UNA CHITARRA PER VIOLA


Simona Maria Corvese

UNA CHITARRA PER VIOLA
Le storie di Sinfonia della Felicità

“Non si può toccare l’alba se non si sono percorsi i sentieri della notte”. Kahlil Gibran

Questo racconto, adatto a un pubblico adulto ma anche a ragazzi, è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.
“Una chitarra per Viola”, copyright © 2018 Simona Maria Corvese.

Viola uscì dall’aula pensierosa e risentita per quello che l’insegnante le aveva appena detto.
“Hai le mani tozze, non sono adatte a suonare il pianoforte… tuttavia sei stata brava e hai molto orecchio. Passa domani a vedere i risultati delle selezioni… può darsi che ci siano ancora posti di riserva liberi per il corso di chitarra…”, le aveva detto il maestro che seguiva gli allievi del corso di pianoforte.
Viola, ferma in mezzo al corridoio e totalmente indifferente al viavai degli studenti che, come lei, quel giorno avevano sostenuto l’esame di ammissione alla scuola civica di musica, si guardò le mani. Le sue dita erano aggraziate e affusolate, senza alcun’orma di dubbio.
Come aveva potuto quell’uomo mentire così spudoratamente?

Il giorno seguente Viola tornò a scuola. Si avvicinò con apprensione alla bacheca dove era stata affissa la lista delle persone che avrebbero avuto accesso diretto ai corsi di musica di quell’anno scolastico e quella delle persone tenute di riserva. Si fece largo tra gli studenti e fece scorrere l’occhio sulla prima lista. Niente. Spostò lo sguardo, ancora carico di speranza, sulla seconda lista. Era la seconda persona tra le riserve. Ciò significava che, se qualche studente si fosse ritirato nel corso dell’anno, lei sarebbe stata la seconda persona a essere chiamata. In caso contrario avrebbe avuto accesso di diritto al corso di musica per l’anno successivo a quello che stava per iniziare.
Viola sapeva che le possibilità che qualcuno si ritirasse erano quasi nulle, visto il numero limitato di posti per la scuola di musica.
Accanto al suo nome era stato aggiunto, tra parentesi, ‘corso di chitarra classica’. Viola emise un sospiro sconsolato, scuotendo la testa. Quel risultato significava una sola cosa: avrebbe dovuto attendere un anno intero prima di accedere al corso.
Si allontanò dalla bacheca, percorrendo il buio corridoio della scuola a testa bassa. Arrivata in prossimità di un finestrone aperto che dava sul giardino interno, l’improvvisa luce di quel pomeriggio di settembre le ferì gli occhi e una folata di vento le scompigliò i lunghi riccioli color del grano maturo. Istintivamente voltò lo sguardo dalla parte opposta e, solo in quel momento, notò che sulla parete di quel lato del corridoio c’era un’altra bacheca, tappezzata di foglietti dai colori sgargianti.
La sua attenzione fu attirata in un primo momento da quell’allegra tavolozza di colori ma, subito dopo, da un volantino arancione con disegnata sopra una chitarra. Si avvicinò e comprese che era l’annuncio di un insegnante di chitarra che impartiva lezioni private.
Viola, senza pensarci troppo, staccò quella parte del bigliettino con il numero di telefono del maestro di chitarra.
Tornata a casa, spiegò alla nonna com’era andata.
“Meglio così, Viola”, le disse la donna “Non possiamo permetterci di acquistare un pianoforte e neppure di noleggiarlo… è troppo costoso… e non ci starebbe in questo minuscolo bilocale…”.
Viola annuì senza parlare.
“… ma una chitarra puoi permettertela… e per le lezioni non ti preoccupare. Posso contribuire a sovvenzionarti una parte del corso. Perché non provi a contattare quell’insegnante privato?”, le suggerì con franchezza ma anche con entusiasmo l’anziana signora.
Più tardi, dopo aver pranzato con la nonna e aver rigovernato la cucina, Viola riprese in mano il bigliettino che aveva preso a scuola. Sdraiata sul suo letto, nella solitudine della camera da letto che condivideva con la nonna, fissava quel numero di telefono, preparando mentalmente le parole da usare per parlare con il chitarrista. Il suo sogno era sempre stato quello di imparare a suonare il pianoforte ma, realisticamente, non poteva permetterselo. Sua madre era morta da un anno e lei viveva con sua nonna. A 17 anni Viola doveva fare i conti con la sua situazione economica: la pensione della nonna non era sufficiente e il lavoro che svolgeva come commessa in una libreria, dopo la scuola, bastava a malapena a far quadrare i conti. Con i suoi risparmi e l’aiuto della nonna, sarebbe riuscita a pagarsi qualche lezione di chitarra, giusto per apprenderne i rudimenti e continuare poi a strimpellare un po’ a casa.
Il silenzio nella stanza fu rotto dalla voce del giornalista che annunciava le notizie del telegiornale. Le pareti della camera da letto e di tutto l’appartamento, erano così sottili che quando i vicini di casa accendevano la televisione, Viola riusciva a sentire nitidamente quello che veniva detto, anche se il volume non era alto.
Sedette sul letto, afferrò il cellulare che aveva appoggiato sul comodino e compose il numero di telefono.
Al terzo squillo rispose un uomo. Aveva un timbro di voce profondo e giovane.
Viola ebbe un attimo di esitazione a parlare: si era aspettata di trovare un uomo attempato.
“Pronto?”, ripeté l’uomo all’altro capo del cellulare.
“Buona sera… sono Viola Ferrari… parlo con Fabio Castelli?”, chiese con esitazione.
“Sono io!”, rispose l’uomo.
Il suo tono allegro e brioso confermò le supposizioni di Viola: doveva essere un ragazzo. “Oh, bene… chiamo per quell’annuncio che ha affisso alla bacheca della scuola di musica… sarei interessata a delle lezioni private di chitarra classica…”, spiegò impacciata.
Fabio, molto disinvoltamente, prese il controllo della situazione. Le fece un paio di domande per chiarire quali fossero le sue aspettative, poi le diede appuntamento per la prima lezione, che le avrebbe impartito .
“C’è un solo problema…”, disse timidamente Viola, prima che Fabio chiudesse la comunicazione “… ecco… vede… io non possiedo ancora una chitarra…”. Le era costato molto rivelare quel particolare… ma era determinante.
“Non ti preoccupare, Viola!”, rispose lui, prorompendo in una risata argentina e contagiosa. “A lezione parleremo anche di questo. Ti aspetto martedì prossimo… e vedrai che ci sarà una chitarra anche per te!”, la rassicurò Fabio allegro.
