RAPSODIA DI NATALE – racconto natalizio illustrato

RAPSODIA DI NATALE

di Simona Maria Corvese

Questo racconto, adatto a un pubblico adulto, è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.

RAPSODIA DI NATALE – sinossi

Karen, una direttrice d’orchestra, ora direttore artistico di una prestigiosa scuola di musica a New York, deve organizzare il concerto di beneficenza di Natale. Il ricavato verrà devoluto a un istituto per ciechi della città. Tutti si chiedono perché una donna che ha diretto orchestre sinfoniche prestigiose ora lavori con ragazzi inesperti che aspirano a diventare musicisti professionisti. Karen ha avuto un’esperienza dolorosa in passato e ora lavorare con i ragazzi è per lei una necessità e un modo per fare ammenda agli errori commessi.

La parte solista verrà suonata al pianoforte da Alexandra, la sua allieva più brillante. Karen vorrebbe coinvolgere a suonare nel concerto anche il padre della ragazza, Henry, un pianista virtuoso che grazie al suo talento eccezionale tiene concerti in tutto il globo. C’è un problema però: Alexandra e Henry non si parlano da un anno. Da quando è venuta a mancare Isabel, la moglie, lui sembra essersi disinteressato della figlia. Avendo a cuore la ragazza ma anche il suo talento, Karen convoca Henry a scuola per un colloquio.

A una cena di Natale presso l’istituto dei ciechi, il cui direttore  è James, il fratello di Henry, Karen si trova in difficoltà: la serata è completamente al buio e Karen ha perso l’orientamento. Verrà in suo aiuto un uomo dai modi gentili. Karen ne rimane ammaliata ma rimarranno un affascinante mistero l’uno per l’altra perché non hanno avuto il tempo di presentarsi.

Henry e James sono entrambi attratti da Karen che, suo malgrado, si troverà coinvolta in un triangolo amoroso.  I due fratelli entrano in conflitto ma Karen prenderà una decisione, seguendo il suo cuore.

A causa di una tempesta di neve a New York, Karen rimarrà bloccata a casa di Henry e Alexandra per un week end: sarà l’occasione per aiutarli a ricostruire il loro rapporto affettivo e a darsi una seconda possibilità come padre e figlia. Complice la tempesta di neve, complici i preparativi natalizi per addobbare la casa, i segreti del passato di Henry e di quello di Karen verranno a galla, avvicinandoli.

C’è anche un problema che preoccupa Henry e che può influire sul suo futuro ma, non avendolo confidato ancora a nessuno, si porta questo peso da mesi. Karen sarà la prima a conoscere la preoccupazione di Henry.

Karen e Henry riusciranno a perdonarsi gli errori commessi in passato e a scrivere un nuovo capitolo della loro vita, questa volta con un lieto fine?… ma, per quanto riguarda Karen, un lieto fine con chi? Con James o con Henry?

 

New York, un mese a Natale.

Karen era piena di energie quella mattina dall’aria pungente di una giornata di fine novembre. Ogni tanto qualche passante che camminava di fretta lungo il marciapiede la urtava ma a lei non importava nulla. Non era mai stata così felice da quando aveva iniziato a organizzare il concerto di Natale nella sua scuola.

Un odore di fritto la investì da un fast food nelle vicinanze mentre il suono dei clacson, proveniente dal viale intasato dal traffico, infastidiva le sue orecchie. Continuò a camminare estraniandosi da tutto ciò che la circondava: il rumore dei coperchi di bidoni della spazzatura ammaccati e  sbattuti malamente, l’odore di tabacco dei mozziconi  di sigaretta che si accumulavano in strada, lo stridere dei freni dei veicoli, sirene. Si attardò solamente un istante, attratta dalla musica che dei buskers stavano suonando, intrattenendo i passanti. “Étude Opera 25 n.1- arpa eolica –  di Chopin”, realizzò tra sé e sé “ed è suonata incredibilmente bene”. Si fece largo tra la folla raccoltasi attorno ai buskers per vedere chi fosse il o la  musicista che riusciva a fare simili miracoli con una tastiera elettronica. In quell’istante la musica finì e, dopo qualche secondo di incredulo silenzio al cospetto di così tanta bellezza, vi fu uno scroscio di applausi. Il cappello messo a terra davanti allo strumento, si riempì immediatamente di monete. Karen si trovò di fronte una graziosissima brunetta sui sedici anni. Aveva lineamenti ispanici ma non del tutto, esattamente come lei  e la conosceva molto bene: era la sua studentessa più brillante, alla quale aveva assegnato una parte solista nel concerto. Suo padre era un pianista virtuoso di origini irlandesi, la madre, di origini latinoamericane, era stata una virtuosa violinista. Il talento musicale era scritto nei geni di quella ragazza. “Alexandra O’Brien, cosa ci fai qui?”, le chiese a bruciapelo. La ragazza trasalì quando la riconobbe. “Professoressa Alvarez, che sorpresa!”, ebbe la faccia tosta di risponderle con un’esplosione di gioia, dissimulando l’imbarazzo. Le spiegò che stava aiutando un amico busker che suonava in quel punto della strada, nelle vicinanze della scuola. “Va bene, però non fare tardi alle lezioni.”, le rispose con tono fermo ma non autoritario “Ti aspetto alle esercitazioni orchestrali”. Fece per salutarla e andarsene ma si fermò “A proposito, O’Brien, ottima esecuzione!”. Le strizzò l’occhio e riprese il suo tragitto, facendo in tempo a vedere con la coda dell’occhio il sorriso emozionato della ragazza per il complimento che aveva appena ricevuto.

Mancava un mese a Natale e Karen era ormai nel pieno dei preparativi per il concerto di beneficenza della scuola in cui lavorava. Da ormai tre anni era il direttore artistico di una delle più prestigiose scuole di arti dello spettacolo della metropoli. Karen era stata una stimata direttrice d’orchestra ma si era ritirata dalle scene dopo aver perso una causa colossale contro il padre naturale del figlio di sua sorella. L’uomo l’aveva accusata di essere una donna distratta nei confronti del nipote che aveva in affido, assente e indifferente nei suoi confronti. Era riuscito a vincere la causa e le aveva portato via il ragazzo, di cui non si era mai interessato prima, l’unico parente che rimaneva a Karen dopo la morte della sorella, gravemente malata di cuore. Non essendo mai stata sposata ed essendo una persona molto discreta, voci malevole avevano insinuato che Karen fosse una persona che teneva gli altri a distanza. Le cose non erano così. Nessuno si spiegava perché avesse voluto rinunciare al grande circuito della musica classica per dedicarsi all’insegnamento, ripiegando su orchestre giovanili di livello modesto rispetto alle grandi orchestre che aveva diretto. Solamente lei sapeva che la sua non era stata una scelta di ripiego: stare vicino ai ragazzi era un modo per fare ammenda al senso di colpa  che la divorava dopo la perdita del nipote. Perché provasse un simile senso di colpa era un segreto che custodiva nel suo cuore.

Ogni anno era lei a preparare e dirigere l’orchestra sinfonica giovanile della scuola per il concerto di Natale. Quell’anno il ricavato sarebbe stato devoluto a un istituto per ciechi della città.

Entrò a scuola e andò diretta all’auditorium del teatro, dove si svolgevano le esercitazioni orchestrali e dove l’attendevano i ragazzi. Entrando notò che un tecnico era pronto alla cabina di regia per il missaggio luci e audio. Anche i faretti erano stati sistemati e mettevano in risalto varie parti del palco dove erano sistemati gli studenti dell’orchestra. Karen voleva che i ragazzi si abituassero a vivere tutto quello che si prova quando un concerto va in scena. Per questo motivo ogni prova doveva essere il più simile possibile alla sera in cui avrebbero suonato: i tecnici, le luci come durante lo spettacolo e soprattutto, ogni volta, prove aperte al pubblico di studenti della scuola.   Mentre Karen percorreva un corridoio laterale in moquette che portava al palco, le luci erano già soffuse, a indicare che presto sarebbe iniziata la prova. Quando salì sul palco il brusio degli studenti seduti sui sedili in velluto imbottiti in platea cessò. Karen salutò i ragazzi, accolta a sua volta da un saluto caloroso, che lasciava trapelare quanto fosse da loro amata. “Siete pronti ragazzi?”, chiese trasmettendo loro tutta la sua contagiosa energia. La risposta entusiastica la rassicurò. Karen aveva molta esperienza nella direzione di orchestre sinfoniche ma anche ora, mentre la prova stava per iniziare, provò un brivido d’attesa.

“Molto bene, ragazzi”, disse alla fine della prova, poi si rivolse ai tamburi “Più decisi voi tamburi: il pubblico in sala deve sentirvi riverberare nel profondo dei loro petti!”. I ragazzi risero per l’espressione così appassionata di Karen, poi posarono a terra i loro strumenti. Era giunto il momento di far provare Alexandra, la solista. Karen l’ascoltò suonare l’Étude opera 10 n.9 in fa minore di Chopin sul pianoforte gran coda in dotazione alla scuola e la musica che la ragazza riuscì a rendere agli ascoltatori fu di una bellezza struggente. “Ha lo stesso talento del padre”, pensò Karen, chiedendosi perché l’uomo non s’interessasse agli studi della ragazza. Era un anno ormai che si limitava a pagare la retta senza fare neanche un colloquio per essere informato sui grandi progressi che Alexandra stava facendo. “Un simile dono musicale non può essere ignorato”, meditò scuotendo la testa.

Tutti gli anni al concerto di beneficenza di Natale la scuola invitava una star che si rendeva disponibile a fare da richiamo con il pubblico. Quell’anno Karen, in qualità anche di direttore artistico, aveva intenzione d’invitare proprio Henry O’Brien, il padre di Alexandra. Sapeva che riuscirci sarebbe stata un’impresa, dal momento che l’uomo aveva un’intensa carriera concertistica all’attivo. Sapeva anche che per tutto il periodo natalizio sarebbe stato a New York per una serie di concerti e questo giocava a suo favore. Lo aveva già contattato per fissargli un colloquio nel corso del quale gli avrebbe parlato degli studi della figlia e avrebbe provato a chiedergli di suonare qualcosa al loro concerto. “Vorrei vederli suonare insieme”, pensò, riferendosi ad Alexandra e Henry, con la certezza che la ragazza sarebbe stata all’altezza del talento del padre. “… e allora, forse, si accorgerebbe di quanto lei gli somigli”.

La sera successiva Karen era stata invitata dal direttore dell’istituto per ciechi a un pranzo di gala, nel corso del quale l’uomo avrebbe dato ufficialmente la notizia del concerto di beneficenza a loro favore. Sarebbe stato un pranzo particolare nel salone delle feste della scuola: tutto si sarebbe svolto completamente al buio e gli studenti della scuola avrebbero fatto da camerieri. Quando arrivò alla scuola, trovò ad attenderla nell’atrio dall’aspetto solenne James O’Brien, il direttore, che l’accolse calorosamente. “Grazie per essere qui e per tutto quello che stai facendo per noi, Karen”. Quando entrarono nel salone, la prese a braccetto per guidarla nel buio fino al suo tavolo, poi si allontanò, promettendole che sarebbe tornato presto a sedersi accanto a lei. James fece il discoro di benvenuto ai genitori dei ragazzi e, come promesso, diede la notizia del concerto natalizio di beneficenza a favore del loro istituto, ringraziando pubblicamente Karen, che quella sera li stava onorando della sua presenza. Ci fu un caldo applauso, poi gli ultimi arrivati andarono a prendere i loro posti, accompagnati dagli studenti. In quel momento Karen fu urtata da delle persone e perse gli occhiali. Aveva udito distintamente il loro tonfo a terra e il rumore metallico della montatura che strisciava poco lontano da lei. Si alzò di scatto e, nel buio pesto, seguì la direzione che aveva percepito. Si abbassò, fece qualche passo e, a tastoni, riuscì a recuperarli. Quando si alzò, provò una sensazione di panico: nel brusio generale delle persone che gremivano il salone, immerso completamente nel buio, aveva perso l’orientamento. Provò ad avanzare ancora di qualche passo, tastando i bordi dei tavoli ma incontrava solamente posti occupati. Non sapeva più in quale punto del salone era. A un certo punto andò a sbattere rovinosamente contro una persona più alta di lei. Un corpo forte e tonico. L’urto le fece perdere l’equilibrio. Barcollò, rischiando di cadere. Una mano cavalleresca la sostenne al gomito. Istintivamente, con la mano del braccio libero, Karen si appoggiò alla sua spalla, sentendo il tessuto liscio di un completo da uomo. “Mi scusi”, disse “non riesco a trovare più il mio posto”. Lo sentì sorridere. “Non si preoccupi, mi ci è voluto parecchio prima d’imparare a orientarmi al buio. Per un cieco è più facile rispetto a noi”, le disse con un timbro di voce profondo e virile che le fece provare un brivido di piacere. “C’è un proverbio africano che dice che è cieco chi guarda solamente con gli occhi”. Karen rimase un istante in silenzio, riflettendo su quelle parole “È vero”, rispose “anche se in questo momento non riesco a orientarmi”. Lo sentì ancora sorridere. “Venga, la riaccompagno al suo posto” e così dicendo, la prese disinvoltamente per mano, guidandola fino al suo tavolo. Il corridoio creato dai tavoli ormai affollati era diventato talmente stretto che non c’era altro modo di procedere se non in fila indiana, tenendosi per mano. “Non mi ero allontanata così tanto”, esclamò Karen sorpresa, una volta raggiunto il suo posto “… ma lei come ha fatto a trovarlo senza neanche chiedermi dov’ero seduta?”. “Ho sentito il suo profumo quando è arrivata ed è passata accanto al mio tavolo. L’ho riconosciuto quando lei è cozzata contro di me e ho tastato un posto libero ora, due tavoli dopo il mio”, le rispose con un tono pacato e divertito nella voce.

è proprio cieco chi guarda solamente con gli occhi”, rispose Karen “La ringrazio moltissimo per il suo aiuto”. “Di nulla”, rispose lui scostandole la sedia. Nel momento in cui l’aiutò a sedersi, sospingendo la sedia verso il tavolo, si avvicinò molto, chinandosi verso di lei. Karen sentì il profumo del suo dopobarba misto a quello della sua pelle, che le fecero accelerare i battiti del cuore. “Le auguro una buona serata, signora”, le disse e poi si allontanò.

