PRIORITÁ

PRIORITÁ

 

Racconto di Simona Maria Corvese.

 

Questo racconto è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.

“Priorità”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

 

La sveglia sul comodino suona, ridestandomi da un sonno profondo. Ancora intorpidita, allungo il braccio fuori dalle coperte e la spengo. Sono le 5.35 di mattina e so di non poterla ignorare, anche se ho avuto una notte movimentata. Matteo, il mio figlio più piccolo di 6 anni, si è svegliato più volte in preda a fastidiosi attacchi di tosse, strascichi dell’influenza. In alcuni momenti ho temuto che avrebbe rigurgitato la cena ma, per fortuna, abbiamo evitato il peggio. Fatto sta che ho passato la notte ad alzarmi per tranquillizzarlo e dargli lo sciroppo calmante. Alla fine l’ho portato nel letto matrimoniale, per permettere alle altre due mie figlie che dormono in camera con lui, di riposare.

Matteo era contento di stare tra mamma e papà e ci siamo riaddormentati tutti e tre nelle prime ore della mattina.

Mentre scendo dal letto mi volto verso il bambino e mio marito e non posso fare a meno di sorridere: hanno la stessa espressione e Matteo è la fotocopia di suo padre, solo in scala ridotta.

Mi lavo velocemente, mi vesto e vado in cucina a prepararmi la prima colazione. È bello accendere la luce e trovare il tavolo della cucina già apparecchiato. È un’abitudine che mio marito e io abbiamo sin da quando eravamo sposini. Io rigoverno la cucina alla sera e lui prepara la tavola per la mattina seguente, prima di andare a dormire. La prima a entrare in cucina alla mattina sono io e quell’arcobaleno di colori vivaci delle tazzine mi mette allegria.

Poco dopo mi raggiunge mio marito e facciamo colazione insieme, commentando le notizie del telegiornale e scambiando qualche parola sulle priorità della giornata. Abbiamo priorità diverse e ruoli diversi, che si completano a vicenda. Io esco per prima da casa, in modo da arrivare presto al lavoro e poter anche uscire più presto alla sera. Questo mi permette di andare a prendere i bambini a scuola, senza dipendere da altre persone e riducendo al massimo il doposcuola dei bambini. Marco invece accompagna i bimbi a scuola alla mattina e rincasa più tardi alla sera.

Dopo colazione vado a svegliare Marta e Silvia, le mie due figlie più grandi, di 9 e 10 anni. Per ultimo sveglio Matteo e lo aiuto a prepararsi per andare a scuola. Mi piange il cuore a vederlo così assonnato, sapendo la notte movimentata che abbiamo passato ma non ha la febbre e saltare le lezioni complicherebbe la vita a tutti. Non troveremmo una baby sitter all’ultimo momento e io oppure mio marito dovremmo rimanere a casa dal lavoro. Cosa veramente critica, visto che Marco ha delle scadenze lavorative importanti da rispettare e io sono appena stata a casa due giorni per curare l’influenza di Matteo.

Mentre i bambini fanno colazione con allegra confusione, io siedo al tavolo del salone e scrivo una comunicazione alla maestra di Matteo, spiegando che il bambino ha dormito poco a causa della tosse e che potrebbe sembrare un po’ assonnato oggi a scuola.

Poco dopo dò un bacio a tutti ed esco in volata per andare a prendere la metropolitana.

Questa mattina, nonostante il vagone fosse stracolmo, sono riuscita a sedermi e a concedermi il lusso di leggere qualche facciata del libro che tengo in borsetta. Mi guardo in torno e credo di essere una delle poche persone che in metropolitana non legge lo schermo di uno smartphone o quello di un Kindle. Adoro il profumo della carta, è parte imprescindibile della mia esperienza di lettura. Durante il tragitto penso anche alle priorità che mi aspettano in ufficio. Lavoro nell’ufficio amministrazione del personale di una grande azienda multinazionale e stiamo fronteggiando un’emergenza che sta mettendo alla prova le energie fisiche e mentali di tutti. Abbiamo 5 mamme contemporaneamente in congedo maternità e solo tre di loro sono state sostituite da personale esterno. Per le altre 2 mamme il mio capo ha preferito ripartire il lavoro tra noi colleghi. Per un po’ di tempo ci siamo impegnati al massimo ma ora cominciamo tutti ad accusare stanchezza con questo sovraccarico di lavoro.

Questa mattina avremo una riunione nella quale esporremo le nostre ragioni circa l’insostenibilità di questa situazione. Il nostro capo ci ascolterà e poi ci dirà cosa intende fare.

Prima di entrare in ufficio ripasso la lista delle priorità del mese: settimana prossima devo anche portare la figlia di 9 anni alle prove dell’abito della prima comunione. È stato difficile acquistare un abito bianco classico per la prima comunione, non so quante boutique abbiamo girato prima di trovarlo come volevamo noi. Sembra che oggi nessuno più li voglia ma mia madre e anch’io, ci tenevamo molto. I miei genitori sono anziani e sanno che non vedranno i miei figli sposarsi. La prima comunione è probabilmente una delle ultime occasioni che hanno di essere testimoni di un momento importante della vita dei miei ragazzi. Quando ci penso mi commuovo perché credo che non sarò mai pronta a staccarmi dalle persone che mi sono più care.

All’ultimo punto della lista ho scritto buon vicinato. I ragazzi in affitto al piano di sopra lavorano come addetti alla sicurezza in una nota discoteca di Milano e spesso rincasano nelle prime ore del giorno, quando la maggior parte delle persone dorme. Questo non sarebbe un problema, se non fosse che si muovono in casa come se fosse pieno giorno, parlando ad alta voce e  mettendosi anche a fare allenamento con i pesi in piena notte: ogni volta che posano i pesi sul pavimento, noi li sentiamo. Non è la prima volta che mi svegliano i bambini ma, fino a ora, non ho esposto lamentele per non entrare in contrasto. Ho cercato di mantenere un rapporto di buon vicinato ma il rispetto deve essere reciproco e anche questo argomento deve essere affrontato, con tatto, con i diretti interessati.

Entro nella hall dell’azienda, saluto la receptionist e prendo l’ascensore che mi porterà in ufficio. Mentre salgo rifletto su tutte queste priorità.

Ho cercato, insieme ai colleghi, di soddisfare le necessità del mio capo ma questa situazione di tensione prolungata è insostenibile e non riesco più a lavorare con qualità.

Ho voluto rendere felice mia madre girando una serie infinita di boutique, anche se avevo già individuato l’abito della prima comunione che volevo per mia figlia e che avevo capito piaceva alla bambina.

Ho cercato in tutti i modi di essere paziente per non risultare antipatica ai miei vicini di casa, stando zitta anche se erano loro a disturbare noi, senza preoccuparsene.

Non posso fare a meno di domandarmi se queste siano le mie priorità o quelle degli altri, cui io cerco di corrispondere per accontentare tutti.

È giusto? No, non lo è, perché vivere in questo modo mi prosciuga tutte le energie.

La porta dell’ascensore si apre e sto per entrare in ufficio ma oggi, seppur stanchissima, ho una luce diversa negli occhi. Ho capito che, per vivere una vita soddisfacente, le mie priorità devono riflettere i miei valori e il mio modo di fare le cose, non quello degli altri.

Da oggi tutto cambierà, in meglio!

“Priorità”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

 

 

 

 

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