Viola rimase subito conquistata da quel modo di fare così positivo: con poche parole Fabio le aveva saputo infondere fiducia nel futuro… una sensazione che non provava ormai da molto tempo.

Pochi giorni dopo Viola si presentò a casa di Fabio per la sua prima lezione di chitarra classica. Insieme a Fabio l’accolsero sua madre e sua cugina, che viveva con loro. Viola notò subito che la cordialità e la cortesia era una qualità di tutta la famiglia.
La signora Castelli fece gli onori di casa e la invitò ad accomodarsi in quella che chiamava la stanza “dei ragazzi”.
Viola sorrise di fronte a quell’affermazione. L’appartamento dove vivevano era composto da una cucina, un salotto, una camera da letto matrimoniale, un bagno… e una minuscola stanza che Fabio e la cugina condividevano.
Originariamente quella era stata la camera di Fabio. Da quando era nata sua cugina, era diventata la camera di tutti e due. I genitori della ragazza erano due medici che effettuavano trapianti in tutto il mondo e siccome dovevano affrontare lunghe trasferte all’estero, la cuginetta era praticamente cresciuta in casa con la zia paterna, la mamma di Fabio. Lavinia, che doveva avere suppergiù l’età di Viola, era come una sorella per Fabio… e Fabio poteva essere più vecchio di loro di almeno un decennio. Nella stanza non si vedevano letti. C’era solo un divano, un modesto armadio bianco, intervallato da due mensole cariche di libri, che occupavano un’intera parete e una piccola scrivania dello stesso colore, appena sotto la finestra.
Fabio prese un leggio e lo posizionò di fronte a una delle due sedie che aveva disposto accanto al divano, per la lezione. In quel momento sopraggiunse la cugina, con una chitarra in mano. Una bellissima chitarra laccata di azzurro sulla superficie della cassa armonica.
“È bellissima…” disse con un filo di voce, guardando Lavinia “È tua?”, le chiese.
La ragazza scosse la testa sorridendo “No, è sua”, rispose, indicando il cugino “Io suono la viola!”.
Viola si voltò verso Fabio che, dall’alto della sua statura, la stava studiando con il sorriso sulle labbra. Con quella folta chioma di capelli castani lisci, tagliati corti e portati con la riga da un lato, sembrava un ragazzino ma la seconda occhiata che Viola gli diede le confermò che poteva avere parecchi anni più di lei.
“È stata la mia prima chitarra e, se ti piace, te la presto per tutto il tempo che seguirai le lezioni”, le propose mentre prendeva posto sulla sua sedia “Avrai più tempo per decidere se ti piace questo strumento e se vuoi continuare a studiarlo”. Con la mano Fabio le fece cenno di sedersi e iniziarono la lezione.
Viola uscì dalla casa di Fabio e Lavinia felice e soddisfatta. Il clima che aveva trovato in quella famiglia era stato subito accogliente e sereno. La lezione era stata interessante al punto che Viola ebbe la sensazione che il tempo fosse trascorso velocemente. Fabio era stato così bravo da farla appassionare subito allo strumento… l’idea di studiare pianoforte era ormai un pensiero accantonato, senza esitazioni.
Da quel giorno Viola si recò a casa di Fabio due volte alla settimana, per le sue lezioni di chitarra e, in pochi mesi, imparò più cose di quante ne potessero apprendere gli studenti dei corsi collettivi della scuola di musica civica.
Durante le lezioni Viola, Fabio e Lavinia, ebbero anche occasione di conoscersi meglio.
Fabio, un po’ per volta, lezione dopo lezione, conquistò la fiducia di Viola con il suo modo di fare gentile e sensibile. Abilmente il ragazzo riuscì a conoscere la situazione familiare di Viola e apprese che la ragazza viveva con la nonna materna, dopo la morte della madre, avvenuta un anno prima.
Viola non aveva mai conosciuto suo padre ma la cosa più triste non era questa, come ebbe modo di apprendere Fabio. In un primo momento aveva pensato che la madre della ragazza fosse morta di un brutto male ma si sbagliava.
Viola era molto chiusa di carattere e Fabio aveva capito che se voleva che la ragazza si aprisse con lui ed esternasse i motivi delle sue ombrosità, non doveva pressarla con domande dirette.
Un giorno, a dicembre, Fabio, Viola e Lavinia, decisero di fare un giretto agli “Obei Obei”, i tradizionali mercatini di Sant’Ambrogio e dell’Immacolata che si tenevano a Milano il 7 e 8 dicembre. Fabio era realmente felice di constatare che le due ragazze, coetanee, erano diventate amiche da subito, condividendo la loro passione per la pasticceria. Accadeva di sovente che, al termine delle lezioni di chitarra, Viola e Lavinia si attardassero in cucina a sperimentare nuovi biscottini da cucinare.
Lui era il fortunato che aveva l’onore di assaggiare per primo le loro fantasiose creazioni. Nel periodo natalizio i biscottini di pastafrolla che sfornavano e decoravano poi con la glassa… erano irresistibili!
Fabio aveva compreso che a Viola piaceva trascorrere del tempo con loro, al di là delle lezioni. Molto probabilmente lì riusciva a respirare l’atmosfera di una vera famiglia, che era sempre mancata a casa sua.
Fabio era molto dispiaciuto per le carenze affettive che aveva sperimentato la ragazza e per le difficoltà economiche che stava attraversando. Perché le fosse mancato un riferimento emotivo così importante in famiglia non era ancora riuscito a scoprirlo.
Quel giorno d’inverno, di fronte a una bancarella, Fabio notò lo sguardo di Viola. Faceva così freddo che quando si fermavano a valutare gli oggetti esposti, commentandoli tra di loro, delle nuvolette di vapore uscivano dalla loro bocca. Viola si era fermata e osservava in silenzio degli orologini da portare al collo con una catenina. Non erano oggetti di valore ma erano molto carini. Si aprivano e avevano un doppio fondo, dove poter riporre la foto di una persona cara o un messaggio personale e segreto. I coperchi erano intarsiati finemente con motivi di cuoricini o stelline oppure farfalle.
“Ti piacciono?”, le chiese sottovoce, con tatto, dopo essersi avvicinato a lei con discrezione.
“Mia madre ne aveva uno uguale”, gli rispose Viola con un velo di tristezza nella voce. “Lo indossava quando si è suicidata”, disse, quasi vergognandosi di avergli rivelato una parte così intima della sua vita “il suo però era un oggetto di valore… abbiamo dovuto venderlo a un orefice qualche mese dopo, per far fronte a necessità economiche”, disse subito dopo, come per dissimulare l’imbarazzo e la fatica che le era costata confidarsi con Fabio. “Quel modello con le farfalle me lo ricorda molto e l’originale era una delle poche cose che mi rimanevano di mia madre…”, disse indicando uno degli orologini esposti.