Karen rimase affascinata da quel gentiluomo misterioso di cui non avrebbe mai conosciuto il nome, dal momento che non avevano avuto il tempo di presentarsi in quella particolare circostanza. Non si accorse che anche lui era rimasto affascinato da lei e, proprio per questo, nell’accostare la sua sedia al tavolo, le si era avvicinato un po’ più del dovuto, per respirare ancora per qualche istante il dolce profumo della sua pelle e udire la sua voce gentile e melodiosa.

Karen Alvarez (la protagonista femminile di “Rapsodia di Natale”)

La mattina dopo Karen arrivò in ufficio di buon’ora. Aveva pianificato tutta la mattinata di colloqui e il primo sarebbe stato proprio con Henry O’Brien, il padre di Alexandra. In piedi, a un angolo della scrivania vuota della sua segretaria, stava sfogliando l’agenda, dando di spalle alla porta socchiusa dell’ufficio, quando qualcuno bussò. “Avanti, é aperto. Entri pure”, rispose distrattamente Karen.

“Buongiorno, sono Henry O’Brien, cerco la signora Karen Alvarez”, disse l’uomo. L’etichetta sulla porta dell’ufficio recava la scritta “Direttore Artistico” ma nell’ufficio c’erano due scrivanie, palesemente una per il dirigente e l’altra della segretaria. Nell’udire quella voce profonda, Karen sgranò gli occhi incredula. Non aveva dubbi: era la voce dell’uomo con cui aveva parlato la sera precedente al pranzo di gala. Lentamente si voltò e vide davanti a sé un uomo mediamente alto, dai capelli ramati, due occhi blu come il profondo oceano e una spruzzata quasi impercettibile di lentiggini sul volto. Era proprio come lo ritraevano le foto della stampa ma il colore degli occhi era molto più bello dal vivo, probabilmente a causa dell’espressione buona che avevano. Nella sua espressione però in quel momento lesse lo stesso stupore dipinto sul suo volto. A quanto pareva anche lui l’aveva riconosciuta dalla sua voce.

Henry O’Brien (il protagonista maschile di “Rapsodia di Natale”)

Henry rimase un istante sulla porta dell’ufficio: quelle poche parole gli erano bastate per riconoscere in quella donna la signora che aveva aiutato la sera precedente. “Sono io Karen Alvarez. Molto lieta di conoscerla, signor O’Brien”, rispose Karen facendo fatica a trovare le parole per parlare, tant’era ancora sorpresa. Henry annuì, facendo scorrere lo sguardo sul suo corpo con un sorriso colmo di carezzevole ammirazione. Era una bellissima donna di mezza età, probabilmente sua coetanea o di poco più giovane di lui, con una folta capigliatura scura e due occhi di smeraldo. Era lievemente arrossita al suo sguardo d’ammirazione e questo gli fece piacere.

“La prego, si accomodi”, lo invitò lei, indicando con un gesto della mano una delle due poltrone di pelle dallo schienale alto accanto al camino di quell’antico edificio. Nell’accomodarsi Henry notò le foto di Karen nelle cornici d’argento poste sulla mensola che correva tutta intorno al camino, spento in quel momento. La ritraevano mentre dirigeva orchestre sinfoniche. Dopo un primo momento d’imbarazzo iniziarono a parlare. Henry non aveva bisogno di spiegazioni in merito alla presenza di Karen all’istituto dei ciechi la sera prima. Karen invece scoprì che Henry era il fratello minore di James O’Brien, il direttore dell’istituto. O’Brien era un cognome comune e lei non avrebbe mai immaginato che loro fossero fratelli. “Mio fratello ha insistito che io partecipassi al gala di ieri sera perché vuole assolutamente convincermi a partecipare al vostro concerto di Natale”, spiegò Henry.

“Che Dio benedica suo fratello!”, si lasciò scappare Karen, seduta sull’altra poltrona, strappando una risata a Henry. Karen, rimproverandosi per quell’esclamazione fin troppo spontanea, cambiò argomento. “L’ho invitata a questo colloquio, signor O’Brien, perché volevo parlarle di sua figlia Alexandra”, disse. Henry si fece subito serio e Karen notò che s’irrigidì sulla poltrona, stringendo i braccioli su cui aveva appoggiato gli avambracci. “Va tutto bene ma non abbiamo mai avuto modo di fare un colloquio da quando la ragazza studia qui. Ho pensato che le avrebbe fatto piacere sapere che la ragazza ha un talento pari al suo e che migliora giorno dopo giorno”, spiegò Karen. Rimase sorpresa quando constatò che Henry non fece domande ma si limitò ad annuire, un po’ sulle difensive. Sapeva che l’uomo era sempre in viaggio per concerti e che la ragazza viveva con lui in un appartamento a New York, di fatto però affidata alle cure della loro governante.

“Da quando è morta mia moglie, due anni fa, non ho avuto molto tempo per seguire la sua carriera scolastica. Erano cose di cui si occupava sua madre. Mi fa piacere comunque che Alexandra stia studiando con profitto”, si giustificò.

La cosa che Karen non riusciva a spiegarsi era perché, avendo una figlia con un dono musicale pari al suo, Henry non se ne fosse minimamente occupato.

“Le ho affidato una parte solista al concerto di Natale e si sta dimostrando all’altezza del ruolo”, spiegò Karen, sporgendosi verso di lui “e mi farebbe molto piacere se lei accettasse di suonare al nostro concerto. Penso che Alexandra sarebbe orgogliosa di suonare qualcosa a quattro mani con suo padre e poi di sentirlo anche suonare qualcos’altro a sua scelta”, osò dire, senza pentirsi della sua arditezza.

“Temo che lei interpreti male il pensiero di mia figlia: Alexandra e io non ci rivolgiamo la parola da un anno”, le rispose lui, sporgendosi serio verso di lei e mettendola in imbarazzo. Il tono di voce che non ammetteva repliche era in netto contrasto con quello gentile che Henry aveva avuto la sera precedente.

“Parlerò ad Alexandra, allora ma, la prego, mi prometta che rifletterà sulla mia proposta. La sua presenza al concerto farebbe molto bene a sua figlia e poi anche alla causa benefica di cui ci stiamo occupando”, disse con sincerità, provando dispiacere per quanto Henry le aveva appena detto.

Henry si alzò dalla poltrona, seguito da Karen. La guardò negli occhi con un’espressione ferma e intensa, poi annuì. “Non ho detto di sì neppure a mio fratello”, esordì “le prometto però che ci penserò”, aggiunse sorridendole affabilmente. Karen gli porse la mano per salutarlo e suggellare l’impegno che Henry aveva preso di prendere in considerazione la sua proposta. Nel momento in cui lui le strinse la mano, Karen avvertì come una connessione emotiva con lui. La stessa che sentì anche Henry. Incontrando gli occhi gentili di lei, Henry era rimasto senza respiro ma non lo aveva dato a vedere, distogliendo lo sguardo. Karen lo accompagnò alla porta. Nel congedarsi, i loro sguardi s’incrociarono ancora sottilmente, provocando di nuovo la stessa sensazione di connessione emotiva di poco prima, in tutti e due.

Karen aveva riconosciuto subito in Henry  un uomo vero, senza maschere. Non aveva pose, atteggiamenti costruiti ad arte per nascondere il vuoto. Con uno sguardo aveva capito che Henry era una persona ricca di significato e autentica. Con quello sguardo profondo che lasciava trapelare sofferenza, Henry le aveva raccontato la sua storia.

Quella sera, tornato a casa nel suo bel appartamento nell’Upper West Side, dopo quasi un anno di tour concertistici serrati, Henry andò nella camera di Alexandra. La trovò sdraiata sul suo letto, a pancia in giù, appoggiata sugli avambracci e intenta a leggere qualcosa dal Kindle che aveva in mano. I rumori del traffico in strada giungevano attutiti attraverso la finestra. “Ciao, sono tornato e mi fermerò per un po’”, le disse impacciato, prendendo il coraggio a piene mani e rompendo un silenzio durato troppo a lungo tra loro due. “Ben tornato” gli rispose distrattamente la ragazza, sollevando a mala pena lo sguardo dal video e dando un’impressione di scarso entusiasmo. “Se sta così sulle sue, non mi aiuta a superare l’imbarazzo”, si disse tra sé e sé Henry, rimanendo sulla soglia della porta. “Me la sono un po’ cercata questa reazione. Sono io che mi sono allontanato da lei e Isabel e ora dovrò faticare per riconquistare la sua fiducia”. Fu in quel momento che notò due poster sul muro della camera di Alexandra: erano le locandine con i programmi di due concerti che lui aveva tenuto in Europa e che erano stati particolarmente apprezzati dal pubblico. Ne fu commosso e si sentì anche in colpa: lui che aveva fatto mancare la sua presenza paterna alla figlia, era in realtà sempre rimasto nei suoi pensieri. “Ti sono piaciuti quei due concerti?”, le chiese guardandola con tenerezza: era cresciuta molto ma aveva ancora lineamenti quasi da bambina. Lui le aveva mandato le registrazioni tempo addietro. “M’interessano i programmi. Li ho lasciati lì come monito perché voglio anch’io arrivare a suonare quella musica”, gli rispose lei ruvida. Gliela stava facendo pagare per la sua lunga assenza e non solamente per quello. “Un passo alla volta, Henry”, si disse. Un passo alla volta e con pazienza, l’avrebbe riconquistata.  Pranzarono insieme e Henry parlò ad Alexandra del colloquio che aveva avuto quella mattina con Karen. Si complimentò con la ragazza per i successi scolastici che stava ottenendo con tanto impegno. “Mi piacerebbe ascoltare  gli Études di Chopin che suonerai al concerto di Natale”, le chiese quando, dopo mangiato, si furono trasferiti nel salotto. Alexandra mostrò un sorriso meravigliato alla richiesta del padre. “Allora gl’importa ancora qualcosa di me”, pensò mentre andava a sedersi al pianoforte. Con molta naturalezza Henry andò a sederglisi accanto, dapprima ascoltandola e poi dandole qualche consiglio per migliorare l’interpretazione, mostrandole degli esempi. Accanto a sua figlia e vedendola visibilmente contenta, provò una sensazione di dolcezza interiore che aveva represso da troppo tempo. Nei giorni seguenti continuò a relazionarsi con lei in questo modo, cercando di ricostruire a poco a poco un rapporto padre-figlia che si era spezzato quando la loro amata Isabel era venuta a mancare due anni prima. Henry scoprì anche che Alexandra adorava Karen. Un giorno infatti la ragazza gli chiese di invitarla a casa loro per il week end: “Voglio farle vedere i progressi che sto facendo con gli Études di Chopin, grazie ai tuoi consigli, papà”. Alexandra non dovette faticare a convincerlo. Henry trovò molto interessante l’idea perché, con un’unica mossa, rendeva felice sua figlia e anche se stesso, avendo così  l’occasione di rivedere Karen.

Un sabato mattina Henry e Alexandra andarono a prendere Karen. Il programma era quello di trascorrere tutta la giornata insieme, facendo dapprima shopping natalizio. Henry, al telefono, l’aveva informata che sarebbero andati in un vivaio di abeti appena fuori città per comprare un albero di Natale da mettere in casa. Da quel momento avevano deciso, di comune accordo, di darsi del tu. “Ti passiamo a prendere con il pick up”, le aveva detto Henry. Lei rimase sbalordita quando li vide arrivare con un vecchio pick up rosso, di quelli che si vedono nei film natalizi e sui quali i personaggi caricano gli alberi di Natale da portare a casa. “Apparteneva a mio padre”, le disse lui felice di vederla e tutto orgoglioso del suo mezzo, mentre  scendeva ad aprirle la porta. Karen, incredula che un simile cimelio riuscisse ancora a viaggiare, notò che l’antenna della radio sul tetto era storta e poi che dentro mancava una manopola della radio. “Meglio così”, pensò “Vorrà dire che saremo noi a cantare a cappella!”. Sul cruscotto invece erano piegate alcune mappe stradali perché il mezzo non era dotato di navigatore satellitare. Aveva sempre desiderato salire su un vecchio pick up natalizio e Henry, senza saperlo, le stava realizzando un sogno.

Dall’ultima volta che l’aveva visto, due settimane prima, Henry si era fatto crescere barba e baffi e stava benissimo così. Karen aveva di fronte un affascinante vichingo irlandese che le faceva sentire le farfalle nello stomaco! Arrivarono al vivaio, in realtà una tipica fattoria americana fatta tutta con assi verticali di legno dipinte di rosso e tetti spioventi che s’inclinavano sagomati. Alcuni trattori erano parcheggiati in fila con altre macchine agricole. Tutt’intorno c’erano boschi di abeti e il vivaio vero e proprio con gli abeti nei vasi. Henry individuò subito gli abeti della dimensione giusta per essere messi in un appartamento cittadino e vi si avvicinò, accompagnato da Karen. Mentre li osservavano, iniziarono a conversare dei tempi della scuola. “Ho sempre ammirato il tuo talento”, gli confessò lei “sin da quando studiavo ancora a scuola e tu già ti facevi conoscere ai tuoi concerti”. Henry le sorrise affabile. Era affascinato da lei e avrebbe voluto farle molte domande per il desiderio che provava di conoscerla di più ma non era quello il luogo e neppure il momento. “Ho sempre ammirato anch’io la tua determinazione e il tuo talento nel dirigere le orchestre. Hai una pazienza e un’innata capacità di comunicare con le persone mettendole subito a loro agio”, le confidò, sfiorandole il braccio accidentalmente mentre si aggiravano tra gli alberi e facendola lievemente arrossire. “Il punto debole, quando si ha una grande passione per il proprio lavoro è che spesso s’incontrano difficoltà a condividere il proprio tempo, le proprie attenzioni e passioni con gli altri. A lungo andare può portare all’incapacità di portare avanti relazioni significative oppure a rovinare tutto quello che si è costruito”, le confidò con sincerità. Karen si voltò a guardarlo con un’espressione dolce negli occhi e un velo di tristezza “comprendo benissimo quello che vuoi dire. Ne ho fatto esperienza anch’io”. In quell’istante Henry provò il desiderio di sfuggire alla tristezza in cui viveva da troppo tempo ma era incapace di vedere quale direzione avrebbe preso il futuro. Desiderava il conforto degli altri ma non sapeva come comunicarlo, così si concentrò su quello che stava facendo quel giorno, per evitare il proprio dolore.

