NICHOLAS NICKLEBY di Charles Dickens – cap.6


NICHOLAS NICKLEBY
Qual è il vostro romanzo preferito di Charles Dickens? Per me è una risposta difficilissima da darvi perché adoro ogni cosa che ha scritto il grande Dickens… però… però… ho un debole per “Nicholas Nickleby”.
Ecco la quarta di copertina presa dall’edizione della Newton Compton, che ho a casa. Il testo che pubblico, però, è preso da bacheca ebook gratis, con licenza d’uso non commerciale.
Buona lettura del CAPITOLO 6 di Nicholas Nickleby!
Simona
Nicholas Nickleby, un giovane gentiluomo di “belle speranze”, ridotto in miseria insieme con la madre e la sorella dalla improvvisa morte del padre, si getta ingenuamente nelle spire di tremendi individui, uno dei quali è il suo stesso zio, vera anima nera di tutta la vicenda. Da quando Nicholas intraprende il viaggio che lo porterà da Londra allo Yorkshire, nella lurida “scuola” di Master Squeers per ragazzi abbandonati, alla ricerca di un lavoro e di se stesso, anche i lettori, trascinati dalla ineffabile potenza narrativa di Charles Dickens, viaggiano con lui attraverso le più spietate desolazioni della cattiveria umana e l’infinito calore di una presenza amica pronta a rischiare in prima persona per dare aiuto e conforto. Nicholas Nickleby è lo splendido romanzo dove si svolge anche la rivolta di un gigante della letteratura contro la crudeltà più ripugnante: quella verso i deboli, gli indifesi, i bambini.

NICHOLAS NICKLEBY
VOLUME PRIMO
CAPITOLO VI
CAPITOLO VI
nel quale l’incidente menzionato nel capitolo precedente dà occasione a due passeggeri di narrare due racconti di carattere opposto.
— Ehi, oh! — gridò il conduttore, alzandosi subito in piedi, e correndo alla testa dei cavalli di volata. — V’è qualcuno che possa prestare una mano? State fermi, che Dio vi maledica! Ehi, oh!
— Che c’è? — domandò Nicola, ancora assonnato.
— C’è che ne abbiamo abbastanza per una notte — rispose il conduttore; — maledetto il baio dall’occhio cieco, s’è ubbriacato d’aria, credo, e la diligenza è rovesciata. — Su, non potete prestare una mano? Per l’inferno, ho tutte l’ossa rotte.
— Ecco, — esclamò Nicola, barcollando, mentre si levava in piedi. — Son pronto. Mi sento soltanto un po’ intontito, ecco tutto.
— Teneteli fermi — gridò il conduttore, — chè taglio i finimenti. Che il diavolo li porti! Bene, ragazzo mio. Ecco fatto. Lasciateli andare ora. Tuoni e saette, già se la danno a gambe!
Infatti, gli animali, non appena liberi, avevano cominciato a trottare con ferma risoluzione verso la stalla lasciata poco prima, distante più d’un miglio.
— Sapete sonare il corno? — domandò il conduttore, staccando un fanale dalla diligenza.
— Credo di sì, — rispose Nicola.
— Allora, pigliate quello lì in terra e mettetevi a sonare in modo da svegliare i morti — disse l’altro, — mentre io faccio tacere quelli che urlano dentro. Vengo, vengo; non tanto baccano, signora!
Mentre diceva così, il conduttore si mise a strappare e ad aprire lo sportello superiore della diligenza, mentre Nicola, brandendo il corno, svegliava tutti gli echi dei dintorni con la più straordinaria esecuzione che si fosse mai sentita su quello strumento da orecchie umane. Esso ebbe il suo effetto, però, non solo nello svegliare quelli dei passeggeri che si stavano riavendo dall’intontimento della caduta, ma nel chiamare al soccorso, poiché dei lumi brillavano in lontananza e della gente già era in moto.
Infatti, un uomo a cavallo arrivò al galoppo prima che i passeggeri si fossero raccolti, e dopo un’attenta ricerca si vide che alla signora di dentro s’era rotta la lampada e al signore la testa; che quelli sull’imperiale dalla parte davanti se l’erano scampata con dei lividi agli occhi, quello di cassetta col naso insanguinato, il cocchiere con una contusione sulla tempia, il signor Squeers con un’ammaccatura di valigia sulla schiena, e gli altri passeggeri senza alcun danno di sorta — grazie al monticello di neve sul quale erano stati rovesciati. Appena questi fatti furono perfettamente accertati, la signora diede parecchi indizi di svenimento, ma siccome fu avvertita che, se sveniva, sarebbe stata portata a spalle da qualcuno nella locanda più vicina, prudentemente essa ci ripensò, e si mise a camminare col resto della brigata.
