LA SCINTILLA DEL RITORNO
di Simona Maria Corvese
Nota dell’autrice: Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi sono frutto dell’immaginazione dell’autrice o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi analogia o riferimento a fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è da ritenersi puramente casuale.
***
Il sole di metà agosto picchia sui lucernari del palazzetto, ma l’aria che respiro è un blocco di ghiaccio stagnante che mi brucia i polmoni, intrisa di ozono, ammoniaca e metallo umido. Fuori la vita brucia di calore; qui dentro la temperatura sosta a zero gradi.
Scivolo lenta a bordo pista. Il body tecnico blu notte mi fascia come una seconda pelle; il tessuto sintetico si strofina sui capezzoli irrigiditi dal freddo e sulla pelle corre un brivido sottile, elettrico. Ogni passo pesa un quintale, i muscoli divorati da questa roba che mi porto dentro. Eppure, ogni volta che metto piede qui, un calore improvviso mi parte dallo sterno.
I miei piccoli allievi tracciano figure sul manto rigido, solcando la superficie con rigature secche.
Una fitta acuta si conficca nell’anca destra e si propaga come fiammate lungo la gamba. Rieccolo. Serro la mascella, spingo i polpastrelli contro la balaustra di legno ruvido finché le articolazioni non dolgono. Mi do una spinta con la punta della lama e scivolo via prima che le ginocchia cedano davanti a loro.
L’eco di passi sul cemento rompe la musica dell’allenamento. Il direttore del centro si avvicina avvolto nel piumino e piccole nuvole di vapore bianco gli escono dalla bocca.
«Tutto pronto per il Gala di Ferragosto?» Si sporge dal parapetto. «Dobbiamo definire l’orario del tuo assolo.»
Tengo lo sguardo fisso sul ghiaccio per nascondere il tremore che mi sale dai muscoli della coscia. «Nessun problema. Stessa coreografia, solita traccia audio.»
«In realtà c’è una novità.» Sorride da un orecchio all’altro. «La dirigenza vuole qualcosa di più per una pattinatrice d’élite come te: ha ingaggiato un pianista per accompagnarti dal vivo al centro della pista. Suonerà un gran coda. Si chiama Marco.»
Alzo un sopracciglio. «Famoso?»
«Quello famoso che volevamo è andato a sostituire il Presidente di giuria a un concorso… e ci ha dato buca.» Tossicchia. «Ti ricordi Marco, il figlio del dottore della clinica?»
Sbianco. Quel Marco.
«Vi abbiamo cresciuti tra queste montagne ed eccovi qui: tu una pattinatrice internazionale, lui un medico affermato che suona come un professionista. Siete l’orgoglio del paese.»
Il sapore metallico dell’aria gelida mi si incastra in gola. Il cuore martella nelle orecchie. Le dita dei piedi si contraggono dentro i pattini rigidi.
Marco. Dieci anni di silenzio cancellati in un secondo. Un calore improvviso mi divampa nel basso ventre: le sue mani da pianista scorrono di nuovo lente e calde lungo la mia colonna vertebrale prima di scendere in pista. Mani capaci di risvegliare ogni centimetro di me.
«Marco è a Ginevra.» la voce mi esce stridula. Chiudo di scatto la zip del piumino fino al mento. «Non ha senso cambiare la traccia adesso.»
«Ha annullato gli impegni ed è già arrivato. Sarà qui tra poco per calibrare i tempi. Sei pronta a provarci ora?»
L’aria gelida mi si ferma nei polmoni. Non posso rifiutare. Ho bisogno di questo ingaggio. Ma come posso fargli vedere come sono ridotta? Proprio a lui, che mi ha vista volare prima che il mio corpo crollasse.
Deglutisco a vuoto, serro la mascella. «Perfetto. Lo aspetto in pista.»
Una spinta secca della lama e mi allontano. Camuffo l’incertezza del passo con una scivolata fluida che taglia la superficie con un sibilo. Il direttore sparisce nel tunnel. Resto sola al centro della distesa bianca. Il sole picchia sui lucernari, ma il freddo parte da dentro.
***
Siedo sulla panchina dell’atrio, le gambe pesanti. Fuori il sole spinge contro le vetrate; l’afa accumula gocce di condensa che scivolano dense sul vetro.