“Mi dispiace ti sia capitata una cosa così tragica, Viola…”, le sussurrò lui, costernato, alle sue spalle. Istintivamente fece per posarle una mano sulla spalla, per confortarla, ma si fermò, temendo che la ragazza potesse non apprezzare una simile confidenza da parte sua.
Viola annuì a testa bassa, sul punto di piangere, senza riuscire a voltarsi per guardarlo in volto. Non aggiunse altro e raggiunse Lavinia, intenta a sfogliare libri di pasticceria, due bancarelle più in là.
Fabio si sentì come se avesse ricevuto un pugno nello stomaco. Non era preparato ad apprendere una notizia così. Approfittando della distrazione di Viola, acquistò l’orologino con le farfalline intarsiate sul coperchio, strappò un pezzetto di carta dal taccuino nero che portava sempre nella tasca del suo Montgomery blu, vi scrisse una breve frase e, dopo averlo piegato fittamente, lo nascose nel doppiofondo dell’orologio.
“Non si può toccare l’alba se non si sono percorsi i sentieri della notte. Kahlil Gibran
… Viola… stringi forte la mia mano, ti aiuterò a uscire da quella cupa notte in cui ti trovi… e toccheremo insieme l’alba.
Fabio”
Più tardi a casa, quella sera, prese il biglietto di auguri natalizi che aveva acquistato e scrisse una frase per il regalo di Viola:
“I veri amici non ti fanno mancare mai il loro conforto, sono la tua forza. Cara Viola, conta sempre sulla nostra amicizia e, quando la forza vacilla, leggi il biglietto custodito nel doppiofondo dell’orologino”.

… Un anno dopo…
Viola era seduta in prima fila, proprio di fronte ai primi violini. Era emozionata e orgogliosa: in un solo anno di studio privato Fabio le aveva proposto di suonare una parte da solista nell’orchestra giovanile della scuola dove insegnava e che dirigeva personalmente. Si guardò intorno, ancora incredula di essere lì, tra un organico di 40 studenti, pronti a iniziare le prove generali del concerto di fine anno.
Era un pomeriggio di metà giugno e faceva molto caldo ma la cornice in cui si sarebbe tenuto il concerto era magnifica. Viola, dalla sua posizione sul palco, provò a immaginarsi come sarebbe stata la piazza d’armi del Castello Sforzesco quella notte… tra poche ore l’avrebbe scoperto…
Più tardi, quando la luce fu calata, i riflettori del palco puntati verso l’orchestra illuminarono i giovani musicisti. Dopo le prove del pomeriggio si erano tutti cambiati, indossando jeans neri e una camicia bianca.
Il brusio dei ragazzi cessò quando il presentatore ufficiale della serata, un uomo distinto di mezza età, fece ingresso sul palco. Era anche lui un maestro di musica della scuola dove lavorava Fabio. Dopo un breve preambolo e i ringraziamenti agli sponsor della serata, presentò Fabio, che lo raggiunse sul palco, accolto da un caloroso applauso.
Viola lo osservò stupita: era abituata a vederlo in jeans e t-shirt ma mai avrebbe potuto immaginare quanto gli donasse il completo grigio scurissimo, quasi nero, che indossava quella sera. Una camicia bianca illuminava il suo volto lievemente abbronzato e una cravatta a fantasia finissima nelle stesse tonalità del completo, gli conferiva un aspetto autorevole. Non c’era più niente del ragazzo allegro e informale che le si presentava a lezione. Davanti a lei, quella sera, c’era un uomo… un professionista.
Per qualche istante Viola si sentì smarrita, in preda al dubbio di essere all’altezza di quella situazione. In fin dei conti studiava chitarra solamente da un anno.
In quel preciso momento Fabio le rivolse un sorriso incoraggiante e le strizzò l’occhio con complicità. Sembrava che le avesse letto nel pensiero.
Una brezza gradevolissima aleggiava gentile nella piazza d’armi, portando refrigerio a tutti i presenti. Le luci dei riflettori illuminavano la zona circostante il palco con tonalità tra il viola e il blu, conferendo a quel momento un’atmosfera magica.
Fabio attese qualche frazione di secondo poi, quando ci fu silenzio in platea, voltò le spalle al pubblico e diede inizio al concerto.
Verso la fine del primo tempo fu il momento di Viola, che suonò con precisione e passione la sua parte solista.
Non appena ebbe finito di suonare e il resto dell’orchestra si unì alla melodia, Viola si sentì tremare le gambe. Era andato tutto incredibilmente bene e ora era sopraffatta dall’emozione. Alzò lo sguardo verso Fabio, come per dirgli: “Non ci posso credere, è andato tutto bene”… Nel suo sguardo lesse un sorriso carico di orgoglio, sottolineato da un cenno di assenso del suo capo.
Quando il concerto fu finito, Viola si alzò in piedi insieme agli altri giovani musicisti, per ricevere l’applauso del pubblico. Sapeva che sua nonna non sarebbe venuta a vederla quella sera. La donna era ammalata da tempo e non aveva la forza di affrontare un’intera serata fuori casa.
Nonostante questo Viola fece scorrere lo sguardo sulla platea, come per cercarla. Non la trovò.
Provò una sensazione di vuoto. A parte sua nonna, non aveva nessun altro parente al mondo.
Alcuni padri si avvicinarono ai piedi del palco per consegnare mazzi di fiori colorati alle figlie.
Viola sorrise di fronte a quella tenerissima scena di amore paterno e non poté fare a meno di chiedersi dove fosse il suo padre naturale in quel momento. Non l’aveva mai riconosciuta… molto probabilmente aveva una famiglia ora… la famiglia che non aveva mai voluto costituire con lei e sua madre…
Viola si sentiva tradita dalla vita, da suo padre e anche da sua madre che si era suicidata, lasciandola sola. Erano stati tutti e due egoisti con lei e ora, a 18 anni, il risultato era che Viola non riusciva a credere che qualcuno potesse volerle bene, non riusciva a fidarsi di nessuno. Era chiusa come un riccio ed era la prima a tenere a distanza tutti, per paura di ricevere altre delusioni… per paura di soffrire. …Tutti, tranne una persona…
Trasalì quando la mano di Fabio si posò con delicatezza sulla sua spalla, interrompendo i suoi pensieri carichi di rancore.
“Complimenti, Viola! Hai suonato benissimo”, le disse.
“Grazie per aver creduto in me così strenuamente, Fabio”, gli rispose lei, con sincera riconoscenza. Rimase in silenzio per una frazione di secondi, poi aggiunse timidamente: “Mi hai fatto toccare l’alba”.