Alexandra intanto si era allontanata per ammirare la maestosità degli abeti più grandi. Quando Karen individuò l’abete che faceva al loro caso, lo indicò a Henry e cercò di prenderlo da sola. “Lo prendo io, Karen, é pesante”, le disse subito lui ma lei, orgogliosa voleva fargli vedere che ce la faceva da sola. Nel sollevare il vaso con l’albero, urtò quello accanto, che si sbilanciò, facendo cadere un’intera fila di abeti con un effetto domino. Henry, dopo alcuni istanti senza parole, scoppiò a ridere, di fronte a Karen, imbarazzatissima. La rassicurò subito, dicendo che era capitato anche lui una volta. Mentre il personale della fattoria provvedeva a rimettere a posto gli alberi caduti, Henry e Karen chiamarono Alexandra e andarono a pagare l’albero.

A New York quel girono era prevista una nevicata verso sera ma il tempo aveva cominciato a peggiorare più presto e velocemente. Henry si affrettò così a caricare l’abete sul pickup e a fare ritorno a casa con Karen e la figlia.

Quando arrivarono a New York, nel pomeriggio, la nevicata era ormai iniziata. Portarono l’albero nel bel appartamento di Henry, all’ultimo piano di uno stabile di arenaria nell’89th Street, tra Amsterdam Avenue e Columbus Avenue, nell’Upper West Side, non molto lontano dal lato ovest di Central Park. Prima di salire le scale che portavano all’interno del condominio, aiutando Henry a portare l’abete, Karen lanciò un’occhiata a quel tratto di via. Era una lunga fila di case di arenaria e regnava un senso di pace, che faceva sembrare il quartiere il silenzioso sobborgo di una grande metropoli.

(89th between Columbus and Central Park West – la casa di Henry e Alexandra)

In casa Henry fece vedere a Karen gli addobbi di famiglia per l’albero. “Sono andato a prenderli in soffitta questa mattina prima di uscire”, spiegò. I suoi occhi blu brillavano allegri mentre guardava Karen e lei si sentì battere forte il cuore “Più tardi li mettiamo sull’albero ma ora voglio farti assaggiare il mio tè aromatizzato alla pera e all’arancia. L’hai mai provato, Karen?”.

“No, é una novità. Mi hai incuriosita!”.

“Allora vieni che Alexandra e io ti facciamo vedere come lo prepariamo!”, la invitò lui.

Poco dopo tutti e tre sorseggiarono lentamente il tè aromatizzato alla pera e arancia dalle loro tazze guarnite con scorze d’arancia e stecche di cannella. Mentre erano seduti sugli sgabelli al bancone della cucina open space che si apriva sul soggiorno, Henry controllò le previsioni meteo al cellulare. Si stropicciò  pensierosamente la sua barba fulva con le dita di una mano, mentre con l’indice dell’altra  faceva scorrere lo schermo dello smartphone, poi scosse la testa. La nevicata era diventata sempre più copiosa ed era diventato buio presto quel pomeriggio.

“Karen, non posso lasciarti andare a casa in queste condizioni: é in arrivo una tempesta di neve e la perturbazione durerà fino a domani”, le disse. Karen istintivamente guardò verso i finestroni con vetri a riquadri e i tendaggi aperti di tessuto pesante del soggiorno. Andavano dal pavimento al soffitto e offrivano una vista chiarissima della via: “Temo sia già iniziata”, gli rispose, indicando i soffici fiocchi di neve che stavano cadendo in quel momento fittamente.

Henry uscì un istante sulla terrazza per controllare meglio la situazione. Non indossava più il cappotto  e sopra i jeans neri portava solamente un maglione Aran grigio scuro con il colletto aperto da una mezza cerniera, sotto il quale spuntava una camicia beige a quadretti piccolissimi. Karen lo seguì  ma la sensazione dell’aria gelida che scivolò sui loro maglioni, penetrando immediatamente nelle ossa, li fece rabbrividire. Quando Henry notò che anche lei sopra i jeans indossava solamente un maglione azzurro e una sciarpa di lana melange bianca-azzurra, con spontaneità e un gesto cameratesco, si chinò verso di lei, mettendole un braccio sulle spalle, come per proteggerla dal freddo. Subito dopo, con un’espressione raggiante e gli occhi che non riuscivano a staccarsi da lei, la invitò a rientrare velocemente in casa. Quell’abbraccio, quel piccolo gesto d’attenzione diede a Karen una sensazione di calore che le s’irradiò in tutto il corpo e, accanto a Henry, si sentì in pace con il mondo.

Vista la situazione, Karen non poté far altro che accettare l’ospitalità di Henry e, in cuor suo, si sentì felice per quell’imprevisto.

Decisero d’impiegare bene il loro tempo, mettendosi all’opera per addobbare l’abete ma, proprio mentre Karen si accingeva ad aprire gli scatoloni di addobbi insieme a Henry, Alexandra attirò la sua attenzione. La portò verso la lunga scaffalatura di legno bianco che occupava un’intera parete del soggiorno, dove c’erano libri, ninnoli e foto in cornice di Alexandra insieme ai genitori. In una nicchia c’era una foto di Alexandra piccolissima in braccio alla madre e, accanto, un meraviglioso presepe. “Lo allestisco io personalmente tutti gli anni”, disse la ragazza indicandolo “È un antico presepe in legno, intagliato da un artigiano della Val Gardena, in Italia. Lo avevano regalato i miei nonni alla mamma quando era bambina, durante una vacanza di Natale in Italia”, raccontò con gli occhi velati di commozione “È una tradizione di famiglia: lo preparavamo sempre insieme, in questa nicchia poi, quando lei è mancata, ho continuato io a farlo”. Karen annuì, facendo una carezza ad Alexandra “È magnifico, Alexandra”, le rispose, comprendendo cosa si provi in quel momento dell’anno, quando le persone care della famiglia che non sono più con noi fanno sentire ancora più forte la loro nostalgia.

Henry seguì tutta la scena ma non volle avvicinarsi a loro, temendo di non riuscire a controllare la commozione del momento. “Forza, signore! Dobbiamo addobbare l’abete!”, disse con un’allegria nella voce che non provava affatto. Si misero tutti e tre di lena e, prima del pranzo serale, l’albero era completamente addobbato. “Manca solamente una cosa, ora: il puntale”, disse Henry. Si chinò sull’unica scatola ancora chiusa e appoggiata su un divano con cuscini colorati e plaid di lana piegati, adagiati sullo schienale. L’aprì e vi estrasse un puntale con la forma di un angelo di cristallo. Con delicatezza lo mise tra le mani di Alexandra che era già pronta sulla scaletta accanto all’albero. La ragazza, con un tocco finale, lo mise sulla punta dell’albero, poi scese, portando via la scala. “vado a vedere dov’è Charlie ma torno subito”, disse con la scala in mano “Voi continuate pure con la prova luci”. Karen non fece in tempo a chiedere chi fosse Charlie, perché Henry la invitò a sedersi sul divano, che era alla distanza giusta per ammirare l’albero addobbato e illuminato. Mise la spina in una presa a prolunga, poi andò a sedersi anche lui sullo stesso divano, accanto a Karen ma leggermente distanziato. Di lì a qualche istante iniziò lo spettacolo di piccole luci intermittenti che illuminavano l’abete. “È  incantevole!”, esclamò Karen a mezza voce, incapace di distogliere lo sguardo da quella piccola magia natalizia. “Sì, lo é davvero”, le sussurrò lui, guardando però il volto di Karen. Lei, sentendosi osservata, si voltò verso Henry, incontrando direttamente i suoi occhi blu dallo sguardo aperto e intenso. Quel contatto visivo fece provare ancora a tutti e due una sensazione quasi elettrica, la stessa inspiegabile connessione emotiva che avevano avvertito il giorno del colloquio a scuola. Durò una frazione di secondo, poi l’espressione di Henry si trasformò in un sorriso con un luccichio malizioso negli occhi e lui tornò ad ammirare l’albero.

Dopo pranzo Alexandra, Henry e Karen si spostarono in quella parte dell’ampio  soggiorno, dove era il pianoforte a coda. Alexandra, impaziente, dopo un’attesa durata tutta la giornata, volle far sentire a Karen come era migliorata nell’interpretazione degli Études di Chopin. “È tutto merito di papà, che mi ha dato consigli formidabili”. Mentre parlava velocemente, per non dimenticarsi nulla di quello che si era ripromessa di raccontarle sulle cose che le aveva insegnato Henry, i suoi occhi luccicavano e non riusciva a stare ferma.

Alla fine li salutò, dicendo ancora a Karen quanto fosse felice della sua presenza e anche di quella bufera di neve imprevista che la stava trattenendo “Così possiamo stare più a lungo insieme, Karen e fare ancora tante belle cose!”. L’abbracciò con la stessa calda spontaneità che aveva avuto suo padre quel pomeriggio, poi si ritirò nella sua camera.

“Sono molto felice di vedere che hai superato le incomprensioni con tua figlia”, esordì lei quando furono rimasti soli lei e Henry. “Abbiamo ricominciato a parlarci e dovrò essere paziente, facendo un passo alla volta. Ho molte cose da farmi perdonare da lei”, disse pensieroso, senza aggiungere altro. Il suo sguardo aveva perso tutta la luce e la gioia che aveva mostrato quel pomeriggio.

In quel momento, mentre era seduta su uno dei divani del salotto, si sentì strusciare qualcosa contro le gambe. Trasalì, sorpresa, poi, abbassando lo sguardo vide un cucciolo di cane. Un bastardino dalla codina irrequieta e uno sguardo vivacissimo, che la guardava e annusava, per conoscerla. Intenerita, Karen lo prese in braccio. “Non devi andartene in giro così silenzioso tu”, gli disse accarezzandolo “Sei ancora piccolo: la gente non ti vede e ti può far male senza volerlo”, poi alzò lo sguardo verso Henry, che si alzò dal sedile del pianoforte e andò a sederglisi accanto. “Lui é Charlie e ha 4 mesi. L’ho trovato due mesi fa, di ritorno da un concerto in Europa”, cominciò a raccontarle “L’ho trovato nel parcheggio dell’aeroporto, mentre stavo andando a riprendere la mia macchina per tornare a casa. Lo avevano abbandonato in una scatola di cartone e, se non lo avessi visto, sarebbe andato incontro a una brutta sorte. Non potevo lasciarlo lì: l’ho portato a casa e l’ho adottato. È grazie a lui se Alexandra e io abbiamo ricominciato a parlare”. Le spiegò che in un primo momento la ragazza non aveva voluto occuparsene “Una delle prime sere che era con noi sembrava impaurito nella sua cuccia e non riusciva ad addormentarsi. Continuava a uscire e a cercare di seguirci. Ho pensato che avesse paura e che, come tutti, cercasse un contatto umano”.

“Che cosa hai escogitato per calmarlo?”, chiese Karen interessatissima alla storia. “Eravamo qui in salone, al pianoforte e mi è venuto spontaneo prenderlo in braccio e appoggiarmelo sulle gambe. Già il calore a contatto con il mio corpo lo aveva calmato un po’ ma non bastava. Ho cominciato a suonare lo spartito che avevo sul leggio: era il secondo tempo andante della sonata per piano n.16 in C major k545 di Mozart ed è stata una magia: sulle gambe ho sentito il suo respiro diventare più regolare e si è calmato, fino ad assopirsi”.

“Sei tu che fai le magie al pianoforte, Henry: è tutto merito tuo!”, esclamò con entusiasmo Karen “È una bellissima storia e ora intuisco perché Charlie si aggira da queste parti a quest’ora”.

Henry le sorrise con un’espressione dolce. “Il merito é anche di Alexandra perché, da quel giorno, tutte le sere suoniamo qualcosa per lui per farlo addormentare sereno. Se io non sono a casa per lavoro, è lei a metterselo sulle gambe mentre suona al pianoforte per lui. Da quel giorno, seppur con molta fatica e a singhiozzi, Alexandra e io abbiamo ricominciato a parlarci. Negli ultimi due mesi mi ha rivolto la parola esclusivamente per informarmi sui progressi di Charlie”. Nel dire così, prese il cucciolo dalle mani di Karen e andò a sedersi al pianoforte, per non darle il tempo di chiedergli perché lui e sua figlia non si parlassero. Aprì un nuovo spartito, con Charlie adagiato sulle gambe e iniziò a suonare il brano di Mozart che aveva menzionato poco prima. Prima della fine dell’esecuzione, toccante, il cucciolo si era assopito: la musica che Henry aveva suonato, quasi fosse una ninnananna, aveva compiuto anche quella sera una magia. La vera magia però non era dovuta solamente alla musica ma anche all’affetto che Henry e sua figlia erano riusciti a comunicare al cucciolo, con i loro spontanei gesti d’attenzione. Mentre Henry andava a metterlo nella sua cuccia, nei pressi del pianoforte, su un tappeto persiano sul quale era appoggiato anche lo strumento, Karen non riprese l’argomento per saperne qualcosa di più. Se Henry non aveva voluto approfondire il discorso era perché non si sentiva pronto a confidarsi.

Henry, giocherellando con un lembo del suo maglione e sfregandosi poi le mani sulle gambe dei jeans, guardò fuori dalla finestra il vento che soffiava neve gelata contro i vetri. Karen notò che il suo sguardo vagava per la stanza, senza mai posarsi a lungo su qualcosa e che aveva le occhiaie sotto gli occhi. Che cosa lo preoccupava? Si stava facendo coraggio per chiederglielo con tatto ma lui parlò per primo. “Ti andrebbe di prendere una tisana calda?”, le propose, riscuotendosi dai suoi pensieri.

