LA STORIA IN EVIDENZA: «LEZIONE DI FIDUCIA»

LEZIONE DI FIDUCIA

Storia vera di Pietro T., raccolta da Simona Maria Corvese

Pubblicata sul n. 17 – 23 aprile 2024 della rivista Confidenze di Stile Italia Edizioni.

Non avrei mai pensato che  alla festa per i 18 anni della mia migliore amica, in questa splendida villa di delizie, mi sarei compromesso con una ragazza che conosco di vista a scuola.

«Tesoro, scusami se ho fatto tardi. Mi hanno trattenuto dei conoscenti di mio padre.»

Metto un braccio al collo di Elena e lei, muta, rimane a bocca aperta.

Mi volto verso la coppietta felice che le sta di fronte: lei le ha appena sventolato un anello di fidanzamento sotto il naso. Rivolgo loro un sorriso radioso. «Ciao! Sono Pietro, il ragazzo di Elena.»

Carlo mi guarda, incredulo. «Pietro, il figlio del cardio chirurgo?»

Sono sempre più divertito per lo smacco che gli ho dato. «Sì. Adesso scusatemi ma Elena e io andiamo a prenderci una boccata d’aria in giardino.»

Rivolgo lo sguardo alla ragazza e la prendo a braccetto. Ci allontaniamo da lì ma faccio in tempo a sentire la voce di Carlo che commenta piccato. «Come ha fatto a fidanzarsi? La ho lasciata da un mese!»

Cosa mi è preso poco fa? C’erano tanti conoscenti di mio padre intorno a noi. Ormai hanno assistito tutti alla scena.

Elena si scioglie dal mio abbraccio e si ferma a metà vialetto del giardino. «Grazie per prima… »

«Era il tuo ex fidanzato?»

Elena mi risponde con filo di voce. «Sì, con la sua nuova ragazza.»

Scuoto la testa con disappunto. «Scusa se sono intervenuto. Qualunque cosa sia accaduta tra voi prima non giustifica il suo comportamento: è stata una mortificazione gratuita e questo non potevo tollerarlo.»

«Cosa facciamo adesso?»

La guardo dritto nei suoi occhi limpidi e innocenti che mi fanno accelerare i battiti del cuore: non avevo notato quanto è bella. «Non possiamo tornare indietro. Ormai siamo insieme in questa bugia.»

I nostri sguardi rimangono avvinti per un istante carico di desiderio e ho l’inspiegabile sensazione che quello che è accaduto sia scritto nel nostro destino. È assurdo: come posso provare questa certezza? Proprio io che non credo nell’amore.

Deglutisco a fatica, ancora incredulo. «Senti, facciamo un patto. Rimani con me fino al matrimonio di mio padre, tra un mese.»

Elena s’irrigidisce. «Pietro, tu hai la fama del donnaiolo. Lo dicono tutte le ragazze a scuola. Come faccio a fidarmi di te?»

Prorompo in una risata. «Fidati: sarò correttissimo con te. Tu sei la brava ragazza con cui vorrebbe vedermi mio padre. E poi anche lui ha avuto tante fidanzate!»

Elena sbatte le palpebre, pensierosa. Esita a rispondere e io sono sulle spine.

Lei è la mia occasione di dimostrare a mio padre e a mia madre che anch’io sono capace di affetti profondi. Sarà tutto finto ma almeno mi lasceranno in pace. Nessuno sa cosa vuol dire essere me. Perché è così difficile affrontare tutto?

Mi bilancio sulle gambe, nervoso e infilo le mani in tasca. Cos’altro posso dirle per convincerla a fidarsi di me? «Sai, non sono solo io che cambio fidanzate a ripetizione. Ci sono anche tante ragazze che sono interessate a quello che rappresenta la mia famiglia e non a me. Come faccio a innamorarmi così?»

Che senso ha impegnarsi in una relazione, quando sai che le cose non cambieranno?

Elena mi tende la mano per stringermela. «Va bene. Ti reggo il gioco per un mese ma in cambio vorrei che tu m’insegnassi a danzare. Ti ho visto stasera ballare il valzer e ho invidiato le ragazze che volteggiavano con te. Finito il matrimonio, ognuno per la sua strada.»

Mi manca un battito: ha accettato. Le stringo anch’io la mano e una scarica elettrica mi percorre il braccio. «Affare fatto!»

 

Elena si guarda intorno «Non sapevo che tua madre avesse una scuola di ballo.» I suoi tacchi risuonano sul pavimento di marmo della sala da ballo.

Dai soffitti a volta, impreziositi da bordi smerlati, medaglioni in gesso e modanature personalizzate, pendono enormi lampadari di cristallo a più livelli, scintillanti nella luce soffusa.

«È una delle sue attività. Mia madre appartiene a una famiglia facoltosa e questo è uno dei modi per impegnare il suo patrimonio. Ora vive in Sardegna con il suo secondo marito e il mio fratellastro di un anno.»

Elena, con un tocco lieve, mi sfiora il braccio. «Mi dispiace.»

Ritrae veloce la mano, abbassa lo sguardo ma torna a guardarmi. Il suo disagio è palpabile.

Stringo i pugni e trattengo il desiderio di abbracciarla. Il modo in cui mi ha guardato mi dice che anche lei lo desidera: è attratta da me e questo  mi lusinga ma resiste. Vorrei scoprire il perché ma non voglio illuderla. Elena non sa niente della mia vita.

«Ai miei genitori non è mai importato molto di me. La loro carriera e i loro desideri sono sempre venuti prima di me. Mio padre con le sue fidanzate già da prima di divorziare, mia madre con il suo nuovo amore. E adesso anche il mio fratellastro viene prima di me. Io sono rimasto con mio padre: gli uomini superficiali hanno bisogno di figli.»

Elena m’interrompe. «Non dire così, sono sicura che tua madre ama te  quanto il tuo fratellino.»

Scuoto la testa, scettico. «Abbiamo 18 anni di differenza. Lui ha bisogno di cure e attenzioni. Io ormai sono grande. Non vedo mia madre dall’anno scorso, quando sono stato bocciato a scuola… e non voglio rivederla.»