Tutto intorno a loro c’era il chiacchiericcio della gente che si avvicinava al palco e di quella che si stava disperdendo nella piazza d’armi, per dirigere verso l’uscita del castello.
Fabio credette di non aver capito ciò che le aveva detto Viola. “Prego?”, disse chinandosi verso di lei per sentire la sua risposta.
“Non si può toccare l’alba se non si sono percorsi i sentieri della notte.”, rispose Viola “Ricordi?”.
Fabio rimase sorpreso dall’affermazione di Viola. Quella frase era contenuta nel biglietto che aveva riposto nel sottofondo dell’orologio che lui e sua cugina le avevano regalato a Natale… ma Viola non aveva mai fatto riferimento a quel pensiero. Fino a quel momento Fabio aveva dubitato che Viola avesse mai letto quel biglietto.
“Oh, sì… certo!”, rise imbarazzato, passandosi una mano nei capelli. Subito dopo si fece serio e la guardò negli occhi, indugiando qualche secondo. “Non andartene da sola adesso, Viola. Pazienta solo un po’ e torniamo a casa insieme” le disse, rivolgendole un sorriso gentile e pieno di calore. Subito dopo le indicò il punto della platea dove li stavano attendendo sua cugina e i suoi genitori. Lui li avrebbe raggiunti lì dopo aver salutato e ringraziato le persone influenti che avevano reso possibile quella serata e che lo avevano onorato con la loro presenza.
Viola rimase in piedi di fronte a lui, con la chitarra in mano, esitando per qualche istante, senza muoversi dalla sua posizione.
Fabio la guardò con aria interrogativa.
“L’anno scolastico è finito. Ti restituisco la chitarra”, gli disse impacciata, porgendogli lo strumento musicale.
“Oh, capisco…”, replicò lui, con la stessa goffaggine. “No, ti prego, tienila, Viola. Ti devo ancora dare uno spartito sul quale puoi esercitarti quest’estate, per non perdere quello che hai imparato durante l’anno”. In quel momento temette che Viola volesse interrompere lo studio della chitarra. Quando vide un sorriso raggiante, ricco di gratitudine, dipingersi sul volto della ragazza, si tranquillizzò.
Quella sera, tornando a casa insieme alla famiglia Castelli, Viola non avvertì più il senso di vuoto e smarrimento che aveva provato alla fine del concerto.
Quel primo concerto sotto la direzione di Fabio fu per lei un’esperienza emozionante. Una conferma all’intenzione di proseguire gli studi musicali.
A Natale dello stesso anno Viola partecipò a un altro concerto con l’orchestra giovanile di Fabio, interpretando per la seconda volta una parte solista.
Durante tutto l’anno scolastico, nei fine settimana, Viola assistette anche ai concerti per chitarra sola che Fabio teneva in Lombardia. Fu per lei un’esperienza istruttiva, che rafforzò lo studio dello strumento musicale. Viola e Lavinia erano sempre pronte a sostenere Fabio emotivamente. La loro presenza dava al ragazzo una grande carica, prima dei concerti.
A Pasqua la libreria dove Viola lavorava come commessa, la lasciò a casa. Il lavoro scarseggiava ormai da mesi e i proprietari non potevano più permettersi di pagare una persona che li aiutasse in negozio.
Fu un duro colpo per la ragazza. Era all’ultimo anno di liceo e i soldi che percepiva con quel lavoro erano la garanzia per il futuro dei suoi studi.
Non disse nulla a Fabio ma era chiaro che non poteva più pagarsi le lezioni di chitarra. Decise di continuare fino a giugno ma non avrebbe partecipato al concerto di fine anno, per evitare domande da parte degli altri musicisti dell’orchestra giovanile. Si sentì profondamente demoralizzata.
Nelle settimane che seguirono fu tormentata dalla sua coscienza che le suggeriva di raccontare tutta la verità a Fabio. Lui era sempre stato corretto nei suoi confronti. Lei sentiva di dovergli la stessa correttezza, soprattutto in virtù della stima reciproca che nutrivano e della loro amicizia.
… ma non trovò il coraggio di parlargli. Viola s’interrogò a lungo sulla sua paura.
“Perché è così difficile parlarti? Siamo amici…”.
Forse temeva che, rivelando a Fabio la sua decisione, avrebbe in qualche modo tradito la fiducia che lui aveva riposto in lei. Viola aveva tratto molto beneficio dallo studio della musica, grazie alla quale aveva imparato ad ascoltare ed ascoltarsi. Temeva che, interrompendo il percorso di studio intrapreso con Fabio, lo avrebbe deluso… ma cos’altro poteva fare?
La sua coscienza le diceva che lui avrebbe capito la situazione… ma… cos’altro c’era che le impediva di parlare?
Viola continuò a seguire le lezioni e anche a partecipare alle prove dell’orchestra giovanile per il concerto di fine anno.
A un mese dalla data del concerto, Viola decise di porre fine a quell’estenuante situazione. Smise di frequentare le esercitazioni orchestrali e fece pervenire a Fabio una lettera.
“Mi scuso per interrompere così bruscamente le lezioni. È una decisione che maturo da tempo, anche se non ti ho dato modo di intuire nulla. So che mi disprezzerai per il modo vile in cui mi sto comportando e me ne scuso… ma per serie ragioni personali, devo interrompere lo studio della chitarra. Ti sarò per sempre grata per il bene che mi hai fatto… e, se puoi, perdonami.
Viola
p.s.: vorrei incontrarti un’ultima volta per restituirti la chitarra ma, se non ti è possibile, la consegnerò ai tuoi genitori”.
Fabio, leggendo quelle ultime righe del messaggio di Viola, tirò un sospiro di sollievo. Desiderava quanto lei rivederla un’ultima volta.
S’incontrarono al Parco Sempione, prima della prova generale che precedeva il concerto di fine anno.
Appoggiati alla recinzione che correva intorno al laghetto nel quale si specchiava il profilo del Castello sforzesco, Viola e Fabio stavano una accanto all’altro, quasi sfiorandosi con le braccia. Lui tirava nervosamente sassolini nell’acqua, cercando di farli rimbalzare sulla superficie di quel liquido specchio. Lei, con la chitarra in mano, osservava la traiettoria dei sassolini che rimbalzavano sull’acqua, davanti a lei.
Erano tutti e due imbarazzati. Fabio non fece domande a Viola sulle ragioni della sua decisione. Non voleva metterla ancor più in imbarazzo o mortificarla. Era comunque molto dispiaciuto per quella situazione e l’espressione sul suo volto lo lasciava trapelare.
