LA CONTRADA DEI FIORI

LA CONTRADA DEI FIORI

Racconto di Simona Maria Corvese

Questo racconto, adatto a un pubblico adulto e young adult, è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.

«Accidenti alla pioggia e a questa primavera piovosa», si lamentò tra sé e sé Davide, armeggiando innervosito con l’ombrello a scatto nero che sembrava non volersi aprire.

In quel momento sentì lo sferragliare di un tram che si stava avvicinando e, rendendosi conto di essere molto vicino al ciglio della strada, fece un passo indietro.

Era stanco ed era uscito tardi dallo studio, cosa che accadeva tutte le sere. Non avrebbe potuto far diversamente. La causa di divorzio che stava seguendo era impegnativa e sarebbe stata teatro di feroci scontri per la divisione delle proprietà e gli assegni familiari.

«Le solite storie», pensò Davide disincantato, mentre attraversava Piazza Cinque Giornate con l’ombrello aperto, sotto una pioggia battente che affliggeva Milano ormai da giorni. A 45 anni era avvocato divorzista da ormai 20 anni e ne aveva viste di tutti i colori. Una vocazione, quella della specializzazione in divorzi, nata in seno alla sua famiglia. Suo padre e sua madre si erano tolti soddisfazioni di ogni sorta, in termini di libertà extra coniugali, salvo poi farsi la guerra durante il divorzio. Lui e i suoi fratelli, in mezzo, erano cresciuti in ambienti esclusivi, con la solitudine più nera come compagna e senza mai comprendere cosa volesse dire provare affetti profondi. Ragion per cui Davide aveva sempre evitato il matrimonio e anche relazioni sentimentali di lunga durata. Questa scelta non gli aveva tuttavia impedito di instaurare una relazione affettiva con una collega, che durava da ben 7 anni. Un vero record per il suo stile di vita. Avevano una relazione esclusiva ma non avevano mai voluto fare il passo di andare a convivere. Erano stati benissimo così, senza bisogno di aggiungere altro. Tuttavia nell’ultimo anno il loro rapporto aveva cominciato a raffreddarsi. Avevano cominciato a trascurarsi vicendevolmente ed era evidente che una certa stanchezza aveva iniziato a insinuarsi nel loro rapporto. Non c’erano state liti o momenti di insofferenza. No, molto peggio: era intervenuta l’indifferenza e il disinteresse reciproco.

Davide si sentiva un po’ in colpa per questo, per aver lasciato prendere questa direzione alle cose. Sarebbe bastato poco a rinverdire la loro relazione, se avesse avuto interesse a farlo.

Tutto d’un tratto la fine pioggia battente si trasformò in un acquazzone, così Davide allungò il passo e si riparò sotto il tetto dell’edicola in piazza, per aspettare che si calmasse.

“Che primavera piovosa, vero Davide?”, commentò l’edicolante che stava facendo scendere le serrande.

Davide annuì, rivolgendogli un sorriso distratto. Stava osservando il piccolo negozio di fiorista che si affacciava sulla piazza. Ci passava davanti tutte le sere, quando usciva dall’ufficio e lo aveva colpito il fatto che fosse l’unico negozio della zona a essere ancora aperto alle otto e mezza.

Un’idea insolita per la sua mente razionale, pragmatica e poco incline al romanticismo, prese improvvisamente forma. Senza indulgere in altri ragionamenti, si avvicinò al semaforo e attraversò la strada. Arrivato davanti al negozio, mentre stava chiudendo l’ombrello, notò un delizioso tappeto di petali di rosa multicolori, cosparso lungo il marciapiede, proprio davanti alle vetrine. Nel momento in cui varcò la soglia, si trovò di fronte la proprietaria con in mano il gancio per chiudere la serranda del negozio.

“Oh, sono arrivato troppo tardi e state chiudendo?”, chiese mostrando uno dei suoi sorrisi più affascinanti, nella speranza di conquistarsi la cortesia della donna.

“Non si preoccupi”, replicò la donna “Non lasciamo mai nessuno fuori dalla porta. Abbasso a metà la serranda per far capire ad altri clienti che il negozio è ormai chiuso e sono subito da lei. La prego, si accomodi”.

