DIPINGIMI UNA STELLA
di Simona Maria Corvese
Nota dell’autrice: Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi sono frutto dell’immaginazione dell’autrice o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi analogia o riferimento a fatti, luoghi o persone reali, viventi o defunte, è da ritenersi puramente casuale.
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Planetario di New York, Central Park
9 agosto e 10 Agosto — Notte di San Lorenzo
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SARA
Il riflesso del neon taglia in due la scrivania di metallo, grigia. Ci appoggio sopra la mia cartella, piena da scoppiare di acquerelli e schizzi della Nebulosa di Orione e il freddo dell’acciaio mi trapassa la manica della maglietta. I colori si accendono in un grido di rivolta in questa stanza che profuma di polvere e scatoloni chiusi.
I miei polpastrelli secchi sono ancora incrostati di gesso acrilico, e la cassa toracica fatica a tenere dentro i colpi del cuore. Ce l’ho fatta. Il dottorato è alle spalle. Il Planetario di New York è il mio qui e ora.
Voglio che la scienza smetta di essere un elenco di formule morte su una lavagna. Apro un testo illustrato di astrofisica per ragazzi e le lettere sulla pagina stampata iniziano a ballare, a girare su se stesse. Il senso di nausea alla bocca dello stomaco, puntuale come un orologio, mi rimanda il trailer di me a sei anni, alle prese con le prime letture scolastiche. E mi provoca uno sbuffo: la mia solita dislessia.
La pergamena del dottorato, che fisso al muro con le puntine, dimostra che posso studiare le stelle sui libri, sì, ma per capirle davvero fino in fondo, io l’universo non devo leggerlo: lo devo disegnare per poterlo respirare.
Un’ombra oscura la porta. Alto, camice stirato alla perfezione, lo sguardo incollato a un tablet pieno di stringhe di codice.
Alza appena lo sguardo. «Tu devi essere la nuova arrivata.» La voce è piatta, un blocco di ghiaccio che azzera l’aria nella stanza. «Io sono Daniel. Niente fuffa colorata qui dentro, per favore. I dati non hanno bisogno di decorazioni.»
Un brivido sottile mi scende lungo la schiena. Benvenuta a bordo, Sara.
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DANIEL
Lo schermo del computer mi rimanda numeri. Coordinate, frequenze, flussi di dati. Puliti. Prevedibili. Nessuna sbavatura. Traccio l’orbita dello sciame meteorico con una precisione maniacale, tasto dopo tasto, così il silenzio della stanza non mi inghiottisce.
Così non cado.
Sposto il cursore verso la x in alto, ma la mano si muove da sola sul mouse: settore di Andromeda. Ingrandisco l’immagine fino a isolare quel minuscolo granello di luce. La sua stella. Adesso posso spegnere il pc: buona notte, Isabella, io non ti dimentico. Il petto mi si stringe in una morsa nota, l’aria mi scivola via dai polmoni e torno indietro a cinque anni fa, nel momento in cui il mio mondo ha smesso di girare.
La porta si spalanca ed entra Sara. Un fuoco d’artificio esploso dentro un ufficio postale. Ha macchie di vernice persino sulla guancia… Ma cos’ha da sorridere a tutti?
Alle sue spalle compare il Direttore. «Ragazzi, dobbiamo co-dirigere i programmi estivi» e ci stringe nella morsa di un destino comune. «Lezioni per i ragazzi e un laboratorio di astronomia al reparto oncologico pediatrico.»
Gelo. Il reparto oncologico. Uno stilo di ghiaccio mi si pianta dritto nello stomaco, mi manca il fiato. La gola mi si chiude all’istante.
«Benissimo», interviene lei. I suoi occhi si spalancano, lucidi di una luce che mi fa paura. «Porterò i tubi di cartone per i telescopi fai-da-te, i glitter per le galassie e…»
«No.», la interrompo, e la mia voce suona più dura di quanto volessi. «Hanno bisogno di rigore. La fisica spiega il mondo. Le favole non salvano nessuno.»