“Ecco la tua chitarra, Fabio. È un bellissimo strumento e mi è stata molto cara”, disse lei, rompendo il silenzio assordante che era calato tra loro due.
Una fila di paperelle starnazzanti passò davanti ai loro occhi, sul laghetto, riempendo quel vuoto di parole.
“Sei sicura della tua decisione, Viola? Non ho alcun problema a continuare a impartirti lezioni gratuitamente. Sei molto portata per la musica… sarebbe un peccato sprecare questo talento”. Fabio fece quell’ultimo disperato tentativo, sperando che Viola accettasse la sua proposta. Sapeva quanto fosse orgogliosa. Sapeva anche che le probabilità che la ragazza accettasse quella soluzione erano pressoché nulle.
“Non posso accettare la tua proposta ma ti ringrazio, sinceramente”, rispose lei con triste fermezza e, mettendogli in mano la chitarra, fece per andarsene.
Lui la fermò, posando la sua mano su quella di Viola. Guardandola dritto negli occhi, fece cenno di no con il capo. “No, ti prego, tienila. Accetta almeno questo mio regalo. Voglio che tu continui a esercitarti. Fammi questa promessa, Viola: non rinunciare a questa passione. Me lo prometti?”, le domandò serio.
Erano tutti e due in prossimità di un salice piangente. Il volto di Fabio era in ombra ma Viola ebbe l’impressione che lui avesse gli occhi lucidi.
Con un’espressione seria, la ragazza alzò lo sguardo verso Fabio e, lentamente, annuì.
Si guardarono negli occhi con profonda tristezza, senza dire nulla, poi Viola, non sostenendo più quella situazione, lo ringraziò augurandogli un futuro pieno di soddisfazioni come musicista. Si allontanò da lì con decisione, in direzione della piazza d’armi del castello, senza più voltarsi indietro.
Aveva gli occhi annebbiati dalle lacrime ed era arrabbiata con se stessa per non aver voluto ammettere la verità con Fabio. Dopo Pasqua aveva trovato impiego in un’altra libreria ma lo stipendio era molto più basso di quello precedente. Aveva dovuto fare una scelta: con i soldi che guadagnava si preparava a mantenersi agli studi universitari, che avrebbe intrapreso l’anno successivo. La cifra che fino a quel momento aveva accantonato per la chitarra le sarebbe servita per approfondire lo studio dell’inglese e conseguire una certificazione internazionale.
Il suo orgoglio le aveva impedito di accettare le lezioni gratuite di Fabio… ma mentiva a se stessa negando il fatto che le sarebbe piaciuto poter continuare a frequentarlo… e lui le aveva offerto la possibilità di continuare a farlo…

Erano passati 10 anni e Viola non aveva più visto né sentito Fabio. Non vedeva più da anni neppure sua cugina Lavinia.
Dopo essersi laureata in Lettere Moderne Viola aveva trovato impiego come office manager in una piccola casa editrice. Gestiva l’intero pool di segretarie e assistenti e, a tempo perso, faceva esperienza come editor di libri per ragazzi. Viola, dopo una lunga esperienza in diverse librerie, aveva sviluppato un occhio infallibile per la letteratura per ragazzi: i romanzi che catturavano la sua attenzione, immancabilmente avevano successo.
Sull’onda di questo interesse, aveva aperto un blog nel quale parlava dei libri per ragazzi che leggeva. Le sue erano impressioni a caldo, non vere e proprie recensioni e, proprio grazie a questa sua spontaneità, era stata subito amata dal pubblico che leggeva i suoi articoli.
Da poco tempo aveva pubblicato anche lei un romanzo per ragazzi. Dopo la proposta di un piccolo editore che le chiedeva un contributo per la pubblicazione, aveva preferito la strada del self publishing, per testare in autonomia il gradimento del pubblico e per il riscontro economico immediato che avrebbe avuto.
Viola era orgogliosa della storia che aveva scritto, che parlava di un’orchestra sinfonica giovanile e di un giovane direttore d’orchestra che aveva dato impulso a una fondazione, per permettere a giovani non abbienti di studiare musica. Ora, per dare più autorevolezza al suo racconto, non le rimaneva che cercare un testimonial.
Era seduta alla scrivania nella sua camera, di fronte al computer e stava cercando in rete musicisti che si erano distinti per il loro impegno sociale, quando s’imbattè in un nome a lei noto: Fabio Castelli.
L’articolo di giornale diceva che il Maestro Fabio Castelli, che da anni dirigeva un’orchestra sinfonica giovanile composta da ragazzi con disagi sociali alle spalle, avrebbe tenuto il tradizionale concerto di fine anno scolastico al Castello Sforzesco, a metà giugno. Nell’articolo erano citati anche i riferimenti del sito dell’orchestra, quello della Fondazione “Musica Senza Confini”, costituita da Roberto Neri, un famoso direttore d’orchestra, che sovvenzionava quel progetto sociale e le rispettive pagine ‘social’.
“Com’è piccolo il mondo”, pensò Viola, ridendo. Le difficoltà e le necessità personali avevano portato lei e Fabio ad allontanarsi. Ora, forse, le stesse necessità li avrebbero fatti incontrare di nuovo. Fabio era il testimonial perfetto per il suo romanzo.
Un breve istante di tristezza le tolse il sorriso mentre rifletteva sul fatto che, se una realtà simile a quella fondazione fosse esistita 10 anni prima, lei non avrebbe mai dovuto abbandonare lo studio della chitarra classica.
Viola scrisse un’email alla segreteria della fondazione per cui Fabio lavorava, spiegando di essere una sua ex allieva e di aver bisogno di parlargli.
Pochi giorni dopo lui la contattò dalla sua email privata, lasciandole il suo numero di cellulare. Le disse che l’avrebbe chiamata il giorno seguente.
Domenica pomeriggio Viola ricevette la chiamata di Fabio ma la linea cadde quasi subito. La ragazza provò a richiamarlo ma il cellulare risultava spento.
Alla sera il cellulare di Viola squillò di nuovo. Era Fabio.
“Ciao, Viola! Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo visti…”, esordì un po’ imbarazzato. “Scusami per prima ma non mi ero reso conto di avere il cellulare scarico… mi è crollato proprio quando ti ho chiamato…”
Viola rise divertita: ”Sei il solito cervellone con la testa tra le nuvole!”, rispose lei, ricordando questa caratteristica di Fabio. Sin da quando erano ragazzi lui era solito combinare disastri o smarrire cose, soprattutto se la sua concentrazione era tutta rivolta al lavoro…. Tipico delle persone molto intelligenti, come lui.
