TORNARE A SORRIDERE

TORNARE A SORRIDERE

Storia di Aurora B., raccolta da Simona Maria Corvese. Pubblicata sul n. 15 del 2.04.2019 nella rivista “Confidenze” di Mondadori.

“Tornare a sorridere”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

È tutto pronto per la festa di compleanno di mia figlia. Tra poco arriveranno i suoi compagni di scuola e le loro voci allegre animeranno questo caldo pomeriggio di primavera. Mi siedo sulla panchina di legno del giardino e osservo la lunga e coloratissima tavolata imbandita. L’ho sistemata proprio vicino alla scalinata che porta dal cortile della cascina al primo piano, dove si trovano gli uffici di due ONG. Il profumo dolciastro dei gelsomini in piena fioritura che ricoprono completamente la ringhiera mi investe a ondate, inebriandomi di ricordi.

Esattamente un anno fa sono giunta in questa cascina lombarda, gestita da un’organizzazione privata che si occupa di donne maltrattate in difficoltà. Non ero sola, con me c’erano le mie due figlie di 5 e 7 anni. Ero spaventata, non avevo un lavoro e credevo che non avrei mai avuto la forza di ricostruirmi un futuro.

Mi sono sposata che avevo solo 19 anni. Luca era un cliente fisso della trattoria dove lavoravo, era sempre gentile e ci eravamo subito piaciuti. Mi fece una corte serrata e ci sposammo un anno dopo ma fu un tremendo errore. Dopo pochi mesi lui si rivelò una persona diversa da come era apparsa fino a quel momento. Si era dimostrato geloso e aggressivo. Mi diceva: “Corteggiarti è stato facile: davi confidenza a tutti”. Io ero una cameriera. Parlare cortesemente con i clienti faceva parte del lavoro, senza per questo essere persone facili. Fatto sta che a casa spesso mi insultava e mi schiaffeggiava.

In breve tempo la situazione era peggiorata: Luca mi spintonava, mi faceva cadere e mi prendeva anche a calci e io non avevo la forza di reagire. Non avevo nessun parente a Milano e non avevo il coraggio di raccontare quanto mi stava accadendo ai miei genitori, che vivevano nel sud d’Italia ed erano molto anziani. Non volevo dar loro il dispiacere di venire a sapere in quale situazione la loro unica figlia era finita. Mi vergognavo e mi sentivo anche in colpa per quanto mi stava accadendo. Come se fossi stata io a determinare i comportamenti violenti di mio marito. Avevo un’unica amica che era al corrente di tutto e dalla quale mi rifugiavo ogni tanto. Lei continuava a incoraggiarmi a lasciare Luca. Quando scappavo da Matilde, dopo un litigio, lui mi veniva a cercare da lei. Mi chiedeva scusa, prometteva che non si sarebbe più comportato così e mi convinceva a tornare da lui. Giurava di amarmi e io, ancora innamorata di lui, lo perdonavo.

Un anno dopo rimasi incinta di Alice e mi illusi che Luca sarebbe cambiato. Avevo perso il lavoro alla trattoria e dipendevo economicamente da lui.

Le cose peggiorarono perché si dimostrò geloso anche della bambina. Aveva scatti d’ira sempre più violenti e controllava ogni mio movimento. Io, ancora così stupidamente innamorata, cercavo di renderlo contento: coloravo i miei bei capelli castani di rosso, come voleva e indossavo gli abiti che voleva che indossassi.

Non avevo ancora svezzato Alice quando scoprii che Luca aveva un’amante. Non potevo credere che mi stesse facendo questo ma continuavo a illudermi che le cose sarebbero cambiate.

Nonostante le botte diventassero sempre più frequenti, non trovavo la forza di dire basta. Due anni dopo rimasi ancora incinta e nacque Sofia. Mi vennero a trovare i miei genitori e credo che sospettarono qualcosa ma, anche loro, non ebbero la forza di intervenire.

Passarono sette anni di soprusi e violenze. Luca, convinto che io non lo avrei mai denunciato, se la prendeva anche con le bambine: urlava con loro, le terrorizzava con atteggiamenti minacciosi. Arrivò anche a chiuderle in bagno, al buio, per ore.

Quando tornava a casa le bambine tremavano. Una sera prese la scopa e cominciò a percuotermi sulla schiena con il manico. Credetti che volesse uccidermi. Le bambine, singhiozzando, mi dicevano : “Mamma andiamo via”.

Quella fu la frase che fece scattare in me la scintilla di salvarmi e vivere per le mie bambine. Volevo proteggerle e non potevo più permettere che crescessero nel terrore.

Quando lui uscì per andare al bar, raccolsi velocemente alcuni abiti miei e delle bambine, li stipai nella valigia e mi rifugiai dalla mia amica Matilde.

Lei mi convinse a chiedere aiuto e a denunciare la situazione.

Le diedi ascolto e, in poco tempo, venni messa in contatto con una ONG che gestiva case rifugio per donne vittime di violenze familiari.

Mio marito venne accusato di maltrattamenti aggravati e lesioni.