Lei mi ha dato tutta la sua attenzione ma ora è ammutolita. Riflette. «Non hai qualcuno più grande con cui parlare? C’è sempre una soluzione ai nostri problemi.»

Le sorrido con tenerezza: è giovane ma matura per i suoi 17 anni e dolce. «Sì, mio padre mi ha affidato al mio insegnante di latino e greco. Abita in una villetta vicino alla nostra e dopo la scuola trascorro il pomeriggio con lui e i suoi genitori. Con lui posso parlare di tutto: è il fratello maggiore che ho sempre desiderato avere.»

Elena mi sorride, rasserenata.

«Ho sempre pensato di non contare nulla per gli altri. Fabio è la prima persona che ha trovato in me delle qualità e che mi apprezza.»

«Ti capisco, anch’io vorrei essere importante per qualcuno. Sono la sorella di mezzo di una famiglia numerosa: ne ho 4 tra fratelli e sorelle. Tutti hanno un talento: io non eccello in nulla e non sprigiono un grande fascino.»

Sgrano gli occhi: non mi aspettavo da Elena una simile confidenza.

«Elena, tu sei bella! Non ti vedi?»

Adesso è lei a rimanere a bocca aperta. «Ogni donna dovrebbe sentirselo dire almeno una volta nella vita. Ti ringrazio per essere quello che lo ha fatto con me.»

Mi chino verso di lei e riduco il mio tono di voce a un soffio. «Tu sei importante  per me.»

Elena arrossisce.

Mi sono ripromesso di non sedurla ma cosa sto facendo adesso? No, Elena  non è una conquista, provo qualcosa per lei.

Mi stacco ed emetto un profondo respiro: è meglio se vado ad accendere lo stereo, ora.

«Vieni, ti faccio vedere i passi base del valzer.»

Iniziamo a volteggiare sul pavimento tirato a lucido e le nostre figure si riflettono negli specchi con cornice in metallo, distanziati lungo le pareti. Elena è affascinante nell’abito di seta frusciante che le ho prestato dal guardaroba della scuola. Volevo che provasse le emozioni che trasmette il ballo attraverso i suoi movimenti eleganti e l’abbigliamento appropriato.

Il valzer termina e noi ci fermiamo vicino a una delle colonne scanalate, con i capitelli a volute in foglia d’oro. Abbiamo tutti e due il fiato corto e i battiti del cuore accelerati.

Le indico una scala a chiocciola con balaustra, che porta al piano di sopra della sala. «Ci sediamo e mi racconti qualcosa di te? Vorrei capire che cosa intendevi dire poco fa.»

Passiamo davanti alle grandi porte finestre, coperte in parte da spessi tendaggi in velluto che lasciano intravedere il paesaggio della campagna lombarda al tramonto.

I tacchi di Elena ritmano i nostri passi sui gradini e ci andiamo a sedere in cima alla scala, uno accanto all’altra.

Elena si volta verso di me. «Che cosa posso dirti? Non importa a nessuno quello che penso o sento in famiglia. Ho pensato che se mi sforzo di essere brava in qualcosa, i miei genitori mi ameranno come i miei fratelli. Ma la verità è che nulla di quello che faccio è abbastanza buono da compiacerli… quindi perché sforzarmi di eccellere in qualcosa?»

Elena si ferma e mi guarda dritta negli occhi. «Tu sei il primo che mi dice che sono importante così come sono. E sai cosa ti dico? Anche tu lo sei per me, davvero. Se solo questo fidanzamento fosse vero, allora tutti saprebbero che anch’io valgo qualcosa.»

I suoi occhi brillano e io non voglio più nascondere quello che provo per lei. L’imbarazzo che ci tratteneva è svanito: mi fido di Elena, sono certo che non mi deluderà e ora voglio giocarmi il tutto per tutto. Mi sporgo in avanti, appoggio gli avambracci sulle gambe e un’onda di calore mi travolge. Le nostre labbra si sfiorano per qualche istante ma il timer che ho puntato suona.

«La lezione è finita.»

Mi stacco da lei, a malincuore: il nostro momento magico è passato. «Continueremo in un altro momento.»

 

Una cortina muraria circonda su tre lati gli edifici della fortezza medievale dove in questa lunga notte mio padre terrà la cena e i festeggiamenti del matrimonio.

Tengo per mano Elena e, come gli altri invitati, saliamo strette scale di pietra all’interno del castello che portano ai parapetti e ci guardiamo intorno ammirati. Agli angoli delle mura merlate delle bandiere sventolano sulle sommità delle torri di guardia. Le torce poste tra le merlature illuminano a giorno il parapetto. Il vento soffia attraverso le fessure dei muri, in questa buia notte dove la luna piena fa capolino tra le nuvole.

Elena ha un brivido e io mi tolgo la giacca e gliela metto sulle spalle nude.

Lei se la stringe al petto per scaldarsi. «Grazie, ho dimenticato il bolero in macchina.»

Le faccio un cenno di nonchalance con la mano «Di nulla»

È silenziosa e mi osserva. «Ormai è fatta: sono sposati. Come ti senti?»

Emetto un respiro profondo: confidarmi mi costa un grande sforzo. «Il matrimonio di mia madre qualche anno fa ha mandato in frantumi la speranza di riveder tornare insieme i miei genitori. Adesso che si è risposato anche mio padre non mi sento più parte di nessun nucleo familiare. Mi hanno voltato le spalle tutti e due.»

Elena mi abbraccia, dispiaciuta. «Non dire così, Pietro. Anche se non stanno più insieme, loro non smetteranno mai di volerti bene.»

Mi stacco da lei e alzo un sopracciglio, scettico. «Non puoi capire una situazione se non la vivi in prima persona.» La prendo per mano e le sorrido per rassicurarla. «Vieni, scendiamo a mangiare: ci aspetta un bel banchetto nuziale con un menù tutto medievale.»

Nella sala dalle mura in pietra viva e i soffitti a volta, dove viene servito il banchetto, Elena e io sediamo su pesanti panche di legno intagliato, a una tavolata fissata su cavalletti. Dietro a noi ci sono strette finestre ad arco gotico con vetri colorati. Di fronte un grande camino e colorati arazzi alle altre pareti. Mi piego con la testa verso Elena e le indico i candelabri in ferro battuto con candele di cera d’api che emanano luci tremolanti. «Certo che non hanno lesinato in candele.»