«Non sono favole, Daniel! È un modo per farli respirare, per farli scappare da quelle quattro mura.»
I denti mi stridono. Non sa niente. Non ha idea del sapore delle medicine, del rumore dei macchinari, di cosa significa guardare la persona che ami scomparire tra quelle mura.
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SARA
Il proiettore del Planetario emette un sibilo stridulo e si spegne, catapultando i bambini della scuola estiva nel buio totale. Si leva subito il brusio preoccupato e il fruscio dei piccoli che si muovono sulle poltrone. Daniel impreca sottovoce e digita frenetico sul pannello di controllo.
Non c’è tempo. Le mie dita si muovono da sole per l’adrenalina. Afferro una torcia tascabile, tolgo il filtro e ci incollo sopra il pezzo di cartoncino nero che ho punzonato la notte scorsa, fino a farmi venire i crampi alle mani. Accendo la luce verso il soffitto cupo. La costellazione di Cassiopea brilla sopra di noi, imperfetta ma nitida.
«Sentite?» sussurro. Cammino piano tra le poltrone e il silenzio si riprende la stanza. «La luce non la inventiamo noi. È già lì fuori. Noi dobbiamo solo imparare a custodirla e a farla passare attraverso il buio.»
Nell’oscurità mi blocco: il ticchettio delle dita di Daniel sui tasti si arresta all’improvviso. Il suo respiro, poco distante da me, perde quella rigidità meccanica. Diventa profondo. Vulnerabile.
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Reparto oncologico pediatrico
DANIEL
In reparto una bambina minuta è raggomitolata sulle coperte, con la cannula dell’ossigeno trasparente che le segna le guance. Mi guarda e mi trafigge con un sorriso d’impatto, così vivo da spaccarmi il petto in due.
Sara è piegata sul bordo del letto: la stoffa dei jeans è incrostata di vernice e i polpastrelli luccicano di porporina blu. Fa scorrere un pennarello rosso su un foglio da disegno.
«Guarda qui, Lily,» traccia un cerchio marcato e lo colora tutto. «Quando il nucleo si scalda così tanto, la stella si gonfia, diventa un gigante di fuoco e… boom, regala i suoi colori all’universo.»
Mi avvicino con i miei grafici plastificati, stringendoli così forte che la plastica mi taglia la pelle. È arrivato l’alieno!
Lily mi guarda e mi allunga un foglio spiegazzato. Piego la testa di lato con lo sguardo puntato sul disegno: è una stella gialla, contornata da un alone viola. Sopra c’è scritto, a grandi lettere tremolanti: Sara.
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DANIEL
«Sara mi ha detto che guardi sempre il cielo», sussurra la bambina, con una voce sottile che mi vibra fin dentro le ossa. «Questa è per la tua stella. Così non sei più solo quando c’è giorno.»
Mi piego sulle ginocchia con un movimento lento, fino ad arrivare alla sua altezza, e lascio cadere i miei schemi a terra.
Abbasso lo sguardo sul disegno. Lo sollevo verso di lei. Una fitta bruciante mi sale dalla pancia fino alla gola, un nodo acido che mi impedisce di inghiottire. Per la prima volta dopo anni, la corazza cede. Un sorriso mi si stende sulle labbra e sale fino agli occhi, ma mi fanno male i muscoli del viso, ormai anestetizzati da troppo tempo.
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DANIEL
«Le condizioni di Lily sono peggiorate. È stata trasferita in terapia intensiva.»
Le parole della caposala mi colpiscono come un pugno in pieno volto.
Il corridoio dell’ospedale è diventato troppo stretto, il bianco delle pareti così accecante da darmi le vertigini. Tutto come allora. Quel profumo dolciastro di disinfettante mi penetra nei polmoni e non riesco a respirare.
«Daniel, aspetta!» Sara mi rincorre, mi afferra per un braccio. Il calore della sua mano sulla mia pelle è insopportabile con il gelo che ho dentro.
