UNA STORIA VERA DI AMORE E GUERRA

UNA STORIA VERA DI AMORE E GUERRA

A molti autori piace ambientare le loro storie di genere romance (o parte di esse) nel periodo della Seconda Guerra Mondiale. È vero che gli amori che nascono in tempi di guerra sono più intensi e passionali: per legge di sopravvivenza ci si aggrappa alla vita, la cui più bella forma di espressione è proprio il sentimento dell’amore. Ho letto tanti romanzi di questo genere, con autori che si sono documentati più meno bene sui fatti storici, gli usi e i costumi del periodo della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia spesso noto eroi ed eroine che hanno dell’assurdo nel contesto storico in cui sono posti: di sottofondo manca un senso realistico del personaggio. Sento poco, molto poco espresso in modo credibile il sentimento dell’amore in personaggi che dovrebbero essere persone comuni. Alla fine è come vedere un filmone di Hollywood dove, appunto, tutto è terribilmente spettacolare.

Le persone comuni di quel periodo storico, scusate la franchezza brutale, non avevano da sfogliar verze. Lottavano per sopravvivere, per mettere qualcosa da mangiare nel piatto tutti i giorni. A Milano vivevano di tessere annonarie perché il cibo era razionato. Le storie d’amore, vere, di persone comuni (non parlo di eroi passati alla storia) durante la Seconda Guerra Mondiale erano sì più intense a causa delle difficoltà che si dovevano affrontare ma anche basate su circostanze di vita quotidiana molto più concrete di quello che noi lettori immaginiamo leggendo un romanzo oggi.

Ci sono stati anche tanti eroi invisibili che non sono passati agli onori della storia ma che, tuttavia, hanno fatto la storia di quel preciso periodo, insegnandoci che cosa voglia dire amare veramente.

Io ho un esempio diretto in famiglia. Il mio nonno materno rimase vedovo, con un bambino piccolissimo, durante il Ventennio. Originario di Milano, decise di lasciare Genova e tornare alla sua città natale. Aveva combattuto la prima Guerra Mondiale ma aveva superato l’età utile per essere arruolato allo scoppio del secondo conflitto mondiale.  Quando scoppiò la guerra si era risposato da poco e, come la maggior parte delle persone comuni a Milano, affrontava le difficoltà derivanti dal conflitto. Era andato ad abitare in una zona di Milano chiamata Bicocca e la sua casa era a circa 300 metri dallo stabilimento della Pirelli. Scommetto che hai già intuito cosa significa: era come essere seduti su una polveriera. La Pirelli era un obiettivo degli inglesi. Nel 1940 Milano fu bombardata 7 volte ma furono solamente prove generali. Nel 1942 ci fu un solo attacco, in ottobre. Le incursioni si fecero più massicce nel 1943. Dopo l’attacco del febbraio 1943, in cui i bombardieri cominciarono a prendere la mira proprio all’altezza di Greco, i miei nonni decisero di rifugiarsi come sfollati a Calvenzano nella pianura della Gera D’Adda (BG), ospitati da parenti. La casa era intatta ma non era più prudente rimanere, anche perché scarseggiava il cibo (in molti quartieri fu messa fuori uso la distribuzione delle tessere annonarie): era chiaro che la situazione sarebbe andata peggiorando. I bombardamenti del 1940 avvenivano spesso di notte, perché gli inglesi partivano dal sud dell’Inghilterra alla sera, sorvolavano la Francia, la Svizzera e arrivavano a Milano intorno a mezzanotte. Bombardavano per un’ora e poi se ne tornavano a casa. Il bombardamento del 1942 avvenne alle 18 circa, cogliendo la popolazione di sorpresa. Il bombardamento del febbraio 1943 tempestò di bombe la città tra le 22.30 e le 23.30.  Furono tutti bombardamenti molto mirati e precisi e devi sapere che a Milano i rifugi  pubblici antiaerei erano insufficienti rispetto alle concrete esigenze di salvarsi la vita durante gli attacchi. La casa di mio nonno, vista la vicinanza a un obiettivo sensibile come la Pirelli era dotata di un rifugio antiaereo privato. Tutte le persone anziane dell’età dei miei nonni, che mi hanno raccontato queste storie di guerra quando ero una ragazzina, insistevano nel ricordare che esisteva una contraerei italiana nella zona di Greco (che in linea d’aria era vicina alla casa dei miei nonni). Nei loro ricordi la frase ricorrente era: “la contraerei di Greco, là, nei campi di Greco”). Tutte le case della zona avevano le finestre oscurate con carta scura, in modo che quando di notte arrivavano gli aerei a bombardare, le case non fossero individuate.