Nel raggiunger la locanda si trovò che questa era un edificio solitario senza grandi comodità in fatto di stanze, perché tutto era composto da una sala comune dal pavimento sabbioso e da un paio di sedie. Però con delle grandi fascine e un’abbondante provvista di carbone sul focolare, l’aspetto delle cose non tardò molto a mutarsi, e quando i viaggiatori ebbero fatto sparire tutte le tracce lavabili della recente disgrazia, la sala era già diventata tepida e lucente, e faceva un bel contrasto col freddo e il buio esterni.
— Bene, caro Nickleby — disse Squeers cacciandosi nell’angolo più caldo; — tu ti sei comportato benissimo impadronendoti dei cavalli. L’avrei fatto anch’io, se fossi arrivato in tempo; ma son molto contento che lo abbia fatto tu. Molto bene; molto bene.
— Così bene — disse il signore dalla faccia gioviale, che pareva non approvasse molto il tono protettore adottato da Squeers, — che se non fossero stati frenati al momento buono, probabilmente non vi sarebbe rimasta più briciola di cervello per insegnare.
Questa osservazione fece cadere il discorso sulla prontezza dimostrata da Nicola, il quale fu colmato di lodi e di complimenti.
— Naturalmente, io son molto contento d’essermela cavata — osservò Squeers; — chi non è contento di scansare il pericolo?… Ma se qualcuno degli allievi a me affidati si fosse ferito… se io fossi stato impedito dal restituire alla famiglia qualcuno di questi ragazzi sano e salvo come l’ho ricevuto… che cosa non avrei sentito? Ebbene, avrei preferito di rimetterci il mio cervello.
— Sono tutti fratelli, signore? — chiese la donna che aveva portato la lampada di sicurezza.
— In un certo senso, sì, signora — rispose Squeers, affondando le mani nelle tasche del soprabito in cerca delle sue carte. — Godono tutti lo stesso affettuoso, paterno trattamento. Mia moglie e io siamo madre e padre a ciascuno di essi. Nickleby, dà queste carte alla signora, e offri quest’altre a questi signori. Forse essi conoscono qualche famiglia che sarebbe lieta di approfittare dell’istituto.
Dopo aver detto così, il signor Squeers, che non perdeva mai l’occasione di farsi della pubblicità gratuita, si mise le mani sulle ginocchia e fissò gli scolari con quanta benevolenza gli fu possibile, mentre Nicola, arrossendo dalla vergogna, distribuiva in giro le carte come gli era stato detto.
— Spero, signora, che non vi siate fatto alcun male nella caduta — disse il signore dalla faccia gioviale, volgendosi alla donna sdegnosa, come per un sentimento caritatevole di cambiar discorso.
— Corporalmente no, — rispose la donna.
— Neppure spiritualmente, spero.
— Quest’argomento per me è penosissimo, signore, — rispose la donna con gran commozione; — e vi prego, da gentiluomo, di non toccarlo.
— Povero me — disse il signore dal viso gioviale, facendosi ancora più gioviale, — io soltanto intendevo di domandare…
— Spero che non si faranno domande — disse la donna, — altrimenti sarò costretta di ricorrere alla protezione di questi altri signori. Oste, per piacere, mandate un ragazzo fuori la porta… e se passa una vettura verde in direzione di Grantham, la fermi immediatamente.
Il personale della locanda evidentemente fu commosso da questa domanda, e quando la donna raccomandò al ragazzo di ricordare, come un mezzo d’identificare l’attesa vettura verde, che a cassetta avrebbe visto un cocchiere dal berretto fregiato d’oro e di dietro un valletto probabilmente con le calze di seta, le attenzioni della buona albergatrice crebbero a mille doppi. Anche il passeggero di cassetta subì il contagio e mostrandosi a un tratto molto deferente, subito chiese se vi fosse della società molto scelta in quei dintorni; al che la donna rispose di sì, che ve n’era, in un modo che implicava con certezza ch’ella era addirittura alla cima e al vertice di tutta la società più scelta.