Davide infilò l’ombrello nel porta ombrelli accanto all’entrata e si guardò intorno. Faceva caldo lì dentro, sembrava di essere in una serra che emanava intense fragranze di rose. Si era aspettato di trovare diverse varietà di fiori ma si era sbagliato. In quella sorta di boutique floreale erano esposte esclusivamente rose. Con un gesto disinvolto si sbottonò la giacca dell’impeccabile completo da uomo, grigio antracite talmente scuro da sembrar nero, con una camicia azzurra e la cravatta.

Mentre si scrollava dalle spalle le gocce d’acqua cadute nell’atto di chiudere l’ombrello, fu incuriosito da una singolare voliera bianca per uccelli. Era alta quanto lui ma, all’interno, vi era una rigogliosa pianta di rose. «Che idea originale», pensò «ma non amo vedere le piante ingabbiate».

Dietro la voliera, appoggiata al bancone, di spalle, scorse la figura di una donna in impermeabile grigio chiarissimo, con lunghi capelli castano chiari.

Doveva essersi bagnata anche lei. La sua piega aveva perso forma ma, con quell’aspetto lievemente spettinato, e la figura snella su cui scivolava il soprabito, la trovò incredibilmente sensuale.

La proprietaria del negozio gli si avvicinò, distogliendolo dai suoi pensieri. “Eccomi qui, come posso esserle utile?”.

Davide spiegò che voleva un mazzo di rose da far consegnare a un’amica molto cara. La commessa gli spiegò che quello era un negozio particolare: “Ecco, vede, i nostri bouquet sono personalizzati. Li assembliamo seguendo le caratteristiche dei destinatari”. Prese una penna e un foglio bianco, che consegnò a Davide. “Le chiedo prima di tutto di scrivere una lista di aggettivi che descrivano le peculiarità del carattere della sua amica. Sulla base di queste le proporrò le rose più adatte al bouquet”.

Vedendo che Davide era rimasto spiazzato da quella richiesta, la donna sorrise. “Non si preoccupi, non è complicato. Guardi, la mia amica Livia è una carissima cliente del negozio. Mi permetto di suggerirle di lasciarsi aiutare da lei per compilare la lista”. Nel dire così indicò la donna che stava accanto a lui.

Davide si voltò di lato e fu in quel momento che vide in volto la donna che poco prima aveva ammirato di spalle.

“Davide!”

“Livia!”

Esclamarono contemporaneamente.

“Vi conoscete?”, chiese cortesemente la commessa.

La donna, che fino al quel momento era stata zitta, proruppe in una risata. “Certo, Eleonora. Davide è stato un compagno di studi di mio cugino e faceva parte della nostra compagnia di amici universitari”, spiegò.

“Solamente che allora ero moro”, scherzò lui.

“Che piacere rivederti dopo tutti questi anni, Davide. Stai benissimo anche così, brizzolato. È la personalità dell’uomo arrivato!”, rispose lei, stando allo scherzo.

Livia non lo aveva riconosciuto subito. Soffermò lo sguardo su di lui, senza insistenza e ne concluse che anche così, con quell’insolito contrasto tra i capelli grigi quasi bianchi e il volto lievemente abbronzato ma giovane, era ancora un uomo estremamente affascinante.

Si avvicinarono e si abbracciarono. Con un gesto impacciato lei e disinvolto lui, baciarono l’aria mentre si sfioravano le guance.

“Sono passati quasi 18 anni dall’ultima volta che ci siamo visti”, disse staccandosi da lei e osservandola “Sei ancora più bella di allora”, le disse con sincerità. Aveva dimenticato quanto fossero belli i suoi occhi verdi.

“È la maternità che fa questo effetto! Mi permetti di aiutarti con il tuo bouquet?”, replicò lei.

Si misero subito all’opera e Livia fu abilissima nel far trovare a Davide gli aggettivi giusti per descrivere la sua amica.

“Direi che andrebbe bene un bouquet Esperance, vero Eleonora?”, disse, rivolgendosi alla commessa.

Questa annuì.