Le dita mi tremano nel slacciare i nodi dei pattini. Lecco una goccia di sudore salato sul labbro. I muscoli delle cosce pulsano, bruciano.
Il bip delle porte scorrevoli taglia l’aria e una zaffata calda d’estate invade la stanza.
Marco.
Giacca di lino scuro, spalle ampie, la postura dritta di chi vive in corsia. Ma gli occhi sono gli stessi di dieci anni fa. Il suo sguardo scende lungo il collo, si ferma sulla scollatura del body umido, stringe sulle curve fasciate dal tessuto.
Incrocio le braccia, rigida. «Il dottor Marco. Non sapevo che il palazzetto rientrasse nelle tue visite.»
Marco non risponde. Azzera le distanze. Il suo profumo di sandalo, cuoio e pelle calda spazza via l’odore di ammoniaca. Si china e, senza un gesto di preavviso, mi appoggia una mano sul fianco. Le dita affusolate si assestano esatte sul punto dove la fitta brucia. La sua pressione non fa male: sprigiona un’onda di calore che si ramifica nel basso ventre. Trasalisco.
«Mio padre sta male.» la voce è bassa, ruvida, mi vibra nello sterno. «La clinica sta fallendo. Sono dovuto tornare.»
I suoi occhi scivolano sulle mie labbra dischiuse. La mano stringe piano la mia vita e mi tira verso di sé; una scossa elettrica mi sale lungo la spina dorsale. La bocca si prosciuga.
Le mie braccia crollano. Le dita s’incastrano da sole nella stoffa ruvida della sua giacca. Espiro un sospiro tremante contro il suo collo, affondando nel suo calore.
Marco fa scivolare le dita lungo il mio braccio, sfiora la pelle d’oca, fino a stringermi il polso dove il sangue spinge impazzito. Si stacca a fatica.
«Ci vediamo in pista tra mezz’ora per le prove.»
Gira le spalle verso il tunnel. Sulla vetrata, la condensa squagliata riflette la luce e io resto sola con il ritmo sordo del mio battito.
***
L’ombra del tardo pomeriggio cala sul palazzetto e tinge la pista di un grigio freddo.
Il gran coda poggia sulla pedana bloccata. Marco si accomoda sullo sgabello e si sistema i polsini della camicia scura. Il top sintetico mi si appiccica alla schiena per il sudore freddo. L’anca brucia, ma serro i denti.
Marco abbassa le mani sui tasti.
Il primo accordo esplode nell’arena. La vibrazione grave penetra il ghiaccio, sale attraverso le lame dei pattini e mi invade il bacino. Muovo i fianchi a tempo con quest’onda profonda, mio malgrado.
Aumento la velocità e forzo le gambe a scatti rigidi. L’articolazione dell’anca urla, le ginocchia stridono; l’aria secca mi brucia in gola. Più lui spinge sui tasti, più io spingo sulle lame ed evito il suo sguardo.
Un accordo violento e stonato fende l’aria.
Marco stoppa l’esecuzione d’impatto e batte i palmi sui tasti. Si alza, si sporge verso di me con il fiato bianco che gli esce dalla bocca a ogni respiro e gli occhi accesi.
«Pattini come se dovessi fare a pezzi il ghiaccio!» la sua voce ruvida rimbomba sulle travi. «Non stai ascoltando una sola nota! Perché mi sei così ostile?»
Freno di colpo davanti a lui e pianto la lama con una torsione secca che alza uno spruzzo di polvere di ghiaccio.
«Perché è il mio corpo che va in pezzi!» gli urlo a pochi centimetri dal viso. Il petto mi sale e scende nell’affanno. «Sta cedendo e io non posso offrirmi a metà! Non sono un tuo esperimento medico e non sarò la tua parentesi estiva prima che tu scappi di nuovo!»
La voce s’incrina. Il suo profumo mi investe, misto al calore che emana nel freddo della pista; le ginocchia mi tremano.
Marco non muove un muscolo. I suoi occhi scendono per un istante sulle mie labbra dischiuse. Ma non si muove. Mi fissa nel silenzio del palazzetto.
Giro i pattini ed esco dalla pista senza più voltarmi.
***
Notte della vigilia di Ferragosto. Mezzanotte.
Lancio un’occhiata all’orologio alla parete. Voglio che la sequenza finale sia senza sbavature. Il mio corpo ce la può ancora fare.