— Siccome il conduttore s’è recato a cavallo a Grantham per avere un’altra diligenza — disse il signore bonario, dopo che intorno al fuoco s’era fatto per qualche tempo silenzio, — e siccome saranno due ore almeno ch’egli è partito, io propongo di berci una tazza di ponce caldo. Che ne dite, signore?
Questa domanda fu rivolta al signore dalla testa rotta, dell’interno della diligenza, che era persona di apparenza molto cortese, vestita a lutto. Non era oltre la età media, ma aveva i capelli grigi, scoloriti forse prematuramente dalle cure e dalle afflizioni. Egli annuì volentieri alla proposta, attratto dalla schietta bontà del proponente.
Quest’ultimo si assunse lui l’ufficio di distribuire il ponce appena fu pronto, e dopo averlo dispensato in giro, condusse la conversazione sulle antichità di York, delle quali tanto lui quanto il signore dai capelli grigi sembravano aver piena conoscenza. Esaurito quest’argomento, egli si volse con un sorriso al signore dai capelli grigi e gli chiese se sapesse cantare.
— Veramente no, — rispose l’altro, sorridendo a sua volta.
— Peccato — disse il proprietario della fisionomia gioviale. — Non v’è nessuno che sappia cantare qualcosa per passare il tempo?
I viaggiatori a uno a uno dichiararono che non sapevano; che si sarebbero augurati di sapere, che non potevano ricordare le parole di nulla senza il libro, e così via.
— Forse la signora non avrebbe alcuna difficoltà — disse il presidente della brigata con grato rispetto, e un lieto scintillìo negli occhi. — Qualche cosetta italiana dell’ultimo melodramma udito a teatro son certo che sarebbe gratissima.
Siccome la signora non si degnò affatto di rispondere, ma scosse sprezzantemente la testa, mormorando qualche altra espressione di sorpresa sul conto della vettura verde, un paio di voci sollecitarono lo stesso presidente sull’opportunità di fare un tentativo per il generale beneficio.
— Volentieri, se sapessi — disse l’uomo dal viso gioviale, — perché io son di parere che in questo, come in tutti gli altri casi in cui delle persone estranee le une alle altre si trovano inaspettatamente raccolte insieme, si abbia il dovere di sforzarsi per quanto è possibile di rendersi graditi alla comunità in generale.
— Vorrei che questa massima fosse osservata in tutti i casi — disse il signore dalla testa grigia.
— Son lieto di sentirlo dire — rispose l’altro. — Forse, se non cantare, potete raccontarci qualcosa.
— No. Se ci faceste questo piacere voi…
— Dopo di voi, racconterò con piacere qualche cosa.
— Veramente! — disse sorridendo il signore grigio. — Bene, sia come volete. Temo che il colore dei miei pensieri non sia adatto ad alleviarvi la noia di questa attesa; ma siete voi che lo volete e voi giudicherete. Stavamo parlando della cattedrale di York proprio adesso. Il mio racconto vi si riferisce. Chiamiamolo
Le Cinque Sorelle di York.
Dopo un mormorio di approvazione degli altri passeggeri, durante il quale la signora sdegnosa bevve inosservata un bicchiere di ponce, il signore dalla testa grigia così cominciò:
«Molti anni fa — perché allora il cinquecento aveva appena due anni, e sedeva sul trono d’Inghilterra il re Enrico IV — abitavano nella città di York le cinque vergini sorelle, argomento del mio racconto.
«Queste cinque sorelle erano tutte d’impareggiabile bellezza. La maggiore aveva ventitré anni, la seconda un anno di meno, la terza un anno meno della seconda, e la quarta un anno di meno della terza. Erano tutte di maestosa statura, con gli occhi neri lampeggianti e chiome nerissime; una grande dignità e una soave grazia improntavano ogni loro movimento, e la fama della loro grande bellezza si era diffusa in giro per tutti i paesi.
«Ma se le quattro sorelle maggiori erano belle, di quanta mai bellezza non era la minore, una bionda creatura di sedici anni. I colori rosati della morbida buccia d’un frutto, o la delicata colorazione d’un fiore non sono più teneri della fusione della rosa e del giglio nel suo viso grazioso o del profondo azzurro dei suoi occhi. La vite in tutta la sua lussureggiante eleganza, non ha maggior grazia delle ciocche della ricca capigliatura dorata che le ornava la fronte.
