SINFONIA DELLA FELICITÁ capitolo 1

SINFONIA DELLA FELICITA’

La storia di Roberto e Livia

Romanzo di Simona Maria Corvese

“Sinfonia della Felicità – La storia di Roberto e Livia”, copyright © 2017-2018-2019 Simona Maria Corvese

Questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti è puramente casuale.       

Sono davanti ai tuoi occhi tutti i giorni,

all’angolo di una strada, in una piazza,

vicino ad una Chiesa o ad un supermercato.

Busso al finestrino della tua auto, in mezzo ad una strada,

quando sei fermo al semaforo e ti tendo la mia mano

Qualche volta mi vedi cantare o suonare qualcosa per tè,

mentre siamo in viaggio sul vagone di una metropolitana.

Sono un bambino,…un bambino invisibile…

Simona Maria Corvese

 

Dedicato a tutti i bambini invisibili

Disponibile su Amazon:     https://www.amazon.it/Sinfonia-della-Felicit%C3%A0-storia-Roberto-ebook/dp/B0777S8793/ref=tmm_kin_title_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=

                        

CAPITOLO 1

Milano, maggio 2010

 

Roberto era tornato da pochi giorni a Milano, dopo un anno passato in giro per tutto il globo a dirigere le più prestigiose orchestre sinfoniche d’Europa e alternando questi impegni a concerti per pianoforte in diverse capitali europee.

Non era stato per più di una settimana nella stessa città ed era mancato da casa per ben quaranta settimane ma, d’altra parte, non c’era nulla di strano in questo: era un direttore d’orchestra nel pieno della carriera.

Si sentiva svuotato, così aveva deciso di fermarsi per un po’ nella sua città natale e di prendersi un anno sabbatico per sistemare alcune cose che, in quel momento, riteneva più importanti di tutto il resto nella sua vita: sua moglie Laura.

Voleva anche poter finalmente dedicare del tempo alla Fondazione Musica Senza Confini che aveva costituito insieme a un gruppo di amici musicisti.

Gli dava molta soddisfazione dare a ragazzi di strada o indigenti, la possibilità di convogliare le proprie energie verso lo studio di uno strumento musicale. In alcuni casi riusciva anche a individuare talenti fuori dal comune.

Credeva molto in questo progetto, perché aiutare gli altri lo faceva sentire più utile. Non praticava più arte fine a se stessa ed era pronto a mettere in discussione la sua carriera, pur di rimettere in carreggiata la sua vita. Rinunciare alla sua professione non gli avrebbe mai lasciato il vuoto che stava provando in quella fase della sua esistenza. In fin dei conti, a che cosa valeva essere ricco e famoso se la sua vita affettiva si stava rivelando un completo fallimento?

In un pomeriggio di primavera stava camminando lungo un portico di Corso Vittorio Emanuele quando, a un tratto, cominciò a sudar freddo e percepire un senso di sbandamento. Le ultime cose che udì furono le note di un violino, dall’altro lato della strada. Poi perse i sensi.

“Signore, mi sente? Adesso le portano un bicchiere d’acqua ma lei si svegli”.

Ancora stordito per la caduta, udì la voce di una bambina che gli stava parlando. Quando aprì gli occhi, vide attorno a se i visetti di cinque bambini tra i sei e i dieci anni e, guardandoli meglio, si accorse che erano Rom. Si stava avvicinando anche una folla di curiosi e passanti.

Roberto riconobbe subito la bambina che gli aveva rivolto la parola e notò che aveva in mano un violino. Non le diede più di dieci anni.

Accanto a lei stava un bimbetto più piccolo, anche lui con un violino sistemato sotto l’incavo del braccio, che lo osservava con un’espressione incuriosita.

La musica che aveva udito poco prima di perdere i sensi poteva quindi provenire da loro, pensò.

“Ecco, si è svegliato, Livia! Hai visto? Sì, si è svegliato!”, gridò tutto emozionato il piccolo.

Tutt’intorno a loro si era raggruppata una piccola folla di curiosi.

