UN ALBERO CRESCE A MILANO

UN ALBERO CRESCE A MILANO

 

Racconto di Simona Maria Corvese

 

“Un albero cresce a Milano”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese

 

Una domenica pomeriggio di luglio, aspettando una mia amica, mi ritrovai a passeggiare per il quadrilatero del silenzio, a Milano, ammirando l’angolo Liberty più bello di tutta la città.

 

“Pronto, Serena?”, dissi mentre mi avvicinavo a Piazza Duse. Il cellulare era quasi del tutto scarico e sapevo che mi avrebbe piantato in asso da un istante all’altro.

 

“Eleonora, dove sei? Ti sento malissimo ma forse è colpa del temporale che sta arrivando. Io ne ho ancora per una mezz’ora qui al museo. Abbiamo iniziato in ritardo oggi”.

 

Serena era una mia collega, ricercatrice universitaria che, come me, accompagnava gli studenti nelle visite guidate al Museo di Scienze Naturali.

 

Quella domenica io avevo accompagnato il gruppo del primo pomeriggio e a lei era stato affidato quello delle quattro e mezza. Ci eravamo accordate per andare a vedere il quadrilatero del silenzio, dopo il lavoro e fare le turiste nella nostra città. Era incredibile ma eravamo nate tutte e due  a Milano, eravamo state negli Stati Uniti, in Canada e in Scozia per collaborazioni universitarie ma, a 29 anni, non ci eravamo mai prese la briga di conoscere in modo più approfondito le bellezze artistiche della nostra città.

 

“Sono quasi in Piazza Duse. Adesso inizio il giro in Via Cappuccini e Via Vivaio poi torno indietro. Se ritardi ti aspetto in Piazza Du…”, feci in tempo a dire questo e il cellulare si spense. Mi rincuorò il fatto che Serena potesse aver capito qual’ era il mio percorso o almeno speravo che fosse così.

 

Alzai lo sguardo al cielo e vidi che stava diventando sempre più plumbeo. Indossavo un paio di jeans chiari e una camiciona di lino bianca a fiorellini blu con il collo alla coreana. L’afa era talmente soffocante che il tessuto, della consistenza di una garza, mi si stava incollando addosso. Raccolsi i miei folti capelli color del grano maturo in un improvvisato chignon alla francese, fermato solo da una matita di legno che avevo in borsetta. Fu in quel momento che, alzando lo sguardo oltre il cespuglio di roselline bianche dal delicato ma persistente profumo, vidi un palazzo Liberty dalle linee eleganti. Affacciata a un balcone al secondo piano, una signora stava cercando di sopravvivere a quella calura insopportabile, osservando pigramente i turisti che, armati di cellulari o macchine fotografiche come me, si avventuravano in quel dedalo di vie signorili e silenziose. Abbassai lo sguardo verso l’elegante cancello in ferro battuto che dava accesso al palazzo: era chiuso ma dentro s’intravedeva un bellissimo giardino. Mi avvicinai e feci una foto tra le sbarre. Siepi di lauro ceraso si alternavano a vasi di felci o fiori, lasciando intravedere un interno dall’architettura molto più semplice ma altrettanto affascinante. Tornai in mezzo alle profumate siepi di rose e fotografai i due palazzi Liberty che si affacciavano sulla piazza, emergendo da quella cornice naturale che li valorizzava.

 

Un rivolo di sudore mi corse lungo il collo. I capelli che erano sfuggiti allo chignon ma che avevo fermato dietro le orecchie, erano ormai incollati alle tempie. Decisi di affrettarmi a percorrere il mio giro perché non avrebbe tardato a scatenarsi un temporale.

 

Mi avviai lungo Via Colla e, dopo pochi passi, mi trovai davanti palazzo Berri-Meregalli. Raggiunsi il suo severo cancello. Era chiuso a quell’ora ma l’atrio dai coloratissimi mosaici era illuminato e potei fotografarlo, insieme alla celebre vittoria alata di Wildt. Non mi attardai oltre, ripromettendomi di tornare con più calma in un secondo momento. Proseguii lungo Via Cappuccini e non mi fu difficile riconoscere Villa Invernizzi. Un manipolo di turisti muniti di reflex erano appostati all’elegante cancellata, nei punti dove la siepe di lauro ceraso si apriva, intenti a fotografare i fenicotteri rosa. Mi avvicinai anch’io e rimasi rapita dalla finezza di quel giardino. In mezzo al prato erano collocati gruppi scultorei che raffiguravano putti e vasi carichi di fiori. Ai margini del giardino, vicino alla cancellata, in una vasca nella quale si riversava la liquida musica di una fontana, giacevano i fenicotteri rosa. Ne riuscii a contare ben 11. Un tuono interruppe quella visione incantevole, riportandomi alla realtà. Scattai anch’io la mia foto poi tornai sui miei passi, lungo la via. Imboccai Via Vivaio per osservare palazzo Berri-Meregalli e gli altri palazzi Liberty che vi si affacciavano. Ero affascinata da tanta bellezza ma, per la seconda volta l’incanto fu interrotto.