Le mie lame fendono la superficie rigida con un sibilo ritmico. Il sapore metallico del gelo si incrosta sulle mie labbra; l’abito da prova è intriso di sudore freddo e il bacino pulsa come un nervo scoperto. Ma spingo ancora.
Dall’oscurità al centro della pista, un suono si innalza all’improvviso.
Le dita di Marco sfiorano i tasti intonando una melodia smorzata: è la canzone che componeva per me dieci anni fa. Lo ignoro e riduco la musica a un mero sottofondo. Aumento la velocità, serro i denti e sforzo i muscoli oltre ogni limite.
Arrivo al passaggio più complesso. Lancio la spinta per il salto finale, ma la gamba cede del tutto. Una fitta crudele mi si pianta nel bacino. La lama si incastra in una crepa del ghiaccio con un rumore secco. L’equilibrio scompare. Il buio della pista gira all’impazzata e allargo le braccia per attutire lo schianto.
La musica si interrompe con uno stridore stonato.
Le scarpe di Marco scivolano goffe sullo specchio gelato. Un istante prima che io tocchi il fondo, due braccia massicce mi afferrano al volo.
Crolliamo insieme. Scivoliamo sulla pista bagnata e mi ritrovo a cavalcioni su di lui, con i palmi piantati sul suo petto. Sotto di noi, il calore dei nostri corpi fonde la brina, spalancando una chiazza d’acqua limpida.
Le sue mani mi stringono i fianchi con una presa disperata, le sue pupille cercano le mie nel buio. Ha il respiro corto, spezzato. «Che cosa hai? Dimmi cosa ti sta succedendo, dimmelo!»
«Ho la fibromialgia.» sussurro, e le labbra mi tremano per il freddo e la vergogna. «I muscoli si induriscono, i nervi bruciano. Il mio corpo si sta disfando, Marco. Non sono più un’atleta.»
La sua mano sale lenta lungo la mia colonna vertebrale, bollente contro il tessuto umido. Mi schiaccia contro il suo petto, affondando il viso nell’incavo del mio collo.
«Basta scappare.» mormora contro la mia pelle, e il suo respiro caldo si fonde col mio in un’unica nuvola di vapore.
Resto qui, incollata a lui sullo specchio d’acqua del ghiaccio, con il cuore che batte all’impazzata. Il tempo delle maschere è finito.
***
Le luci del palazzetto crollano nel buio. Un raggio dorato e caldo fende l’aria e va a piantarsi al centro della pista. Dal buio degli spalti sale un brusio fitto, un’onda di voci che mi rimbomba nello sterno. Respiro a fondo: l’aria è intrisa di profumi costosi e ozono freddo.
Scivolo verso il bordo. La superficie è una lastra perfetta, trasparente.
La seta azzurra dell’abito mi sfiora le cosce. Dietro, la schiena è nuda; una raffica d’aria gelida mi scorre lungo la colonna vertebrale e la pelle mi si accappona. Ma stasera il freddo non punge.
Marco cammina a passi lunghi verso il gran coda, un’ombra scura sul bianco. Si sbottona i polsini della camicia senza fretta, poi alza gli occhi verso di me. Il primo accordo esplode nell’aria, piano e avvolgente. Il suono si allarga sul ghiaccio e mi trascina dentro. La lama taglia la superficie.
Scivolo via, leggera. Ma a metà della sequenza, l’anca destra mi tradisce.
Un morso secco, affilato, mi parte dall’articolazione e blocca la coscia. Il muscolo si indurisce come pietra. Stringo i denti, tengo il bilanciamento sull’altra gamba e continuo a scivolare. Ho centinaia di sguardi addosso: il collo mi si irrigidisce e vorrei solo chiudere gli occhi.
Devo caricare il salto principale. Fletto la gamba, ma la presa non c’è: se stacco adesso, la gamba cede e mi schianto di faccia sul ghiaccio.
No.
Sposto il peso. Piego il ginocchio sano, stendo la gamba dolorante all’indietro e abbasso il busto finché i polpastrelli non sfiorano la superficie lucida. Il freddo sulle dita va a tempo con il ritmo del pianoforte, come se i tasti premuti da Marco mi toccassero la pelle. I muscoli della schiena si distendono. Il respiro si spiana.
