TUTTA COLPA DI UN CIUFFO!

TUTTA COLPA DI UN CIUFFO!

Storia vera di Eleonora P., raccolta da Simona Maria Corvese.

“Tutta colpa di un ciuffo”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

Sabato pomeriggio mi sono incontrata con un’amica. Sono rientrata al lavoro da pochi giorni, dopo il periodo della maternità e avevo tante cose da raccontarle. Eravamo sedute al tavolino di un bar , in centro a Milano e le ho raccontato le incredibili disavventure di cui è stata protagonista mia figlia. La bambina ha compiuto da poco 11 mesi e sta affrontando coraggiosamente il periodo d’inserimento al nido, insieme a me.

Coraggiosamente? Sì, lo dico scherzosamente, ma leggete questa storia, piccola piccola e vera, come le sue protagoniste.

In una fredda mattina di gennaio mi allontano con discrezione dalla sala giochi del nido interno all’ospedale milanese, dove lavoro come impiegata amministrativa.

Le educatrici mi hanno rassicurata: la mia piccola Maya si troverà bene con loro e verrà trattata come una principessa. In questo periodo nell’asilo nido ci sono solamente due bambine, coetanee, figlie di dipendenti dell’ospedale: la mia Maya e la piccola Ekaterina, figlia di una coppia di infermieri di origine russa.

Rivolgo un ultimo sguardo a Maya seduta sul tappeto con le gambine leggermente arcuate. Ha una bambolina di pezza tra le braccia ma anche lei sembra una bambola con quel vestitino invernale di velluto che le ho messo stamattina.

Non voglio richiamare la sua attenzione salutandola ancora: la piccola potrebbe intristirsi e mettersi a piangere.

So che non c’è altro che possa fare per lei. Il mio periodo d’inserimento si è concluso positivamente ed è giunto il momento di riprendere a lavorare. Con il cuore pesante e l’inevitabile malinconia del distacco che ogni mamma prova quando deve affidare i figli piccolissimi a persone che non sono familiari, socchiudo la porta e vado a prendere la navetta che mi porterà agli uffici amministrativi dell’ospedale.

La mia giornata trascorre velocemente. È dura riprendere in mano le scartoffie dopo un anno di assenza e cercare contemporaneamente di tenere a bada il pensiero della mia piccola Maya. Come starà? Si sarà messa a piangere quando si sarà accorta che la mamma non era più lì a giocare con lei? In ufficio ho ritrovato altre colleghe, mamme. Tutte mi hanno rassicurata. Sono mamme come me e ci sono passate anche loro dalla malinconia dei primi giorni del rientro dalla maternità.

Per fortuna lavoro part-time e la mia giornata lavorativa è più corta di quella delle colleghe. Nel primo pomeriggio saluto tutti e, con passo sostenuto, mi affretto ad andare a prendere la navetta che mi porterà al nido. Sono ansiosa di riprendermi la mia piccola e tornare a casa con lei. Il tempo non promette nulla di buono: cupe nuvole dal color plumbeo hanno coperto il gelido cielo di gennaio. Sembra imminente una copiosa nevicata e, in cuor mio, spero ardentemente che le previsioni meteo siano sbagliate. La sola idea di dover portare fuori di casa la mia piccola di 11 mesi alla mattina presto, con il freddo che fa e la probabile neve che arriverà, mi fa rabbrividire.

Il solo pensiero aumenta i miei sensi di colpa nei confronti di Maya.

Arrivata all’asilo, varcando la porta d’entrata, mi auguro che Maya si sia già svegliata dal riposino, così potremo arrivare prima a casa. Sto già pregustando l’idea di sedermi sul divano del salotto, nel tepore dell’appartamento, con in braccio la mia pigottina che mi è mancata così tanto, e coccolarla.