“Sciò, via, via mocciosi. Tornatevene a suonare la vostra musica, piccoli straccioni, e non infastidite il signore”, strillò il barista, che aveva visto la scena, mentre si avvicinava a Roberto per aiutarlo a sedere a un tavolino posto appena fuori dal suo bar. Il bar si affacciava sul portico.

La folla intorno a loro, intanto, si era diradata.

“Ma noi volevamo solo soccorrerlo quando è caduto”, gridò Livia risentita per il modo in cui quell’uomo aveva trattato lei e gli altri bambini.

“Ho detto via e non fatemi perdere la pazienza. Adesso vado a prendere un bicchiere d’acqua e quando torno non voglio più vedervi qui, altrimenti chiamo la polizia. Ci siamo intesi?”.

Detto questo si allontanò.

I bambini, malvolentieri, si allontanarono tornando dall’altra parte del Corso, nel punto in cui il portico si interrompeva per lasciare il posto alla piazzetta di fronte alla Chiesa di San Carlo, dove erano soliti suonare. Solo Livia si attardò un attimo in più, timorosa, vicino a Roberto. Lo stava guardando con un’espressione preoccupata.

“Ti sei spaventata quando sono caduto a terra?”, le chiese lui cercando d’interpretare il suo sguardo.

La bambina annuì senza parlare.

“Grazie per avermi soccorso, adesso sto meglio”, le disse ancora un po’ pallido mentre le rivolgeva un caldo sorriso. Le tese la mano per stringergliela e presentarsi: “Io mi chiamo Roberto…e tu Livia, se non ho capito male. Vero?”.

Me bǔchόv Livia…mi chiamo Livia”, annuì ancora la bambina ma non  gli strinse la mano. Gli aveva risposto nella sua lingua, il romanì, ma si era subito corretta traducendo in italiano. Si guardava intorno nervosa e aveva l’aria di un cucciolo spaurito con due occhi grandi grandi, dall’espressione dolce e fiera, in un visino ovale da madonnina.

“Non avere paura, puoi fidarti di me, voglio solo ringraziarti”, la rassicurò Roberto tendendo bene il braccio verso la bambina, con il palmo della mano rivolto verso l’alto e ben aperto.

Ci fu ancora qualche istante di esitazione poi Livia, con molta incertezza, distese il suo braccio e posò lentamente la sua piccola mano sul palmo di Roberto.

Muovendosi lentamente come la bambina, Roberto richiuse la mano attorno a quella di Livia e la strinse lievemente, continuando a sorriderle in modo rassicurante.

“Eri tu che suonavi poco fa?”, le chiese dopo averla lasciata.

“Sì”, mormorò lei con un filo di voce e ricambiando il sorriso.

Per un attimo i loro sguardi si erano incrociati e Roberto pensò che forse era riuscito a stabilire un contatto con quegli occhi innocenti e tristi. Conosceva quell’espressione. Era la stessa che avevano molti ragazzi della fondazione. Non c’era rassegnazione ma la realistica consapevolezza di non avere prospettive di riscattarsi da quella vita non perché non avessero aspirazioni ma perché sapevano che sarebbero stati gli altri a negargliele, a causa dei loro pregiudizi.

Livia, invece, osservandolo, aveva pensato che Roberto era una persona buona.

“Sono anch’io un musicista, sai?”, le rivelò lui destando la curiosità della bambina.

“Livia cosa fai? Sbrigati, sta arrivando zio Gyorgy”, gridò dall’altra parte del corso il bambino più piccolo che era stato vicino a lei poco prima. “Ajde Luluǧί!”

“Ha detto «andiamo Fiore»…è il mio soprannome in romanί e il suo mačhorό, pesciolino”.

Livia guardò Roberto un ultima volta: “E lui suonava con me”, trovò il coraggio di rispondergli, indicando il piccolo Rom che l’aveva appena chiamata. “Sem baxtale kaj prinǧardém tut…sono felice di averti conosciuto. Sastipé…Ciao!”.

Rivolse a Roberto un sorriso di simpatia, in segno di saluto poi si voltò di fretta e corse via.

Roberto avrebbe voluto offrirle qualcosa al bar per ringraziarla ma, in men che non si dica, tutto il gruppo dei bambini scomparve in mezzo alla folla del Corso, mentre lui li osservava ancora un po’ confuso da quanto gli era accaduto poco prima.