«Se tutti avessimo il cuore come quello che pulsa così leggero nel seno della giovinezza e della bellezza, che paradiso sarebbe in terra! Se, mentre il nostro corpo invecchia e s’indebolisce, il cuore potesse conservare la primitiva sua giovinezza e la primitiva sua freschezza, di quanto giovamento non ci sarebbero le nostre afflizioni e le nostre sofferenze! Ma la tenue immagine dell’Eden ch’è stampata in noi nell’infanzia felice si logora e si consuma nelle rudi lotte della vita, e presto si cancella, assai spesso per non lasciarvi altro che il vuoto più triste.
«Il cuore di quella bella fanciulla batteva di letizia e di gioia. Il più devoto attaccamento alle sorelle e un fervido amore per tutte le belle cose della natura erano le sue sole affezioni. La sua gioiosa voce e la sua allegra risata erano la più dolce musica di quella casa. Ella n’era la luce e la vita. I più bei fiori del giardino erano educati da lei; gli uccellini in gabbia cantavano quando sentivano cantare lei, e avevano un triste cinguettìo se non la udivano. Alice, cara Alice! Chi, nell’ambito della sua soave malìa, avrebbe potuto non volerle bene?
«Invano, ora, cerchereste il punto dove queste sorelle abitavano, perché perfino i loro nomi son scomparsi, e i vecchi antiquari ne parlano come d’una favola. Ma esse dimoravano in una vecchia casa — vecchia anche in quei giorni — con frontoni a strapiombo e con balconate di quercia rozzamente scolpite. La casa era situata in un bel pometo, circondato da un gran muro di pietra, donde un forte arciere avrebbe potuto scagliare una freccia nell’abbazia di Santa Maria. Era fiorente, allora, la vecchia abbazia, e le cinque sorelle vivevano nei suoi domini pagando, d’anno in anno, quello che dovevano ai monaci neri di San Benedetto, ai quali la casa apparteneva.
«Era una splendida e radiosa mattina del bel tempo estivo, e uno di quei monaci neri uscì dal gran portone dell’abbazia, volgendo i passi verso la casa delle belle sorelle. In alto il cielo era azzurro, e in basso la terra era verde; il fiume scintillava nel sole come un viale di diamanti, gli uccelli cantavano nell’ombra degli alberi, l’allodola si librava sui campi ondeggianti di frumento, e l’aria era piena del grave ronzìo degl’insetti. Tutto era lieto e sorridente; ma il sant’uomo continuava ad andar triste, con gli occhi volti al suolo. La bellezza della terra non è che un respiro, e l’uomo non è che un’ombra. Che simpatia poteva avere un predicatore per l’una o per l’altra?
«Con gli occhi vôlti al suolo, dunque, o soltanto levati quanto bastava per non inciampare negli ostacoli che gli si paravano sulla via, il religioso si trasse lentamente innanzi finché non raggiunse una porticina nel muro dell’orto delle sorelle, a traverso la quale passò, chiudendosela alle spalle. Il suono di tenere voci in conversazione e di liete risate gli ferirono l’orecchio, prima che avesse dati molti passi; e levando gli occhi più in alto che non fosse sua abitudine, scorse, a non molta distanza, sedute sull’erba, con Alice nel centro, le cinque sorelle tutte affaccendate, secondo il solito, a ricamare.
«— Salve, belle figliuole, — disse il frate; e veramente erano belle. Anche un frate avrebbe potuto amarle come delicati capolavori delle mani del Creatore.
Le sorelle salutarono il sant’uomo con la massima riverenza, e la maggiore gli indicò un sedile coperto di musco lì accanto. Ma il buon frate scosse la testa, e si sedette con un tonfo su una pietra molto dura — di che senza dubbio, s’allietarono, approvando, gli angeli.
«— Eravate molto allegre, figliuole, — disse il monaco.
«— Voi sapete com’è giocondo il dolce cuore di Alice, — rispose la maggiore, insinuando le dita nelle trecce della sorridente fanciulla.
«— E quanta gioia e allegrezza, padre, desta in noi lo spettacolo della natura, radiosa dello splendor del sole, — aggiunse Alice, arrossendo sotto lo sguardo austero del solitario.
«Il monaco non rispose che con un grave cenno del capo, e le sorelle continuarono il loro lavoro in silenzio.
