho bisogno di questa solitudine per metabolizzare le mie preoccupazioni.

La mattina della vigilia di Natale, mentre i bambini ancora dormono, mi affaccio alla finestra della cucina che dà sul portico, con una tazza di cappuccino in mano. È nevicato questa notte e un sottile strato di neve ha ricoperto tutto con il suo ovattato candore. In quel momento vedo ai piedi dell’abete un pacchettino colorato. Non c’era ieri sera.

Esco a prenderlo e, impaziente per la curiosità, lo scarto subito. Contiene matite colorate e un messaggio:

“È bello scartare un regalo a Natale. Il pensiero di un amico, per immaginare un colorato futuro! Un pensiero al giorno, per colorare le giornate che verranno”.

Muoio dalla curiosità: chi sarà stato a farmi questo regalino? “Un pensiero al giorno…” recitava il messaggio. Quindi ce ne saranno altri?

La mattina seguente, il 25 dicembre, all’ora di colazione, ripeto il rituale di affacciarmi alla finestra della cucina. Nello stesso punto di ieri, trovo un altro pacchettino colorato.

“Buon Natale! Oggi un pacchetto con un bel fiocco rosso e i tuoi dolci preferiti”.

«Cioccolato fondente», mormoro tra me e me, mentre scarto freneticamente il pacchetto. Dentro ci sono cioccolatini fondenti. Chi può essere stato? Sono talmente tante le persone che sanno quanto amo il cioccolato fondente…

I regali continuano nei giorni successivi. Pennelli per acquerelli, penne colorate, confezioni per fare la cioccolata, biscotti natalizi… Ogni regalo è accompagnato dal suo immancabile messaggio. Per ultimo un ‘mug’ con dipinta a mano una scritta. “Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza”- Seneca.

In tutti questi giorni mi sono attardata alla sera per cercare di scoprire chi sia la persona che ha pensato a me e che, con i suoi messaggi, ha ridato la voglia di vivere con speranza la vita a una donna che stava gettando la spugna. Ogni regalo ha ridato luce alle mie giornate spente. Le persone non sono tutte indifferenti. Chi ha pensato a quei regalini, li ha impacchettati con carta natalizia, vi ha allegato un pensiero scritto a mano e li ha portati fino ai piedi del mio abete ogni notte, o forse nelle prime ore del giorno, è una persona che tiene a me. Ma chi può essere? Ho chiesto ai bambini, ai miei vicini e anche a Mirko ma non è stato nessuno di loro. E pare che nessuno abbia notato qualcuno avvicinarsi alla mia villetta.

La mattina del 31 dicembre ricevo l’ultimo regalo “questo è l’ultimo pensiero…”. Lo scarto con tristezza. Per tutti questi giorni questa misteriosa e discreta persona mi ha dato la voglia di andare avanti in tutta l’incertezza della mia situazione. Mentalmente la ringrazio e so che domani mattina non ci saranno più i suoi graditi messaggi di speranza.

La mattina del primo dell’anno, infatti, non ci sono più regali. Tuttavia verso sera, con mia sorpresa, trovo un altro pacchetto. Sono più curiosa di leggere il messaggio, così srotolo la piccola pergamena, legata con un fiocchetto rosso: “Ieri è stato l’ultimo messaggio… hai indovinato chi sono? Ti ho lasciato un indizio!”

Apro il pacchetto e vi trovo un portachiavi a forma di chiave di violino. In quell’esatto momento comprendo chi è.

“Spero ti abbiano fatto piacere”, dice una voce profonda alle mie spalle. L’ho riconosciuta subito. È la voce di Luca.

Mi giro e lo vedo sul marciapiede insieme a uno splendido esemplare di cane Labrador. Ora sono chiari anche gli orari in cui comparivano i regali: sera tardi o, più probabilmente mattina presto, quando portava fuori il cane. La casa dei suoi genitori non distava molto dalla mia villetta. Quel portachiavi glielo avevo regalato io molti anni prima, quando eravamo ancora studenti universitari, dopo un concerto di beneficenza natalizio che avevamo organizzato nella nostra parrocchia.

“Grazie, Luca, ho sempre saputo che sei una persona gentile. Mi sei stato di grande conforto”, affermo emozionata, con riconoscenza.

Mentre mi si avvicina, noto nel suo sorriso un’espressione di soddisfazione. Con spontaneità ci sediamo sui gradini del portico davanti a casa mia e iniziamo a parlare. Luca mi racconta che ha affittato il piccolo appartamento dove ha vissuto dopo la fine della lunga convivenza e si è trasferito in quella che è stata la casa dei suoi genitori.

“La nostra relazione è finita perché lei non voleva figli. Abbiamo vissuto insieme per anni ma, a un certo punto, mi sono reso conto che non avevamo realizzato niente di solido e duraturo per la coppia. Eravamo due persone unite dall’abitudine ma non più dall’amore. Ci siamo lasciati inebriare dal prestigio sociale e dal successo professionale ma la verità è che sotto non c’è mai stato un sentimento profondo”, mi rivela.

Io rimango in silenzio ad ascoltarlo. Sento che ha bisogno di sfogarsi e dirmi qualcosa che ha tenuto dentro da molto tempo.

“Tu mi sei sempre piaciuta, Anna. Non mi è mai importato della carriera ma sentivo di essere in debito con i miei genitori che mi avevano fatto studiare. Sentivo di dover realizzare le ambizioni che loro avevano per me, professionali e sociali. Ho realizzato tutto ma non mi sono mai sentito appagato. Non mi sono mai fatto avanti con te perché non mi sentivo all’altezza della tua statura morale… e perché non ero libero di farlo”, mi confida, legando il cane a un paletto del corrimano che porta alla porta di casa.

Mi vengono le lacrime agli occhi per la commozione. Ho sempre sentito che Luca non era la persona calcolatrice che le malevole voci di vicinato hanno insinuato fosse.

Tutti i nodi sono sciolti ormai e, senza badare a sciocche formalità, ci avviciniamo, lasciandoci andare a un abbraccio liberatorio.

Invito Luca in casa a prendere una cioccolata calda e a mangiare i biscottini natalizi che ho sfornato alla mattina. Da quel giorno abbiamo iniziato a frequentarci, con calma, senza bruciare le tappe, dandoci il tempo di affiatarci e di lasciar crescere quel sentimento che è sempre stato dentro noi.

E la terapia? Ha dato ottimi frutti. Sono passati due anni da quel giorno e sembra proprio che del mio tumore non sia rimasta la benché minima traccia!

Ora non ci sono più ostacoli: Luca e io siamo pronti a iniziare la nostra nuova vita insieme.

“Messaggi di speranza”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

 

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento da Facebook

Leave A Response

* Denotes Required Field