Lo scambio fugace di parole con quella bambina lo aveva intenerito. C’era stato qualcosa in lei, forse nel suo gesto così spontaneo di attardarsi vicino a lui per accertarsi che stesse meglio, che lo aveva commosso. Qualcosa d’indefinibile e magnetico.

“Come sta signor Neri?”, lo riportò alla realtà il barista ricomparendo con un bicchiere d’acqua e una tazzina di caffè appoggiati su un vassoio. “Vuole che le chiami un ambulanza?”.

L’uomo lo aveva riconosciuto e sapeva che Roberto era un musicista e direttore d’orchestra piuttosto noto. Negli ultimi mesi la sua faccia era apparsa spesso su molti quotidiani italiani ed esteri ma anche in televisione e la notizia del suo abbandono momentaneo del mondo della musica sinfonica aveva fatto il giro dell’Europa.

“No, grazie. Sto meglio ora. Ho avuto solo un forte capogiro…credo sia stato un improvviso calo di pressione. Per favore, mi chiama un taxi?”.

Non gli era mai capitato di collassare in quel modo, così preferì andare dal medico che gli ordinò di mettersi a riposo per qualche giorno. Era stato sottoposto a forti stress negli ultimi mesi e la stanchezza accumulata aveva causato quell’improvviso malore. Roberto si sentiva un leone, nel pieno delle forze, come quando era un ragazzo e, nell’ultimo anno, si era stordito con mille impegni per non pensare ai suoi problemi. Non sapeva quanto lo avesse fatto coscientemente, per non affrontare la realtà, fatto sta che, ad un certo punto, il suo fisico si era ribellato e gli aveva ricordato che non lo poteva più mettere alla prova come se avesse ancora vent’anni. Non poteva più scappare da se stesso.

“Adesso vai a casa a farti una bella dormita, Roberto. Mi raccomando, d’ora in poi tieni sempre con te una bustina di potassio, soprattutto ora che andiamo incontro alla stagione calda”.

“Ti prescrivo qualcosa per tirarti su ma se questi episodi dovessero ripetersi, torna da me e ti farò fare degli esami più approfonditi”.

Ritornando a casa Roberto era ancora pallido in volto e provava un’inspiegabile tensione nervosa o era forse euforia? Come se dovesse accadergli qualcosa. Tutto ciò non aveva senso, si disse. Era frutto solo dell’autosuggestione, della volontà d’imprimere una nuova direzione alla sua vita. Il pensiero tornò ai piccoli Rom che gli si erano fatti attorno quando era caduto a terra. Non ricordava di aver visto adulti con loro, eppure la musica che aveva udito sembrava proprio suonata da una mano virtuosa. Possibile che fossero stati loro?

Quando entrò in farmacia per acquistare delle vitamine, si accorse che gli avevano rubato il portafoglio.

“Prima o poi vi incontrerò di nuovo e allora sì che faremo un discorso a quattr’occhi”, disse a bassa voce, scuotendo la testa. Era stupito per la destrezza con cui gli avevano sfilato i soldi.

 

La sera di quello stesso giorno Livia, tornata all’accampamento rom con gli altri ragazzi, ebbe un diverbio con Dimitri, il maggiore del gruppo. Era furibonda, non ce la faceva più a tenere la lingua a freno.

“Durgirijòmattukhl. Durgerjòm tuqe…Te l’ho fatta. Te li ho sottratti”, rideva il ragazzino soppesando il portafoglio: conteneva poche banconote. Aveva già esaminato il contenuto senza trovare la carta di credito del malcapitato. Un vero peccato che non la custodisse lì con i soldi.

“Come ti è saltato in testa di rubare i soldi a quel signore, oggi? Noi ci guadagniamo da vivere suonando e non rubando!”.

Ikol, Aci! Basta, taci e tieni i piedi per terra Livia. La gente s’incanta a sentir suonare te e Jòzsef ma quando avete terminato la vostra esecuzione non sgancia abbastanza soldi. Se non fosse per me, a fine giornata torneremmo a casa con pochi spiccioli. Non è quello che vuole vostro zio Gyorgy”, le gridò con durezza il ragazzino, risentito per le accuse ricevute.