«— Sempre a sciupare un tempo prezioso — disse infine il monaco, volgendosi alla sorella maggiore, — sempre a sciupare un tempo prezioso con codeste inezie. Ahimè, ahimè! Che si debbano così leggermente dissipare le poche bolle sulla superficie dell’eternità… le sole che il Cielo ci concede di vedere di quell’oscuro e profondo fiume!
«— Padre — disse la fanciulla, interrompendo come fecero tutte le altre, il lavoro, — stamattina noi abbiamo pregato, la nostra elemosina quotidiana è stata distribuita alla porta, i contadini malati sono stati curati… tutti i nostri compiti quotidiani li abbiamo eseguiti. Credo che questa nostra occupazione sia innocente.
«— Vedete qui — disse il frate, prendendole il telaietto di mano, — un groviglio intricatissimo di colori vistosi, senza altro oggetto e scopo che di formare un giorno il vano adornamento del vostro sventato e fragile sesso. Giorni e giorni sono stati impiegati in questo folle lavoro, e non è ancora a metà. L’ombra d’ogni giorno che tramonta cade sulle nostre tombe, e i vermi esultano sapendo che noi ci avviciniamo a quella meta. Figliuole, non v’è altro modo di passare le ore che fuggono?
«Le quattro sorelle maggiori abbassarono gli occhi come toccate dal rimprovero di quel sant’uomo; ma Alice levò i suoi, e li posò mitemente sul frate.
«— La nostra cara mamma — disse la fanciulla, — che il Cielo l’abbia in gloria!
«— Amen! — esclamò il frate in tono cupo.
«— La nostra cara mamma — balbettò la bionda Alice, — era ancora viva quando cominciammo questi ricami. Essa ci disse di riprenderli, quando non sarebbe stata più, di continuarli con gioia discreta nelle ore di riposo; ci disse che se avessimo passate insieme queste ore nell’innocente allegria e nelle occupazioni femminili, le avremmo trovate le più felici e tranquille della nostra vita, e che, se, poi, avessimo sperimentato gli affanni e le prove del mondo… se, attratte dalle sue tentazioni e abbagliate dal suo scintillìo, avessimo mai dimenticato quell’amore e quel dovere che legava in santo vincolo le figlie d’una diletta madre… un’occhiata all’antico lavoro della nostra comune fanciullezza, avrebbe destato in noi i buoni pensieri dei giorni svaniti e fatto più amorevole e tenero il nostro cuore.
«— Alice dice la verità, padre — osservò la sorella maggiore, con qualche orgoglio. E, così dicendo, ripigliò il lavoro, imitata dalle altre.
«Il ricamo che ciascuna sorella aveva dinanzi a sè era grande e di disegno intricato e complesso; e la trama e i colori di tutti e cinque erano gli stessi. Le sorelle si chinarono leggiadramente sul loro lavoro; il monaco, poggiando il mento sulle mani, guardò dall’una all’altra in silenzio.
«— Quanto starebbe meglio — egli disse, — evitare tali pensieri e occasioni nel tranquillo silenzio della chiesa, consacrando la vostra vita al Cielo! L’infanzia, la fanciullezza, la giovinezza e la vecchiaia svaniscono con la stessa rapidità con cui si susseguono. Pensate che la polvere umana corre verso la tomba, e fissando con occhio fermo quella meta, evitate la nuvola che si leva dai piaceri del mondo, ingannando i sensi dei suoi seguaci. Il velo, figliuole, il velo!
«— Giammai, care sorelle, — esclamò Alice. — Non barattate la luce e l’aria del cielo e la freschezza della terra e tutte le belle cose che respirano su di essa per il freddo chiostro e la cella. I beni reali della vita sono la vera benedizione della natura, e noi possiamo goderli insieme senza commettere peccato. La morte è la nostra triste sorte, ma moriamo circondate dalla vita! Quando il nostro cuore, diventato freddo, cesserà di battere, dei cuori caldi ci batteranno accanto; che il nostro ultimo sguardo sia vôlto ai limiti che Iddio ha segnato al suo cielo radioso e non ai muri di pietra e alle sbarre di ferro. Care sorelle, viviamo e moriamo, se mi volete ascoltare, nel recinto di questo verde giardino; evitiamo l’ombra e la tristezza d’un chiostro, e saremo felici.
«Le lacrime caddero copiose dagli occhi della fanciulla dopo il suo fervoroso appello, e quindi ella nascose il volto nel seno della sorella.
