ROTTA VERSO NORD

ROTTA VERSO NORD

Storia vera di Simona Maria Corvese

(Pubblicato sul n.8 – 2019 della rivista “Confidenze” di Mondadori.)

Ho sempre pensato che per trovarsi bisogna prima perdersi. Un viaggio in mare è il luogo migliore dove perdersi, per potersi ritrovare.

Avevo 17 anni quando intrapresi il mio primo viaggio all’estero, affidata a un’amica di famiglia. Quell’estate mio nonno era in ospedale, malato terminale. I miei genitori e io avevamo affrontato un lungo periodo fatto di ospedali e brutte notizie. Eravamo tutti provati da quella situazione che non aveva speranze di migliorare.

La vita è fatta di bei momenti ma anche di situazioni dolorose che è giusto fronteggiare anche in giovane età e questo l’ho imparato presto. Quando avevo 13 anni imparai a cucinare per mio nonno che era diventato diabetico e doveva seguire una dieta rigorosa. In quel periodo mia mamma era impegnata ad assistere la nonna, in ospedale per problemi cardiaci. Io ero l’unica persona che potesse occuparsi del nonno. Lui l’unica persona che potesse occuparsi di me.

L’estate dei miei 17 anni, tuttavia, i miei genitori non vollero che io la passassi tra malati terminali. Vedendomi incupita, mi regalarono qualche giorno di vacanza per allontanare le preoccupazioni vissute. Sarei partita per un viaggio di mare sull’Hurtigruten, la nave postale norvegese che tocca tutti i fiordi, partendo dalla città di Bergen e arrivando a Kirkeness, con 34 scali.

Lo ricorderò sempre come l’esperienza più emozionante della mia vita. Le notti bianche, i colori nordici, il vento tagliente, i panorami mozzafiato e il mare del nord blu cobalto, ti mettono in contatto con la parte più profonda della tua anima. Non devi far altro che abbandonarti alla forza di quella natura selvaggia per capire chi sei e dove vuoi andare.

Ma ciò che ricorderò per sempre è l’incontro con un giovane gentile, non molto più grande di me e quanto accadde la prima notte di navigazione, mentre facevamo rotta verso nord.

Ero ferma sulla banchina del porto di Bergen, in attesa d’imbarcarmi sull’Hurtigruten. Guardavo le acque che lambivano la banchina, impressionata dalla loro profondità e dall’intenso odore di salsedine che mi bruciava le narici. Sensazioni forti, mai esplorate.

Più tardi, dopo aver sistemato i nostri bagagli in cabina, salimmo al ponte della nave che dava accesso alle balconate panoramiche esterne. La nave aveva già preso il largo ed eravamo in attesa del pranzo serale. Rinunciai a uscire perché c’era troppo vento. Mi limitai a osservare l’inizio della notte bianca dal finestrone del ponte. Il sole aveva cominciato ad abbassarsi lievemente all’orizzonte e, solo in quel momento, realizzai che quella sarebbe stata la mia prima notte bianca.

Sentii degli schiamazzi e mi voltai di scatto. Proprio nel centro della hall, due ragazzi, palesemente ubriachi, stavano importunando i turisti. Erano vestiti da punk e avevano le teste rasate ai lati, con creste inverosimilmente colorate. A un certo punto uno di loro decise di prendere di mira anche me. Gettò per terra la lattina di birra e, completamente sbronzo, cominciò ad additarmi e a parlarmi. Non capivo una sola parola di norvegese. Non capivo una parola di quanto mi stesse dicendo ma il suo sguardo era minaccioso e volgare. Mi intimoriva.

Fu in quel momento che un giovane ufficiale della marina norvegese mi si parò davanti. Io non sono una grande altezza ma lui era altissimo e con le spalle larghe. Con lui davanti non riuscivo più a vedere lo ‘skin head’ che mi stava molto probabilmente insultando. La semplice presenza di quel ragazzo in divisa bianca, con le mostrine nere sulle spalle e il cappello bianco con la visiera nera, mi aveva fatto sentire al sicuro.