Si spostarono nell’area cucina e poco dopo, seduti sugli sgabelli uno accanto all’altra, con i loro mug in mano, cominciarono  a conversare, condividendo le loro vulnerabilità. Lasciò che fosse Henry a farle la prima domanda e, inevitabilmente quello che si aspettava arrivò: “Perché una persona che ha diretto per anni orchestre sinfoniche di professionisti a un certo punto ha deciso di diventare il direttore artistico di una scuola di musica e di lavorare con ragazzi inesperti?”. La decisione era arrivata dopo che Karen aveva perso la causa con il padre naturale di suo nipote e glielo aveva portato via ma Henry non si spiegava quale nesso ci fosse tra le due cose. Con i palmi delle mani che aderivano al mug per scaldarsi, Karen cercò le parole giuste per non girare intorno all’argomento ed essere sincera con Henry. “Perché ho commesso degli errori e sto cercando di farvi ammenda, Henry”, esordì.

Henry la guardò con aria interrogativa, non comprendendo ancora a cosa si riferisse. Karen volle essere sincera fino in fondo con lui. “Ricordi quando al vivaio degli abeti tu mi hai detto che quando si ha una fortissima passione per il proprio lavoro, si rischia di non riuscire a condividere il proprio tempo, le proprie attenzioni e passioni con gli altri? Che tutto questo può portare all’incapacità di portare avanti relazioni significative oppure a rovinare tutto quello che si è costruito?”.

Henry annuì con comprensione, rimanendo in silenzio per darle l’opportunità di continuare a spiegarsi. Fu così che conobbe le umili origini di Karen, una ragazza venuta dall’Argentina con tanta voglia di riscattarsi e riuscire a diventare una direttrice d’orchestra. Quando aveva preso in affido il figlio della sorella, lei era nel pieno della carriera. Voleva farcela non solamente per se stessa. Voleva farcela anche per la sorella che aveva avuto una vita sfortunata e per il nipote, per dargli un futuro migliore. In quel periodo non sempre riusciva a conciliare le due cose ma il bene che voleva al nipote era fuori discussione: era affetto incondizionato. Accadde però che una sera, mentre lei era fuori casa per lavoro, il ragazzo prendesse di nascosto le chiavi della sua macchina sportiva, per uscire con una ragazza. Ebbe un incidente e per fortuna nessuno si fece male seriamente: se la cavarono tutti e due con qualche graffio. Quell’episodio fu però strumentalizzato dagli avvocati del padre naturale del ragazzo e servì a far perdere la causa a Karen. Venne dipinta come un’arrivista senza scrupoli, dedita solamente alla sua carriera. Una donna che non aveva fatto mancare nulla al nipote da un punto di vista economico ma che si era dimostrata molto distratta nei suoi confronti, da un punto di vista affettivo.

“Non gli è mai importato nulla del ragazzo”, disse Karen “Non lo aveva mai cercato prima, esattamente come aveva fatto con mia sorella”, spiegò “Vincendo la causa ha ottenuto quello che voleva: non il figlio ma i soldi che é riuscito a spillarmi”.

Henry scosse la testa, incredulo. “Mi dispiace, Karen”, le disse, posandole una mano sul braccio per darle conforto. Lei gli sorrise, apprezzando la sua vicinanza emotiva. “da quel giorno non mi perdono di non essere stata abbastanza vicina a mio nipote. Ormai l’ho perso ma cerco di fare ammenda ai miei errori insegnando ai ragazzi e cercando di essere loro utile, anche se questo non mi restituirà più Andrew. L’ho deluso e non sono riuscita a onorare la promessa fatta a mia sorella: quella di prendermi cura di lui”, affermò affranta, con lo sguardo sul mug e gli occhi pieni di lacrime.

Henry desiderò annullare la breve distanza che li separava in quel momento, per abbracciarla ma non aveva abbastanza confidenza per farlo e tenne a freno la spontaneità che avrebbe voluto avere. Le accarezzò però la mano, per continuare a trasmetterle il suo conforto. “Non devi sentirti in colpa Karen: quell’uomo ti ha usata e ha usato anche suo figlio per farti del male”, le disse “Devi cercare di parlare a Andrew”. Henry si era accorto da subito che Karen non corrispondeva all’immagine pubblica di donna distaccata e dedita solamente alla carriera che i media e la stampa le avevano attribuito.

Karen scosse la testa “Andrew non vuole più saperne di me. Io ho rinunciato a portare avanti la battaglia legale perché non volevo che Andrew fosse trattato come un oggetto di contesa tra due adulti che si stavano facendo guerra. Lui pensa che io non abbia lottato per lui perché non m’importava di lui o addirittura che io l’abbia rifiutato”.

Henry la guardò con comprensione, senza staccare la sua mano da lei “Adesso sei scossa ma è l’unica cosa giusta da fare. Cerca di parlare a Andrew, Karen”. Quello che Karen gli aveva confidato gli diede il coraggio di ammettere che anche lui si sentiva in colpa per gli errori che aveva commesso in passato. “Mi sono dedicato anima e corpo alla musica ma ho cominciato a trascurare Isabel e Alexandra. Quando Isabel si è ammalata non le sono stato abbastanza accanto. Sono stato un egoista, Karen”, ammise “Amavo Isabel ma ho pensato solamente al dolore che stavo provando io. Mi sono rifugiato negli impegni lavorativi perché non sopportavo di vederla soffrire così per la malattia e così ho sbagliato due volte. Prima con lei facendole mancare il mio conforto e dopo che lei é venuta a mancare, con Alexandra. Mi sono chiuso nel mio dolore e non le sono stato vicino. Alexandra ha ragione a portarmi rancore. Sono stato io a rovinare tutto con la mia ambizione e il mio egoismo”.

Karen lo guardò con comprensione “Anche tu puoi fare ammenda ai tuoi errori, Henry. Devi solamente essere paziente e fare un passo alla volta con Alexandra. Lei ti vuole bene e ammira anche il tuo talento, lo vedo a scuola. Se le stai vicino e le dai l’affetto che ora tieni chiuso dentro di te, anche lei si aprirà e ti mostrerà il suo affetto”. Henry annuì, rivolgendole un dolce sorriso. Aveva difficoltà, in quel momento a trasformare i pensieri in parole ma voleva affrontare quella sfida, per dimostrare il suo affetto a sua figlia. Nonostante il suo sollievo momentaneo, Karen ebbe la netta sensazione che ci fosse ancora qualcos’altro a preoccupare Henry. “Eppure non è tutto qui, Henry. Noi ci conosciamo poco e non ho la confidenza per chiedertelo ma desidero che tu sappia che, se c’é qualcosa che ti preoccupa e senti il bisogno di parlarne, io sono qui”.

Henry annuì lentamente, cercando le parole giuste per dire ciò che si stava tenendo dentro e di cui non poteva parlare a sua figlia. Karen era la persona giusta, esterna alla famiglia, con cui parlarne.

“Ho una maculopatia”, disse “Qualche mese fa ho cominciato a vedere sfuocato dall’occhio sinistro. Credevo fosse semplicemente la vista stanca, anche perché supplivo bene con l’altro occhio e chissà per quanto tempo non l’ho notato proprio per questo. Quando gli episodi si sono accentuati e ho cominciato ad avere difficoltà a leggere i caratteri piccoli e le note, allora ho fatto degli esami e ho scoperto cosa avevo”.

“Mi dispiace tantissimo”, rispose lei, attenta alle parole di Henry e facendosi preoccupata “Ti dà dolore?”

“No, non avverto nulla e per fortuna riesco a svolgere le normali attività quotidiane: leggo e guido con gli occhiali. Sembra che stia progredendo lentamente”.

Karen s’irrigidì sullo sgabello “Progredendo lentamente? Cosa significa? Potresti perdere…?”.

“No, no, non c’è pericolo che io perda la vista. È possibile però che la maculopatia si aggravi, impedendomi di svolgere la mia normale vita e anche di suonare. Poco fa, mentre suonavo per Charlie, ho avuto un momento in cui dall’occhio sinistro vedevo molto sfuocato e ho fatto fatica a leggere le note. Fino a ora non si è mai verificato un episodio così. Ho continuato a suonare con sicurezza perché conoscevo la musica a memoria”, spiegò lasciando trapelare un po’ d’ansia.

Karen in quel momento trovò una spiegazione al comportamento di Henry di poco prima: quei gesti nervosi, il vagare dello sguardo per la stanza senza soffermarsi troppo su qualcosa. “Capisco”, rispose, mantenendo un atteggiamento tranquillo “Se dovesse aggravarsi, c’è qualcosa che si possa fare?”, chiese con tatto.

“Finché riesco a condurre una vita normale non mi devo sottoporre a una terapia. Se la vista dovesse peggiorare, influenzando la mia vita di tutti i giorni, allora  dovrei ricorrere a un intervento chirurgico”. Vedendo lo sguardo preoccupato di Karen, Henry si scusò con lei “Non voglio preoccuparti o rattristarti con queste cose. Anche tu hai le tue preoccupazioni”.

“No, non fartene un problema. Sono stata io a incoraggiarti a parlare perché avevo notato la tua inquietudine. Piuttosto, dimmi, ci sono dei rischi in caso d’intervento?”.

Henry prese tempo nel rispondere, bevendo ancora qualche sorso di tisana. “Sì, non è un intervento del tutto esente da rischi: è per questo che il medico, finché i sintomi sono minimi, preferisce evitare un’operazione. Non vuole farmi correre il rischio di peggiorare lo stato di salute dei miei occhi. È proprio questo che mi preoccupa. La possibilità di dover arrivare a un intervento chirurgico, con l’incognita delle sue complicazioni”.

Karen gli posò delicatamente una mano sul braccio per infondergli coraggio “Sono sicura che andrà tutto bene. Ora pensa a tua figlia, che ha bisogno di te. Mia madre diceva che tutte le difficoltà si superano e che arriva sempre il momento in cui i nodi si sciolgono e tutte le cose vanno a posto. È stata una persona che ha dovuto affrontare molte difficoltà ma non l’ho mai vista perdere fiducia nella vita. Se hai bisogno, conta su di me, Henry”, gli disse, parlando con sincerità.

Henry la ringraziò e apprezzò veramente il suo gesto: da tutto il suo modo di fare aveva capito che non c’era opportunismo nel suo comportamento. Avevano trascorso insieme tutta la giornata e lei non aveva mai accennato a chiedergli se avesse riflettuto sulla proposta di suonare al concerto di beneficenza della sua scuola. Era stata accanto ad Alexandra, rendendola felice ed era stata una presenza gentile che aveva portato gioia a tutti e due. Karen era veramente una persona di buon cuore e questo gliela faceva piacere ancora di più.

“Grazie, Karen, mi sei stata veramente di grande conforto. Mi sento più sollevato ora che ne ho parlato”, le confidò con uno sguardo aperto e incontrando direttamente i suoi occhi scuri dall’espressione dolce. Accanto a lei aveva completamente perso la cognizione del tempo, in quella notte d’Avvento. Mentalmente ringraziò anche la tempesta di neve per avergli dato l’opportunità di trascorrere del tempo con Karen e incominciare a conoscerla. In quel momento sentì il desiderio di annullare la distanza che lo separava da lei. Si mosse con cautela per metterla a proprio agio ed evitare di spaventarla, leggendo in lei lo stesso desiderio. Con spontaneità si abbracciarono e quelle che prima erano state parole di conforto, divennero ora  un gesto di sincero conforto. Il trasporto di quegl’istanti fu tale che si fermarono guardandosi con intensità e senza riuscire a staccare lo sguardo l’uno dall’altra. Non c’era bisogno di aggiungere parole per capire che cosa stavano provando. Karen fece una carezza alla guancia di Henry, coperta da una morbida barba fulva, come i suoi capelli. Lui posò la sua mano su quella di Karen, trattenendola sulla sua guancia per qualche istante e godendo del tepore che emanava. Non disse nulla ma desiderò che quel momento non avesse fine.

Quando le lasciò libera la mano, Karen stabilì un contatto visivo con lui,  mostrandogli fiducia. Il breve tocco delle dita di Henry sulla sua mano le fece provare il desiderio di chiudere gli occhi ed essere abbracciata da lui, per sentire di nuovo il profumo della sua pelle e assaporare ancora le sensazioni che lui le faceva provare.

Henry avvertì un intenso desiderio di condividere con lei il sentimento che provava. I suoi occhi si scurirono e si strinsero mentre il suo sguardo cadeva sulle labbra di Karen. Un brivido di piacere gli fece perdere le inibizioni che aveva avuto fino a quel momento e le si avvicinò fin quasi a sfiorarle le labbra. Lei trattenne il respiro mentre il suo corpo s’immobilizzava. Henry l’avrebbe baciata? Lei desiderava baciarlo? Sì ma era lì a casa sua da neanche un giorno e non si conoscevano. Il buon senso le diceva che avrebbe fatto bene a indietreggiare, a pensarci bene e a fermarlo prima di farsi male. L’ultima cosa che voleva era farsi spezzare il cuore da un uomo. Invece era lì e si avvicinò appena un po’ di più a Henry.

Il rintocco della pendola al muro ruppe la magia di quegl’istanti, come se il suo buonsenso stesse suonando i rintocchi per tornare a  farsi sentire. Karen fece un respiro veloce nel fare un passo indietro, per guardare Henry. Sorridendo imbarazzata, gli si riavvicinò con il volto e gli sfiorò la guancia con un casto bacio. “Buona notte, Henry. A domani”, disse con un’espressione raggiante, poi si alzò dallo sgabello e andò a dormire. Henry rimase a guardarla mentre si allontanava, incapace di distogliere lo sguardo da lei.

La mattina dopo la bufera di neve non era ancora cessata. Karen, Henry e Alexandra si ritrovarono in cucina per la prima colazione. Karen notò che Henry stava preparando i pancakes. “Buongiorno Karen! Ne vuoi anche tu?”, le chiese di buon umore, indicandoli. Il profumo era invitante e lei accettò subito. Henry dispose su due piatti i soffici pancakes inzuppati in sciroppo d’acero e sedette insieme a Karen al bancone. Henry indossava un nuovo maglione Aran, ancora più bello di quello del giorno precedente e lei  glielo disse. “Sembrano caldissimi”, esordì.

“E lo sono, Karen”, le rispose lui sorridendole.