Seduta alla panchina ricordo quella piovosa notte di un anno fa, quando entrai nella casa rifugio. L’ambiente era molto accogliente: era una ex cascina milanese completamente ristrutturata e l’appartamento, che dava sul cortile interno con un giardino, era disposto su due piani. Solo nel momento in cui misi piede nell’alloggio mi resi realmente conto di quanto mi era accaduto. Mi ero completamente annullata e avevo messo a tacere le mie emozioni per non soccombere a quella spirale di violenza. Non avevo voluto accettare il fallimento del mio matrimonio e, per garantire una famiglia alle mie bambine, avevo fatto patir loro quell’orrore. Quella notte Alice, Sofia e io ci addormentammo, esauste e impaurite, tutte e tre abbracciate nel letto matrimoniale.

La mattina seguente, quando aprimmo l’uscio della porta, la casa ci apparve ancora più bella, sotto la luce del sole. Le bambine ne furono subito entusiaste. Davanti alle finestre dell’appartamento correva un’aiuola con un bellissimo cespuglio di rose in fiore. Poco più in là, accanto al tronco di un pino si ergeva con orgoglio un unico tulipano rosso. C’era anche un innaffiatoio giallo che faceva venir voglia di prendersi subito cura del giardino, o forse della propria anima. Al centro del cortile c’era un giardinetto con tre pini, un tavolo e due panchine in legno, come quelli delle aree pic-nic. Un’edicola in muratura con una leva al posto del rubinetto attirò l’attenzione delle bambine. Vi si avvicinarono e cominciarono ad azionare la leva, incantate da quella magia che produceva acqua fresca.

Spiegai loro che quella era una fontana tipica delle vecchie cascine milanesi: l’avevano ristrutturata e funzionava alla perfezione.

Ci sedemmo tutte tre a una panchina ad ammirare l’ambiente dove avremmo vissuto per un po’. C’era un’incredibile sensazione di quiete e tutto in quel luogo emanava pace, come se qualcuno avesse deciso di lasciare il mondo fuori da quelle mura.

Da quella posizione osservai il nostro appartamento. Il muro era di una tonalità di giallo che metteva allegria e doveva essere stato dipinto di recente. Le imposte verde scuro erano tutte aperte. Il perimetro del cortile era percorso da cespugli di ortensie in fiore, che si aprivano in corrispondenza degli usci delle abitazioni. Mi chiesi se quella cascina fosse abitata da altre persone con problemi simili ai miei. Presto lo avrei scoperto. Una scalinata con una ringhiera in ferro battuto completamente ricoperta da gelsomini portava al ballatoio al primo piano. La sera precedente, quando eravamo entrate nella cascina, avevo notato che su un muro interno c’erano delle targhe con i nomi delle due ONG che avevano sede lì. Immaginai che al piano superiore ci fossero gli uffici.

Le bambine intanto avevano già cominciato a prendere possesso del luogo.

“Mamma, c’è un canestro per giocare a Basket!!, gridò Alice emozionata. Mi alzai dalla panchina e la raggiunsi, notando che nel prato. c’erano anche delle palle.

“Mamma, guarda!”, disse Sofia richiamando la mia attenzione.

Mi voltai e la vidi seduta in cima a uno scivolo. In un angolo del cortile era stata predisposta un’area giochi per bambini, con lo scivolo e una palestrina per arrampicarsi.

Tornai con lo sguardo verso il mio appartamento e notai che, in prossimità del muro c’era una rastrelliera semivuota. Tutto intorno ad essa giaceva un colorato assortimento di monopattini per bambini. La mia attenzione cadde però su una graziosissima bicicletta da donna con un cestino in vimini al quale era stato legato un finto girasole. Per qualche istante ebbi un’idilliaca immagine di me stessa a spasso in bicicletta in un parco, insieme alle mie bambine.

“ Ti piace? È tua, Aurora”, disse una voce d’uomo che proveniva dalla scalinata dei gelsomini.

Alzai lo sguardo di scatto e vidi scendere un uomo sui 36 anni dal fisico slanciato. Indossava un paio di jeans chiari e una camicia celeste pallido con le maniche arrotolate che esaltava i suoi folti capelli biondi e gli occhi azzurri. Aveva parlato in italiano perfetto, senza accenti stranieri ma tutto nel suo aspetto lo faceva sembrare un inglese.

Avvicinandosi si presentò: “Ciao, mi chiamo Nicolò e sono un educatore”.

Nicolò era uno degli psicologi della ONG che gestiva il rifugio dove ero stata accolta e avrebbe seguito me e le bambine. Mi presentò anche gli altri membri dello staff, del quale facevano parte alcune impiegate, un altro educatore e una governante. Quest’ultima si sarebbe occupata di rifornire il frigorifero della spesa settimanale e avrebbe seguito le bambine quando io sarei stata fuori a frequentare corsi di riqualificazione professionale o a lavorare. Aldo, l’altro educatore, avrebbe accompagnato Alice e Sofia agli incontri protetti con il padre.