Pronunciò una sola frase, con un tono sicuro e pacato ma che non ammetteva repliche. I due ragazzi raccolsero le lattine che avevano gettato sulla moquette del ponte e sparirono velocemente dalla circolazione.

Tutti i turisti presenti lo applaudirono e, anche se non comprendevo la lingua norvegese, lo feci anch’io. Lui, che fino a quel momento non si era mosso dalla sua posizione, si voltò verso di me e mi sorrise, poi si allontanò dal ponte.

Provai un tuffo al cuore: era un ragazzo bellissimo, dai tipici lineamenti nordici e mi aveva guardato come un uomo guarda una donna ma senza alcuna volgarità. Arrossii ma non mi sentii a disagio, come poco prima.

Quella sera, a pranzo, sentii da altri turisti italiani che quei ragazzi erano norvegesi e che il capitano era stato informato della presenza di alcuni teppisti che avevano molestato verbalmente i turisti. La nave avrebbe navigato in mare aperto tutta la notte ma loro sarebbero scesi la mattina seguente al primo scalo possibile, ad Ǻlesund.

Quella notte non riuscii a dormire in cabina. Era stata una giornata ricca di emozioni e anche d’imprevisti spiacevoli. Faceva caldo e mi mancava l’aria lì dentro. L’amica di famiglia con la quale condividevo la cuccetta dormiva profondamente. Prima di ritirarci per la notte avevamo progettato di alzarci alle prime ore del giorno per vedere le luci dell’alba nordica. Vedendo Elena sprofondata in un sonno così pesante, non la volli svegliare.

Scesi dal letto a castello, indossai i jeans, la felpa con il cappuccio e uscii silenziosamente. Salii le scale deserte e raggiunsi il ponte principale, avvicinandomi al finestrone per osservare il panorama. Che delusione provai: non era molto diverso dal sole di mezzanotte. Mi ero aspettata luci più violacee… e invece…

Un monitor gigante appeso alla parete e collegato al computer di bordo faceva vedere in tempo reale dove si trovava la nave e la rotta che stava tenendo. Quel piccolo puntino rosso lampeggiante era l’Hurtigruten e la freccetta rossa che si allungava verso nord, indicava che eravamo in mare aperto e avevamo appena doppiato Florø. Alle mie spalle il personale di bordo era già operoso in un continuo andirivieni di divise immacolate della marina.

“Is it all OK? May I help you? Va tutto bene? Posso esserti d’aiuto?

Mi voltai riconoscendo quella voce profonda. Era il giovane ufficiale che mi aveva aiutato quella sera.

Di fronte a quel sorriso aperto, per la seconda volta nella stessa giornata, arrossii. Era così affascinante nella sua uniforme.

“Oh… va tutto bene, sei gentile…” risposi, sorpresa e felice di vederlo. “Non riesco a prendere sonno e sono venuta qui per vedere l’alba”, gli spiegai, indicando il panorama che s’intravedeva dalla finestra.

“Ti posso prendere una camomilla?”, mi chiese, stupendomi ancora di più con la sua spontaneità.

“Aspettami qui, torno subito”, mi rispose lui. Il suo tono di voce era lo stesso di quel pomeriggio: cortese, sicuro e fermo. Il suo modo di fare risoluto era quello di un militare.

Lo vidi allontanarsi da me, muovendo in direzione del bar ma, dopo pochi passi, si fermò e si voltò nella mia direzione. “Non uscire da sola sul ponte”, mi ordinò sorridente. “Non si esce mai da soli sul ponte di una nave, soprattutto se è ancora notte”. Mi guardò dritto negli occhi, cercando di rimanere serio e trasmettermi tutta l’autorevolezza che comunicavano la sua divisa e i suoi gradi… ma rideva con gli occhi e si era rivolto a me come uno che parla con i bambini.