Livia spiegò a Davide che il bouquet era composto da rose Espérance di un rosa pallido ed eucalyptus cinerea, che inviavano un messaggio di dolce tenerezza. Una delicata gentilezza da parte di un uomo che sperava di farsi perdonare qualcosa da un’amica trascurata.

“E il tuo bouquet per chi è, se non sono indiscreto?”, chiese lui con curiosità.

“Il mio profumatissimo bouquet è per la figlia di una mia amica, che si è laureata oggi. Glielo consegnerò questa sera alla festa di Laurea. Ma non è finita qui, Davide. Ora dobbiamo scrivere un biglietto per le destinatarie”.

La proprietaria del negozio diede loro due bigliettini, sui quali ognuno scrisse il suo messaggio.

“Rimani sempre la persona splendida che sei”, scrisse Livia.

“Perdonami per averti trascurata. Diamo ancora una possibilità alla nostra storia. Incontriamoci domani sera alle nove alla Contrada dei Fiori, in Via Fiori Chiari, a Brera”, fu il messaggio di Davide.

Li consegnarono entrambe alla commessa. Intenti a conversare com’erano, non si accorsero che questa scambiò erroneamente i biglietti, pinzandoli ognuno al bouquet sbagliato.

Quando i bouquet furono incartati, la donna consegnò a Livia il suo e chiamò il fattorino, affinché consegnasse quello scelto da Davide.

Davide avrebbe voluto offrire l’aperitivo a Livia per parlare ancora un po’ con lei e scoprire cosa aveva fatto in quei 18 anni. C’era stato un tempo, quando lui aveva iniziato a fare l’assistente universitario e Livia aveva appena iniziato l’università, che aveva avuto un debole per lei. Sapeva solo che si era sposata durante il corso di studi, con uno degli amici del loro gruppo.

Si salutarono sulla porta del negozio perché Livia era in ritardo per la festa di laurea di cui gli aveva parlato.

Davide l’osservò allontanarsi in piazza Cinque Giornate, pensando a come sarebbe potuto essere il loro futuro, se lei non si fosse sposata così presto. Livia era stata l’unica donna per la quale avesse provato qualcosa di più di un mera attrazione fisica.

 

Giunta alla festa Livia consegnò il mazzo di fiori alla neolaureata e fu proprio la ragazza ad accorgersi di quanto era accaduto. “Deve esserci un errore, Livia”, disse. “I fiori sono bellissimi ma credo che il messaggio non sia per me. Guarda”.

Livia lo lesse e si rese subito conto che era il biglietto scritto da Davide. Non aveva il suo numero di cellulare, quindi l’unica cosa da fare era quella di raggiungerlo alla contrada dei fiori, dove aveva dato appuntamento alla sua amante. Doveva avvertirlo che questa non avrebbe mai potuto raggiungerlo, essendone completamente ignara.

La sera seguente Livia arrivò in Via Fiori Chiari e cominciò a percorrerla. Pioveva ancora ma una tiepida aria primaverile lasciava sperare in giornate migliori. Le note di una melodia struggente, suonata da un sassofonista all’inizio della via, si diffondevano lungo tutta la strada. Fu in quel momento che scorse Davide tra i passanti. Affrettando il passo lo raggiunse e gli posò delicatamente la mano sull’avambraccio, per attirare la sua attenzione.

Voltandosi lui la riconobbe subito. “Livia! Che sorpresa ritrovarti. Prima non ci vediamo per quasi vent’anni e poi ci incontriamo due giorni di seguito”, dichiarò stupito.

Lei abbozzò un sorriso e iniziò a spiegare quanto era accaduto.

Lui la ringraziò per averlo avvertito e le propose di andare a bere qualcosa. L’aria mite invitava a rilassarsi e a godersi una delle prime serate primaverili, nonostante la pioggia.

Mentre avanzavano lungo la via, notarono un signore distinto. Indossava un completo da uomo color panna, con il panciotto e un panama in testa. Sedeva a un banchetto da cartomante e si levò il cappello, per rivolgere un cenno di saluto a Livia.

“Perché non ti fai leggere le carte per conoscere quale direzione prenderà la tua relazione?”, chiese scherzosamente lei, rivolgendosi a Davide.