Elena ridacchia.

I commensali discutono tra un boccone e l’altro, ridono e fanno tintinnare i boccali. I coltelli raschiano sul tondo di legno piatto dove hanno versato le pietanze di cui si sono serviti. Mio padre e la sua sposa conversano felici a capo tavola. E io qui, faccio il figlio dimenticato. Ho un motto di stizza e vorrei andarmene ma non posso.

I camerieri ci portano anche una torta salata medievale.

«È dolce e salata insieme. Come hanno detto che si chiama?» mi bisbiglia all’orecchio Elena.

Io mi piego a darne una fettina al cane dei padroni che si è intrufolato  sotto il tavolo in cerca di avanzi. «Tourte parmienne. Assomiglia alle nostre crostate, vero?»

«sì ma è ripiena di carni saporite, pinoli, frutta secca, spezie e spinaci. Mai provato qualcosa di così squisito.»

Noto che torce nervosa il tovagliolo che ha tra le mani. «Prima del taglio della torta ti devo parlare, Pietro. Adesso godiamoci la cena.»

 

Elena e io passeggiamo tra gli alberi di ciliegio. Avanziamo su delle pietre nascoste nell’erba, che formano delle passerelle tortuose.

Io osservo incuriosito i cespugli di uva spina e le erbe. «Questo giardino è uno scrigno. C’è anche la citronella che tiene lontani gl’insetti.»

Un irrigatore nebulizza il prato che profuma di erba appena tagliata e crea arcobaleni d’acqua. Studio Elena che non mi ha risposto.

Si guarda intorno, pensierosa. «Pietro, forse siamo bloccati in una finta relazione che nessuno di noi due voleva ma per me ha cessato di essere un gioco. È diventata fin troppo reale.»

Mi manca un battito: allora anche lei prova qualcosa per me.

Mi avvicino. «Elena…»

Lei mi sfiora le labbra con le dita e mi zittisce. «Ssh, aspetta. C’è ancora qualcosa d’importante che ho bisogno di sapere. La tua migliore amica mi ha detto che io sono solo la tua ennesima conquista. Non voglio rimanere incatenata per sempre in questa finzione, Pietro. Che cosa sono per te?»

«Elena io provo dei sentimenti sinceri per te ma prima di conoscerti non credevo più nell’amore. Tu mi hai insegnato a notare le cose belle della vita, a essere grato più che a lamentarmi. È con te che ho ritrovato la fiducia nel futuro e la felicità.»

A Elena salgono le lacrime agli occhi «Con te ho capito che anch’io ho valore per gli altri ma avevo bisogno di conferme… che questo non fosse più un gioco anche per te.»

«Ho capito il prezzo che con la mia amarezza ho pagato a scapito della mia felicità. Ora sono riuscito a superare tutto il risentimento che provavo per i miei genitori, così distratti nei miei confronti ed egoisti.»

Faccio un respiro profondo, mi avvicino ancora di più a Elena e la bacio. «Elena, noi abbiamo lo stesso diritto di essere felici che hanno loro. Grazie a te, ho ripreso il controllo della mia vita: non sarà più governata dagli eventi passati. Solo ora abbiamo la libertà di scegliere di stare insieme, perché il nostro è vero amore.»

Quello che era iniziato per gioco è diventata una meravigliosa realtà. Non so cosa ci riserverà il futuro, siamo ancora molto giovani ma so che Elena sarà sempre per me la persona che mi ha ridato la fiducia nella vita.

«Lezione di fiducia», copyright © 2024 Simona Maria Corvese.

LA STORIA IN EVIDENZA: «QUELLO CHE CONTA DI PIÙ»

QUELLO CHE CONTA DI PIÙ

Storia vera di Sara G., raccolta da Simona Maria Corvese

«Ho studiato danza classica ma un incidente ha compromesso la mia carriera. Luca mi sta dando lezioni per riprendere, eppure non riesco a fidarmi di lui, ha fama di essere un uomo affascinante e senza scrupoli. Ma è davvero così?»

Ferma al buio, nello studio di danza, guardo oltre il vetro che dà sulla reception della scuola.

È  impossibile che quell’uomo dal volto angelico sia stato capace di far soffrire mia cugina.

Mi riecheggia ancora la sua voce al telefono. «Non puoi dare a Luca il compito di aiutarti. Mi ha usata e poi mi ha lasciato. Non mi ha rinnovato il contratto per affidare la parte a un’altra ballerina.»

Luca è l’unico insegnante con una solida esperienza, disponibile  ad affiancarmi in questi mesi. Giusto il tempo di riprendermi dall’infortunio alla gamba.

Mi avvicino all’interruttore, accendo la luce e mi vedo riflessa nello specchio, con il tutù nero e un nastro di raso rosa confetto in vita. Sistemo il nastrino dello stesso colore che ferma il mio chignon e mi guardo: sono alta come mio padre e gli assomiglio ma gli occhi a mandorla sono gli stessi di mia madre.

Appoggio la mano alla sbarra e piego le ginocchia. I miei muscoli si tendono in un demi-plié e subito avverto una fitta. Anche il ricordo dell’infortunio fa male ma ignoro tutti e due e continuo a esercitarmi.

Dal finestrone il sole sfuma dal giallo brillante all’oro più intenso e tramonta dietro lo skyline cittadino. Anche il cielo digrada dal rosa, al viola all’arancione più profondo e le ombre si allungano. Mi fermo e mi asciugo il sudore che m’imperla il viso. Riflessi allo specchio, i miei capelli scuri raccolgono gli ultimi scintillii di luce. Alle mie spalle ho il centro della sala ma non riesco a staccarmi dalla sbarra, la paura è ancora tanta.

Mi volto verso il giradischi, appoggio la puntina sulla traccia e in tutta la stanza si diffondono note a me molto care. La musica è irresistibile, mi chiama. Mi guardo intorno e non c’è nessuno oltre la vetrata, davanti alla reception: se anche sbaglio, o cado, nessuno se ne accorgerà. Chiudo gli occhi, avanzo verso il centro e inizio a danzare, trasportata dalla melodia. È un sogno ma dura poco.