Anche farmi forza per entrare in Tribunale, nei mesi successivi, per me fu un altro segnale di cambiamento: avevo iniziato ad affrontare le mie paure. Al mio ex marito fu concesso di vedere le bambine ma solo con qualcuno che vigilasse, per proteggerle e tutelarle.

Nicolò fu da subito una presenza discreta sulla quale le mie figlie e io avremmo sempre potuto contare. Aveva un modo di fare simpatico e non faticò molto a conquistarsi le simpatie di Alice e Sofia. Fu proprio la più piccola a ottenere una risposta alla curiosità che Nicolò aveva suscitato con il suo aspetto.

Quella sera lui le invitò a giocare a pallacanestro in giardino, mentre io preparavo il pranzo. Sofia, che lo stava studiando da tutta la giornata, gli si avvicinò e gli disse: “Voglio giocare anch’io ma non ci arrivo al canestro. Mi prendi in braccio?”.

Nic, così si era fatto chiamare dalle bambine, si mise a ridere e accettò la proposta. Propose al ragazzino nigeriano, ospite del rifugio, che stava giocando con loro, di prendere in braccio Alice che, pur essendo più grande, non arrivava al canestro. Amal e Nic erano alti uguali, così, iniziarono una divertentissima partita con le bambine in braccio. I due uomini palleggiavano e le bambine tiravano a canestro.

Mi si allargò il cuore veder ridere così di gioia le mie piccole. Ferma sulla soglia di casa, provai un motto di commozione e non ebbi il coraggio di interrompere il gioco. Fu Nic a notarmi e a fermarlo.

“Credo che sia ora di andare a mangiare, bambine”, disse loro.

Sofia fu quella a porre più resistenze. Alla fine l’ebbe vinta lei, riuscendo anche a invitare a cena Nic, con il quale aveva subito instaurato un legame speciale.

Durante la cena Sofia volle sedersi accanto a lui e lo tempestò di domande, fino alla fatidica: “Ma tu sei italiano?”.

Vidi ancora Nic ridere di gusto e soddisfare con disinvoltura la curiosità della bambina. “Sono nato e cresciuto in Italia. Il mio papà è italiano, la mia mamma è inglese”.

Da quel giorno Nicolò instaurò una nuova abitudine con le bambine, dedicando loro del tempo per giocare insieme, prima di mangiare alla sera e fermandosi a conversare con noi in giardino, dopo mangiato.

Mi sorpresi a provare una piacevole intimità nel parlare con Nic. Sedevamo sulla panchina di legno in giardino e discorrevamo di tutto. Era facile parlare con lui, perché non giudicava mai ma mi incoraggiava ad aprirmi, a parlare delle mie paure a riconoscere i miei errori. In breve tempo capimmo che quei momenti dopo cena erano diventati preziosi per tutti e due. In un primo momento avevo pensato che Nic stesse semplicemente svolgendo il suo lavoro di psicologo. Poi, notando che anche lui era disposto a rivelarmi cose personali, come il fatto di essere uscito dolorosamente da un divorzio, mi resi conto che tra noi si stava evolvendo un rapporto molto personale. Cominciavo a provare dell’affetto per Nic e questo mi fece paura. Non ero pronta a ricominciare a vivere simili sentimenti per un uomo, tuttavia sentivo che Nic era una persona speciale sulla quale avrei sempre potuto contare. Nic mi stava insegnando a tornare ad aver fiducia nella vita.

Spaventata dai sentimenti che provavo, non sapevo cosa fare ma avevo bisogno di conferme. Provava anche lui gli stessi sentimenti o mi ero scioccamente infatuata del mio psicologo?

Nelle settimane successive fummo molto a contatto. Lui mi aiutò nella scelta dei corsi di riqualificazione professionale e mi aiutò a capire qual era il lavoro che avrei voluto fare. Scelsi un corso di pasticceria e cominciai subito a frequentarlo. In breve tempo uno degli insegnanti riconobbe in me un notevole talento e mi offerse un contratto di lavoro in una rinomata pasticceria milanese di sua proprietà. Non potevo crederci: avevo riconquistato un’autonomia economica e per giunta con il lavoro dei miei sogni.

Quella sera, tornata a casa, raccontai tutto a Nic, ringraziandolo per avermi aiutato a far chiarezza nella mia vita. Ero così felice che lo abbracciai.

Spinti da un reciproco bisogno di affetto, ci baciammo, come se fosse la cosa più naturale da fare in quel momento.

In quel preciso istante la mia vita ha avuto un nuovo inizio.

È passato un anno e tra pochi giorni lascerò la casa che è stata un rifugio per me e le mie figlie. Mi trasferirò a casa di Nick e inizieremo una convivenza. Appena possibile ci sposeremo.

Tutto è pronto per la festa di compleanno. Seduta alla panchina che per tanto tempo è stata testimone delle confidenze di un uomo e una donna feriti nell’animo, mi volto verso il giardino. I miei occhi sono solo per le mie bambine che giocano felici con Nicolò e per l’uomo che mi ha aiutato a tornare a sorridere.

“Tornare a sorridere”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

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