“Sei dolce ma la direzione è chiarissima. Una relazione stiracchiata è ormai finita e non sarà un mazzo di fiori a rimetterla in piedi. Tutto quello che potevamo dare in questa storia lo abbiamo dato. Siamo intrappolati in una relazione senza passione e il sentimento che avrebbe dovuto fare da collante non c’è mai stato”, rivelò con lucidità Davide. Stette comunque allo scherzo e si fece leggere le carte, sedendo al tavolino.

“Lei ha avuto una vita travagliata”, affermò l’uomo con il Panama, dopo aver disposto le carte.

“Sono cresciuto in una famiglia molto agiata”, lo provocò Davide.

“Sì ma lei ha sofferto molto e ora si trova in un periodo di grandi cambiamenti”.

Davide si voltò verso Livia, strizzandole l’occhio, certo che il cartomante avesse sentito la loro conversazione.

“E cosa mi consiglia?”, chiese osservando divertito la carte disposte sul tavolino.

“Di non cercare la felicità lontano da lei”, rispose questi, guardando prima Davide e poi Livia.

Davide ringraziò l’uomo, poi si voltò verso Livia. “Ora tocca a te!”.

Livia cercò di evitare l’esperienza ma non poté sottrarvisi.

“Mia cara signora, lei si trova a un bivio. Deve prendere una decisione molto importante per lei e i suoi cari”, affermò con sicurezza l’uomo con il Panama.

Livia si ritrasse di scatto e interruppe la lettura delle carte. “La ringrazio, terrò presente i suoi consigli”, rispose sbrigativa e imbarazzata “… anche se… chi non si è trovato almeno una volta in queste situazioni?”, chiese con ironia, rivelandogli il suo scetticismo verso la lettura delle carte. Non era mai stata superstiziosa e non avrebbe di certo cominciato a esserlo quella sera.

Davide pagò il cartomante e, allontanandosi con Livia, lo salutarono.

L’uomo si tolse di nuovo il Panama, posandolo sul petto, accennando un saluto a Livia.

Aveva iniziato a piovere con una fine pioggerella ma Davide e Livia non avevano ancora voglia di entrare in un locale a prendere qualcosa. Arrivati all’incrocio con Via Brera, proseguirono in direzione della Pinacoteca e vi entrarono. Girarono intorno al portico, poi entrarono là dove due cartelli davano indicazioni per la biblioteca Braidense e per l’orto botanico. La biblioteca a quell’ora era chiusa ma l’orto botanico era il luogo perfetto dove passeggiare e parlare, immersi nella tranquillità. Coppiette di turisti e studenti li precedevano lungo il corridoio buio, a tratti abbellito da gruppi scultorei, che conduceva all’orto. Livia e Davide provarono tenerezza per loro, vedendoli abbracciarsi con gesti affettuosi in quell’atmosfera soffusa. Anche loro due erano stati, molti anni addietro, studenti come quei ragazzi.

Usciti dal buio corridoio furono investiti da una luce strana e affascinante: stava piovendo con il sole e il verde rigoglioso delle piante nell’orto aveva una sfumatura intensa e luminosa.

Iniziarono a parlare della loro vita.

Livia apprese che Davide non aveva mai avuto relazioni veramente importanti. Aveva fatto di tutto per tenere gli affetti a distanza e quest’ultima relazione, ormai al capolinea, non aveva fatto eccezione.

Davide scoprì che Livia era vedova da un anno e che aveva due figli di 13 e 8 anni.

“Dove sono ora i tuoi ragazzi?”, le chiese mentre passeggiavano tra i vialetti dell’orto e guardavano distrattamente i cartelli che davano il nome alle piante.

Livia raccontò che erano a casa della suocera, in Brianza e che una tata di fiducia della famiglia si prendeva cura di loro.

“Perché mai?”, chiese Davide sorpreso “Hanno perso il padre. Non pensi che sentano il bisogno di averti vicina?”.

Livia, con sincerità, spiegò che stava cercando di riprendere in mano la sua vita. Il padre dei bambini l’aveva tradita e si era sempre disinteressato di loro. Li considerava un obbligo familiare ma anche un fastidio e un ostacolo alla realizzazione dei suoi egoistici interessi.