Un battito secco di mani mi fa fermare.

«Danzi con una grazia straordinaria ma le pirouettes sono traballanti e anche l’ attitude lascia a desiderare.»

Mi volto di scatto e incontro il suo sguardo attento.

«Non fermarti, questa musica è fatta per te.»

Io riprendo a danzare e lui mi posa le mani sui fianchi per accompagnare i miei movimenti. Mi manca un battito: non me lo aspettavo. Vinco la paura ed eseguo un arabesque con il sostegno della sua mano ma la fitta alla gamba si fa più acuta e mi fermo.

Lui si stacca da me. «Era perfetto ma che balletto è? Non ho mai sentito questa musica.»

Il suo fisico slanciato e muscoloso si muove con eleganza e magnetismo felini. Ha danzato con me con grande armoniosità ma sono ancora turbata dalla sua travolgente sensualità e forza.

Mi avvicino alla sbarra e riprendo l’asciugamano per tamponarmi il sudore.

«È la musica del balletto classico Shim Chung – la brava figlia, tratto da una favola tradizionale coreana. Stavo abbozzando il Moon Pas de Deux»

Lui socchiude le labbra per la sorpresa e mi si avvicina. «Di cosa parla?»

Giocherello con l’asciugamano per trovare le parole giuste. «È una storia di amore, pietà filiale e altruismo. Shim Chung sacrifica se stessa per far ritrovare la vista al padre ma la cecità dell’uomo è metaforica. Il re, commosso dal gesto della ragazza, la sposa e lei ritroverà il padre a corte.»

Luca, di fronte a me, è concentratissimo. «E ritrova anche la vista?»

Io sorrido per la sua curiosità. «Sì, l’uomo riacquista la vista in senso pieno e comprende il significato del gesto della figlia: puoi trovare il vero te stesso solo se lasci andare la tua esistenza egoistica. È nell’altruismo disinteressato che trovi il vero te stesso.»

Lui distoglie brusco lo sguardo e non commenta. Io rimango a bocca aperta di fronte alla sua reazione.

Il disco finisce e tra noi cala un gelido silenzio ma mi riprendo. «Mi affiancheresti nell’insegnamento, fino a quando guarisco?»

Lui mi fissa la gamba. «Come è successo?»

«Sono caduta male durante un sollevamento.»

«Non ti sei fidata.»

«Non giudicare chi non conosci!»

Luca prende il suo asciugamano dalla sbarra, se lo mette  sulle spalle e mi tende la mano con un largo sorriso «Accetto volentieri ma insegnami subito questo fantastico passo a due!»

Rido con lui e faccio ripartire il disco. «Vieni, ti faccio vedere i passi.»

Torniamo al centro della sala e iniziamo a danzare. A metà del passo a due tra Shim Chung e il re, mi ritrovo tra le sue braccia, come prevede la coreografia. Il suo abbraccio diventa però una carezza passionale ed è a un soffio dalle mie labbra. Un brivido mi corre lungo la schiena ma Luca si stacca all’improvviso da me.

Sbatto le palpebre, incredula. «Perché ti sei fermato? Il passo a due non è finito e non doveva essere proprio così.»

Luca mi guarda dritto in volto. «Come doveva essere? Tu danzi con molto trasporto, Sara.»

Ignoro la sua affermazione. «Mi emoziona tanto questo passo perché era il preferito di mia madre…»

Sono sottosopra e comincio a pronunciare frasi sconnesse. «… e poi non doveva esserci tutto questo sentimento: il re appoggia la testa sul petto di Shim Chung, non sulle sue labbra!»

Luca ride con gli occhi. «Conosci molto bene la storia. Perché non me lo hai detto prima?»

Arrossisco e arretro di un passo da lui, senza parole. Perché mi fa sentire come se avessi provocato io tutto questo imbarazzo?

La sua espressione si intenerisce. «Scusami, è colpa mia: non conosco ancora il balletto. Ci vediamo domani per le lezioni.»

Rimango lì, a seguire con lo sguardo Luca che esce dalla stanza e mi riecheggiano le parole di mia cugina.

«Stai attenta a Luca. È una persona che riserva delusioni.»

Lui è affascinante e sa come affascinare. Considerata la mia inesperienza con gli uomini, mi mangerebbe in un solo boccone. Avrebbe già potuto farlo stasera ma non lo ha fatto.

Lea ha ragione a mettermi in guardia ma voglio seguire anche le mie sensazioni, positive.

 

Con la mano appoggiata alla sbarra mi sollevo sulle punte ed eseguo dei petits battements. Lo specchio riflette movimenti senza sforzo ma il sudore sulla fronte tradisce il dolore alla gamba, che nascondo. Non voglio pensarci o è peggio, così guardo fuori dalla finestra le nuvole illuminate dal basso, che riprendono i colori del cielo di fine inverno.

Lo stereo diffonde le note della mia canzone preferita, «Nothing else matters», dei Metallica.

Luca, che fino a quel momento è stato in disparte, mi si avvicina «Mi è sempre piaciuta questa canzone: i protagonisti sono in cerca di qualcuno in cui avere profonda fiducia.»

Proprio lui parla di fiducia? Non tengo la lingua a freno. «Il chitarrista la ha scritta per la sua fidanzata… ma un sentimento che non si sorregga su solide basi di fiducia reciproca può esistere?»

Luca, fulmineo, abbassa lo sguardo prima di alzarlo di nuovo verso di me. «Bella la coreografia di danza moderna che hai abbozzato prima ma ti ho osservato alla sbarra: tu hai paura, non vuoi ammetterlo e non  ti fidi. Di te stessa e degli altri. Puoi fare molto di più che l’insegnante.»

«No, credimi. È solo il dolore.»

Lui scuote la testa. «C’è qualcosa che non vuoi dire. Facciamo una passeggiata al parco?»

La sua voce paziente mi eccita, la sua presenza emana forza pacata e una sensualità magnetica che mi attrae.

«Va bene, usciamo.»