Un’educatrice mi ridesta dai miei sogni a occhi aperti, rivolgendomi un caldo sorriso e chiedendomi di seguirla nella sala giochi, dove Maya mi aspetta. Entrando nella stanza individuo subito Maya, la morettina e la biondissima Ekaterina, sedute ciascuna in un girello. La sala mette allegria solo a guardarla: è disseminata di giochini coloratissimi e le due bambine stanno muovendo i loro primi passi con l’aiuto del tutore. C’è un particolare, però, che mi fa perdere il sorriso: Maya ha un segno rosso sulla fronte.

“Cos’è successo?”, chiedo subito all’educatrice che mi sta accanto.

“Non si preoccupi, Maya sta bene”, mi risponde la donna rassicurandomi. “Venga, sediamoci un attimo, così le spiego”.

Ci accomodiamo tutte e due su un divanetto appoggiato alla parete della stanza, poi l’educatrice inizia a raccontare come sono andate le cose.

Nel primo pomeriggio, appena dopo la colazione di mezzogiorno e prima della nanna, le due bambine sono state adagiate, una accanto all’altra, su dei soffici cuscini imbottiti che arredano il parquet del locale.

Maya ed Ekaterina non si conoscono ancora e si stanno studiando. Il fatto che tutte e due praticamente non parlino e non si reggano ancora autonomamente sulle loro gambe, non è di molto aiuto. Quando una vuole attirare l’attenzione dell’altra per invitarla a suo modo a giocare, prende un giocattolino e glielo tira addosso. Per fortuna i giocattoli per i bambini di quell’età sono morbidi. Quasi tutti i giocattoli.

Durante tutta la giornata Ekaterina è stata incuriosita anche dal fatto che Maya ha un folto ciuffo. L’ha osservata con i suoi occhioni azzurri. L’ha osservata e si è tastata i suoi cortissimi ricciolini biondi, comprendendo che lei il ciuffo non lo ha. Questo particolare l’ha fatta un po’ arrabbiare, tanto che, a un certo punto, ha afferrato un cubetto di plastica vuoto dal tavolino didattico e lo ha scagliato contro Maya, per attirare la sua attenzione. Un po’ come se volesse dirle: «Amica mia, io ti mando segnali per giocare insieme ma tu sei distratta!».

“Ecco perché Maya ha un graffietto sulla fronte”, mi spiega l’educatrice. “Ekaterina è gelosa di Maya, perché lei ha il ciuffo!”.

Guardo l’educatrice e rido, divertita da quella storia. “Fare amicizia, se hai un anno e poche parole a disposizione per esprimerti, è un’impresa non da poco”, rispondo ancora con il sorriso sulle labbra “e anche esprimere le emozioni che ti passano per la testa dev’essere tutt’altro che semplice”.

“Le bambine sono ancora molto piccole e, alla loro età, la socializzazione nel vero senso della parola, non c’è ancora. Tuttavia, a modo loro, Maya ed Ekaterina stanno cercando di diventare amiche”, spiega l’educatrice.

“Sono certa che lo diventeranno, anche perché sono le uniche due bambine di 11 mesi di questo nido”, replico con prontezza.

Superata la preoccupazione iniziale per il mio rientro al lavoro, quella sera torno a casa con la mia piccola, tranquillizzata. A parte quel piccolo e buffo incidente, è andato tutto bene.

Più tardi, dopo aver messo a dormire Maya, apro l’armadio con il guardaroba della bambina, nella sua cameretta. Da un piccolo cassetto estraggo una fascia elastica per capelli, con un piccolo fiocco applicato. Mi volto verso la bambina che ormai dorme profondamente e poi torno a osservare la fascia, con aria meditabonda.

“Domani sarai bellissima con questa fascia che terrà a bada il tuo folto ciuffo”, le mormoro, anche se lei non può sentirmi.

Un pensiero mi coglie all’improvviso mentre osservo quel delizioso fiocchetto rosa. Torno subito ad aprire il cassetto ed estraggo una seconda fascia, quasi identica a quella che ho già in mano, se non per il fatto che il fiocco è giallo. “… e questa fascia la regaliamo a Ekaterina, così anche lei sarà bellissima con il suo fiocchetto in testa!”.

“Tutta colpa di un ciuffo”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

 

 

 

 

 

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