«— Consolati, Alice — disse la maggiore, baciandole la candida fronte. — Il velo non proietterà mai la sua ombra sulle tue giovani palpebre. Che dite voi sorelle? Manifestate il vostro pensiero e non quello di Alice o mio.
«Le sorelle, unanimi, esclamarono che la loro sorte era comune, e che v’eran dimore di pace e di virtù oltre le mura del convento.
«— Padre — disse la maggiore, levandosi con dignità, — avete udita la nostra risoluzione finale. La stessa pia cura che arricchì l’abbazia di Santa Maria, e ci lasciò, orfane, alla sua santa tutela, ordinò che nessuna costrizione dovesse essere imposta alla nostra inclinazione, ma che saremmo state libere di vivere a nostra scelta. Non ci parlate più d’una cosa simile, per piacere. Sorelle, è quasi mezzogiorno. Rientriamo, fino a questa sera, in casa. — Con una riverenza al frate, la fanciulla si levò e s’avviò verso l’abitazione tenendo per mano Alice, e le altre sorelle la seguirono.
«Il sant’uomo, che aveva parlato della stessa cosa le altre volte, ma non aveva mai sperimentato un rifiuto così reciso, le seguì a qualche distanza, con gli occhi vôlti a terra, e con le labbra che si agitavano come pregando. Come le sorelle ebbero raggiunto il portico, affrettò il passo, e gridò loro di fermarsi.
«— Un momento! — disse il monaco, levando in aria la destra e volgendo un’irosa occhiata ad Alice e alla sorella maggiore. — Un momento, e udite da me che cosa sono le memorie che preferite all’eternità, e che si ridestano… se nella grazia furono assopite… per mezzo di futili trastulli. La memoria delle cose mondane è gravata, nell’altra vita, di amare delusioni, di tristezza, di morte; di tristi mutamenti e di mordenti ambasce. Verrà un giorno che un’occhiata a quelle insignificanti futilità aprirà profonde ferite nel cuore di qualcuna di voi, trafiggendola fino in fondo dell’anima. Quando arriva quell’ora… e, badate bene, arriverà… voltate le spalle al mondo a cui vi aggrappate, e cercate il rifugio che avete disprezzato. Trovate la cella più fredda del focolare dei mortali oscurato da tutte le sventure e da tutte le calamità, e piangetevi il sogno della giovinezza. Questa è la volontà del Cielo, non la mia — disse il frate, abbassando la voce e guardando le fanciulle che se ne andavano. — La benedizione della Vergine, figliuole mie, sia sopra di voi.
«Con queste parole scomparve per la porticina; e le fanciulle, rientrate in casa, quel giorno non furono più vedute.
«Ma, benchè i monaci possano aggrottar la fronte, la natura continuerà a sorridere, e la mattina dopo, rifulse lo splendore del sole, e ancora la novella mattina, e poi l’altra. E nella luce mattutina, e nella tenera pace della sera, le cinque sorelle continuarono a passeggiare, a lavorare, a passare il tempo in lieti conversari, nel loro tranquillo pometo.
«Il tempo si dileguò come la narrazione d’una fiaba; forse più rapidamente della narrazione di molte fiabe, del qual numero temo che questa sia una. La casa delle cinque sorelle rimase dove si trovava, e sempre gli stessi alberi proiettaron la loro grata ombra sull’erba del giardino. V’erano anche le sorelle, graziose come prima, ma qualche cosa della loro vita era mutata. Talvolta si udiva tintinnìo di armature, si vedeva il luccichìo della luna su elmi di acciaio, e tal’altra anelanti corsieri si arrestavano alla porta e una forma femminile usciva furtivamente e ansiosa come per aver notizie dallo stanco messaggero. Un bel corteo di cavalieri e di dame dimorò una notte entro le mura dell’abbazia, e il giorno dopo nella cavalcata del corteo si annoverarono anche due delle sorelle. Cavalieri non vennero più con tanta frequenza, e quando arrivavano sembrava che portassero cattive notizie. Infine non si videro assolutamente più, e contadini dai piedi stanchi s’avvicinavano di soppiatto dopo il tramonto alla porta e facevano in fretta le loro commissioni. Una volta un vassallo fu spedito a precipizio all’abbazia nel cuore della notte, e allo spuntar dell’alba giunsero grida di pianto e di disperazione dalla casa delle sorelle, e quindi si fece un lugubre silenzio, e cavalieri o dame, cavalli o armature non si videro più.