“Quali interessi?”, incalzò Davide.

“Tutti i suoi comodi. Noi tre siamo stati sempre un paravento verso la società”, rispose lei con risentimento. Lui non desiderava trascorrere tempo con i i figli e sembrava non averne mai per loro. Raramente tornava a casa per cenare con loro. Livia lo giustificava sempre e aveva fatto in modo che mantenesse un’immagine positiva con i figli. Anche quando nei week end lui portava i clienti a vedere le migliori partite di calcio o a giocare a golf, lei inventava spiegazioni diverse. Era lei ad accompagnare i bambini nei vari impegni e lei ad ascoltare le loro preoccupazioni. Livia aveva fatto di tutto per far sembrare il marito un padre degno del suo ruolo, anche durante le sue lunghe assenze o quando l’aveva tradita e si disinteressava di loro. Al suo funerale parteciparono duecento persone. Tutti lo ritenevano una persona splendida, anche se con Livia non si era comportato bene.

Livia spiegò a Davide che il suo defunto marito era stato anche una persona debole, succube o forse ostaggio di una madre dalla personalità possessiva che aveva sempre voluto fare la prima donna. Una prima donna egoista e capricciosa, abilissima nell’arte del ricatto morale verso il figlio. Livia si era trovata in una famiglia che, subdolamente, l’aveva progressivamente messa in minoranza. Dopo la morte del marito Livia aveva dovuto occuparsi della liquidazione dell’azienda del marito, che versava in una situazione fallimentare. La suocera, con la scusa di aiutarla, aveva preso con sé i bambini, con l’aiuto di una tata di fiducia, privando Livia del ruolo di guida per i suoi figli. Anche la tata, sostenuta dalla suocera, spesso si permetteva di fare di testa sua, disattendendo le indicazioni di Livia nell’accudimento dei bambini.

“Come hai potuto lasciarti intrappolare in questa situazione, Livia? Reagisci prima che sia troppo tardi e riprenditi i tuoi figli. Quei poveri ragazzini si sentiranno abbandonati anche da te!”, la provocò Davide, con successo.

La pioggia che pian piano stava scemando aveva creato una forte umidità e un intenso odore di terra si sollevava dal prato. Fermi uno di fronte all’altra, guardandosi negli occhi, chiusero tutti e due gli ombrelli, incuranti delle rade goccioline che ogni tanto cadevano.

“No, non è così. Io amo i miei figli e sono qui a Milano per trovare una casa dove andare a vivere con loro. Non riesco più a vivere nella casa che ho condiviso con mio marito per 16 anni”, rispose nervosamente e con un motto di orgoglio. Livia rivelò che fino a un anno prima non aveva neppure un lavoro, poi un giorno aveva incontrato un’amica che non vedeva da tempo e che aveva un atelier di legatoria d’arte lì a Brera, nella contrada dei fiori. La donna l’aveva assunta e le stava insegnando tutti i segreti del mestiere.

“Siamo passati davanti al negozio poco fa, in Via Fiori Chiari, prima di entrare qui. Ha l’aspetto di una bottega ma cela il lusso discreto dei libri rilegati a mano”, spiegò. “Ho sempre amato i libri e diventare rilegatrice è sempre stato un mio sogno nel cassetto: pensa che la biblioteca Braidense e il Museo numismatico del Castello Sforzesco sono nostri clienti. Realizziamo anche prototipi per numerosi studi di architettura”.

Davide annuì, curioso di ascoltare quanto Livia aveva ancora da dirgli.

“Nello stabile sopra al negozio c’è un delizioso appartamento con le imposte azzurro pallido. Ha balconi in ferro battuto adornati con vasi di campanule coloratissime e l’edera che cade all’esterno. Ho deciso di acquistarlo con i soldi che ricaverò dalla vendita della nostra casa”.

Davide annuì, sollevato “Sono felice che tu stia riuscendo a realizzare i tuoi sogni, Livia. Che cosa ti ha fatto prendere questa decisione?”, le chiese.