Alcuni uomini, riuniti accanto a una roulotte nelle loro vicinanze, si voltarono a guardarli attratti dai loro schiamazzi.

La bambina preferì non proseguire nella discussione ma si sentiva ancora molto offesa per essere stata coinvolta, suo malgrado, in quel furto. Si allontanò da lui, con passo nervoso , lungo il vialetto principale del campo. Si fermò in prossimità del prato mettendosi a tirar calci stizzosi a dei sassetti. Aveva il fiatone e cercava di dominare, o forse di comprendere il turbinio di emozioni che le tumultuavano nell’animo. Rabbia? Rancore verso la vita? No, orgoglio.

Il suo orgoglio, in quel momento, le impediva di ammettere che Dimitri diceva la verità. Le cose stavano proprio così. Avevano passato una settimana difficile, era piovuto per cinque giorni di fila e non erano potuti uscire dal campo per raggiungere Milano. Senza contare che i portici sotto cui ripararsi per suonare erano solo in centro e loro dovevano spostarsi in continuazione per non essere fermati dalla polizia. Le metropolitane erano sempre più controllate dagli sbirri.  Quando pioveva il campo dove si erano fermati, alla periferia est di Milano, diventava tutto fango. Livia provava ancora quella sensazione di fastidio dovuta all’impossibilità di rimanere pulita: cinque minuti dopo che aveva messo il naso fuori dalla roulotte, non solo era bagnata ma anche sporca di melma.

Poi aveva paura perché c’erano topi e bisce. Nelle giornate di sole le mamme le affidavano i bambini piccoli, una volta tornata al campo alla sera, mentre loro preparavano da mangiare. Ma in quelle condizioni non poteva neppure posarli nel prato, seduti su una coperta, perché quelle bestiacce potevano morderli. Non erano molto distanti da una discarica abusiva a cielo aperto. Abusiva come loro, sorrise amaramente Livia…Lì le colonie di topi abbondavano, insieme al lezzo nauseabondo con cui tutti loro erano costretti a convivere. Senza parlare delle siringhe: doveva sempre prestare la massima attenzione perché i drogati passavano di lì la notte.

Una Romni con in braccio un neonato si affacciò alla porta della roulotte e la chiamò. “Sig, Luluǧί…Veloce, Fiore!”.

Livia si riscosse dai suoi pensieri e, in cuor suo, fu grata alla donna per aver inconsapevolmente messo fine a quelle riflessioni così pessimistiche.

Le fece un cenno di assenso col capo e la raggiunse, affondando leggermente coi piedi nel terriccio impregnato d’acqua come l’erba . “Ćar…Erba…”, pronunciò il suo nome tra sé e sé, come per accarezzarla con la voce. Le piaceva il profumo dell’erba bagnata. Mentre avanzava stava attenta a schivare le profonde pozzanghere negli avvallamenti del prato che non erano ancora evaporate al caldo sole primaverile. Non poteva permettersi di inzupparsi le scarpe: se fosse accaduto avrebbero impiegato giorni ad asciugarsi e quello era l’unico paio che possedeva.

Questo non sarebbe successo se zio Gyorgy avesse accettato gli aiuti della Caritas locale dove abiti e scarpe non mancavano. Ma, per accedervi, bisognava fornire le proprie generalità e, per un autentico figlio del vento come lui, era inaccettabile. Questa era solo una delle cose che non riusciva a capire di quell’uomo senza radici, come tutti loro, che tanto temeva.

Per un istante il suo pensiero andò al musicista che aveva soccorso quel pomeriggio. Le aveva detto di chiamarsi Roberto, ma non era questo che aveva attirato la sua attenzione. C’era stato qualcosa in lui che l’aveva colpita. Non i modi fini, signorili e neppure la semplice gentilezza.

Era la sensibilità che aveva mostrato nei suoi confronti.

Era stata la prima persona che l’aveva trattata come una bambina, non come una sporca Romni.

“Sinfonia della Felicità – La storia di Roberto e Livia”, copyright © 2017-2018-2019 Simona Maria Corvese

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