«V’era una triste oscurità nel cielo, e il sole era tramontato iroso, tingendo le nuvole gravi delle ultime tracce della sua collera, quando lo stesso monaco nero si vide camminare lentamente con le braccia incrociate, a un tiro di pietra dall’abbazia. Un triste morbo aveva fatto ingiallire e cadere le foglie degli alberi e degli arbusti; e il vento, cominciando infine a rompere la sinistra calma che aveva regnato durante il giorno, sospirava gravemente di tempo in tempo; come se prevedesse angosciato le devastazioni della tempesta imminente. Il pipistrello solcava di fantastici voli l’aria pesante, e sulla terra brulicavano gli esseri che l’istinto caccia fuori a gonfiarsi e a ingrassarsi alla pioggia.
«Gli occhi del frate non erano più chini sul suolo; guardavano in giro, vagando di punto in punto, come se la tristezza e la desolazione della scena trovasse un vivo riscontro nel suo seno. Di nuovo si fermò innanzi alla casa delle sorelle, e di nuovo entrò per la porticina.
«Ma non più il suo orecchio fu ferito da un suono di risate, nè i suoi sguardi si posarono più sulle belle persone delle cinque sorelle. Tutto era silenzioso e deserto. I rami degli alberi erano piegati e rotti, e l’erba era cresciuta lunga e selvaggia. Orme leggere non l’avevano più premuta da molti, molti giorni.
«Con l’indifferenza e la distrazione di chi è abituato a quel mutamento, il monaco entrò nella casa e procedette in una stanza bassa e oscura. C’erano quattro sorelle. Le vesti nere facevano molto più pallidi i loro visi gravemente mutati dal tempo e dalla tristezza. Erano ancora maestose; ma il colore e l’orgoglio della bellezza s’erano dileguati.
«E Alice… dov’era? In Cielo.
«Il monaco — anche il monaco — poteva sentire qualche ambascia lì dentro; perché da lungo tempo le sorelle non s’erano più viste, e v’erano solchi sul pallorae dei loro visi che gli anni non avevano potuto incidere. Egli si sedette in silenzio, e fe’ loro cenno di continuare a parlare.
«— Essi son qui, sorelle, — disse la maggiore con voce tremante. — Da quel tempo non ho potuto guardarli più, ma ora mi rimprovero della mia debolezza. Che cosa v’è da temere nella loro memoria? Rievocare i nostri giorni sarà pure un solenne piacere.
«Così dicendo, guardò il monaco, e, aprendo un armadio, ne trasse i cinque telaietti del lavoro finito lungo tempo innanzi. Il suo passo era fermo; ma la mano le tremò presentando l’ultimo telaietto; e quando i sentimenti delle altre sorelle traboccarono a quella vista, le caddero le lacrime che le pendevano dal ciglio, ed ella singhiozzò: — Che Dio la benedica!
«Il monaco si levò e si avanzò verso di loro: — Fu l’ultima cosa — egli disse sottovoce, — che ella toccò prima di ammalarsi.
«— Sì esclamò la sorella maggiore, piangendo amaramente. Il monaco si volse alla seconda sorella.
«— Il prode giovane che ti guardò negli occhi, e quasi si sospese al tuo respiro il primo istante che ti vide intenta in questo passatempo, giace sepolto in una pianura rossa di sangue. Rugginosi frammenti di armatura, un giorno splendidamente bruniti, giacciono al suolo a corrodersi, e son riconoscibili come a lui appartenenti non più delle sue ossa che si disfanno.
«La donna si torse le mani con un gemito.
«— La politica delle corti — egli continuò, volgendosi alle altre due sorelle, — vi trasse dalla vostra tranquilla abitazione a scene di grandezza e di splendore. La stessa politica, e l’irrequieta ambizione di uomini alteri e orgogliosi, vi hanno rimandate indietro fanciulle già vedove e proscritte umiliate. Dico la verità?
«Le due sorelle gli risposero soltanto coi singhiozzi.
«— È inutile — disse il monaco, con uno sguardo espressivo, — perdere il tempo in futilità che ridestano il pallido spettro delle speranze dei primi anni. Seppellitele, copritele di penitenza e di contrizione, e lasciate che il convento sia la loro tomba.