“Soprattutto sono molto ma molto belli esteticamente”, riprese lei.

Intanto Alexandra aprì la porta del frigorifero per prendersi la bottiglia del latte. Ne versò un po’ in un’ampia tazza e lo mise a scaldare nel microonde. Karen udì poco dopo il suono dei cereali che la ragazza versava dalla scatola nella tazza con il latte caldo.

Henry annuì a Karen: “I motivi che vedi sono quelli del clan O’Connell: la mora che rappresenta la Santissima Trinità, il nido d’ape rappresenta il lavoro e quindi ti augura fortuna nel lavoro. Anche la corda marinara ti augura fortuna”, le spiegò con calma, facendole notare i motivi uno a uno, poi aggiunse un’ultima cosa. “Me lo ha regalato mio padre quando ho iniziato la carriera concertistica. Sono molto affezionato a questo maglione, perché é un ricordo di mio padre”.

Karen, seduta allo sgabello dall’altra parte  gli sorrise con comprensione: “Non c’è nulla come gli affetti familiari per darci forza e un senso di appartenenza”.

Henry le rivolse un sorriso soddisfatto: Karen aveva compreso perfettamente cosa volesse dire.

“Di quale zona dell’Irlanda siete originari tu e tuo padre?”, gli chiese lei.

“Della contea di Donegal, la parte nord della contea”, le rispose lui.

Intanto il gorgoglio e il sibilo del vapore della caffettiera gli ricordarono che il caffè era pronto. Si alzò e lo versò in due mug per il caffè lungo, porgendone uno a Karen.

Dopo colazione Alexandra propose a tutti di preparare insieme i biscotti di Natale a forma di omini di pan di zenzero. Karen e Henry accettarono con entusiasmo. Karen si avvicinò alla ragazza nei pressi del frigorifero, sulla cui porta c’era un’allegra accozzaglia di cose: un calendario con alcune date segnate, menu, liste della spesa, promemoria per la scuola, coupon. Sul ripiano in marmo accanto al frigorifero c’era una scatola di cartone colorata. Alexandra l’aprì per estrarvi la ricetta dei biscotti. “Cerco la ricetta che usava sempre mia mamma”, le disse e Karen le sorrise con tenerezza. Nel rovistare insieme alla ragazza, Karen notò un foglio diverso da tutti gli altri. Era uno spartito musicale. “Rapsodia di Natale”, lesse sull’intestazione. Iniziò a leggere le note, ascoltandone mentalmente la melodia: era bellissima ma incompleta.

“Alexandra e io la stavamo componendo a 4 mani per Isabel”, confessò Henry, con un senso di colpa, rivedendo quello spartito dopo molto tempo. Non sapeva che fine avesse fatto, fino a quel momento. Alexandra lo aveva conservato tra le cose della madre in un posto dove lui non avrebbe mai immaginato di trovarlo.

“Tu avevi promesso di comporla insieme a me! Doveva essere un regalo di Natale per la mamma ma, grazie a te, non l’abbiamo mai portato a termine. Tu e il tuo egoismo. Non ti è mai importato nulla della mamma e di me: ti eravamo indifferenti!”, lo accusò Alexandra, mostrando tutto il suo risentimento e il suo dolore.

“Non è vero, Alexandra. Ho sbagliato con voi e ne sono seriamente pentito. Ti chiedo scusa: non sono stato capace di stare vicino alla mamma e a te come avrei dovuto ma vi ho sempre amato”, le rispose lui con fervore e cercando di avvicinarsi alla figlia.

“Lasciami stare, non voglio parlare con te!”, rispose arrabbiata Alexandra,  dandogli una spinta per allontanarlo. Lasciò i fogli delle ricette sparpagliati sul ripiano e corse in camera sua con le lacrime agli occhi.

Henry fece per andarle dietro ma Karen lo fermò delicatamente mettendogli una mano sul braccio. “No, Henry. Adesso Alexandra non è pronta ad ascoltarti. Lascia che le parli io”.

“Sì, hai ragione. Forse é meglio così”, le rispose lui affranto e provando un senso di fallimento.

Karen andò a parlare con la ragazza e, qualche minuto dopo, furono di ritorno in cucina.

“Scusa, papà… intendo per prima, quando ti ho spinto via”, gli disse Alexandra, abbracciandolo mortificata.

Quell’abbraccio procurò a Henry  una  sensazione di calore, che gli pervase tutto il corpo. In quel momento si sentì in pace con il mondo e desideroso di rendere felice sua figlia.

Henry non seppe che cosa Karen avesse potuto dire ad Alexandra ma, da quel momento, l’atteggiamento di sua figlia nei suoi confronti cambiò.

Trascorsero la mattina a preparare i loro omini di pan di zenzero e, pian piano, il risentimento e la malinconia lasciarono il posto al dialogo e a un’atmosfera più serena. Quando tirarono fuori dal forno la placca con i loro biscotti di Natale, furono tutti e tre soddisfatti del loro lavoro di squadra.

“Adesso siamo pronti per fare qualcosa di più importante insieme”, pensò Karen.

Karen andò a riprendere in mano lo spartito della Rapsodia di Natale e, sottovoce, chiese a Henry se se la sentiva di suonarlo. “Sei sicuro? Non si sono più ripresentati quegli episodi di cui mi hai parlato l’altra sera?”, gli chiese lei mentre si sedevano al pianoforte.

“Stai tranquilla oggi vedo bene. Mi bastano gli occhiali”, la tranquillizzò lui, sempre a mezza voce, per non farsi sentire dalla figlia. Prima d’iniziare a suonare il brano a 4 mani fece una carezza alla mano di Karen. “Grazie, sei sempre gentile”, le disse lui: il suo sguardo si era addolcito e i suoi profondi occhi blu  brillavano, facendo sentire le farfalle nello stomaco a Karen. Intanto Alexandra si era seduta sul divano nelle vicinanze, pronta ad ascoltarli. Non le era sfuggita l’intesa che stava nascendo tra suo padre e Karen. Nessuno avrebbe potuto prendere il posto di sua madre ma, nonostante questo, le sarebbe piaciuto avere Karen in famiglia. Con lei si sentiva libera di confidarsi, come faceva con sua madre, sicura di essere compresa.

La melodia che suonarono Karen e Henry fu veramente toccante e di una dolcezza che racchiudeva tutto lo spirito natalizio. “Sarebbe bello se voi due la portaste a termine e la suonaste al concerto di Natale della scuola. Che cosa ne pensate?”, propose Karen.

 

 

Henry, seduto al pianoforte, si voltò verso sua figlia, con uno sguardo esitante. “Hai ancora voglia di finire di comporla con me, Alexandra?”, le chiese.

“Sì ma solamente se lo suoni con me al concerto”, gli rispose la ragazza, sicura, guardandolo dritto negli occhi.

Henry le allungò la mano per stringere un patto con la figlia e Alexandra  allungò la sua verso quella del padre.

Karen li applaudì, raggiante per la felicità. “Sono molto contenta per voi”, disse “ma la cosa che mi renderà più felice in assoluto, sarà vedervi suonare insieme. Tempo fa avevo anch’io intenzione di comporre qualcosa di natalizio per mio nipote. Mi sono pentita di non essermi mai decisa a farlo. Anche in questo ho fallito nei suoi confronti”, rivelò, contemporaneamente  rimproverandosi.

Henry, che era ancora accanto a lei al pianoforte, si girò di scatto, sorpreso: “Allora unisciti a noi, Karen”, la esortò appassionato. “Componiamo insieme questa Rapsodia di Natale, per Isabel e per tuo nipote Andrew. Mi piacerebbe, il giorno del concerto di Natale, suonare con Alexandra la musica che abbiamo composto tutti e tre insieme: le nostre note del cuore”.

Gli occhi di Karen brillarono commossi poi, lentamente, annuì. “Grazie per volermi con voi”, disse abbracciando Henry e Alexandra che si era avvicinata a loro, al pianoforte. In quel momento Karen si sentì in pace con se stessa e provò una sensazione di profonda tenerezza. Si misero tutti e tre all’opera, lavorando alacremente fino a sera e portando a termine la loro rapsodia natalizia.

Dopo il pranzo serale Karen si godette la loro composizione, sentendola suonare dalle magiche mani di Henry e Alexandra. Avrebbero dovuto provarla al pianoforte ancora diverse volte: il talento musicale di Henry e della figlia era lo stesso ma la differenza d’esperienza era evidente.  Spesso si scontravano con la stessa, irriducibile caparbietà ma anche da questo Karen notava quanto si assomigliassero. Con le dovute prove, la sera del concerto Alexandra non avrebbe sfigurato accanto al padre.

La mattina di lunedì la tempesta di neve era cessata, così Karen fatta colazione di buon’ora con Henry e Alexandra, li ringraziò per la loro ospitalità e si fece accompagnare direttamente a scuola.

Lavorò incessantemente tutta la mattina, piena di energie e buon umore poi, verso l’ora della colazione, ricevette una visita inaspettata. James O’Brien, il fratello di Henry, era giunto a farle visita in ufficio.

“Sono curioso di sapere come tu sia riuscita a convincere Henry ad accettare di suonare al concerto di Natale. Vieni”, le disse, prendendo il cappotto di Karen dall’appendi abiti e porgendoglielo per aiutarla a indossarlo “ti invito a colazione. Non farai tardi: andiamo in un ristorantino qui vicino”, le disse con un tono allegro e gentile ma che non ammetteva repliche.

Karen, ancora tra il sorpreso e l’imbarazzato per l’improvvisata di James, lo seguì. Aveva molto lavoro arretrato da smaltire ma declinare l’invito con quella motivazione sarebbe suonato come una banale scusa e lo avrebbe mortificato.

James la portò in un ristorantino italiano nelle vicinanze della scuola. Era un ambiente informale e molto frequentato all’ora di colazione.  All’entrata c’era uno stand con l’invitante menù, tutto di cucina campana, in cui era specializzato il locale. Appesi ai muri c’erano dei quadretti con vedute della costiera amalfitana. Dietro la cassa, contro il muro, c’era una credenza, sulla quale erano disposti in modo artistico vasetti di oli decorativi, di pasta secca e di peperoncini. Era l’ora di punta e il locale era molto affollato. Una cameriera venne loro incontro e fece loro strada. Destreggiandosi tra i tavoli occupati dagli avventori, trovò a Karen e James un posto a un tavolo per due, con un separé. “Torno tra poco con il cestino del pane”, disse la donna notando che mancava in tavola. Prima di allontanarsi consegnò loro i menù del ristorante. Il tavolo era apparecchiato con una semplice tovaglia di stoffa a quadretti bianchi e rossi, che rendeva l’ambiente semplice e accogliente al tempo stesso: perfetto per una colazione informale.

“Quante cose invitanti ci sono”, osservò Karen leggendo.

“Davvero. Sei già stata qui altre volte?”, le chiese James.

“Sì, con i colleghi di lavoro. È tra i ristorantini più vicini alla scuola”, rispose lei.

“È proprio per questo che l’ho scelto. Ho visto che ha ottime recensioni e non volevo farti far tardi per tornare al lavoro”.

Karen gli rivolse un sorriso affabile. James era sempre molto gentile e premuroso con lei.  Non impiegarono molto a scegliere la loro colazione. “Allora siamo d’accordo”, disse, James soddisfatto “Prendiamo linguine al cartoccio con polpo, calamari, pomodori e frutti di mare, poi calamari alla brace e per finire una fetta di crostata amalfitana”.

Karen annuì, convinta della scelta. Di lì a poco arrivò trafelata la cameriera. Appoggiò il cestino del pane sul tavolo poi prese la penna e il blocchetto che fuoriuscivano dalla tasca del grembiule e scrisse l’ordine.

“Volevo ringraziarti, Karen, per l’impegno che stai mettendo nell’organizzazione del concerto di beneficenza”, le rivelò James, appena la cameriera si fu allontanata. Il separé accanto al loro tavolo fu una manna a quell’ora in cui il locale era gremito: attutiva tutti i rumori che provenivano dalla sala, al completo. Grazie a questo i rumori delle posate che tintinnavano e il brusio delle persone che parlavano sembravano più lontani di quanto non fossero in realtà. “Più di tutto desideravo ringraziarti per essere riuscita a convincere mio fratello Henry a partecipare al concerto. Non so ancora come tu ci sia riuscita ma so che da quando si è sparsa la voce che suonerà per voi, in meno di ventiquattr’ore la vendita dei biglietti é aumentata esponenzialmente”.

Karen sorrise. “In realtà non ho escogitato nulla per convincerlo, James. È accaduto tutto con naturalezza. La tempesta di neve mi ha bloccata a casa di Henry e Alexandra e…”.

“So tutto della tempesta di neve, Karen”, la interruppe James. “Questa mattina Henry mi ha telefonato e mi ha raccontato tutto. Lo hai stregato: mi ha parlato di te con entusiasmo e ti ammira moltissimo”.

Karen rimase lusingata dalle parole di Henry, che aveva appreso attraverso il fratello James. Ne fu piacevolmente sorpresa e questo le fece nutrire speranze nei suoi confronti.

“Quindi sai anche dei suoi occhi?”, chiese con tatto mentre prendeva in mano un panino dal cestino. Nel spezzarlo la sua crosta croccante scricchiolò e alcune briciole le si attaccarono alle dita.

James annuì “Sono al corrente da tempo del suo problema agli occhi e anche dell’episodio che si è verificato nel week end. Se dovesse peggiorare dovrà farsi operare e so che ha paura”.

“Mettiti nei suoi panni, James. È un’operazione che comporta dei rischi e può compromettere la sua carriera”, intervenne lei con apprensione “L’ho visto suonare con sua figlia ed é semplicemente splendido. Stanno già provando la nuova composizione e per prudenza Henry la sta imparando a memoria”.

Dai termini appassionati con cui Karen aveva parlato di Henry, James ebbe la certezza che Karen si stesse innamorando di suo fratello. Un imprevisto che non aveva immaginato potesse verificarsi, perché anche suo fratello era inequivocabilmente attratto da lei.

Dopo la telefonata rivelatoria dei sentimenti del fratello, quella mattina, James aveva invitato Karen a pranzo per cercare una conferma ai suoi sospetti. La conferma era arrivata.