“Tu. Meditavo da tanto questa decisione ma non avevo il coraggio di fare il passo. Tu mi hai fatto capire che è la cosa giusta da fare”.

Davide le sorrise, facendole un buffetto sulla mano, per farle coraggio.

“Sei una donna forte e ne uscirai a testa alta da questa situazione. Mi sei sempre piaciuta molto”, la incoraggiò guardandola negli occhi con un’espressione colma di stima.

In quel momento un gruppo di giovani turisti passò loro accanto lungo il vialetto. Indicavano il lato della Pinacoteca, tutto in mattoncini rossi, che si affacciava sull’orto. Anche Davide e Livia si voltarono in quella direzione. C’era una parte della facciata, all’estrema sinistra, completamente ricoperta d’edera e interrotta qua e là da piccoli fiori rossi. A stento si intravedevano le finestre dagli infissi bianchi e un balcone solitario. Accanto a una finestra con le inferriate a livello terra, appoggiato al muro di mattoncini, si ergeva un magnifico albero carico di melograni. Ai suoi piedi c’era una piccola scala di metallo scuro, anch’essa appoggiata al muro. Sull’ultimo gradino avevano disposto una fila di profumatissimi vasetti di erbe aromatiche.

Davide e Livia andarono a sedersi lì e rimasero qualche istante in silenzio a godere della pace che vi si respirava.

Uno egli studenti che avevano incrociato poco prima, fermatosi nelle vicinanze per fotografare quell’incredibile facciata, li scambiò per una coppia e chiese se volevano che lui li ritraesse lì, sotto il melograno, con il loro cellulare. Livia sorrise un po’ imbarazzata ma Davide non si fece ripetere l’offerta di tanta gentilezza. Estrasse lo smartphone dall’impermeabile e lo porse al ragazzo. Si mise in posa, sorridente, accanto a Livia ma non le cinse le spalle con il braccio. Non erano una coppia.

Poco dopo, mentre si rialzavano dai gradini, inviò al cellulare di Livia quella foto. Ne avrebbero serbato tutti e due un bellissimo ricordo.

Si riavviarono lungo il corridoio interno della pinacoteca, lungo i cui lati erano stati ammassati vecchi mobili e sedie. Arrivati nell’atrio dei Gesuiti, in prossimità di un cancelletto in ferro battuto adornato con piccoli riccioli, intravidero dal portone in legno, ancora aperto, un monumento cintato da una bassa cancellata e coperto dalle folte chiome di un albero. C’era una luce abbagliante, nonostante fosse l’ultimo sole della giornata. Le larghe pietre rettangolari del selciato che correvano tutto intorno, erano lucidissime sotto il riverbero di quella luce e la finissima pioggia che aveva da poco smesso di cadere.

“Livia, mi faresti compagnia ancora per un po’?”, le chiese Davide. “Questa sera avevo intenzione di andare ad acquistare il mio tè preferito in un negozio in Via Madonnina che vende pregiate miscele di te provenienti da tutto il mondo. Sono appassionato di tè e un loro vecchio cliente”.

“Sì ma prima vorrei dare un’occhiata alla piazzetta di Brera. È deliziosa ed è una vita che non passo di lì”.

Lui la guardò incredulo perché Livia gli aveva detto di lavorare nel quartiere.

Lei, vedendo la sua espressione, scoppiò a ridere: “Lavoro qui a Brera da un anno ma ho anche due figli che mi aspettano, Davide. Non ho il tempo per fare la turista”, spiegò.

Uscirono dall’edificio con la voglia di godersi quella magnifica serata. Arrivati all’altezza della piazzetta di Brera, ammirarono la statua di Hayez poi, voltandole le spalle, guardarono con tenerezza l’unico alberello di ciliegio superstite, di fronte alla casa di Lalla Romano, la scrittrice di origini ebraiche che aveva abitato lì per molti anni.

