SINFONIA DELLA NEVE

SINFONIA DELLA NEVE

Selezione di brani tratti dal romanzo

“Sinfonia della Felicità – la storia di Roberto e Livia”

di Simona Maria Corvese

ed. PubMe, copyright © 2010.

 

Durante la notte c’era stata una copiosa nevicata e, dalla finestra del soggiorno, s’intravedevano gli alberi del giardino della Villa Reale di Monza con i rami cristallizzati nella neve, che davano l’impressione di un pizzo finissimo.

“Forza ragazzi”, esortò David ancora in pigiama. “Vestiamoci e andiamo a fare una passeggiata nel parco”

La proposta fu gradita da tutti. Entrando dal grande cancello in ferro battuto, percorsero il viale alberato, avvolti in un silenzio fatato, interrotto solo dal rumore ovattato dei loro passi sulla neve. Poche persone si erano già avventurate fuori casa e ne ebbero conferma quando diressero verso il grande prato sul retro della Villa, perché furono i primi a lasciarvi sopra le loro impronte. In lontananza, lungo i vialetti del lato francese dei giardini, si udivano abbaiare dei cani accompagnati dai loro padroni. Jòzsef si voltò verso la Villa e rimase stupefatto nell’ammirarne la bellezza. I lampioni che correvano lungo la terrazza al primo piano erano coperti da almeno una spanna di neve e sembrava che qualcuno vi avesse graziosamente posato sopra quei piccoli cumuli di neve, tutti delle stesse dimensioni. Alcune imposte del piano

nobile erano aperte e il bambino, preso dalla curiosità di vedere se si potesse scorgere qualcosa dell’interno del palazzo, si staccò dal gruppo e si diresse verso una delle due rampe di scale simmetriche che portavano lì. Incontrò delle difficoltà a salire perché i suoi piedi affondavano nella neve ancora fresca che copriva gli scalini ed era inutile attaccarsi al corrimano per non perdere l’equilibrio: Jòzsef non indossava guanti e si sarebbe solo bagnato le mani, appoggiandole sullo spesso manto nevoso che lo ricopriva. Avvicinandosi alle finestre, appoggiò il naso al vetro, trattenendo il respiro per non depositarvi sopra il vapore del suo fiato e si fece ombra con le mani, ai lati degli occhi, per evitare il riflesso della luce. Rimase deluso, però, nel constatare che pesanti tendaggi bianchi impedivano la vista dei saloni della Villa. Alle sue spalle udiva i gridolini divertiti di Liz, che giocava col fratello sul prato. Si voltò per guardarli ma la sua attenzione fu attirata dallo scorcio che si poteva ammirare da lì. Gli alberi del giardino, carichi sotto la neve, erano semplicemente incantevoli. Tutto lo spazio intorno era bianco e solo il lembo di erba sotto di essi era rimasto integro, creando l’effetto di piccole isole in mezzo al prato. Jòzsef rimase ancora per qualche istante lì poi, con prudenza, ridiscese le scale per raggiungere David e Tim.

David gli propose di andare a vedere il laghetto all’inglese e il bambino lo seguì incuriosito. Ovunque regnava un silenzio ovattato, rotto solo dal crepitio della neve sotto le loro scarpe. Arrivati al punto panoramico, da dove si poteva godere di una perfetta prospettiva, Jòzsef rimase incantato di fronte a quella bianca perfezione. La superficie dell’acqua era ricoperta da un sottilissimo strato di ghiaccio e i rami spogli degli alberi formavano un reticolo immacolato, che assomigliava a un finissimo pizzo. Più in lontananza, dove lo specchio d’acqua non era gelato, una fila di impavide anatre, si stava avventurando verso una sponda del laghetto, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Jòzsef, appoggiato alla recinzione in legno che percorreva l’intero perimetro del lago, si voltò verso David che stava al suo fianco, chiedendogli di farsi scattare una foto insieme. L’uomo, che stava al suo fianco osservandolo, con tenerezza, annuì. Estrasse il suo Iphone dalla tasca dei pantaloni di velluto a costine e lo porse a Tim, chiedendogli di fotografarli.

Liz e la mamma ne approfittarono per vedere l’inverno dal vivo, nella sua veste più romantica.

“Mamma, possiamo portare un fiocco di neve a casa?” chiese la bambina e la donna le aprì il palmo di una mano e le posò sopra un po’ di neve, per farle vedere che questa si scioglieva al calore della sua mano.

“Magia!…È scomparsa mamma!” osservò con una vocina acuta la piccola, affascinata da quella scoperta prodigiosa.

Ritornati al grande prato sul retro della Villa, David e i ragazzi ingaggiarono invece una battaglia a palle di neve, senza esclusione di colpi e tornarono a casa ricoperti di neve dalla testa ai piedi ma felici.

Dal romanzo “Sinfonia della Felicità – la storia di Roberto e Livia”, di Simona Maria Corvese, ed. PubMe, copyright © 2010.

 

Livia e Jòzsef erano appena entrati in Conservatorio e si erano rifugiati subito sotto il portico, scuotendo energicamente i loro ombrelli, carichi di neve, prima di chiuderli e salire nelle aule per le loro lezioni. Stava nevicando da quella mattina e c’era stata una pausa solo verso mezzogiorno. Non appena la temperatura si era riabbassata i candidi fiocchi avevano ripreso a cadere copiosi, con la loro silenziosa e pacifica danza. Non accadeva tutti gli inverni che nevicasse a Milano e la città dalle infinite sfumature di grigio, finalmente si era lasciata ammantare da una candida coltre. Anche in cielo si erano addensate insolite nubi bluastre che avevano tolto qualche ora di luce a quella già breve giornata invernale, nonostante fossero soltanto le prime ore del pomeriggio.