Tra loro due era Henry la pecora nera della famiglia, con il suo carattere permaloso e la sua passione incondizionata per la musica che lo aveva portato a compromettere il rapporto con la moglie e la figlia.

Lui invece era il figlio prediletto, sul quale i genitori avevano riposto molte speranze. Era separato da più di un anno e questo non era stato considerato un fallimento dai suoi, bensì un “Finalmente sta mettendo la testa a posto”. I genitori non gli avevano perdonato di aver sposato una persona che non giudicavano alla sua altezza: uno scivolone imperdonabile. Quando avevano capito che gli piaceva Karen, avevano cominciato a nutrire speranze su di lei. Ai loro occhi Karen sarebbe stata la compagna perfetta per James. Henry non era stato minimamente preso in considerazione come opzione alternativa.

Nel momento in cui la conversazione cominciò  a languire, arrivò la cameriera, posando i piatti caldi sul tavolo. James e Karen iniziarono a mangiare, parlando del più e del meno e ammirando il grande acquario con acqua di mare e le aragoste in vasca, nelle loro vicinanze.

“Grazie ancora, Karen per tutto quello che stai facendo. Te ne sono debitore. Dopo il concerto voglio invitarti a cena per ringraziarti, se fa piacere anche a te”, le disse, guardandola dritto negli occhi.

Karen annuì gentile, rivolgendogli un sorriso di cortesia che non sfuggì a James. Una cortesia priva di quella luce negli occhi che aveva avuto poco prima quando gli stava parlando di Henry.

Quella sera James telefonò a suo fratello. “Ciao, Henry, come stai?”, gli chiese, notando subito il sorriso di buon umore nella sua voce.

“Bene, grazie”, gli rispose Henry un po’ perplesso. Si erano appena sentiti quella mattina e non si aspettava un’altra telefonata da James.

“Volevo sapere se oggi  si sono presentati altri episodi di vista sfuocata. Non devi ignorare questi sintomi e cercare di capire, d’ora in poi, con quanta frequenza si ripresenteranno”, gli disse con il tono di chi ha preso a cuore la situazione di un’altra persona.

Henry, con il cellulare in mano, andò a sedersi allo sgabello del pianoforte, dove stava lavorando. “Sta tranquillo, James, é tutto sotto controllo”, replicò cercando di tranquillizzarlo. “E tu, tutto bene oggi, fratellone?”.

“Oh, non potrei essere più felice. Oggi ho pranzato a colazione con Karen in un ristorantino vicino alla scuola. Eravamo tutti e due di corsa per via del lavoro ma Karen é sempre incantevole e gentile, anche se ha poco tempo da dedicarti. Potrei innamorarmi di lei, sai? La adoro!”.

“… Potrei innamorarmi di lei, sai? La adoro!”. Quella frase risuonò nella mente di Henry. Si sentì tradito da Karen e provò un’insensata gelosia. Tutto questo non aveva senso: lui e Karen non stavano insieme e lei era libera di uscire al ristorante con chi voleva. Eppure era certo che nel week end trascorso insieme a causa della tempesta di neve si fossero avvicinati molto. L’espressione nel volto di Karen, la sua carezza gli avevano rivelato che era attratta da lui. Anche lui le aveva fatto capire di essere attratto da lei e lei lo aveva percepito, al di là di ogni parola.

Se suo fratello gli aveva telefonato per istillargli il dubbio e suscitare gelosia, aveva colpito nel segno. Lo conosceva bene e sapeva che quando voleva ottenere qualcosa, era pronto a tutto.

“Sono molto contento per te, James”, abbozzò, non volendo dare a vedere il turbinio di sentimenti in  preda ai quali era in quel momento. “Se non ti dispiace ora avrei ancora del lavoro da fare, prima di concludere questa interminabile giornata”.

“Certamente, comprendo. Sono sollevato che tu stia meglio, fratellino! Buona serata. Ci vediamo al concerto di Natale”.

“Ti aspetto!”, rispose Henry con un brio forzato, concludendo la telefonata ancora agitato per i sentimenti negativi che stava provando.

 

I giorni trascorsero velocemente e le prove per il concerto di Natale si susseguirono una dietro l’altra, dando grandi soddisfazioni a Karen. Pian piano aveva visto rinascere l’intesa tra Henry e sua figlia Alexandra e quel legame che sembrava essersi spezzato, grazie alla musica era rifiorito più forte che mai. Ogni tanto alle prove padre e figlia si scontravano con la stessa energia, la stessa caparbietà, lo stesso raro talento ma tutto procedeva bene e sembrava che anche Henry stesse bene.

Il pomeriggio dell’ultima prova, gli studenti fecero una sorpresa a Karen e Henry.

“Noi abbiamo organizzato un pomeriggio tutti insieme”, dissero mentre dirigevano verso l’uscita del teatro della scuola “Andiamo in Central Park a pattinare su ghiaccio al Wollman Rink, poi ci facciamo una passeggiata nel parco immerso nella neve, fino ai mercatini natalizi di Columbus Circle”, dissero loro “Ci farebbe moltissimo piacere che lei e il Maestro O’Brien festeggiaste con noi la fine delle prove”. I loro occhi sorridenti scintillavano elettrizzati dal programma che li aspettava ed erano pieni di speranza. La speranza che anche Karen e Henry si unissero a loro.

“Mi sembra un’ottima idea, ragazzi! Giusto Karen?”, disse Henry.

“Certamente, Henry. Come si fa a dire di no a un programma così bello?”, rispose lei, emozionata all’idea di trascorrere ancora del tempo libero insieme a Henry e ai ragazzi.

A metà pomeriggio di quella gelida giornata di dicembre la pista di pattinaggio era gremita di persone. Karen e Henry furono bravissimi a non cadere mai tra tutta quella gente. Più volte risero nel vedere bambini particolarmente vivaci che sfrecciavano all’improvviso davanti alle persone, tagliando loro la strada e facendo loro perdere l’equilibrio sulle lame. Immediati arrivavano i richiamati dei loro genitori, che però a nulla servivano a contenere la gioia incontrollata dei loro figli.

I momenti più esilaranti Karen e Henry li vissero quando si misero a giocare a curling, a squadre, con i loro studenti. “Ci sai fare con lo scopettone, Henry”, osservò a un certo punto Karen, allegra. Aveva notato la perizia con cui Henry lo usava per rendere più liscia la superficie del ghiaccio, su cui scivolavano le “stone”, le pesanti pietre di granito levigato.

“Ringrazio mia madre per tutte le volte che ha messo in mano uno spazzolone a me e mio fratello per farci lavare il pavimento della cucina, quando eravamo ragazzi!”, le rispose lui con spontaneità.

La risata argentina di Karen, come risposta alla sua confidenza, gli allargò il cuore e rese ancora più gioioso quel momento.

Quando il cielo cominciò a imbrunire si allontanarono dal Wollman Rink, incamminandosi nel parco innevato, in direzione di Columbus Circle.

“Non so tu, ma io sono seriamente intenzionato a vanificare tutti i benefici di questa bella passeggiata nel parco con qualcosa di buono da mangiare!”, disse Henry a Karen, quando furono arrivati in prossimità delle casette a strisce bianche e rosse dei mercatini natalizi. “Questa passeggiata invernale ha messo tanto appetito anche a me, Henry. Sì, dai, vanifichiamo tutti gli sforzi fatti!”, rispose lei ridendo di cuore.

Proposero al gruppo di ragazzi di andare a prendere qualcosa da mangiare alle bancarelle ma non riuscirono a mettersi d’accordo. Qualcuno voleva mangiare subito, qualcuno voleva prima vedere altre bancarelle e poi decidere cosa mangiare. “Papà, Karen, io vado prima a fare un giro con i miei compagni sulle bancarelle con gli addobbi natalizi”, disse Alexandra. Fu così che l’allegra comitiva del pomeriggio si sciolse. Karen e Henry rimasero da soli. Cominciarono a incamminarsi tra le casette colorate alla ricerca di qualcosa di tipico da mangiare.

Si soffermarono qualche istante alla casetta di un artigiano che esponeva gioielleria. Henry notò che Karen stava osservando dei ciondoli e dei braccialetti fatti con ametiste viola ma non ebbe modo di chiederle se le piacevano perché lei riprese quasi subito a camminare. Semplicemente intuì, dal suo sguardo, che le piaceva quella pietra.

Tutto era colorato in quei chioschi di articoli artigianali: giocattoli, addobbi natalizi in legno dipinto, libri in edizioni recenti ma anche libri introvabili ormai fuori stampa. Si fermarono ancora a una bancarella che vendeva addobbi natalizi in legno decorato con colori allegri e fecero tutti e due degli acquisti. C’erano molte persone alla bancarella, quindi dovettero attendere con pazienza mentre il commerciante impacchettava i loro oggetti.

“Acquisti per qualcuno in particolare?”, le chiese con garbo Henry

“No, nessuna persona significativa”, rispose sinceramente lei.

“Davvero?”

“Perché ne sei così sorpreso?”

“Non lo so, ho solo pensato che fossero per qualcuno”, replicò lui, ancora incredulo. Karen non era solamente una bella donna, era anche una persona splendida.

“No e non per sfortuna ma per mancanza di tentativi. Il mio lavoro occupa troppo del mio tempo, ma immagino che tu mi capisca, considerando quanto sei impegnato anche tu”.

“Certo, ma c’è sempre tempo per la persona giusta”, riprese lui.

“Beh, forse è un mio problema che tendo a trovare il tempo per le persone sbagliate”, rispose lei un po’ sconsolata.

Henry rise divertito di fronte alla sua espressione e alla sua affermazione ma non insistette in quella conversazione per non metterla in imbarazzo. L’avrebbe ripresa in un altro momento, magari davanti a qualcosa di buono da mangiare. Era molto curioso e voleva accertarsi che Karen non fosse impegnata sentimentalmente. Quello che suo fratello gli aveva detto al telefono lo aveva messo in allarme e anche ingelosito. Presi i loro pacchetti dalle mani del commerciante, proseguirono la loro passeggiata tra le bancarelle. Bambini attirati dai giochi e dagli addobbi colorati trascinavano i genitori verso quei chioschi, altri facevano loro domande sugli oggetti esposti e chiedevano loro di acquistare qualcosa. Era ormai buio e la folla ai mercatini era aumentata. Si sentivano persone parlare e ridere, altre che chiamavano gli amici avvistati tra la folla, mentre gioiosa musica natalizia di sottofondo fluttuava dagli altoparlanti tra le bancarelle.

A un certo punto furono attirati da un misto di odori di cibi che provenivano dalle vicinanze: l’odore inconfondibile del lievito di prodotti di pane fresco, carne alla griglia, dolci, caffè.

“Oh, finalmente qualcosa di buono da mangiare!” esclamò Henry.Comprarono dei tacos ripieni di carne e verdure e poi due piccole Mince Pie farcite con mele, mirtilli disidratati, frutta candita, miele, frutta secca, cannella, noce moscata, e Brandy. Andarono a sedersi a una panchina illuminata da un lampione addobbato con uno sgargiante fiocco rosso e rami di pino con pigne, dalle quali proveniva un profumo delizioso.

“Sai che trovo difficile credere che una persona squisita come te abbia perso tempo con persone sbagliate, fino a ora”, le confidò lui mentre mangiavano.

“Ecco, vedi, ho grandi aspettative su come dovrebbe essere una relazione. Il mio modello sono i miei genitori e ciò che hanno. Non sono persone benestanti ma c’è così tanto amore e fiducia tra loro”.

“Sì, la fiducia è molto importante”, annuì Henry con sincerità.

“É essenziale. Quando qualcuno tradisce la mia fiducia, faccio molta fatica a superare la delusione”, replicò lei.

“Ti capisco, Karen. A volte le persone giuste sono vicine a noi ma ci vuole del tempo per capirlo”, le rispose lui. In cuor suo sperò che Karen non fosse innamorata di suo fratello James. Henry la desiderava e aveva capito che anche lei era attratta da lui. Pregò il cielo che Karen scegliesse lui e non suo fratello: quello era il suo desiderio segreto per Natale.Dopo aver mangiato si alzarono dalla panchina e ripresero a camminare perché faceva davvero freddo.

“Brr, che freddo che fa stasera”, disse Henry “Ti andrebbe di prendere del  mulled wine?”.

“Oh, sì, adesso ci vuole proprio un bel vin brulé per scaldarci un po’!”, rispose pronta lei.

Passeggiarono ancora un poco, tenendo i loro bicchieri caldi di vin brulé tra le mani e gustandone il contenuto a piccoli sorsi, poi Henry riaccompagnò a casa Karen, ringraziandola per la bella giornata trascorsa insieme. Erano stati momenti che avevano lasciato la gioia nel cuore a tutti e due.

 

Giunse la sera del concerto in teatro. In sala le luci si stavano abbassando e i musicisti stavano andando a prendere posizione sul palco, dietro le tende chiuse. Karen era ancora nel suo camerino, quando sentì bussare alla porta.

“Avanti”, disse, pensando che potessero essere Alexandra o Henry.

Quando la porta si aprì, Karen vide Henry con un ragazzo dal fisico slanciato. Fu in quel momento che sgranò gli occhi.

“Karen, c’è una sorpresa per te. Questo giovanotto vorrebbe salutarti”, le disse lui con un sorriso rassicurante, introducendo il giovane al suo fianco. “Ora vi lascio soli e vado a prendere il mio posto in scena”.

Karen, ancora senza parole, fece un cenno di ringraziamento con la testa a Henry. Il giovane che stava varcando la porta del suo camerino, sorridente, era suo nipote Andrew.

“Come hai fatto a venire qui? Tuo padre ti ha proibito di contattarmi…”, chiese esitante. Si sentiva come in un sogno e aveva paura di aprire gli occhi e scoprire che quel momento era stato un’illusione.

“Non può più proibirmi di vederti e parlarti, zia. Ora sono maggiorenne”.

Andrew le si avvicinò e l’abbracciò con calore.