 

La pioggia del primo pomeriggio ha lasciato un odore di terra rivoltata che proviene dalle aiuole. Il sole di marzo ha però incoraggiato la crescita  dei germogli e ora le piante di ciliegio sono cariche di fiori rosa.

Luca cammina al mio passo e rompe per primo il silenzio. «Che cosa ti frena? Non è la tua gamba. Alla tua età e con le tue capacità, dovresti far parte di una compagnia di danza.»

Dei bambini che ridono e schiamazzano ci passano accanto.

Emetto un sospiro di resa. Non posso continuare a nascondergli la verità. «Sono nata in Corea ma quando avevo cinque anni la mia famiglia e quella di mia cugina sono tornate in Italia. Non ricordo quasi più nulla della mia infanzia nel paese di mia madre. So solo che quando abbiamo cominciato ad andare a scuola mia cugina e io ci siamo aggrappate l’una all’altra. Tanto ho mia cugina, non sono sola, ci dicevamo.»

Luca mi ascolta, silenzioso e attento. «E poi come è andata?»

Alzo le spalle e sorrido. «Ci siamo ambientate e ci siamo fatte i nostri amici. Ora lei lavora in una compagnia di ballo a Copenaghen.»

Luca alza un sopracciglio, stupito. «E tu non hai provato lo stesso percorso?»

Sospiro: non mi darà pace fino a quando non saprà tutto di me. «Desideravo fare un’esperienza nella stessa compagnia di ballo di mia madre, a Seoul. Ho messo da parte i soldi e l’estate scorsa ho frequentato un corso estivo.  Potevo partecipare alle audizioni per il corpo di ballo ma sono tornata a casa.»

Lui si volta di scatto verso di me, a bocca aperta. «Perché non hai tentato?»

Percorriamo tranquilli i sentieri tortuosi del parco: non è ancora buio e le giornate si allungano sempre più. Da dietro si avvicinano i passi di un corridore che sbattono a ritmo sostenuto contro la ghiaia del vialetto.

«Perché mio padre ha il morbo di Parkinson e peggiora a vista d’occhio. Ero partita che era stabile ma nel giro di poche settimane non riuscivo a capire cosa mi diceva al telefono. Faceva fatica anche a parlare.»

Luca si ferma, mi poggia una mano sulla spalla e un confortante tepore mi si irradia in tutto il corpo. «Mi dispiace, Sara, non sapevo. Nessuno altro può aiutarti? Così non puoi fare tante cose e sei troppo giovane per rinunciare ai tuoi sogni.»

Scuoto la testa, mi volto verso di lui e poso la mia mano sulla sua per fermarlo. I nostri sguardi rimangono avvinti per un istante e i battiti del mio cuore accelerano.  «Lo credevo anch’io ma la lontananza mi ha aiutato a capire che insegnare danza è la cosa che mi piace di più e che non sono felice a sapere che mio padre è qui da solo, affidato a degli estranei. Mia madre ci ha lasciato qualche anno fa. Ero molto giovane ed è stato un trauma per me ma sono riuscita ad affrontare il dolore proprio attraverso la danza. Lui ha solo me, io ho solo lui e non starà qui ancora per molto.»

Luca mi prende la mano, me l’accarezza e io sento le farfalle nello stomaco. «Sei una brava figlia e una brava ragazza ma anche tu hai diritto ad avere la tua vita. Cosa farai quando lui non ci sarà più?»

«Continuerò a insegnare, non per ripiego ma perché è questo che voglio fare. Quando ballo provo un senso di libertà: la danza, non la competizione, è il mio luogo sicuro in cui lasciarmi andare e permettermi di essere vulnerabile.»

Luca mi sorride, si china verso di me e mi sfiora le labbra con un bacio. «Sono felice allora di aiutarti, fino a quando la gamba guarirà.»

Il suo bacio mi ha toccata. Lo ho voluto anch’io ma non posso innamorarmi di un uomo senza scrupoli come lui.

Nel suo sguardo c’è desiderio. Ora che è così attratto da me potrei vendicarmi per il male che ha fatto a mia cugina. Quando sarò guarita del tutto potrei non rinnovargli il contratto e dirgli che non ho mai provato nulla per lui ma mi è impossibile comportarmi così: c’è qualcosa in lui che mi dice che è sincero. Questo mi sconvolge ancora di più.

 

Ci passa accanto una bicicletta che cigola. Al suono argentino del suo campanello, ci scansiamo e andiamo a sederci su una panchina.

«Sei sempre gentile con me, Luca e avverto la tua sincerità.»

Il suo sguardo è basso e si guarda le mani.

«Tu non mi conosci, Sara. Sono stato egoista in passato, ho ingannato e fatto soffrire una ragazza. Ora però non sono più la persona cinica e arrivista che ero.»

Sgrano gli occhi per la sua confessione, che ha sciolto i miei dubbi.

Mi parla con la voce spezzata e gli costa un grande sforzo. «Ho buttato all’aria tutta la mia vita per espiare il male che ho fatto. Non m’importa più nulla di una carriera costruita in quel modo e trovo molta più gioia nell’insegnare e aiutare nuovi talenti.»

Luca non è più l’uomo di cui mi ha parlato mia cugina.

Con un impeto di affetto, lo abbraccio ma lui si stacca da me e si fa serio: «Amami, Sara. Non aver paura: io non ho bisogno di te, ho desiderio di te.»

 

I primi raggi di sole filtrano attraverso le imposte. Luca dorme e mi cinge la vita con il braccio, sotto le lenzuola. La mia mente vaga alle cose bellissime che mi ha detto stanotte e alle cose bellissime che abbiamo fatto. Non riesco a crederci: è accaduto tutto troppo in fretta per elaborarlo. Mi sciolgo dal suo abbraccio, scendo dal letto e mi rivesto.

 

Una sera mi suona il cellulare: è la receptionist della scuola. «Sara, Luca viene a casa tua. Dice che non rispondi alle sue chiamate e non ti fai vedere da giorni: è preoccupato.»

Emetto un sospiro. «Va tutto bene.»

«Aspetta, non riagganciare. Ha visto la foto che hai nel tuo ufficio, di te e tua cugina. L’ha riconosciuta e ha chiesto di voi. Sa tutto ora.»