«Lasciami andare, Sara.» e le strattono il braccio. Un’ombra vela i suoi occhi, l’ho ferita ma il terrore mi acceca, liquida ogni ragione. «È stato un errore! Questo entusiasmo, queste false speranze… non servono a niente! La realtà è questa! La scienza è crudele, la biologia lo è ancora di più! Io non posso farlo… Non ce la faccio a guardare di nuovo qualcuno che si spegne!»
La lascio lì, sola in mezzo al corridoio, con le sue costellazioni di carta che le scivolano dalle dita e non ho il coraggio di guardarla.
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Planetario di New York, Central park
SARA
Il legno nudo della scrivania è spoglio. Stacco gli acquerelli uno a uno e rimane solo l’impronta quadrata della polvere sul muro.
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Casa di Sara
Sul divano, affondo il mento tra le ginocchia tirate al petto. Sullo stucco del soffitto corre la solita crepa di sbieco; la percorro con gli occhi finché non iniziano a bruciare, ma la nausea allo stomaco non accenna a scendere. Un macigno freddo, piantato proprio sotto le costole.
Sono solo un’illusa che gioca con i pastelli.
La voce di Daniel mi rimbomba dentro, limpida e tagliente come un bisturi: «la medicina è crudele, la realtà è un’altra.» E io lì, in mezzo al corridoio, con un pugno di stelle di cartone tra le dita anche se tutto crollava.
Ma io non getto la spugna! Lo faccio per questi bambini che hanno un coraggio enorme… per Lily… Il calore minuscolo delle sue dita chiuse intorno al mio pollice, le sue pupille dilatate, enormi nel viso smunto, che sfiorano i crateri in rilievo sulla carta. Lei è chiusa in una stanza che puzza di disinfettante e non smette di cercare la luce.
Una scossa improvvisa mi attraversa i bicipiti, liquida e calda. Un formicolio che parte dai polpastrelli e mi fa rizzare i peli sulle braccia mi scuote dal torpore. Se mi fermo adesso, il buio vince davvero. E la notte, per mostrare le stelle, deve prima diventare nerissima.
Mi alzo di scatto dal divano, inciampo nel bordo del tappeto e avanzo di due passi con il sangue che mi si gela nelle vene ma ho la meglio sulla forza di gravità e non cado. Afferro dal tavolo il metallo freddo del telefono e le dita tremano così tanto che sbaglio sblocco al primo tentativo. Inspiro a fondo e lascio che la rabbia mi gonfi i polmoni e mi raddrizzi la schiena.
Sullo schermo compaiono i numeri della segreteria del Planetario e il contatto del Direttore. Faccio partire la chiamata. Il segnale scatta dall’altra parte e il tremolio alle mani scompare.
Daniel può continuare a barricarsi dietro le sue equazioni se preferisce scomparire. Io ho una promessa luminosa incisa su un foglio spiegazzato, e non ho intenzione di lasciarla spegnere.
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Reparto oncologico pediatrico
DANIEL
Un vocio soffuso, fatto di risatine soffocate e dello strusciare di pennelli sul cartone, filtra attraverso il battente di legno dell’aula conferenze, infrangendo il silenzio del corridoio. Avanzo con le scarpe che pesano come ghisa sul linoleum e spingo la porta.
Lunghi rotoli di carta blu notte rivestono le pareti, e trasformano la plastica bianca dell’ospedale in una notte profonda. Macchie irregolari di tempera ocra, spirali viola tracciate a dita nude ed esplosioni di porporina d’argento coprono ogni spazio. In mezzo a quell’universo imbrattato c’è Sara. Un baffo di vernice blu le taglia lo zigomo, le occhiaie sono scavate dalla stanchezza e i capelli sono sciolti, disordinati. Si inginocchia accanto a un bambino su una sedia a rotelle; con una mano gli sostiene il gomito sottile, con l’altra scivola delicata sulla sua, guidando un tratto di colore verso l’alto.