“La figlia di Henry mi ha contattato tramite i social network, chiedendomi se ero disponibile a parlare con lei e suo padre perché avevano delle cose importanti da dirmi. Ci siamo collegati con una video chiamata e Henry mi ha spiegato tutto. Ora so che non sei stata tu ad abbandonarmi ma che non hai voluto accanirti in un’inutile battaglia legale per rispetto nei miei confronti. Per non farmi soffrire di più”.

Karen si sentì mancare per l’emozione. Sedette di fronte allo specchio del camerino. Le luci che facevano da cornice illuminavano perfettamente i suoi occhi colmi di lacrime per la commozione che provava. In quel momento le parole di Andrew la liberarono da tutti i sensi di colpa che aveva provato nei suoi confronti in quegli anni.

Andrew le si avvicinò alle spalle e le posò una mano sulla spalla. “A mio padre non è mai importato nulla di me, neanche ora. Non può impedirmi di frequentare l’università dove più mi aggrada”, spiegò “Zia, sono tronato a New York per frequentare la Columbia University e ho tutta l’intenzione di venirti a trovare spesso a casa!”.

Karen annuì lentamente rivolgendogli un sorriso di una dolcezza materna, riflesso nello specchio. “Perdonami, Andrew”, gli disse  ma lui fece cenno di no con la testa “No, zia, non c’è nulla di cui tu debba chiedere perdono. Sei stata l’unica capace di darmi affetto con un’intensità pari a quello che ho ricevuto da mia madre”, le rivelò il ragazzo. “Io ho capito che volevi realizzarti nel tuo lavoro non per egoismo ma per me e per la mamma, per darmi un futuro stabile. Volevi dimostrare che una ragazza venuta da una famiglia povera dell’Argentina sarebbe stata capace di affermare il suo talento. Sono io a chiederti perdono per quella sera che ti ho sottratto di nascosto le chiavi dell’auto sportiva, mettendoti nei guai”.

Karen, commossa, si alzò e gli fece una carezza sulla guancia.

“Henry mi ha detto che hai composto qualcosa per me e che dovevo assolutamente esserci stasera. So che sarà lui a suonare”, le chiese, in cerca di conferme.

“Sì, Andrew. Henry e io volevamo comporre qualcosa insieme. Lui e sua figlia volevano portare a termine con il mio aiuto una rapsodia di Natale che avevano iniziato due anni fa per la mamma di Alexandra. Poi però ho pensato che non sarebbe stato giusto dedicare quella rapsodia sia a Isabel che a te. Quella composizione era stata pensata solamente per lei. Così mi sono messa di puntiglio e ho onorato la promessa che ti avevo fatto: comporre qualcosa di natalizio solamente per te… ed é nata la sonata per pianoforte ‘L’amore più grande’”.

“Oh, zia, sono immensamente felice che tu abbia continuato a pensare a me in tutto questo tempo”, le disse il ragazzo, abbracciandola con un grande slancio d’affetto.

Karen annuì. “Sarà Henry a suonarla e sono sicura che la mia musica, nelle sue mani, sarà valorizzata”.

“Non ne dubito, zia. È un virtuoso che sa far nascere rare magie dai tasti del pianoforte”.

Karen annuì, sorridendo, poi guardò l’orologio appeso al muro del camerino. “È ora, Andrew. Devo andare in scena”, gli disse. Il ragazzo annuì “In bocca al lupo, zia. Io vado a sedermi in platea per godermi questa magica serata d’Avvento”.

Il concerto fu un successo strepitoso. Quando le tende del palco si aprirono, arrivò la conferma che quel pomeriggio gli organizzatori dell’evento avevano dato: c’era stato un sold out. La notizia della partecipazione di Henry, unita al fatto che avrebbe suonato ben due composizioni inedite, presentate proprio in occasione del concerto di beneficenza, avevano fatto vendere tutti i biglietti disponibili.

Henry e la figlia suonarono magnificamente insieme, con un’intesa che fece riconoscere anche alle persone non avvezze all’ascolto della musica classica i loro due grandi talenti. Henry suonò con rara magia non solamente la Rapsodia di Natale: riuscì a raggiungere i cuori di tutto il pubblico anche con la Sonata per pianoforte ‘L’amore più grande’, composta da Karen.

Le due composizioni, grazie alla loro intensa bellezza, piacquero subito al pubblico e la direzione di Karen fu notata e calorosamente lodata dai critici musicali. Per la prima volta, sugli articoli di giornale che tradizionalmente recensivano il concerto di Natale della scuola, Karen venne menzionata anche come interessante rivelazione, in qualità di compositrice.

Alla fine del concerto, dietro le quinte, tra il chiacchiericcio degli altri musicisti in festa per il successo che avevano ottenuto, Alessandra incoraggiò suo padre a raggiungere Karen. “Ho visto nascere l’amore tra te e Karen, papà. È inutile che tu cerchi di dissimularlo, perché vedo chiaramente quello che provi per lei quando ne parli o quando la guardi. Voglio vederti ancora felice: va da lei e dichiarale i tuoi sentimenti”, gli disse, letteralmente spingendolo nella direzione dove era Karen.

Quando Karen aprì la porta del suo camerino, vi trovò una profusione di bouquet di fiori e vasi con le stelle di Natale. Il colpo d’occhio su tutte quelle gioiose macchie di colore trasmetteva una grande allegria. Nell’appoggiare su un tavolino il mazzo di rose rosse che aveva ricevuto sul palco al termine del concerto, avvertì la presenza di qualcuno sulla soglia della porta, che aveva lasciato aperta. Si voltò e vide James O’Brien. Era emozionato e la guardava con intensità.

“Sei stata eccezionale, Karen”, le disse porgendole il suo mazzo di rose “Non finirò mai di ringraziarti per l’aiuto che ci hai dato e il bene che hai fatto al nostro istituto”.

Karen, sorridendo con gentilezza prese il mazzo di fiori in mano e lo ringraziò sia per l’omaggio che per i complimenti. Intuì che James stava per dirle qualcos’altro.

“Karen”, esordì un po’ impacciato “Non sono mai stato bravo in queste cose e in queste occasioni torno a essere imbranato come un adolescente. Io provo dei sentimenti per te e penso che tu te ne sia ormai accorta. Vorrei  che tu mi concedessi la tua fiducia quando sarai pronta a riaprirti ai sentimenti”, le disse, sollevato di essere riuscito a esternare quello che provava e le speranze che nutriva nei confronti di Karen. La guardò dritto negli occhi ma, dalla sua espressione, comprese che c’era qualcosa che non andava.

Karen posò con grazia su un divanetto il mazzo di rose poi, continuando a sorridergli con gentilezza gli parlò. “James, tu sei una persona splendida. Noi due abbiamo tante affinità: gusti simili, ideali simili. C’intendiamo subito quando parliamo. Queste cose ci avvicinano e ci accomunano ma come amici. Ho riflettuto a lungo sulla nostra amicizia ma devo essere sincera con te. Ti voglio bene ma sento di non essere la persona giusta per te”, gli disse con sincerità. Era rincresciuta di dovergli parlare in quei termini ma mai nella sua vita aveva giocato  con i sentimenti di una persona. Non avrebbe iniziato a farlo quella sera con James. “So che quello che sto per dirti ti farà male e ti chiedo scusa ma nei miei pensieri c’è sempre Henry. Non riesco a smettere di pensare a lui ed è quando penso a lui che sento le farfalle nello stomaco, come una ragazzina”, gli rivelò con tatto.

Henry era diverso da James e dagli altri uomini che aveva conosciuto. Era riuscito a scuoterla nel profondo facendole provare qualcosa in più. Aveva stravolto la sua vita, scandita da ritmi regolari e rassicuranti. In un primo momento l’aveva spiazzata e confusa, poi tutto era diventato chiaro: con Henry era tornata a sentirsi viva e vibrante.

James continuò a sorriderle ma con la tristezza negli occhi. Nel suo sguardo, in quel momento Karen lesse amore e al tempo stesso tristezza. Gli aveva spezzato il cuore.

James annuì gentile, accettando la sconfitta con il suo rivale in amore: Henry.

“Io desidero solamente che tu sia una donna felice e amata, Karen. Se é lui che ami, allora  glielo devi dire. Spero solo che non ti faccia soffrire come ha fatto con sua moglie e sua figlia”, le disse addolorato e poi l’abbracciò.

Fu un caldo ma triste abbraccio il loro. Mentre stava per staccarsi da James, Karen vide Henry davanti alla porta del camerino. In quella frazione di secondi incontrò il suo sguardo affranto: mai in vita sua aveva letto in uno sguardo tanta delusione, avvilimento e dolore.

Lui le fece un cenno di saluto con la testa poi si voltò e andò via.

“Henry, aspetta! Non è come…”, fece per dirgli Karen ma lui si era già allontanato.

Henry non aveva sentito la conversazione tra Karen e James. Era arrivato nel momento in cui loro due si stavano accomiatando, traendo dalla vista di  quell’abbraccio conclusioni fuorvianti.

Nell’uscire di corsa dal camerino per raggiungere Henry e spiegarsi, Karen non notò il biglietto che lui le aveva posato su un tavolino all’entrata del camerino, prima di andarsene. Fu James a notarlo prima di uscire dalla stanza. “Per Karen” c’era scritto sulla busta e in quelle poche parole James riconobbe la scrittura di suo fratello. In preda all’invidia e alla frustrazione, afferrò il biglietto e se lo mise in tasca, poi si allontanò dal camerino.

Tornata sul palco, con le tende di velluto ormai chiuse, Karen si fermò, per vedere d’individuare Henry tra la folla dei ragazzi dell’orchestra e i parenti stretti che li avevano raggiunti lì. Non lo vide.

“Karen, cerchi papà?”, gli chiese Alexandra avvicinandosi alle sue spalle. Karen si voltò verso di lei con un’espressione affranta. Sembrava sul punto di piangere. Annuì “C’è stato un equivoco, Alexandra. Tuo padre ha visto me e James che ci abbracciavamo in camerino e ha tratto conclusioni sbagliate. È corso via senza dire nulla, senza darmi la possibilità di spiegarmi”.

La ragazza le sorrise dolcemente. “No, Karen. Non è andata così. Sì, è vero, papà ha frainteso ma prima di andarsene ti ha lasciato questo sul tavolino in camerino”, le disse porgendole il biglietto scritto da Henry.

Karen, prendendo il biglietto, la guardò sorpresa. “Come fai a sapere tutto questo?”, le chiese con un filo di voce, sovrastato da tutto il brusio che avevano intorno.

“Ero anch’io nel corridoio che porta al tuo camerino. Stavo venendo a salutarti e a dirti che andavo a cena con tuo nipote, quando ho visto uscire papà e subito dopo te. Mi sono fermata e poco dopo ho visto uscire dal camerino anche zio James. Aveva un’aria strana e l’ho seguito. Era talmente turbato che non si è accorto della mia presenza”, spiegò la ragazza di fronte a Karen, incapace in quel momento di distogliere l’attenzione da lei.

“James è arrivato fin qui sul palco e ha aperto il biglietto. Lo ha letto e, con un motto di stizza lo ha accartocciato nel pugno della mano. Approfittando di tutta la confusione che c’è qui ora, ha gettato biglietto e busta nel cestino che sta in quell’angolo lì in fondo”, spiegò, indicando il punto dov’era il cestino “Quando se n’è andato sono corsa al cestino e ho preso il biglietto. Solamente allora ho avuto conferma che lo aveva scritto papà, per te”, concluse. “Credo che tu lo debba leggere, prima di parlargli”.

Karen aprì il biglietto e lo lesse.

“È cieco chi guarda solamente con gli occhi… è quello che ti ho detto la prima volta che ci siamo incontrati all’istituto per ciechi. Io sono stato cieco per molti anni e l’ho capito solamente quando ti ho conosciuto. Ero venuto a dirtelo, a dichiarati i mei sentimenti ma credo di essere arrivato troppo tardi. Forse è la giusta punizione per un uomo che ha spezzato cuori, senza curarsi di cosa si prova in queste situazioni. Ora lo so ma non è questa la cosa importante: ti voglio troppo bene per non desiderare sinceramente che tu sia felice, anche se non con me.

Un ultimo abbraccio

Henry”.

Karen ringraziò la ragazza. “Sei stata un angelo, Alexandra”, le disse.

In quel momento sopraggiunse Andrew, facendosi largo tra la folla di allievi della scuola e i loro parenti.  “Zia, porto Alexandra a cena in un ristorantino qui nelle vicinanze. Vi unite anche tu e Henry? Ci farebbe molto piacere”.

“Farò tutto il possibile per esserci, anche se non posso prometterti niente in questo momento, Andrew. Mi raccomando, non commettere imprudenze quando la riaccompagni a casa in auto”.

“Zia Karen, non sono più un ragazzino!”, rispose Andrew prorompendo in una fragorosa risata che fece voltare diverse persone nelle sue vicinanze sul palco “Stai tranquilla: ormai ho imparato la lezione. Mi é servita a diventare una persona responsabile al volante”.

“Va da lui, Karen e spiegagli come sono andate le cose”, intervenne Alexandra, mentre Andrew, con un gesto di tenerezza, le cingeva le spalle con un braccio. “Non preoccuparti per noi e, per favore, porta un messaggio a mio padre da parte mia: digli di non fare l’orgoglioso o rovinerà tutto”.

Karen annuì e li salutò, andandosene. Mentre attraversava la solenne hall della scuola, deserta in quel momento, in direzione dell’uscita, pensò che probabilmente Henry fosse tornato a casa. Avrebbe preso un taxi e avrebbe provato a cercarlo lì. Varcata la porta della scuola, con sorpresa, lo trovò seduto sulle scale esterne dell’edificio. Aveva cominciato a nevicare più copiosamente  con grossi fiocchi di neve che cadevano di sbieco. Le scale erano però protette da un tendone luminoso steso per l’occasione, con scritto  il nome del concerto di Natale e quello degli artisti di maggior richiamo: c’era lei come direttrice d’orchestra ma soprattutto Henry. Alla base delle scale c’erano ancora linee di corda che indicavano dove dovevano stare le persone in attesa. Solamente due ore prima lì c’erano state file di persone in attesa di entrare. S’intravedevano ancora sul marciapiede i mozziconi di sigaretta di coloro che avevano fumato sigarette dell’ultimo minuto, prima che iniziasse lo spettacolo. Tutto questo grazie al talento di Henry che aveva permesso di fare il tutto esaurito per quella serata.