Impallidisco ma prima o poi gliene avrei parlato. È il motivo per cui sono sparita da giorni. «Grazie per avermi avvertito.»

 

Luca si è accasciato sul divano del salotto di casa mia: i tratti del suo volto sono tesi. «Mi sono fidato di te, Sara. Mi sono aperto con te. Perché non me lo hai detto?»

Io ho lo sguardo basso e giocherello con l’anello di mia madre, al dito.

«Mi dispiace, Luca. Volevo parlartene e non ho scuse per aver taciuto. Desideravo trovare un uomo per il quale essere importante ed è accaduto proprio con te. Non ti ho mai mentito: tutti i bei momenti che ho condiviso con te  sono stati reali e onesti ma temevo che tu avresti potuto spezzarmi il cuore.»

Alzo gli occhi e incontro il suo sguardo incoraggiante. «Non sapevo che ora tu sei  un uomo diverso. E tutti i miei propositi di vendetta si sono dissolti.»

Mi guarda dritto negli occhi, con un sorriso raggiante. «Ho capito subito che tu eri diversa dalle altre donne. È una vita che aspetto di conoscere una persona come te eppure non abbiamo ancora avuto il tempo di farlo. Ricominciamo da qui, Sara?»

Ora mi sento in pace con me stessa: è giunto il momento di mettere da parte le incomprensioni e lasciare spazio ai nostri sentimenti più profondi e sinceri.

“Quello che conta di più”, pubblicata sul n.13 – 26 marzo 2024 della rivista Confidenze di Stile Italia Edizioni.

“Quello che conta di più”, copyright © 2024, Simona Maria Corvese.

 

LA STORIA IN EVIDENZA: DISSONANZE D’AMORE

DISSONANZE D’AMORE

 

Storia vera di Zoe A., raccolta da Simona Maria Corvese

“Studiavo per diventare concertista ma mi sono ammalata e tutto è cambiato. Mio marito mi ha lasciata e io non voglio essere un peso per nessuno. Per questo tengo a distanza Guido, che invece mostra tante premure per me. Sarò nel giusto?”

 

Stendo il braccio e porgo il diapason all’accordatore. “Ha bisogno di questo?”

Nello studio di registrazione le note dissonanti di un elegante piano a coda, scordato, stridono nelle mie orecchie.

L’uomo che mi da le spalle, curvo sul pianoforte, armeggia con una striscia di temperamento in feltro rosso “No grazie, accordo a orecchio.”

Con un cacciavite piatto la infila tra le corde.

Sollevo un sopracciglio, incredula. “Ma è da tanto che è lì: non va in confusione?”

Lui prende la chiave di accordatura e con un movimento lento gira una caviglia. “Accordo pianoforti da 25 anni. Ci vuole solo pazienza.”

Toglie la chiave e sfila la striscia rossa “Questa era l’ultima corda. Il suo strumento è accordato: mi suoni qualcosa.”

Si alza e si volta verso di me con gli attrezzi in mano. Sgrana gli occhi e il sorriso incerto si allarga man mano che la sua sorpresa cresce “Io ti ho già visto. Sì, al Conservatorio, una vita fa. Chloe…?”

“Zoe”

“Sì, scusa, Zoe! Sono Guido, ti ricordi di me?”

“Guido! Cosa ci fai qui?”

Gli tolgo dalle mani la chiave e la appoggio su un tavolo, insieme al mio diapason. Di fronte a me ho un bell’uomo di mezza età: qualche sottile ruga increspa gli angoli degli occhi e del naso mentre mi sorride. Ora però ride, con la stessa espressione che aveva a vent’anni.

“Mi sono innamorato di questo lavoro e non lo ho più lasciato. Cosa ci fai tu, piuttosto, in questa scuola privata?”

Una parete di vetro ci separa dai tecnici del suono ma la luce che segnala le registrazioni in corso è spenta.

Mi siedo al pianoforte “È  una lunga storia. Te la racconterò.”

Guido si pianta le mani sui fianchi, con il nastro rosso che gli pende da un lato, fino alle ginocchia “Sì ma quando ci siamo diplomati tu miravi alla carriera concertistica. Cosa è successo?”

Taglio corto “Sono tornata a casa e mi sono appassionata all’insegnamento.” Interrompo il nostro contatto visivo, così capisce che non voglio parlarne. Sfioro i tasti in cerca di concentrazione e inizio a suonare.

“Il Preludio n.2 in do minore BWV847 di Bach è ancora il tuo preferito!” Si siede su una sedia lì vicino e sposta il leggio che si frappone tra lui e me.

Un formicolio s’impadronisce delle mie mani e sbaglio una nota. Mi fermo, senza parole e mi agito sullo sgabello imbottito.

Guido si sporge verso di me “Continua, per favore, suonavi benissimo.” Arrossisco e scuoto la testa: vorrei fuggire da qui. “Sei gentile ad aver fatto finta di non notare il mio errore ma oggi gira tutto storto. Non sono in vena di continuare.”

Cos’ altro potevo dirgli? Che oggi non ho il pieno controllo delle mie mani?

“Continua tu la prova.”

Guido si alza e prende il mio posto. Non guarda il leggio ma mi osserva silenzioso e corruga la fronte. Fa un respiro profondo e inizia la sua interpretazione del preludio.

Ha lo stesso tocco meraviglioso di quando eravamo più giovani e alla fine lo applaudo. Non per cortesia ma per le emozioni che mi ha smosso dentro.

“Bravissimo, lei è il nostro nuovo accordatore?”

Guido si volta verso la ragazza giovanissima che lo applaude insieme a me. È appena entrata nello studio.

“Guido, lei è Lara, l’allieva che preparo per un concorso provinciale: studia su questo pianoforte a coda.”

Lara gli tende la mano “Molto lieta.”

Lui gliela stringe. “Oh, è gelata!”

Lei la sottrae alla stretta. “Fuori c’è un vento gelido che spinge la neve in cumuli.” E la friziona contro il maglione di lana lavorato a mano. “Quando sono arrivata l’autobus aveva già uno strato di bianco sul tetto. Tranquilli, comunque: hanno spalato il marciapiede e i vialetti intorno alla scuola.”