Con molta calma, per apprezzare ogni momento di quella piacevole giornata, tornarono in via Fiori Chiari poi, prendendo una vietta trasversale a sinistra, passarono di fronte alla chiesa di San Carpoforo. Quello slargo brulicava di turisti e persone di tutte le età che avevano iniziato ad animare Brera quel venerdì sera. Intravidero alcuni camerieri fumarsi pigramente una sigaretta in attesa che i clienti si accomodassero ai tavolini dei ristorantini. Era ancora presto per il pranzo della sera. Una bicicletta da uomo blu era stata appoggiata alla cancellata di un piccolo giardino che faceva da punto di svolta tra Via San Carpoforo e Via Madonnina. Sembrava che qualcuno l’avesse abbandonata lì ma, a ben guardarla, Livia e Davide notarono che era stata legata con una catena rossa. Probabilmente apparteneva a qualche cameriere che aveva preso servizio nei locali lì vicini. Al centro del giardino un albero dal tronco possente gettava una gradevole ombra all’angolo delle due strade. Livia e Davide imboccarono via Madonnina con le sue deliziose case milanesi dalle facciate gialle o rosa e le imposte grigio chiaro.

Appena dopo un anonimo portone in legno scuro Livia scorse la vetrina del negozio di tè, nella quale erano esposte alcune lattine cilindriche dalla linea e le scritte eleganti.

Entrarono e Livia fu subito affascinata da quella boutique del tè. Mobili in legno verde dalle linee raffinate, disposti ai lati delle pareti, esponevano servizi da tè e teiere provenienti da tutto il mondo. Sulle scaffalature era schierata anche un’infinità di coloratissime lattine contenenti tè o tisane. Al centro del negozio c’era un’isola colma di piccole confezioni. Davide notando, la sua curiosità, le spiegò che era un’aromateca con flaconi in vetro colmi di miscele profumate di te da vedere e annusare per scegliere quella preferita. Si avvicinarono e ne aprirono alcune ma tutti e due appoggiarono la mano con decisione sul tè al bergamotto cinese. Fu una sorpresa scoprire che era il tè preferito per entrambi.

“Mi piace attardarmi qui a scoprire nuove fragranze. È un’esperienza inebriante e uno dei pochi lussi che mi concedo a Milano”, le rivelò lui.

Davide chiese alla commessa di preparare una confezione per lui e una per Livia, accompagnate ciascuna da una confezione di filtri monodose in mussola di cotone. Fu un vero piacere per lui farne un omaggio all’amica.

Mentre la commessa preparava le eleganti borse di carta con le quali Livia e Davide avrebbero portato via le loro confezioni di tè, li invitò ad accomodarsi nel salottino dedicato agli ospiti, dove avrebbe fatto loro assaggiare del te al gelsomino.

I due amici si avvicinarono al tavolino in quell’ambiente reso particolarmente luminoso dai mobili in legno verde chiaro e da una tappezzeria chiara sulla quale erano disegnate foglioline verdi.

Si slacciarono gli impermeabili. Davide indossava un completo nero con una camicia bianca. Lei un abito scuro, lungo fino al ginocchio e un paio di scarpe dal tacco alto. Davide si domandò come avesse fatto a tenersi in equilibrio con quei tacchi sul selciato tutto lastroni e sassi in rilievo di Brera.

Mentre Livia si sedeva al tavolino, ammirò la sua figura aggraziata e la trovò bellissima con quel semplice abito. Non faceva nulla per sedurre. Era semplicemente femminile e proprio per questo, ai suoi occhi, seducente.

“A volte penso agli anni spensierati della nostra gioventù. Ricordi quell’estate in Irlanda? Io ero al college a Dublino. Tu e tuo cugino eravate in famiglia, ospitati in una dimora signorile fuori città”, esordì Davide, rompendo il silenzio.

Livia ricordava perfettamente. Davide era andato a trovarla ma quel giorno trovò soltanto lei perché suo cugino era uscito per un escursione. Avevano trascorso una giornata bellissima ed erano stati bene insieme. Alla fine Davide le aveva promesso di telefonarle per portarla a fare una visita a Dublino, che conosceva come le sue tasche. Con l’occasione si sarebbe dichiarato perché provava dei sentimenti per lei. Ironia della sorte era un tipo all’antica, a dispetto della famiglia in cui era cresciuto. All’antica come probabilmente non lo erano mai stati i suoi genitori. «Imprevedibile la vita, a volte», pensò ironico Davide, sorridendo mentre con la memoria tornava indietro a quei bei giorni ormai passati.