Karen, stringendosi la sciarpa di lana al collo, gli si avvicinò con cautela. “Ciao, Henry”, gli disse con un tono di voce pacato.

Henry avvertì la voce di donna alle sue spalle e riconobbe subito Karen. “Ciao, Karen, le rispose cortese , voltandosi verso di lei e abbozzandole un sorriso impacciato.

Karen con naturalezza, andò a sedersi accanto a lui sui gradini. Solamente in quel momento notò che aveva tra le mani una calza di Natale rossa, tutta decorata.

“Le cose non sono come ti sono sembrate”, gli disse con gentilezza.

Henry annuì, giocherellando nervosamente con la calza.

“Stavo abbracciando tuo fratello James perché gli avevo appena detto che per lui provo solamente amicizia e non penso di essere la persona adatta a lui”.

Henry si voltò di scatto verso Karen, sorpreso.

“Dobbiamo parlare, Karen”, le disse mentre una folata di vento gelido gli sferzava il volto. Lei lo immobilizzò con uno sguardo e Henry si alzò in piedi, stringendo la calza di Natale contro il suo petto “Volevo augurarti Buon Natale”. I suoi occhi blu brillarono calorosamente e Karen si sentì tutta un subbuglio dentro.

“E mi hai aspettato qui fuori tutto questo tempo?”

Lui annuì “Non avevo la calza con me così sono andato a prenderla in camerino e poi sono venuto qui: sapevo che prima o poi saresti uscita. La verità è che ci sono altre cose che devo dirti”.

“Che cosa?” Karen incrociò le braccia, assumendo l’aria decisa di chi non voleva più tergiversare in quella situazione ma non sembrò credibile quanto avrebbe voluto.

Il sorriso di Henry scintillava “Karen”, disse con la voce che diventava roca man mano che il suo tono si alzava per parlar chiaro “Ti amo”.

Karen sbatté le palpebre.“Henry”, disse lei, con il cuore che le batteva più forte “Che cosa hai…?”

“Ho detto che ti amo”, ripeté lui con passione e convinzione. “E mi dispiace terribilmente di non avertelo detto prima, quando ho avuto così tante occasioni di spiegarti come mi sento veramente. Avevo paura, Karen”. Il suo pomo d’Adamo si alzava e si abbassava mentre continuava a parlare “Avevo paura che tu non volessi il vecchio Henry, quello che ha fatto soffrire sua moglie e sua figlia. Il vero me, orgoglioso e permaloso… l’uomo che non é perfetto in tante cose tranne che in una: il mio amore sincero, puro e travolgente per te”.

Il cuore di Karen batteva forte e il suo battito accelerava mentre mille pensieri le affollavano la mente. L’unica cosa che aveva desiderato in segreto per Natale, era che Henry la desiderasse. Che lui l’amasse. Tanto quanto lei amava lui. Gli occhi di Karen si arrossarono mentre cercava di trattenere le lacrime. “Oh, Henry, non lo sai?” avrebbe voluto dirlo con fermezza ma la sua voce tremava, emozionata com’era. “Anch’io ti amo. Ti amo, Henry.”, scandì bene le parole “Sì, ti amo!”.

Il sorriso giubilante di Henry, in quel momento, avrebbe potuto sciogliere tutta la neve caduta in città. “Sono così felice” Henry la guardò adorante. “Potresti solo…?” le passò cautamente la colorata calza di Natale e Karen la prese mentre Henry estraeva qualcosa dalla tasca del cappotto. Era una scatolina di velluto. Una folata di cristalli di neve li colpì, coprendo la sciarpa di Henry e i capelli scuri di Karen ma lei non sentì affatto freddo. Poi gli occhi di Henry incontrarono quelli di Karen e una sensazione di calore le pervase tutto il corpo.

“Karen”, le disse lui appassionato “per tutto questo mese tu sei stata vicino a me ma io non ho completamente capito quanto tu sia speciale” le rivolse un sorriso di sbieco e le guance di Karen si arrossarono. “Ora lo so. Ho capito quanto sei incredibile. Sei calorosa, meravigliosa, allegra, divertente. Sai essere severa e forte quando dirigi ma sei soprattutto dolce e intensa”.

“Oh, Henry” Karen si sentiva un groppo in gola per l’emozione.Lui aprì la scatolina di velluto e Karen vide un sottile braccialetto d’oro con incastonate delle ametiste. L’ametista viola era la pietra preferita di Karen. “Questo braccialetto portafortuna é il mio regalo di Natale per te, Karen. È il mio modo di dirti che ti voglio bene. Lo accetti?”.Karen si portò le mani alle guance, cercando di asciugare col dorso le lacrime che le scivolavano dagli occhi. In quel momento lei riuscì a vedere un futuro insieme a Henry e Alexandra, tutti insieme  felici. Sentiva che  Henry sarebbe stato il miglior compagno che potesse desiderare. “Sì, Henry, lo accetto”, gli rispose con le labbra tremanti.

Henry prese il braccialetto e lo allacciò al polso di Karen. “Sono sicuro che saremo un grande team tu e io, al lavoro e nella vita privata”.Queste parole fecero commuovere ancor più Karen, che gli gettò le braccia al collo e lo strinse forte a sé.

Lui estrasse un fazzoletto dalla tasca del cappotto e glielo porse. Karen si asciugò le guance rigate di lacrime e gli occhi “Saremo tutti felici. Tu, Alexandra e io. Me lo sento che andrà tutto bene, Henry”. Ricominciò a commuoversi, con il cuore che le esplodeva per la felicità.

“Ne sono certo anch’io”. Henry le rivolse un sorriso affascinante e malizioso al tempo stesso,  indicandole la calza “Dai un’occhiata dentro”.

Karen estrasse un biscotto vestito da omino di pan di zenzero, con i capelli rossi, come quelli di Henry “Ma… sei tu?”.

Henry rideva con gli occhi “Prova a prenderne qualche altro”, la incoraggiò. Karen ne estrasse altri due: erano chiaramente lei e Alexandra. Tutta la calza era piena di omini di pan di zenzero che raffiguravano loro tre e anche Andrew.

Henry scoppiò a ridere quando vide l’espressione di Karen mutare dalla sorpresa, all’incredulità, alla presa di coscienza del significato di quei biscotti. “Siamo tutti noi. Li abbiamo preparati insieme Alexandra e io, per te”. Era difficile resistere alla tentazione di assaggiarli, così addentarono ciascuno un biscotto, mangiandolo di gusto. Karen, provando in quel momento una profonda sensazione di tenerezza, fece per abbracciare Henry ma lui fu più svelto a prenderla tra le braccia e a catturare le sue labbra. La baciò dolcemente e il mondo di Karen divenne un arcobaleno di colori. In quegl’istanti persero la cognizione del tempo.

“Sei stata bravissima questa sera, Karen. Una direzione impeccabile”, le disse lui pieno di ammirazione, con gli occhi blu che gli brillavano ancora dopo essersi staccati l’uno dall’altra.

“Anche tu, Henry. Hai suonato con rara magia” ma s’interruppe, vedendo che Henry scuoteva la testa. “C’è qualcosa che non va?”.

“Ho suonato tutto a memoria, Karen. È da ieri pomeriggio che vedo tutto sfuocato con l’occhio sinistro. Non riuscivo più a leggere le note da quella parte e l’occhio destro non riusciva a equilibrare la sensazione di non riuscire a mettere a fuoco la vista”.

Karen rimase costernata ma anche sorpresa “Mi dispiace tantissimo, Henry. Hai ancora questo fastidio?”.

Lui annuì “Non è più andato via”.

“Allora é giunto il momento di parlare con il medico”, gli disse, facendogli una carezza affettuosa sulla guancia.

“Sì, lunedì mi farò visitare ma ora non voglio pensarci. Vieni”, le disse lui prendendola per mano “Raggiungiamo i ragazzi al ristorante e diamo loro la bella notizia che le incomprensioni tra noi sono state tutte chiarite?”.Fermarono un taxi che passava nelle vicinanze e lasciarono la scuola.

EPILOGO

Faro di Fanad Head, contea di Donegal, Irlanda.

“Dormito bene?”, chiese Henry, sdraiato supino nel letto, a dorso nudo e con le mani intrecciate dietro la testa. Era completamente a suo agio e lanciò un sorriso malizioso di sbieco a Karen. Il suo sguardo penetrante le fece mancare un battito e scorrere un brivido di piacere lungo la schiena, completamente nuda.

“Benissimo, grazie. È la prima volta che dormo in un faro”.

“Ottimo. Allora sei riposata e pronta a salire in cima al faro!”

“Non proprio… non sono ancora pronta”. Karen allungò il braccio e con un tocco delicato delle dita accarezzò la folta peluria fulva del petto di Henry, strappandogli un gemito roco. Sotto i polpastrelli sentì il suo cuore battere forte. Sapeva come accendere la travolgente passionalità di suo marito e farla divampare dentro la sua intimità.

Henry si voltò sul fianco e, abbracciandola, la baciò. Si rifugiarono l’uno nell’altra, dando sfogo al loro desiderio ormai incontenibile, poi crollarono esausti tra le coperte.

Dopo una doccia veloce andarono in cucina a prepararsi la colazione. Sollevarono le finestre con i vetri a riquadri, all’inglese e subito un forte odore di aria salmastra fece loro bruciare le narici. In lontananza si udivano i gabbiani gridare, probabilmente in prossimità della scogliera. Un’anticipazione di quello che avrebbero visto e sentito in cima al faro di lì a non molto.

Dopo colazione iniziarono a salire sul faro.

Un anno e mezzo dopo il concerto di Natale che aveva dato inizio alla loro storia d’amore, Karen e Henry erano affacciati alla balconata, appoggiati alla ringhiera in ferro verniciato di rosso del faro di Fanad Head. Si erano inerpicati su per quelle ripide scale a chiocciola, spinti dalla volontà irriducibile di vedere il panorama dalla cima del faro. L’ultima rampa di gradini che portava alla stanza di guardia dalle piccole finestre rotonde in alto, era stata praticamente verticale ma ne era valsa la pena. Il suono meccanico della luce rotante copriva ogni suono esterno e l’aria era calda. Appena usciti sulla balconata che circondava il faro furono colti da un senso di vertigine. Sotto di loro, in mezzo al prato di un verde brillante bagnato dalla pioggia, si vedevano le abitazioni che facevano parte del complesso del faro, proprio a picco sulla scogliera che finiva a strapiombo sul fiordo glaciale di Lough Swilly, bagnato dall’oceano Nord Atlantico. Erano circondati da una natura selvaggia e meravigliosa e dallo scenario sensazionale dell’oceano blu, come gli occhi di Henry. Uccelli marini occupati a cercare cibo tra le onde, strillavano. Un vento gelido che soffiava e sibilava costantemente, sferzava i loro volti, facendoli sentire più vivi che mai. Karen e Henry si strinsero nei loro maglioni Aran: erano uno dei doni di nozze che si erano scambiati quando si erano sposati a inizio giugno. Karen aveva regalato a Henry un maglione con i motivi del clan O’Connell, con i nidi d’ape e le corde marinare ad augurare fortuna nel lavoro e nella vita. Henry aveva regalato a Karen un maglione con il motivo dell’albero della vita, ad augurare unità alla nuova coppia che si era formata e longevità. Avevano tanto desiderato andare in Irlanda. Per Henry era un ritorno alle origini. Ora, per il loro viaggio di nozze, avrebbero trascorso un’intera estate nell’isola di smeraldo.

“Dicono che da qui si riescano ad avvistare balene e delfini, chissà se saremo fortunati”, disse Henry, cingendole le spalle con il braccio e accarezzandola con il suo sguardo.

“Chissà”, rispose lei stringendosi nel suo abbraccio e alzando lo sguardo verso di lui “sarebbe bello riuscire a vederli ma la cosa più importante é poter essere qui con te, il mio fulvo vichingo irlandese e che tu possa ancora vedere tutta questa bellezza”.

Era passato ormai un anno da quando Henry si era lasciato convincere a sottoporsi a un intervento chirurgico, risolutivo del suo pucker maculare. Non c’erano state le conseguenze negative che facevano parte del rischio legato all’operazione. L’intervento era andato bene e Henry aveva impiegato qualche mese per il recupero. Alla fine però era potuto tornare alla sua vita di prima e la tanto temuta possibilità di dover rinunciare alla sua carriera concertistica non si era verificata. Henry rise di cuore alla sua affermazione ‘fulvo vichingo irlandese’, poi si chinò verso di lei e si scambiarono un lungo, appassionato bacio. Quando si staccarono e tornarono a guardare l’oceano, abbracciati l’uno all’altra, furono baciati dalla fortuna: “Guarda, Henry, i delfini!”, esclamò emozionata Karen, puntando il dito, dritto davanti a lei. Al largo ma non molto lontano dalla costa rocciosa e selvaggia, un branco di delfini affiorava dalla acque blu cobalto, guizzando tra le onde come a volerle sfidare. Fu un momento indimenticabile.

Appoggiando la testa alla spalla di Henry, Karen si disse che non era sicura di cosa avesse fatto sì che tanta buona sorte si riversasse su coloro che amava  e a cui teneva di più: Henry, Alexandra, Andrew e anche James, che nel frattempo aveva trovato la sua anima gemella. Forse era la grazia di Dio… il semplice destino che aveva fatto incontrare Henry e lei a una cena natalizia all’ istituto per ciechi, o la gioia della stagione natalizia che aveva dato inizio alla sua storia d’amore… Molto probabilmente, erano tutte quelle cose insieme. Karen guardò Henry, con il cuore pieno di soddisfazione. Come fosse arrivata fin lì alla fine non aveva importanza. Quello che contava era come si era evoluta la loro storia, con il suo lieto fine. E ora Karen Alvarez O’Brien  era consapevole delle benedizioni che aveva ricevuto dal cielo.

RAPSODIA DI NATALE

FINE

“Rapsodia di Natale”, copyright © 2021, Simona Maria Corvese

 

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento da Facebook

Leave A Response

* Denotes Required Field