Mi avvicino a loro due. “Lara è già stata mia studentessa in passato ma faccio un’eccezione con lei.”

Si sorridono con immediata simpatia.

“L’insegnante che avevo prima mi preparava solo con l’obiettivo di vincere. Non riuscivo più ad amare la musica, Guido. Io voglio solo suonare e Zoe mi trasmette tanta passione.”

Emetto un pesante sospiro: vorrei accarezzare i lisci tasti del piano ma incrocio le braccia con uno sguardo silenzioso.

Guido si volta verso di me “Perché un’eccezione?”

“Sono anni che non preparo studenti ai concorsi d’interpretazione musicale e che non partecipo alle giurie. Non sono convinta di questo modo di selezionare i pianisti.”

Mi pento di essere stata così diretta: la mia educata opposizione verbale è una menzogna ma come faccio a dire loro che ogni giorno potrebbe essere l’ultima volta che ho potuto suonare?

Guido si alza ma urta gli spartiti, che cadono sul pavimento, ai miei piedi. Ci chiniamo a raccoglierli ma è più svelto lui. Me li porge e le nostre dita si sfiorano: una scarica elettrica mi percorre il braccio.

Mi guarda incredulo ma non commenta e sposta lo sguardo su Lara “Anch’io ho partecipato a concorsi per pianoforte da giovane. Lì ho conosciuto Maestri che mi hanno dato consigli che sono valsi più di qualunque vittoria.”

Con le mani nelle tasche dei jeans, sorride e si china verso di lei “Ti confido che grazie a quelle esperienze ho capito che la mia strada sarebbe andata in un’altra direzione.”

Lara volta la testa e indica il pianoforte “io voglio scoprire se riesco a combinare qualcosa di buono seduta di fronte a una tastiera e sotto tutta quella pressione.” Torna a guardare Guido dritto negli occhi “È una competizione con me stessa, non con gli altri.”

Guido alza un sopracciglio e, compiaciuto, mi guarda “Vedi che allieva matura che hai?”

Si volta di nuovo verso Lara e le da una lieve pacca sulla spalla. “Questo ti fa onore, Lara. Brava, continua così.”

 

Lui raccoglie le sue cose per andarsene ma si attarda e da voce al suo dilemma. “Scusa, Zoe, mi hai colto di sorpresa. Anche tu hai partecipato a concorsi da ragazza ed eri molto brava.” Scuote la testa “Cosa è successo? Dovresti far parte delle giurie ora.”

Gli porgo gli oggetti che ha dimenticato sul tavolo. “Preferisco dedicarmi alla composizione”

Sgrana gli occhi “Componi?”

“Sì, vado in quella direzione.”

Alzo lo sguardo verso i tecnici che parlano nella sala di controllo “Scusa, devo prenotare lo studio per la prossima registrazione. Vieni anche tu, così concordiamo la data?”

 

Seduta al pianoforte interrompo l’interpretazione. Le dita sono ancora sui tasti e lo sguardo chino sulla tastiera.

Guido è nello studio di registrazione con me. “Suonavi benissimo. Perché ti sei fermata?”

“Non riesco a concentrarmi e ho vuoti di memoria.” Scuoto la testa. “Non mi è mai accaduto con questi brani.”

Guido si alza dalla sedia e fa cenno ai tecnici in sala registrazione di aspettare. La luce On Air si spegne. “Può accadere a tutti. Ti prendo gli spartiti?”

“No, grazie. Volevo registrarli per Lara. Li potrebbe  ascoltare a casa tra una lezione e l’altra.”

Guido mi guarda e alza un sopracciglio. “Non capisco: dov’è il problema se ti faccio da volta pagina?”

Gli poso una mano sul braccio “Grazie, sei sempre gentile ma la tensione che ho alla schiena è troppo forte. Per oggi mi fermo.”

Guido non risponde: continua a studiarmi, preoccupato.

Tiro giù il coperchio della tastiera ma ci ripenso.

“Senti, noi due abbiamo idee molto simili nell’interpretare la musica e tu non hai nulla da invidiarmi a suonare.” Lo guardo negli occhi e spero mi dica di sì “Non so come starò nei prossimi giorni: mi aiuteresti a finire di registrare tu?”

Ci riflette sopra. “Posso aiutarti, Zoe. Grazie per la fiducia che dai a un accordatore che non si esibisce da anni.”

Mi alzo dallo sgabello imbottito. “No, Guido, non importa se non sei un concertista: sei ancora un ottimo pianista.”

Guido si siede al piano “Va bene, allora inizio dalla Sonata al chiaro di Luna di Beethoven e finisco con il Notturno opera 15 n.2 di Chopin.”

Mi avvicino a lui “Se ti faccio io da volta pagina te la sentiresti di suonare anche il suo Studio opera 25 n.1? Così Lara si esercita sugli arpeggi e le modulazioni armoniche.”

Scorgo un bagliore malizioso nei suoi occhi. “Non riesco a dirti di no, Zoe.”

Io faccio un respiro profondo: ho bisogno di rallentare i battiti accelerati del mio cuore.

Guido ridacchia. “Pronta? Si inizia!”

Seduta al suo fianco, resisto fino alla fine ma ho dolori a tutta l’ossatura: sono al limite della sopportazione.

Guido finisce l’interpretazione e si volta verso di me. “Tutto bene? Ti vedo provata. Non dovresti essere esausta per quello che abbiamo fatto.”

Lo guardo dritto negli occhi: è inutile mentire. “Ho la sclerosi multipla, Guido.”

Lui sgrana gli occhi ma riprende subito il controllo di se stesso.

“Le medicine che prendo mi permettono di continuare a lavorare ma ho paura di perdere il lavoro e non potermi permettere le cure.”

Mi accarezza una spalla con una dolcezza che mi scalda il cuore.

“Ho paura di diventare un peso per gli altri.”

Nel suo sguardo leggo sincero rincrescimento. “Vieni a cenare a casa mia, Zoe: ti cucino qualcosa di buono e ne parliamo. Vorrei esserti vicino come amico.”