Non stacco gli occhi dai suoi per tutta la virata. Nel cono di luce, sotto le sue sopracciglia fulve, le pupille brillano e riflettono i proiettori.
L’ultima nota del pianoforte sfuma nell’aria, e per un microsecondo c’è il silenzio. Il palazzetto esplode in un boato di applausi.
Resto immobile al centro della pista. Il petto mi sale e scende frenetico sotto la seta bagnata di sudore, l’aria gelida mi brucia nei polmoni.
***
Il palazzetto è rimasto al buio. Il pubblico ha svuotato le gradinate e si è riversato fuori per andare ad aspettare i fuochi di mezzanotte. Il silenzio qui dentro è enorme, rotto solo dallo scricchiolio del ghiaccio sotto le mie lame.
Sono ferma accanto al gran coda e la seta azzurra dell’abito è ancora appiccicata alla pelle. Oltre la grande vetrata panoramica che chiude il palazzetto, le montagne tagliano la notte sotto un cielo incrostato da miriadi di stelle.
Una fitta calda, sorda mi trafigge l’anca. Le articolazioni pulsano, ma la morsa sul petto è sparita.
All’improvviso le cime fuori si illuminano a giorno. Un’esplosione di luce profonda, rossa e oro, squarcia il cielo sopra i crinali e fa tremare i vetri della parete panoramica. Un brivido mi scorre lungo le braccia scoperte. Faccio per stringermi nel vestito leggero, ma un peso caldo mi cala d’un tratto sulle spalle. La giacca di Marco. Le fibre della stoffa rilasciano il tepore del suo corpo, l’odore di cuoio e legno di sandalo.
Faccio un passo indietro sul ghiaccio e raggomitolo i lembi del tessuto sul petto. «A che ora hai il volo per Ginevra?»
La mia voce trema nell’aria fredda.
Marco non risponde subito. Fissa le nostre ombre riflesse sulla vetrata. «Pensavo che Ginevra fosse il traguardo. Come pensavo che lo fosse per te entrare nell’élite del pattinaggio.»
Mi scappa un sorriso amaro, lo sguardo perso verso le cime illuminate. «Sono entrata nel circuito internazionale, sì. Ma non sono mai salita su un singolo podio. Una carriera di sacrifici per restare sempre un passo dietro alle prime.»
«E io ho fatto il medico, come volevo.» e si volta lento verso di me. «Ma in tutte quelle stanze d’albergo a Ginevra sentivo solo un vuoto. Come se mi mancasse un pezzo. Abbiamo fatto un errore, tu ed io.»
Corrugo la fronte. «A inseguire le nostre ambizioni?»
«No» e fa un passo verso di me. «È stato giusto realizzare i nostri sogni. L’errore è stato credere che per farlo dovessimo rinunciare a quello che provavamo. Abbiamo sacrificato l’unica cosa che contava davvero.»
Avanza a passi fermi sulle sue scarpe da passeggio finché non siamo faccia a faccia. Le sue dita calde e ruvide si incastrano con forza tra le mie.
«Non c’è nessun volo.»
La sua voce mi vibra nello sterno.
«Stasera ho firmato i documenti. Rilevo la clinica di mio padre. Resto qui.»
Prima che io possa fare un altro respiro, le sue mani scivolano dentro la giacca, mi afferrano i fianchi e mi tirano contro di lui. La seta dell’abito si schiaccia sulla sua camicia. La sua bocca cerca la mia e preme calda ma urgente.
Insinuo le dita sotto il suo bavero e mi aggrappo alla pelle bollente del suo collo. Il suo cuore batte all’impazzata contro il mio palmo. Fuori, una pioggia di scintille dorate illumina la curva del suo viso, il pianoforte e la lastra di ghiaccio ai nostri piedi. I nostri respiri caldi si fondono in un’unica nuvola di vapore.
Ci stacchiamo piano, ma le sue mani restano ancorate ai miei fianchi.
«Siamo ancora noi.» sussurro contro le sue labbra.
Marco sorride, mi sfiora la guancia con il pollice caldo e mi stringe più forte. «E stasera iniziamo da capo.»
FINE
«La scintilla del ritorno», copyright © 2026 Simona Maria Corvese. Tutti i diritti riservati.
Nessuna parte di questo racconto può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo senza la preventiva autorizzazione scritta dell’autrice.







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