 

“Sì, Luca, ma tu non sai cosa ha fatto quella perfida di Anne. Domani ti racconto tutto”. Feci in tempo a sentire quella frase che rompeva il religioso silenzio nella via. Non mi resi conto che, mentre stavo arretrando muovendomi all’indietro per vedere meglio i palazzi, il ragazzo che l’aveva pronunciata, non riuscendo a fermarsi in tempo, mi venne addosso.

 

Persi l’equilibrio e stavo per cadere, se non mi avesse afferrato per un braccio, appena in tempo.

 

Grazie alla sua prontezza di riflessi ripresi l’equilibrio. Mi voltai e vidi che il suo cellulare era caduto a terra. Mi chinai e lo raccolsi. Per fortuna il vetro non era rotto.

 

“Scusami. Stai bene?”, disse lui ancora sorpreso da quanto era accaduto.

 

“Mi dispiace tanto. Scusami tu. Ero distratta da tanta bellezza”, dissi, indicando i palazzi, mentre gli restituivo il cellulare “da non rendermi conto che altre persone stavano transitando lungo il marciapiede”. In quel momento soffermai il mio sguardo sul suo volto. Era un giovane all’incirca della mia età, altissimo, con un fisico elegante e slanciato. Vestiva in modo semplice, con una camicia bianca a righe sottili azzurre, fermata dentro un paio di jeans con una cintura di cuoio dalle sfumature rossicce. Passò una mano tra i capelli neri, folti e ondulati e quel gesto mi fece notare che al polso indossava un orologio dal cinturino di pelle dello stesso colore della cintura. Un abbigliamento casual, pensai. Tuttavia tutto nel suo aspetto, nel suo modo di muoversi, nel modo in cui mi aveva rivolto la parola, nel suo profondo e gentile timbro di voce e nei dettagli dell’abbigliamento, lasciava trapelare signorilità.

 

Imbarazzati e rapiti da quegli istanti che cambiano il corso della tua vita, senza che tu te ne renda subito conto, rimanemmo in silenzio a guardarci.

 

“Non preoccuparti”, sorrise lui “va tutto bene”.

 

Nel plumbeo silenzio risuonò un altro tuono, ancor più minaccioso di quello che lo aveva preceduto e accompagnato dalle prime gocce di pioggia.

 

Ci salutammo frettolosamente, avviandoci tutti e due in direzione di piazza Duse. In poche falcate lui, con le sue lunghe gambe, mi distanziò.

 

Lo seguii con lo sguardo mentre si allontanava, ora preoccupata solamente di raggiungere l’arco di Via Salvini, per ripararmi dal temporale.

 

Arrivata in Piazza Duse la pioggia si trasformò in un violento acquazzone estivo. Mi misi a correre, imboccando Via Salvini.

 

Dopo pochi metri, vicino all’entrata di una casa, una voce mi fermò.

 

“Riparti qui. Inizia a grandinare”.

 

Era il ragazzo con cui mi ero scontrata poco prima e mi aveva parlato da dietro le sbarre dell’elegante cancello in ferro battuto.

 

Intravidi un atrio in marmo con un secondo cancello in ferro e basso. Era aperto e dava accesso a un cortile interno, incorniciato da due colonne.

 

Colta ormai dalla grandine, mi resi conto che quando avrei raggiunto l’arco sarei stata bagnata fradicia. Accettai l’invito ed entrai nell’androne, timidamente. Ci avvicinammo al cortile e fu in quel momento che  notai il bellissimo albero che si ergeva fiero da un’aiuola proprio nel suo centro.

 

Ci sedemmo sui due gradini di accesso a una scala del palazzo, di fronte a una delle due colonne del portico. In quel punto la grandine, che si era trasformata subito in forte acquazzone, non poteva raggiungerci.

 

Con un gesto spontaneo sciolsi lo chignon, per far asciugare i capelli. A causa dell’umidità si erano increspati in morbide onde che mi si appoggiavano appena oltre le spalle.

 

Colsi nel suo sguardo un’espressione affascinata. Imbarazzata, distolsi il mio. Non era nelle mie intenzioni sedurre con quel gesto. Fuori dal cancello, lungo la via, si vedevano gruppi di turisti correre in direzione della metropolitana di Palestro. Ero stata fortunata a incontrare quel ragazzo di cui non conoscevo il nome.

