SUITE FRANCESE, DOLCE di Irène Némirovsky – riflessioni

SUITE FRANCESE, DOLCE di Irène Némirovsky – riflessioni

Quando leggo un romanzo non mi affido mai alle recensioni: è un piacere e un interesse per l’argomento che ho scelto troppo soggettivo per seguire l’opinione altrui.

Il libro potrebbe aver ricevuto tante recensioni positive e non piacermi. Potrebbe anche aver ricevuto poche recensioni positive e piacermi.

Il piacere e le valutazioni sulla lettura che scelgo rimangono del tutto soggettive e indipendenti da qualunque tentativo di influenza esterna. Ragion per cui questa non è la recensione di un romanzo che mi è piaciuto molto, bensì una riflessione a ruota libera.

I due protagonisti della storia, Lucille e Bruno, sono due persone sposate. Lei una giovane sposa di guerra francese che vive in casa con la suocera. Lui è un ufficiale tedesco, ospitato nella casa di Lucille (non per scelta della ragazza ma per imposizione dopo l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale). Tra Lucille e Bruno si sviluppa un’attrazione ma sin dalle prime pagine del romanzo si capisce che questa non è la storia di una relazione extraconiugale.

Irène Némirosky non è banale e non ci presenta il cliché: ‘attrazione – relazione sessuale – addio e ricordo di quanto ci siamo appassionatamente amati’.

È una storia molto più sottile e raffinata.

“Fermati! Allontana i tuoi pensieri da lui, sei su una china pericolosa” (Lucile)

Come donna dei nostri tempi ho pensato: “lasciamole almeno i pensieri”. Sentire non significa acconsentire e so che se io mi fossi trovata in quella situazione mi sarei comportata come Lucile, la protagonista.

Il desiderio di amare ed essere amati appartiene alla natura umana.

Lucile non ama il marito perché il matrimonio le è stato imposto dal padre.

Il marito di Lucile, Gaston Angellier, non la ama. La ha sposata per interesse, salvo poi rinfacciarle che non è stata l’affare economico che aveva sperato di fare. A questo si aggiunge che l’uomo ha una relazione, che dura da anni, con una donna che ama, dalla quale ha avuto un figlio.

Mentre Gaston è prigioniero dei tedeschi, Lucile riflette sulla relazione del marito: “Da ciò, dalla spontaneità e dalla sincerità di quel sentimento, Lucile misurò il vuoto del suo cuore, mai colmato né dall’amore né da un odio dettato dalla gelosia…”.

Lucile si chiede, pensando al marito: “Per me non chiedo niente. Vorrei solo vederlo felice. E io?”

“E io?”. La domanda di Lucile è ciò che muove tutto.

Alla luce di questi fatti mi sono chiesta: è giusto reprimere un sentimento? Soprattutto, è possibile farlo? Lucile ha lasciato che ciò che stava provando per Bruno (e che anche lui provava per lei) vivesse, perché era questo che voleva. Ciò che desiderava Lucile è ciò che desideriamo tutti nella vita: sapere che, almeno una volta nella nostra vita, abbiamo provato sentimenti per qualcuno e che qualcuno ha provato sentimenti per noi. Tutto il resto è una scelta. Lucile ha scelto di non andare oltre.

Anch’io avrei fatto la stessa cosa ma c’è un’altra domanda che mi pongo. Lucile ha represso il suo sentimento, come apparentemente sembra?

“Fermati! Allontana i tuoi pensieri da lui, sei su una china pericolosa” (Lucile)

Secondo me non lo ha fatto. Lo ha vissuto fino in fondo ma nella dimensione che ha voluto dargli. Ha vissuto un sentimento inebriante ma non ha acconsentito, non ha voluto andare oltre.

“Addio. Non la dimenticherò mai” (Bruno von Falk).

(Lucile) non si vergognava di amarlo. … “la prego, in mia memoria, di aver cura per quanto possibile della sua vita”.

“Perché significa qualcosa per lei?” domandò lui ansiosamente.

“Sì. Perché significa qualcosa per me”.

Rispetto la scelta di Lucile e la condivido, con la certezza che il ricordo di simili, intense emozioni tutte cerebrali, le abbia lasciato una sensazione di appagamento. Sono sicura che, al termine della sua vita, Lucile avrà pensato: “E io? Anch’io ho vissuto amando ed essendo amata, almeno una volta nella mia vita. Siete d’accordo anche voi?

Proprio in questo sta la raffinata finezza di Irène Némirovsky. Non ha voluto parlare di una banale relazione extraconiugale. Irène ha affrontato con delicata raffinatezza la spontaneità e la sincerità di quel sentimento che ha avvicinato Lucile e Bruno, in una dimensione nobile, che s’innalza al di sopra della mera attrazione fisica.

(Lucile) “non si vergognava di amarlo, in quel momento: il suo desiderio era morto e provava per lui solo pietà e una profonda, quasi materna tenerezza …”.

A me, lettrice, rimane il piacere di aver letto una storia che ho profondamente apprezzato e la dolce certezza che le vite di Lucile e Bruno hanno significato qualcosa d’importante l’una per l’altra.

SUITE FRANCESE – DOLCE di Irène Némirovsky

Riflessioni © copyright 2019 Simona Maria Corvese

 

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