Un sapore amaro mi sale in gola, una stretta acuta che parte al centro del petto. Il primo passo alla cieca dentro la stanza fa scricchiolare la soglia in finto legno.
Il brusio si smorza. Il pennello tra le dita di Sara s’arresta a mezz’aria, a pochi millimetri dalla carta. Lei si gira. Le sue pupille intercettano le mie e l’aria nella stanza si ferma, sospesa tra il sapore del disinfettante e l’odore pungente del tempere fresche.
Faccio scivolare la mano dentro la borsa di pelle e tasto il bordo ruvido dei fogli lucidi di calcolo. Li estraggo con le dita che mi tremano e li faccio scorrere davanti a me come uno scudo che finalmente cade.
«Ho… ho stampato queste.» la mia voce parte incrinata, secca, prima di ritrovare un filo di fiato. Srotolo il primo foglio plastificato davanti al viso curioso del bambino sulla sedia a rotelle. Non ci sono più stringhe di codice o grafici. Le linee bianche sottili tracciano la mappa esatta del cielo, con le coordinate delle costellazioni. «Sono le mappe astronomiche della notte in cui ciascuno di voi è nato. La posizione esatta delle stelle sopra la vostra testa nel momento preciso in cui siete arrivati.»
Mi spingo più vicino, l’odore di vernice e cartone bagnato mi investe la faccia. La presa rigida delle dita di Sara si allenta piano sul pennello. Nessuna piega di rancore sulla bocca; solo un’apertura pulita, limpida, che scarica d’un colpo tutto il peso delle mie difese.
Guardo il bambino. «Siamo fatti della stessa sostanza delle supernove.» ma lancio un’occhiata anche a lei. «Non dimenticatelo.»
Abbasso lo sguardo, mi chino sulle ginocchia fino a far toccare i jeans al pavimento sporco di tempera bagnata. La mia mano scivola su quella del piccolo e copre con delicatezza le sue dita fredde e minute avvolte sul legno del pennello. Affondo la punta delle setole in un barattolo aperto di colore oro.
Il respiro di Sara si avvicina al mio orecchio e si accovaccia sui talloni, accanto a me.
«Scusami.» le sussurro senza staccare gli occhi dal filo dorato che la nostra mano traccia sulla carta scura. «Avevi ragione tu. La scienza ci dice come siamo fatti… ma l’arte ci ricorda perché vale la pena vivere.»
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SARA
Proprio le sue dita che sul pannello di controllo si muovevano rigide e distaccate come un algoritmo, ora circondano con delicatezza le nocche magre di Matthew. Il suo pollice, macchiato di tempere ancora fresche, asseconda la mano del bambino, che trascina il pennello imbevuto d’oro dalla figura di Orione fino alla sagoma del Toro. Le sue spalle si distendono: non c’è più quella tensione contorta che le bloccava, ma la curva morbida di un respiro largo, profondo, restituito al petto.
Ci avviciniamo alla grande vetrata in fondo al corridoio. Fuori Manhattan sfuma piano in un blu profondo, che avvolge i contorni dei grattacieli riducendoli a profili scuri. I punti di porporina sul murale catturano i riflessi delle luci soffuse dell’ospedale; una dopo l’altra, le finestre della città si accendono, un reticolo immenso di punti luminosi che rispecchia la nostra galassia di carta appesa ai muri.
Daniel muove la mano verso la mia. I suoi polpastrelli scivolano sul dorso della mia pelle sporca di gesso e acrilico, le sue dita si incastrano tra le mie. Il calore ruvido del suo palmo pressa sul mio, senza più alcuna esitazione.
Alziamo lo sguardo insieme. La presa della sua mano si stringe un po’ di più. Oltre le sagome rigide dei tetti, nello spazio d’ombra tra due palazzi, una stella solitaria brilla e palpita più forte delle altre. Non so quale sia il suo nome scientifico, e stasera non importa. La sentiamo e basta.
FINE
«Dipingimi una stella», copyright © 2026 Simona Maria Corvese. Tutti i diritti riservati.
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