 

“Sei fortunato a vivere qui. Questo cortile segreto è magico”, gli confidai.

 

Lui sorrise divertito. “Mi chiamo Daniele”, mi disse porgendomi la mano.

 

Timidamente gli porsi la mia e la strinsi, piacevolmente avvolta dal tempore del suo palmo “Molto lieta, sono Eleonora”.

 

Istanti di silenzio che non necessita di parole ci fecero comprendere che avevamo incontrato il nostro destino. Era tanto chiaro, quanto inspiegabile.

 

Mi brontolò lo stomaco ma cercai di dissimulare l’imbarazzo con un colpo di tosse. Frugai nella borsa alla ricerca di una merendina. Non mangiavo nulla da mezzogiorno ma, soprattutto, ero riarsa dalla sete.

 

Lo guardai di sottecchi e vidi che Daniele continuava a studiarmi, sorridendo.

 

Estrassi una piccola borraccia d’acqua quasi vuota e ne bevvi alcuni sorsi con avidità. Frugai ancora nella borsa ed estrassi una mela verde e una merendina. Gliele offrii e lui accettò la merendina.

 

Mentre consumavamo la merenda iniziammo a discorrere. Appresi che Daniele era un giovane ingegnere elettronico. Era stato anche lui negli Stati Uniti per lavoro ma ora lavorava a Milano. Si interessò anche lui al mio lavoro e mi fece parecchie domande.

 

“Incredibile”, esclamò “fai la guida qui al Museo di Scienze Naturali. Non so quante volte ci sono andato e non ti ho mai incontrato”, rise divertito.

 

“Già”, risi anch’io “Chissà quante volte ci siamo incrociati sul marciapiede davanti a giardini di Palestro e non ci siamo mai notati”.

 

Mi feci seria, poi ripresi la parola. “Spero di non aver interrotto una conversazione importante quando ti ho fatto cadere il cellulare. Ho involontariamente sentito che parlavi di una persona perfida”.

 

Daniele scosse la testa e, tra un boccone e l’altro della merendina, mi spiegò con serenità che stava parlando  con un collega di un’altra collega ed ex compagna di università. Quella donna era stata la sua fidanzata ma loro due non potevano essere persone più diverse. Lei si era rivelata un’arrampicatrice sociale. Non aveva esitato a usarlo e a lasciarlo quando non gli era servito più, pur di perseguire la sua scalata sociale.

 

Mi rattristò sentire queste cose e glielo esternai. “Non ho ancora trovato una persona importante per  il mio cuore ma credo che in queste cose siano le aspirazioni affettive a doverci far da bussola, non gli interessi”.

 

Daniele annuì.

 

“Vi vedete ancora al lavoro?”, gli chiesi, pentendomi della domanda invadente.

 

“No, non siamo nello stesso ufficio”, mi tranquillizzò con modi affabili, come se avesse compreso il mio ripensamento.

 

“Meglio così”, replicai, addentando la mela per celare il mio imbarazzo. Daniele era stato fin troppo bravo a dar soddisfazione alla curiosità di un’estranea, quale ero.

 

L’acquazzone cominciò a calmarsi fino a cessare. Voltai lo sguardo verso il maestoso albero nel cortile. Tutto in torno alla recinzione correvano vasi di sempreverdi e siepi di bosso. Sullo sfondo un muro completamente coperto dall’edera.

 

“Vuoi vederlo?”, mi chiese Daniele.

 

Annuii.

 

Ci alzammo e ci avvicinammo al cortile. Alzai lo sguardo e notai un semplice edificio in mattoni grigi chiari con balconi in ferro battuto con semplici motivi in stile Liberty ma anche deliziose finestre dalle imposte verdi. Dei lampioni con lanterne in stile ottocentesco cominciavano ad accendersi illuminando l’imbrunire. Mi resi conto che la facciata interna dello stabile, così chiara, doveva essere stata pulita di recente e rimasi affascinata da quelle imposte verdi, tipiche delle case della vecchia Milano.

 

“Mio Dio”, esclamai con un filo di voce “sembra di essere tornati indietro nell’Ottocento. Quasi quasi mi aspetto che da un momento all’altro si affacci qualche gentildonna in costume d’epoca”.

 

Daniele rise con me per la spontaneità della mia affermazione.

 

“Aspetta un momento. Sai che assomiglia all’edificio che ho intravisto nel cortile del palazzo Liberty che si affaccia appena entrati in Piazza Duse? Solo che i mattoni erano di un grigio più scuro… probabilmente è colpa dell’inquinamento atmosferico”.

 

Daniele mi confermò che l’osservazione era corretta.