Mi piaceva quel modo di fare così protettivo e il suo aspetto mi metteva gli ormoni in lettiga.

Si avvicinò anche alla porta che dava sul ponte esterno e si accertò che fosse stata chiusa a quell’ora. Lo era.

Poco dopo lo vidi arrivare con una tazza di camomilla. Nell’avvicinarsi a me incrociò un collega ufficiale e scambiarono qualche parola. Si voltarono verso di me e ridacchiarono, poi si salutarono e lui mi raggiunse. Ci accomodammo su un divanetto nella hall della nave.

Lo osservai incuriosita, per studiarlo. Aveva due occhi azzurri limpidissimi e i capelli castano chiari. Da bambino doveva essere stato un vero biondo. Notai che anche lui stava studiando il mio volto ma io ero il suo esatto contrario. I miei capelli erano neri e gli occhi una tavolozza che conteneva tutti i colori dell’autunno: nocciola misto a verde con tante pagliuzze dorate.

Eppure c’era qualcosa in lui che mi fece vibrare nell’animo. Mi osservava con una tale intensità che ebbi l’impressione che il suo sguardo fosse riuscito a far breccia in me, fino a raggiungere le mie confuse emozioni.

Gli sorrisi compiaciuta perché, sì, quel ragazzo mi piaceva. Subito dopo, imbarazzata da quello che provavo, distolsi lo sguardo.

Lui ridacchiò ma non distolse il suo.

Scoprii che si chiamava Erik e aveva 25 anni. Avevo pensato che fosse più vecchio, non per il suo aspetto ma per il suo modo di fare. Io, al confronto, sembravo proprio una bambina.

Ripensandoci gli devo aver dato un bel da fare quella notte, con tutta l’incoscienza e l’ingenuità dei miei 17 anni. Ero uscita da sola dalla mia cabina, senza avvertire Elena. Mi ero messa a girare per la nave semi deserta senza che mi sfiorasse minimamente il pensiero di potermi imbattere di nuovo nei punk ubriachi della sera precedente. Mi era balenata pure l’idea di uscire sul ponte a respirare l’aria pura dell’alba e ad ammirare le luci dei centri abitati sulla costa…

Parlammo a lungo quella notte con la sensazione di conoscerci da sempre. Gli raccontai di mio nonno, dei lunghi mesi di preoccupazione che avevo passato, del fatto che l’episodio spiacevole degli ‘skin head’ di quel pomeriggio mi aveva turbato. Tutto aveva contribuito a non farmi prendere sonno.

“Non riesco proprio a entrare con la testa nella dimensione della vacanza”, gli confidai.

Il semplice parlare con quel ragazzo così gentile aveva cominciato a rilassarmi. A un certo punto lo vidi alzarsi dal divanetto e indicarmi il finestrone che dava sul ponte esterno. Mi alzai e lo segui anch’io ma verso il monitor del grande schermo collegato con il computer di bordo. Mi fece vedere che la nave, dal mare aperto, aveva doppiato Vestkapp e stava facendo rotta verso Tørvik , un paesino rurale della costa norvegese, a sud di Ǻlesund. Ero affascinata dalle parole di Erik che mi descrivevano quel luogo.

“Vieni”, mi disse. “Andiamo a vedere le prime luci della costa”.

Lo seguii e rimasi con il naso a un millimetro dal vetro della finestra, incantata ad ammirare quel presepe nordico. Questa volta fui soddisfatta: era proprio come mi ero aspettata. Il tipico paesino della costa norvegese, con le sue casette rosse e i tetti neri, estremamente rilassante.

Alle nostre spalle l’andirivieni del personale di bordo cominciava a divenire più animato. Guardai l’orologio e mi accorsi che erano le cinque di mattina. La luce del sole, che non era mai tramontato all’orizzonte, cominciava a divenire sempre più intensa. Rimanemmo lì a conversare ancora quasi per un’ora, poi Erik mi propose di andare a fare colazione insieme.