Fabio rise imbarazzato. “La domenica pomeriggio dirigo un ensemble di chitarre… e di solito le prove si protraggono per tutto il pomeriggio. Quando mi è caduta la linea ho messo subito in carica il cellulare e quando l’ho riacceso, alla fine delle prove, ho visto il tuo tentativo di chiamata”, le spiegò lui con sincerità, in piedi di fronte alla finestra di casa sua, con lo sguardo rivolto verso il profilo di Milano al tramonto.
“Oh, ora è tutto chiaro!”, esclamò Viola, anche lei impacciata.
Fabio percepì il suo sorriso timido, dal tono della sua voce.
Dopo l’approccio imbarazzato da tutte e due le parti, si raccontarono sommariamente che cosa stavano facendo in quella fase della loro vita.
Fabio chiese a Viola come stesse sua nonna e apprese che era morta da due anni. Ne fu molto dispiaciuto e non poté fare a meno di sperare che Viola ora avesse qualcuno accanto. Qualcuno che le volesse molto bene, perché, da quello che sapeva, non aveva altri parenti al mondo. Non le fece domande precise in merito. Anche lui non aveva ancora parlato della sua vita privata.
Viola raccontò a Fabio come si era imbattuta nel suo nome in rete e perché lo aveva contattato.
“È una storia incredibile, sai? Quando la segretaria mi ha detto di te, ero incredulo. Ho detto subito a mia madre che mi avevi contattato e sarebbe molto contenta di rivederti, come me”, le spiegò lui. “Avrei molto piacere di rivederti, Viola. Essere ricontattato dagli ex allievi è sempre una cosa che mi rende molto felice”.
Viola giocherellò nervosamente con il cuscino del divano dove era adagiata. “Ho voglia anch’io di rivederti, Fabio”, gli rispose con estrema sincerità.
Fabio era una persona molto socievole e aperta di carattere ma Viola era il suo esatto contrario. La sua timidezza e il suo carattere chiuso le impedivano di esternare i suoi sentimenti o le sue emozioni. Riuscire a dire una cosa come quella che aveva appena affermato, comportava uno sforzo enorme per lei.
“Facciamo così: perché non vieni a trovarmi al concerto di fine anno? Sono curioso di sapere tutto sul tuo romanzo… m’incuriosisce molto, sai?”.
Si accordarono per trovarsi alle prove generali che si sarebbero tenute nel pomeriggio del 15 giugno. Il concerto si sarebbe svolto la sera dello stesso giorno.
Una settimana dopo, in un pomeriggio assolato, sfidando la calura estiva, Viola fece ingresso nel cortile delle armi del Castello Sforzesco.
Durante il viaggio in metropolitana aveva incontrato i genitori di Fabio. Si erano abbracciati e raccontati per sommi capi cosa avevano fatto in quei 10 anni. Viola apprese che al concerto ci sarebbe stata anche Lavinia con il marito. La madre di Fabio assicurò alla ragazza che l’avrebbe fatta sedere accanto a loro, nella fila dei posti riservati. Alcuni amici che avevano invitato al concerto avevano dovuto rinunciare per un imprevisto sopravvenuto all’ultimo momento.
Grazie a quell’imprevisto Viola avrebbe potuto sedere accanto a quelle persone squisite che erano i genitori e la cugina di Fabio.
Scesi insieme alla fermata di Cairoli, Viola e i genitori di Fabio si salutarono, dandosi appuntamento a quella sera. Loro avrebbero fatto un giro in centro, prima di andare al concerto.
Entrata nella piazza d’armi, Viola si avvicinò al palco allestito per il concerto. I ragazzi dell’orchestra stavano provando un brano, diretti da Fabio.
Viola si sedette in platea, domandandosi come Fabio riuscisse a lavorare con quel caldo. Lo osservò e, nonostante le desse le spalle, Viola pensò che non era cambiato molto in quei 10 anni. Il suo fisico si era lievemente irrobustito e anche i lineamenti si erano assestati. Aveva completamente perso l’aria da ragazzo e tutto l’insieme, il fisico e l’espressione del volto, erano quelli di un uomo.
Attese con calma, godendosi quella meravigliosa musica.
Poco dopo Fabio si fermò, annunciando ai ragazzi una pausa. Si voltò verso la platea semi vuota e, notandola, le rivolse un caldo sorriso. Scese dal palco e la raggiunse.
“Quanto tempo è passato, Viola!”, le disse sorridente e visibilmente felice di vederla. L’abbracciò con calore e la baciò sulla guancia, ricambiato.
“Ti posso offrire un caffè?”, disse, guardandosi intorno “… bé… visto il caldo forse è meglio un gelato…”.
Viola accettò l’offerta e lo seguì, in direzione del parco Sempione. Appena fuori dalle mura del castello presero un sorbetto alla frutta al chiosco che si affacciava sulla prospettiva del parco, poi diressero verso il laghetto per godere dell’ombra degli alberi. Era lo stesso punto dove si erano salutati 10 anni prima.
Fabio si fece raccontare da Viola come era nata l’idea di quel libro ma non le chiese nulla della sua vita privata e lei fece altrettanto.
La ragazza gli raccontò tutto della sua storia ed estrasse dalla sua borsa la copia cartacea del libro che aveva portato per fargliene omaggio.
“Accetteresti questo regalo?”, gli domandò timidamente.
“Lo accetto con molto piacere, Viola e sarò felice di esserti utile passando parola e lasciandoti una recensione, quando l’avrò letto”, le rispose Fabio, sinceramente onorato di ricevere un regalo da Viola.
Una lieve brezza faceva ondeggiare i rami del salice sotto il quale sostavano. Erano appoggiati con gli avambracci alla recinzione in legno del laghetto e si guardavano reciprocamente in volto, incuranti di ciò che accadeva loro intorno.
“Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi di questa storia. Mi piacerebbe anche sostenere, nel mio piccolo, questo progetto della Fondazione Musica Senza Confini. Vorrei lasciarvi un certo numero di copie del romanzo. Il ricavato delle vendite è devoluto al vostro progetto musicale”, dichiarò lei.
“Sei molto generosa, Viola e ti ringrazio per l’interesse che mostri per il nostro progetto…”
In quel momento Fabio fu interrotto da una ragazza dell’orchestra giovanile che lo aveva raggiunto.
“Fabio, devi venire subito… è successo un disastro…”, esordì la ragazza. Aveva il fiato corto per la corsa che aveva fatto.
“Un disastro? Cosa è successo?”, chiese mantenendo un tono pacato.
“Silvia ha perso l’equilibrio sulle scalette mentre scendeva dal palco… ed è caduta sulla chitarra. È a pezzi, Fabio!”, dichiarò la ragazza con un tono concitato.