 

“Vieni con me”, disse con slancio, facendo per prendermi per mano.

 

Esitai per qualche istante.

 

“Non temere, sei al sicuro con me. Concedimi la tua fiducia”.

 

Il mio istinto mi disse che potevo fidarmi di quel ragazzo dai modi gentili. Da quando lo avevo incontrato poco prima mi ero sentita al sicuro con lui.

 

Lo seguii fino al muro in fondo al cortile. Sulla destra intravidi un piccolo cancello in ferro battuto, che interrompeva il muro d’edera. Magnifici riccioli e motivi floreali in stile Liberty lo ornavano. Mi incantai ad ammirarne la bellezza. Ero impaziente di scoprire il giardino che s’intravedeva oltre quel romantico accesso.

 

Daniele appoggiò la mano sulla maniglia e lo aprì, facendomi strada. Il temporale aveva attenuato l’umidità e, immersa in tutto quel verde, ebbi la sensazione che ogni pianta volesse regalarci un po’ di frescura.

 

Chiusi gli occhi per un istante. “Adoro il profumo dell’erba bagnata. Senti che meraviglia, Daniele”.

 

Lui sorrise con uno sguardo intenso, rimanendo in silenzio.

 

Ci trovavamo nel cortile della casa di Piazza Duse, ancora più rigoglioso di quello da cui provenivamo. C’erano ben due alberi di lauro ceraso e una profusione di vasi di fiori. Le stesse finestre dalle imposte verdi si affacciavano sul giardino.

 

“Sono cortili comunicanti!” esclamai sopraffatta dallo stupore e incapace di dire altro.

 

Daniele, osservando la mia espressione, annuì soddisfatto.

 

Tornammo indietro e ci fermammo al cospetto del maestoso albero al centro del cortile.

 

“Ti è piaciuto? È come te lo eri immaginato?”, mi chiese con gentilezza.

 

“È molto più bello di come me lo ero immaginato. Ho sempre sognato di abitare in un luogo così. Sono cresciuta nella periferia nord di Milano”, rivelai con sincerità.  “Non so quante volte ho letto ‘Un albero cresce a Brooklyn’  da ragazzina. Questo incantevole albero però cresce in un signorile cortile di Milano. Ti sei mai seduto alla sua ombra a leggere?”.

 

Sono sempre stata dotata di una fervida immaginazione e, quando lascio che essa prenda il sopravvento, sembro una ragazzina, anche se non lo sono più.

 

Daniele mi sorrise con tenerezza.

 

“Il regolamento condominiale non permetteva di sostare qui a giocare ma ti confido che è una cosa che mi piacerebbe tantissimo fare. È uno dei desideri che non ho mai realizzato. Anche sederci lì, sui gradini vicino alle colonne, poco fa, è stato un po’ come sfidare le convenzioni… ed è stato bellissimo discorrere con te, Eleonora”.

 

“Anche la tua compagnia è stata piacevolissima…”

 

“Eleonora, eccoti qui! Temevo che non avessi fatto in tempo  a trovare riparo.”.

 

Ci voltammo di scatto verso il marciapiede e io riconobbi la voce e la figura di Serena. Era stata di parola ed era venuta a cercarmi.

 

Daniele andò ad aprire il cancello e io li presentai.

 

Serena lo osservò e poi, senza la minima vergogna si voltò verso di me con uno sguardo eloquente che ben conoscevo. “Ma come hai conosciuto un pezzo di ragazzo così?”, voleva dire.

 

Era giunta l’ora di tornare a casa. Daniele mi chiese il mio numero di cellulare e ce li scambiammo, con la promessa di sentirci ancora.

 

Promessa che mantenne perché, qualche giorno dopo, mi chiese se potevo fargli da guida personale nel visitare il Museo di Scienze Naturali. Da lì cominciammo a frequentarci con costanza, prendendo sempre più coscienza di aver conosciuto la persona che reciprocamente avevamo sempre desiderato incontrare.

 

Sono passati tre anni da quella domenica sera di metà luglio.

 

Qualche giorno fa Daniele, in corrispondenza dell’anniversario di quell’incontro del destino, mi ha portato davanti al nostro albero ceraso, nel cortile della sua casa e, al suo cospetto, mi ha chiesto di poter invecchiare con me, fin che morte non ci separi.

 

Gli ho messo le braccia al collo, commossa. “Invecchieremo insieme e nessuno potrà mai rubarci la nostra felicità!”

 

Tutti i miei sogni si sono avverati, ma la sorpresa più grande è stata quella di apprendere che vivremo proprio lì, nella casa dell’albero che cresce a Milano!

 

“Un albero cresce a Milano”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

 

 

 

 

 

 

 

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