“Ma sono solo le sei!”, esclamai sorpresa. “Mi hanno detto che le cucine aprono alle sette”, replicai.

“Sì, per voi turisti. Per il personale di bordo sono già aperte”, mi sorrise divertito “Il mio turno finisce alle sei, poi vado a dormire. Che ne dici, Simona: facciamo colazione insieme?”.

Erik aveva trovato un’ottima idea per stare ancora un po’ insieme.

Lo desideravamo entrambi.

Emozionata all’idea di poter far colazione con lui, lo seguii e per qualche istante dimenticai le mie preoccupazioni.

Quella notte insonne mi aveva messo appetito e cominciavo a entrare nello spirito della vacanza. Una vacanza non all’insegna della spensieratezza, non avrebbe mai potuto essere così, con la preoccupazione di mio nonno a casa, malato terminale… ma una vacanza rigenerante, all’insegna della riflessione e del contatto con la natura selvaggia della Scandinavia.

“Sei preoccupata per tuo nonno?”, mi chiese Erik.

Gli confidai che non volevo morisse proprio mentre ero lontana dall’Italia ma la scelta di allontanarmi da casa non era stata mia.

Divorai un muffin ai mirtilli e, su suggerimento di Erik, assaggiai una deliziosa gelatina di fragole. Molto buona ma per me una colazione non era tale se non era accompagnata da un glorioso cappuccino italiano!

“Sei proprio un’italiana”, sorrise divertito Erik mentre mi osservava gustare il mio cappuccino.

“E tu sei proprio uno scandinavo”, osservai io altrettanto divertita, vedendolo divorare la sua pantagruelica colazione. “Che cosa mangi?”, gli chiesi, ipnotizzata da una specie di panino che aveva in mano, fatto con salmone affumicato, fette di formaggio e insalata riccia rossa.

“È uno Smorbrød, un panino aperto”, mi spiegò lui, addentandolo con appetito e sorseggiando poi da una tazza fumante il suo caffè lungo.

Dopo colazione ci salutammo e io ringraziai Erik per la pazienza che aveva avuto nel darmi retta tutta la notte.

La mattina seguente l’Hurtigruten fece scalo ad Ǻlesund. Elena e io andammo a visitarla, su consiglio di Erik. Mi aveva suggerito di non perdermi i suoi edifici in elegante stile liberty , le cui facciate neoclassiche dai colori decisi si rispecchiavano sul mare che lambisce la città, ornate di decori floreali.

Il viaggio proseguì e fu il viaggio più bello del mondo.

Durante la traversata, nei giorni seguenti, incontrai ancora Erik e trovammo altre occasioni per conversare, ansiosi di stare insieme. Quanta gioia in quei momenti.

Quando il viaggio volse al termine ci salutammo con tristezza. Lo ringraziai di cuore e gli dissi che lo avrei sempre ricordato.

“Anch’io non ti dimenticherò”, mi rispose lui, stringendomi la mano con malinconia. In un angolo appartato del ponte esterno mi attirò a sé per abbracciarmi ed ebbi la sensazione di cristallizzarmi in un appagante istante senza tempo, insieme a lui.

Tornata in Italia raccontai quella bellissima esperienza a mio nonno e gli feci vedere le numerose foto che avevo scattato. Non gli parlai della mia infatuazione per Erik ma lui se ne accorse. “Non vergognarti mai dei sentimenti che provi. Sono un dono dal cielo, come tu lo sei per me. L’affetto che dai e ricevi non muore mai”. Un mese dopo, alla fine di agosto, morì.

Non ho più rivisto Erik ma il ricordo di quel ragazzo sensibile che mi era stato vicino in un momento difficile, è ancora vivido in me e sempre lo sarà.

“Rotta verso nord”, copyright © 2018 Simona Maria Corvese. Pubblicato sul n.8 – 2019 della rivista “Confidenze” di Mondadori.

 

 

 

 

 

 

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