 

Mi sento le farfalle nello stomaco e per la prima volta da quando mi sono abituata a convivere con la malattia sono felice. Rimugino anche che, sensuale com’è Guido, sarà difficile rimanere semplici amici. A peggiorare le cose c’è questa sua peculiarità di dare la massima attenzione alle persone che ascolta e di farti sentire unica. Questo può generare fraintendimenti. Io mi sono presa una cotta per lui, neanche fossi tornata studentessa al Conservatorio. Che cos’è il suo atteggiamento? È interessato a me oppure è innata gentilezza che riserva a tutte le persone?

Seduti al tavolo dell’elegante sala da pranzo di Guido, gustiamo la setosità del nostro vino preferito, dopo una lunga giornata. Le luci sono soffuse e musica soft si diffonde da un sistema audio.

“Quando mio marito ha saputo della malattia, mi ha lasciata. Non riusciva a sopportare il peso emotivo della situazione.”

Guido sgrana gli occhi. “Come? Proprio quando avevi più bisogno di lui?”

Giro a vuoto il cucchiaio nella vellutata di zucca. “Eravamo diventati note dissonanti. Lui non capiva che cosa provavo ma anch’io non ho ascoltato i suoi turbamenti.”

Guido si passa una mano tra i capelli spettinati. “E gli amici? Non hanno fatto qualcosa per aiutarvi?”

“No ma è colpa mia: mi sentivo sempre triste e mi ero isolata. Non accettavo gli inviti a uscire al di fuori del lavoro.”

“Allora con te sono riuscito in un’ardua impresa stasera!”

Scoppio a ridere di fronte alla sua disarmante sincerità e anche lui mi sorride con gli occhi che gli brillano.

La mattina dopo mi sveglio nel suo letto tra la morbidezza di biancheria di qualità, impregnata del nostro profumo. Stendo le dita e trovo il suo calore:  Guido è accanto a me.

Gli accarezzo la guancia. “Pensavo che non mi sarei svegliata tra le tue braccia, dopo quello che è successo stanotte.”

Ho un brivido di freddo e lui mi rimbocca il piumone. “Perché hai fatto fatica a raggiungere l’orgasmo? È la malattia, Zoe.”

“La mia sensibilità è diminuita ma non è sempre così. Grazie, perché con te mi sono sentita ancora una donna.”

“Io ho trovato ancora più bello tutto quello che è successo dopo, stanotte.”

Lo guardo stupita. “Come?”

“Aver dormito abbracciato a te ed essermi svegliato accanto a te. Sono stato con altre donne ma solo tu mi hai fatto provare la magia di questa tenerezza.”

 

Lara si alza di scatto dal pianoforte. “Non è possibile che oggi gli arpeggi mi vengano così male! Quanto manca al concorso?”

Mi avvicino e le faccio una carezza. “Mancano due settimane e tu stai provando troppo, tesoro. Vai a casa a riposarti ora.”

Lara esce dallo studio di registrazione e arriva Guido. Io salgo alla control room, lui mi segue e mi si siede accanto.

Rivedo la registrazione della lezione, ma la mia testa è altrove.

“Cos’è quell’espressione? Hai bisticciato con Lara?”

Distolgo lo sguardo dal video e mi volto verso di lui. “No, sono arrabbiata con me stessa. Tu non puoi comprendere cosa provo a dover dipendere da te nelle lezioni.”

Guido osserva un frammento della registrazione. “Oggi te la sei cavata benissimo senza me.”

Chiudo di scatto la registrazione e mi alzo a guardare dalla vetrata il pianoforte a coda, nero lucente, giù  in sala. “La mia vita non migliorerà più: posso solo curarmi e cercare di non peggiorarla.”

Lui rimane in ascolto.

Non vorrei  guardarlo negli occhi ora ma non sono una vigliacca. “Non voglio la tua compassione, Guido. Perdonami ma io me ne vado.”

Ho già la mano sulla maniglia della porta ma lui mi afferra il braccio. “Non ti ho mai compatito, Zoe ma sai cosa penso? Che sei tu a far andar male le cose perché hai paura di essere felice con me. La tua malattia non centra niente.”

Mi divincolo e me ne vado: non ce la faccio ora ad affrontare il suo scomodo silenzio.

 

Nella platea del teatro un anziano Maestro di musica si avvicina a Lara. “Complimenti signorina. La sua interpretazione è stata la più originale di tutto il concorso: le sue idee mi piacciono.”

Lara si porta le mani alle guance infuocate e io sono orgogliosa di lei: non ha vinto a causa dell’ansia ma il complimento che ha ricevuto vale più di tutto.

Una mano mi si posa delicata sulla schiena. “Ottimo lavoro, Zoe. Lara aveva bisogno della tua passione, non delle mie mani.”

Riconosco  la voce di Guido. Mi volto e i nostri occhi rimangono avvinti in un istante saturo di attrazione.

“Ho cercato di dimenticarti ma non ci riesco. Provo dei sentimenti per te, Zoe.”

Io sorrido e ho un brivido di desiderio. “Anch’io, Guido… con il risultato che mi sei mancato ancora di più.” Gli sfioro le labbra con le dita, per impedirgli di riprendere a parlare. “Mi sono concentrata sulle mie emozioni e non ho tenuto conto delle tue. Mi sbagliavo a pensare che fossero gli altri a dovermi venire incontro. Dovevo farlo anch’io. Scusami.”

Guido mi prende la mano tra le sue e mi sorride. “Io non mi vergogno della tua malattia, come il tuo ex marito. Non vedo differenze tra noi ma apprezzo le nostre reciproche unicità. Ricominciamo da qui, Zoe?”

Guido ha sciolto tutte le dissonanze d’amore che c’erano nella mia vita. È lui la persona giusta per me perché insieme siamo diventati note che risuonano in piena armonia.

«Dissonanze d’amore», copyright © 2024 Simona Maria Corvese

 

… mi sa che faccio prima a dirti che ho pubblicato diverse decine di storie vere con “Confidenze” e che ogni tanto ne condivido qualcuna qui sul mio blog.

Nella foto alcune copertine della rivista, dove sono state pubblicate le mie storie.

 

 

Aggiungo la mia “bio”, aggiornata al 2023.

 

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