“È a pezzi Silvia perché è caduta o è a pezzi la chitarra?”, domandò Fabio, ricorrendo a una sottile ironia per sdrammatizzare la situazione, ma avendo perfettamente compreso l’accaduto.
“No, no: è a pezzi la chitarra! Completamente sfasciata!… oh Dio… come facciamo adesso? Tra due ore inizia il concerto!”, dichiarò in preda all’ansia la ragazzina.
“Non ti preoccupare, in qualche modo troveremo una soluzione. Adesso faccio un giro di telefonate e contatto degli amici per vedere di recuperare una chitarra”, la tranquillizzò Fabio.
“Non ce n’è bisogno, Fabio”, intervenne Viola posandogli delicatamente una mano sul braccio, per attirare la sua attenzione.
Fabio si voltò verso di lei, guardandola con sguardo interrogativo.
“C’è la mia chitarra, Fabio. Ricordi?”, disse sorridendogli “Dopo tanti anni che sta appesa a un chiodo, sarei felice se potesse essere utile a qualcuno”.
“Davvero potresti recuperarla in tempi brevi?”, domandò lui, ansioso di ricevere una risposta positiva.
“Sì, abito a mezz’ora da qui. Se mi muovo subito riesco a portartela prima che inizi il concerto e Silvia ha anche il tempo di prendere confidenza con lo strumento”, garantì Viola.
“Sei un tesoro, Viola e ci salveresti da questa piccola catastrofe!”.
Viola e Fabio si salutarono e si dettero appuntamento di lì a un’ora.
Viola fu di parola e, un’ora dopo, fu di ritorno al castello Sforzesco, con la chitarra in mano. La consegnò a Fabio che l’accordò e affiancò immediatamente Silvia per aiutarla a prendere confidenza più velocemente con lo strumento.
Il tramonto cominciò ad avanzare e quando fu sufficientemente buio, dopo le 9, il concerto ebbe inizio.
Viola, seduta accanto ai genitori di Fabio e a Lavinia, si godette lo spettacolo, dalla prima all’ultima nota.
In diverse occasioni Fabio, dal palco, le rivolse sorrisi carichi di riconoscenza e felicità. Si sentiva sinceramente onorato dalla presenza di Viola in platea quella sera.
Quando il concerto fu finito Viola si avvicinò al paco e fece i complimenti alla ragazzina che aveva suonato splendidamente la sua chitarra.
“È tutto merito suo”, rispose Silvia, accovacciata al bordo del palco e indicando Fabio, che in quel momento dava loro le spalle. Era impegnato a parlare con dei sostenitori di spicco della Fondazione Musica Senza Confini. “è un’insegnante magnifico. Pensa che studio chitarra da solo un anno… e già Fabio mi fa suonare con un’orchestra giovanile”.
“Sì, hai ragione, Silvia: Fabio è un bravissimo insegnante ed è abilissimo nel riconoscere i talenti musicali”, le rispose Viola sorridendole.
La ragazzina fece per restituirle la chitarra ma Viola le disse che poteva tenerla finché dalla Fondazione Musica Senza Confini non fossero riusciti a procurarle un nuovo strumento da affidarle.
“Grazie per la tua generosità, Viola”, disse Fabio che, ancora sul palco, si era avvicinato alle due ragazze.
“Di nulla… è stato un bellissimo concerto e tu sei stato bravissimo con i ragazzi”, rispose Viola, facendogli i complimenti. Complimenti che si meritava veramente. I genitori di Fabio le avevano raccontato che i ragazzi dell’orchestra giovanile avevano tutti conoscenze limitate degli strumenti musicali e limitate possibilità di provare alle esercitazioni orchestrali.
Fabio, per far loro eseguire i brani che portavano ai concerti, doveva trascrivere le partiture e adattarle al loro livello di conoscenza della musica.
Molti altri musicisti e insegnanti di musica gli avevano chiesto il suo monumentale lavoro di trascrizione e adattamento, per poterlo usare con le loro orchestre giovanili. Fabio però era geloso del suo lavoro e di tutte le ore notturne passate a realizzarlo, già stanco dopo giornate di lavoro come insegnante di musica nelle scuole.
I ragazzi provavano poche ore alla settimana ed era un’impresa incredibile riuscire a portarli a suonare a un concerto in modo sorprendentemente coinvolgente.
Viola e Fabio si sorrisero ed ebbero un momento d’imbarazzo non sapendo cos’altro aggiungere.
“Posso offrirti qualcosa da bere, Viola?”, le propose lui.
Viola annuì. In cuor suo aveva sperato che lui le proponesse qualcosa per parlare ancora un po’.
La folla stava scemando velocemente dalla platea e Fabio spiegò a Viola che doveva aiutare lo staff che aveva allestito il palco a portar via le sedie e i leggii per caricarli su un furgoncino. Fabio era lì da quella mattina e aveva aiutato anche a scaricare sedie e leggii dal furgone e a metterli sul palco. Dopodiché aveva iniziato la prova generale… era stata una giornata interminabile, ma ricca di soddisfazioni.
Viola si offrì di aiutarlo e quando lui insistette perché non si stancasse con quel lavoro pesante, lei non volle sentir ragioni.
Andò a salutare e ringraziare i genitori di Fabio che si accingevano a tornare a casa poi, insieme a Lavinia, suo marito, alcuni studenti e insegnati di musica dei singoli strumenti, aiutarono Fabio a liberare il palco.
Dopo un’ora Lavinia e suo marito insistettero perché Fabio si fermasse.
“Se continui così, scoppi, Fabio!”, gli disse sua cugina. “Dai, vai a casa e magari prima prenditi qualcosa di fresco da bere… è una giornata così afosa!”.
Fabio obbedì alla cugina e, salutando tutti, si allontanò con Viola.
Erano ormai le undici passate e la frescura della notte cominciava piacevolmente a prendere il posto della calura diurna.
Fabio e Viola s’incamminarono tranquillamente in direzione di Via Dante, uno accanto all’altra.
Arrivati a metà della passeggiata, si fermarono in un bar che si affacciava su quella signorile via. Sedettero a un tavolino e ordinarono due granite.
Era bello sedere lì, in tutta tranquillità, ad ammirare gli eleganti edifici di via Dante e a osservare le persone che passavano loro davanti, passeggiando pigramente per godere del fresco della notte.
Viola e Fabio, tutti e due stanchi, rimasero in silenzio finché il cameriere portò loro le granite. I primi cucchiai di granita che assaporarono furono un autentico refrigerio e sollievo all’arsura che avevano in gola.