“Quella sera parlai con mio cugino della tua visita”, rivelò Livia “ma la tua telefonata non arrivò mai. La delusione che provai a causa del tuo silenzio passò con il tempo perché sapevo che l’amicizia che c’era stata tra noi era stata autentica. Alla fine di quell’anno conobbi l’uomo che sarebbe diventato mio marito, di lì a un anno”.
Tra Livia e Davide calò un silenzio carico di rimpianti.

In quel momento la commessa si avvicinò al tavolino, appoggiandovi un vassoio con una teiera e due tazzine nelle quali erano state adagiate due bustine di tè al gelsomino. Si allontanò subito in silenzio, sorridendo.

Livia prese la teiera e versò l’acqua calda nelle due tazze, lasciando in infusione le bustine.

“Perché non mi hai telefonato? Io ti ho aspettato e per me la nostra amicizia non era finita. Lo so che non è giusto ma quando è nata la mia prima figlia ho desiderato che fosse nostra figlia ed era a te che avrei voluto scrivere una lettera per raccontarti che la maternità è stata l’esperienza più forte della mia vita. Ora è troppo tardi per tutto”. Le parole le uscirono dalla bocca tutte d’un fiato ma finalmente si sentì leggera per essere riuscita a parlare con sincerità.

“Ti sbagli, Livia”, scosse la testa Davide, senza toccare la tazzina e cominciando a comprendere come erano andate le cose. “Io telefonai più volte e tuo cugino mi disse ogni volta che tu non c’eri. Ti scrissi anche una lettera e lui mi rispose che avevi ricevuto il messaggio. Tra tuo cugino e me non è mai corso buon sangue e io non gli sono mai piaciuto. Alla fine ho pensato che tu non fossi interessata a frequentarmi”.

“Tu mi hai telefonato e scritto?”, chiese lei con un filo di voce, costernata.

“Sì e ti sbagli ancora, Livia. La nostra amicizia non è mai finita, neppure ora”.

Gli occhi di Livia si riempirono di lacrime. “Per tutti questi anni ho creduto alle parole di mio cugino. Alla fine, per distrarmi, lui mi presentò Andrea, un suo caro amico. Il mio futuro marito”. Con mano tremante prese la tazza e bevve un sorso di tè.

Livia e Davide rimasero in silenzio, guardandosi negli occhi con tenerezza. Ora che gli inganni del passato erano stati svelati, la promessa di un futuro felice insieme si sarebbe realizzata.

Trascorsero il resto di quel venerdì sera a Brera, pranzando in un ristorantino tipico e raccontandosi molte altre cose sulle loro vite.

Nei mesi che seguirono Livia e Davide si concessero il tempo necessario per chiudere con il loro passato. Cominciarono a frequentarsi e in breve tempo compresero che la loro tenera amicizia era sempre stata destinata a diventare qualcosa di più.

Quando Livia presentò Davide ai suoi ragazzi e cominciarono a fare delle gite insieme, loro lo trovarono immediatamente simpatico e si abituarono alla sua presenza.

Davide, a differenza dell’ex marito di Livia, non era una persona anafettiva. Aveva tenuto sotto controllo gli affetti, per molti anni, per difendersi da altre delusioni. Ma ora, con molta naturalezza, si era affezionato ai ragazzini, assumendo egregiamente il ruolo di padre nei loro confronti.

Un giorno, mentre erano tutti nella baita di Davide, in montagna, i bambini irruppero in casa per far vedere un cucciolo di gattino, nato da un mese. Rimasero sorpresi nel cogliere la strana espressione di Livia e Davide. Avevano una bellissima luce negli occhi.

“Bambini, venite”, li invitò Livia “Davide e io abbiamo qualcosa di molto bello e importante da dirvi. Sareste contenti se noi quattro diventassimo una famiglia?”.

I bambini corsero loro incontro abbracciandoli. In quel momento Livia e Davide non videro due adulti e due ragazzini ma un’unica, solidissima, catena d’amore. Perché è l’amore che rende indistruttibili i legami affettivi.

 “La contrada dei fiori”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

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