In casa con mio nonno vivevano sua moglie e la madre di lui, paralizzata a causa di un ictus e quindi non trasportabile. Durante i bombardamenti del 1940 mio nonno stava in casa con sua madre e mia nonna, incinta, scendeva nel rifugio. La mia anziana e malata bisnonna non veniva mai lasciata sola, nonostante lei esortasse i due sposi ad andare a mettersi in salvo. A partire dal bombardamento della notte tra il 18 e 19 dicembre 1940 però qualcosa era cambiato in famiglia: insieme ai miei nonni c’era anche mia madre, che aveva solamente 3 mesi. Quando alle due di mattina suonarono le sirene, mia nonna non ebbe esitazioni: mise mia madre tra le braccia di mio nonno e disse: “Rimango io con nonna Luigina”. Si abbracciarono consapevoli che quella poteva essere l’ultima volta che si sarebbero visti, poi mio nonno scese velocemente le scale con la neonata in braccio ed entrò nel rifugio della loro scala, sempre aperto a chiunque cercasse una via di salvezza. Alle 4.30 di mattina l’allarme cessò e, piano piano le persone tornarono alle loro abitazioni. Da quel momento in poi fu mia nonna a rimanere con nonna Luigina durante i bombardamenti rispettivamente dell’ottobre 1942 e febbraio 1943. Mio nonno ricordava che durante gli attacchi gli adulti cercavano di distrarre i bambini facendoli giocare, altre persone pregavano ma tutti cercavano di non spaventare i bambini. Quando mio nonno, con mia madre di ormai  due anni e mezzo, tornò in casa la notte del febbraio 1943 sentì dalle parole di mia nonna che cosa avevano provato. Loro non lo sapevano ma per un’ora c’era stata una pioggia di bombe sulla città. I vetri delle finestre tremavano come se stessero per infrangersi tutti oltre il sottile strato di carta che li oscurava. Anche i muri della casa sembravano tremare durante l’attacco e, bada bene, con le mura spesse delle case di una volta, ce ne vuole ad arrivare a percepire questa sensazione: ti rende l’idea della potenza degli ordigni sganciati dai Lancaster. Ogni tanto, attraverso le finestre oscurate, giungevano deboli riverberi di luci.

Non so cosa fossero questi riverberi di luci che mia nonna ha visto: le esplosioni delle bombe? I bengala rossi? La suggestione causata dal terrore che si prova in una simile situazione, sapendo di non avere via di scampo? Potrebbero essere tutte queste cose. Ho verificato e i dati storici dicono che i 138 bombardieri Lancaster “arrivarono sulla città da nord-ovest, proseguendo poi in direzione est e lanciando razzi rossi: si trattava di pathfinders che precedevano l’armata aerea tracciandone la rotta dal lago Maggiore in avanti” e anche che gli aerei avanzavano scaglionati in gruppi, cominciando a prendere la mira all’altezza di Greco”. I dati dunque tornano, ma lascio un margine di dubbio sulle luci rosse dei bengala: furono effettivamente lanciati ma non sono in grado di dire se fossero visibili realmente quella notte nello spazio aereo tra Bicocca e Greco e quindi percepiti come un riverbero di luce da una persona chiusa in casa.

Questa è la testimonianza diretta dei miei nonni materni. Un amore non da film hollywoodiano il loro ma così forte, intenso, da dire: “Salvati tu, vivi per me” (i miei nonni) ma anche “Io non ti abbandono, rimango con te” (mia nonna con la suocera).

Questo post é dedicato a loro. Nel mese dei morti è così che li voglio ricordare.

A Francesca e Carlo, per sempre nei nostri cuori.

Simona

Nota: date e dati storici tecnici sono stati verificati dall’autrice, a supporto del memoir dei suoi nonni materni.

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