“Volevo ancora ringraziarti, Viola. Il tuo intervento con la chitarra è stato determinante… non ero sicuro di riuscire a recuperare un altro strumento per Silvia… rischiavo veramente di non poterla fa suonare…”, le confidò lui, posando il cucchiaino dal manico lungo nel bicchiere della granita.
Viola lo guardò con sguardo interrogativo. “… ma… tu sei un chitarrista… avrai una chitarra a casa…”, osservò lei incredula, prendendo in mano il suo bicchiere e aspirando un po’ del suo liquido verde con la cannuccia.
Viola aveva pensato che Fabio non avesse proposto a Silvia di suonare la sua chitarra solo perché magari abitava lontano dal centro di Milano e non avrebbe avuto il tempo di andare a recuperare la sua chitarra.
“Non suono più da anni, Viola. Ho posto fine alla carriera di chitarrista cinque anni fa”.
Fabio le spiegò che aveva avuto la distonia focale. In un primo momento non si era reso conto di quello che aveva. Aveva cominciato a commettere degli errori mentre suonava. Errori che aveva imputato alla stanchezza o anche all’aver provato troppo. Poi gli errori che commetteva erano aumentati sempre più e, sapendo quante ore dedicava a prepararsi per i concerti, Fabio aveva cominciato a intuire che c’era qualcosa che non andava. Dopo una serie di esami gli era stata diagnosticata la distonia focale. Nonostante le cure e le terapie riabilitative, non era riuscito a tornare ai livelli cui suonava prima di ammalarsi. Il suo recupero non era sufficiente se intendeva continuare la carriera di concertista.
Aveva preferito ritirarsi e dedicarsi all’insegnamento e alla carriera di direttore d’orchestra. L’incontro con il Maestro Roberto Neri, il fondatore della Fondazione “Musica Senza Confini”, era stato determinante nel dargli la possibilità di fare ciò che aveva sempre desiderato: occuparsi di ragazzi con situazioni sociali svantaggiate e farli suonare in un’orchestra sinfonica giovanile.
Viola, compresa la situazione, gli raccontò della sua vita e delle sue aspirazioni… del sogno, ormai realizzato, di scrivere e pubblicare un romanzo che parlasse di un’orchestra giovanile composta da ragazzi con situazioni familiari svantaggiate.
Senza saperlo, Viola e Fabio avevano lavorato, in quei 10 anni, con la stessa idea in testa.
“Tua moglie sarà orgogliosa di te”, gli rispose Viola. Sapeva che Fabio si era sposato e, per tutta la sera, si era domandata come mai sua moglie non fosse lì. Forse avevano bambini piccoli e voleva occuparsene lei personalmente… era l’unica spiegazione che era riuscita a darsi.
Fabio scosse la testa. “Non c’è nessuna moglie. Abbiamo divorziato 4 anni fa”, le spiegò lui, riprendendo a mangiare la granita.
“Oh, capisco…”, replicò lei imbarazzata e preoccupata di essere stata inopportuna con la sua affermazione.
“E tu? Suoni ancora la chitarra?”, le chiese lui quasi sottovoce.
Il vocio della folla notturna che transitava in Via dante e che, pian piano, cominciava a diradarsi, copriva la voce di Fabio.
Viola rimase in silenzio qualche istante, dando l’impressione di non aver sentito la domanda. Scosse la testa.
“Ho suonato ancora per qualche anno… al mio compagno piaceva molto ascoltarmi suonare”, esordì. Rigirò nervosamente il cucchiaino nel bicchiere e prese un boccone di granita “ due anni fa abbiamo posto fine alla nostra convivenza e, da allora, non suono più neanche una nota… ma va bene così… avevo continuato a esercitarmi da sola, senza qualcuno che potesse correggere i mei errori … chissà quanti strafalcioni faccio quando suono…”.
Fabio annuì in silenzio. “Però c’è sempre il tuo amore sconfinato per la letteratura e la scrittura. Scrivere per ragazzi e scoprire promesse della letteratura per ragazzi sono due grandi talenti. Devi esserne orgogliosa, Viola: scrivere per i ragazzi è una grande responsabilità e un grande onore. Se poi senti la chiamata a fare qualcosa di più per il sociale… l’onore è ancora più grande”, le disse lui. “… senti vorrei proporti di presentare il tuo romanzo al prossimo concerto della nostra orchestra giovanile e fare da madrina ai ragazzi. Cosa ne pensi?”, le domandò lui, guardandola dritto negli occhi.
Viola non rispose subito a Fabio, avendo compreso qual era la vera domanda che si nascondeva dietro la sua proposta.
“Ti starai chiedendo perché ti ho contattato dopo 10 anni”, gli disse, sostenendo il suo sguardo.
“Per il tuo romanzo…”, rispose Fabio tradendo una punta di tensione nella voce.
Lei scosse la testa. “Non è questo il vero motivo…C’è una domanda che ho continuato a pormi in questi anni..”, disse raccogliendo tutto il coraggio di cui aveva bisogno per proseguire a parlare “Ti ho deluso quando ho gettato la spugna con la chitarra, interrompendo improvvisamente le lezioni e rifiutandomi di suonare al concerto di fine anno?”.
“No, non mi hai deluso”, rispose lui con franchezza. Appoggiò il cucchiaino sul tovagliolo di carta e bevve quel poco di granita, ormai sciolta, che rimaneva. “Presi informazioni e scoprii, come avevo immaginato, che avevi perso il lavoro e non potevi più pagare le lezioni… Come ebbi modo di dirti, avrei continuato a impartirti lezioni anche gratuitamente”. Stette in silenzio per qualche istante, pensieroso, riflettendo sulle parole che era deciso a pronunciare. “La verità è che tutti e due abbiamo avuto paura di quello che cominciavamo a provare l’uno per l’altra. Ho ragione, Viola?”.
Viola abbassò lo sguardo, imbarazzata, interrompendo il contatto con Fabio.
Subito dopo tornò a guardarlo e annuì.
Fabio le si avvicinò con la sedia e, abbassandosi verso di lei, la baciò con delicatezza, ricambiato.
“Ricominciamo da qui, Viola?”
Lei gli rispose con un dolcissimo sorriso e, annuendo commossa, gli fece una carezza sulla guancia.
Gli ostacoli che avevano diviso Viola e Fabio si erano ormai dissolti. Ora erano pronti a iniziare una nuova fase della loro vita, uniti da un sentimento ormai libero di esprimersi e dall’amore per la musica, grazie alla quale avrebbero potuto aiutare molti altri ragazzi.
“Una chitarra per Viola”, copyright © 2018 Simona Maria Corvese.

UNA CHITARRA PER VIOLA
FINE

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