Dal romanzo “Sinfonia della Felicità – la storia di Roberto e Livia”, di Simona Maria Corvese, ed. PubMe, copyright © 2010.

 

Roberto era soddisfatto del lavoro che aveva fatto in generale con Livia fino a quel momento, non tanto dal punto di vista scolastico, quanto emotivo. Ancora una volta si era confermato un ottimo talent scout perché era riuscito a scorgere nella bambina tutte le belle qualità che aveva come persona ed era stato abbastanza abile da saperle valorizzare.

Livia, dal canto suo, lo vedeva come un uomo forte ed equilibrato perché era sempre riuscito a superare tutte le difficoltà in cui si era trovato e si sentiva più vicina e simile a lui che a Laura.

Non aveva mai avuto paura di mostrare le sue debolezze umane e proprio per questo era riuscito ad avvicinarsi a lei trasmettendole più sicurezza in sé stessa.

“Che ne dici di fare una pausa per oggi?”, le chiese. “Non dobbiamo fare tutto in una volta”.

Erano tutti e due provati mentalmente per lo sforzo di concentrazione prolungata in cui erano stati assorbiti.

“Si, non penso di riuscire a produrre altro su questa cosa oggi”, rispose Livia.

“Forza allora, chiamiamo anche Andrea e andiamoci a prendere una bella cioccolata calda alla macchinetta. C’è bisogno di energia prima di affrontare la prossima lezione”, le disse riferendosi alla sua classe di esercitazioni orchestrali che avrebbe concluso le lezioni del pomeriggio.

Scherzarono un po’ e risero insieme ad Andrea, grazie alla sua allegria contagiosa e alle sue battute.

“Manca ancora un po’prima di iniziare, andiamo a prendere una boccata d’aria in giardino prima che diventi buio Livia?”, propose Andrea.

Livia guardò Roberto, come per chiedere se poteva andare fuori col ragazzino.

“Mi sembra un ottima idea ragazzi ma prendete anche la sciarpa e i guanti perché l’aria è pungente a quest’ora”, rispose lui.

I due bambini gli rivolsero un sorriso raggiante.

“Grazie Roberto, allora ci vediamo tra poco”, disse Andrea. “Sì, vi aspetto in classe”.

La notte precedente una nevicata aveva ammantato di bianco gli alberi e il prato del parchetto della villa. Il laghetto artificiale era parzialmente ghiacciato e sulla sua superficie, ora che il pomeriggio volgeva verso la sera, si intravedevano le increspature dell’acqua che ricominciava a solidificarsi.

Andrea si fermò lì vicino, raccolse dei sassolini da terra e cominciò a tirarli nel laghetto, imitato da Livia, che cercava di farli rimbalzare più lontano di quelli dell’amico. Poco dopo ripresero a camminare.

Era bello affondare i piedi nel leggero strato di neve farinosa creatosi sul vialetto che cingeva il perimetro dell’antica dimora. Livia respirava la stessa atmosfera silenziosa e ovattata che aveva sperimentato quando era stata in montagna da zia Bianca ma, a differenza di allora, non era serena in quel momento.

“Sei silenziosa”, le disse Andrea.

“Ero assorta nei miei pensieri, sono un po’ stanca oggi”, replicò lei. “Vuoi dirmi a cosa pensi?”.

Intuiva non si trattasse di semplici pensieri ma di preoccupazioni. Non le era sfuggito lo sguardo teso della bambina, non dovuto alla stanchezza.

“Oh, lascia stare, sono sciocchezze”, rispose lei.

Andrea non insistette, rispettando il volere della bambina ma si lanciò in una raffica di battute e barzellette esilaranti per rallegrarla un po’.

Mentre stavano rientrando squillò il cellulare di Andrea.

“Ciao mamma! Dove sei? Monaco di Baviera. Ti credevo ancora a Vienna”, fece una pausa di silenzio “Quando torni allora? Capisco”, c’era una nota di delusione nella sua voce.

Livia gli fece un cenno a bassa voce: “Ho freddo, io rientro e ti aspetto in classe”.

La bambina si sentiva di troppo in quel momento e preferì lasciargli la sua privacy, comprendendo lo stato d’animo di Andrea.

Lui annuì salutandola e continuando a sentire cosa le diceva la madre al telefono.

Non appena si fu allontanata e si fu immersa di nuovo nel silenzio del parchetto, respirò profondamente l’aria gelida della sera come per rigenerare i polmoni alzando lo sguardo al cielo grigio di Milano che prometteva ancora neve. Non stava pensando a niente in quel momento quando, all’improvviso, le arrivò un nuovo frammento di musica. Archi e violoncello insieme. Era grave, drammatica e potente al tempo stesso. Livia non riusciva a spiegarsi come potesse essere accaduto ma, ancora una volta, quelle note le si erano presentate dal nulla.

Si fermò, estrasse dalla tasca del cappotto il taccuino che teneva sempre con sé e le fermò sulla pagina, poi riprese a camminare verso l’entrata.

Dal romanzo “Sinfonia della Felicità – la storia di Roberto e Livia”, di Simona Maria Corvese, ed. PubMe, copyright © 2010.

 

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