«Le sorelle chiesero tre giorni per deliberare, e sentirono quella notte come se il velo fosse veramente il sudario più adatto alle loro gioie spente. Ma venne di nuovo la mattina, e benchè i rami degli alberi fossero chinati e strisciassero al suolo, il giardino era sempre lo stesso. L’erba cresceva selvaggia ed alta, ma v’era ancora il punto dove esse si raccoglievano a lavorare, quando afflizioni e tristezza erano nomi vani. V’erano le stesse passeggiate e i cantucci che avevano allietato Alice, e nella nave della cattedrale si vedeva una pietra liscia sotto la quale ella dormiva in pace.
«E potevano esse, ricordando come il suo giovane cuore si fosse dolorosamente stretto al pensiero del chiostro contemplar quella tomba con acconciature che avrebbero fatto rabbrividire le stesse ceneri che v’erano raccolte? Potevano esse genuflettersi nella preghiera, e quando tutto il Cielo si volgesse ad ascoltarle, portar la buia ombra della tristezza sul viso d’un angelo? No.
«Esse si rivolsero lontano ad artisti di gran fama in quel tempo, e avendo ottenuto l’approvazione della chiesa al loro ufficio pietoso, fecero eseguire in cinque larghi compartimenti di vetro riccamente colorato una copia fedele del loro lavoro di ricamo. I vetri furono adattati a una grossa finestra fino allora priva d’ornamento, e quando il sole risplendeva luminoso, qual esse si erano sempre compiaciute di vederlo, il disegno a loro familiare veniva riflesso nei suoi colori originali, e proiettando una fulgida fascia di luce sul pavimento, cadeva con una tepida carezza sul nome di Alice.
«Ogni giorno, per molte ore, le sorelle percorrevano lentamente la nave su e giù, s’inginocchiavano accanto alla larga pietra tombale. Soltanto tre, dopo molti anni, furono vedute nel solito posto; poi soltanto due, e, per lungo tempo dopo, soltanto una donna solitaria incurvata dall’età. Finalmente non si vide più nemmeno quella: e la pietra portò cinque nomi di battesimo.
«La pietra s’è consumata ed è stata sostituita con un’altra, e molte generazioni da quel tempo sono venute e sono passate. I secoli hanno attenuato i dolori, ma la stessa fascia di luce cade ancora sulla tomba dimenticata della quale non rimane più traccia; e, ancor oggi si mostra al forestiero nella cattedrale di York una vecchia finestra chiamata le Cinque sorelle».
— È un racconto triste, — disse il signore dal viso gioviale, vuotando il bicchiere.
— È un racconto di vita, e la vita è composta di simili tristezze, — rispose l’altro, con cortesia, ma in tono grave e dolente.
— In tutti i buoni quadri vi sono delle ombre, ma vi sono anche delle luci, se vogliamo vederle — disse il signore dal viso gioviale. — La sorella minore del vostro racconto era sempre gioiosa.
— E morì presto, — disse l’altro, gentilmente.
— Sarebbe morta prima, forse, se fosse stata meno lieta, — disse il primo, con molto sentimento. — Credete che le sorelle che le volevano tanto bene, l’avrebbero pianta meno, se la sua vita fosse stata di tetraggine e di tristezza? Se mai qualche cosa può alleviare il primo acuto dolore d’una grave perdita, è la riflessione, a mio parere, che quelli che io piango, con l’essersi mantenuti innocentemente allegri e innamorati di tutto ciò che li circondava, si son preparati per un mondo più puro e felice. Il sole, siatene certo, non risplende su questa bella terra per incontrare degli occhi accigliati.
— Credo che abbiate ragione, — disse il signore che aveva raccontato.
— Credete! — rispose l’altro, — chi può dubitarne? Prendete qualunque argomento di triste rimpianto, e vedete con quanto piacere si accompagna. Il ricordo del tempo felice può diventar dolore…
— Diventa! — interruppe l’altro.
— Bene, diventa. Ricordare la felicità che s’è perduta è dolore, ma di una specie attenuata. I nostri ricordi sono disgraziatamente misti con molte cose che deploriamo e con molte azioni di cui siamo amaramente pentiti; pure nella vita più travagliata vi sono, io credo fermamente, tanti piccoli raggi di sole da rammentare, che io penso che nessun mortale (tranne che non si sia messo oltre il recinto della speranza) berrebbe se potesse e di proposito deliberato, un bicchiere delle acque del Lete.
— Forse avete ragione di pensarla a codesto modo, — disse, dopo una breve riflessione, il signore dai capelli grigi. — Credo proprio di sì.
— Bene, allora — rispose l’altro, — il bene in questa fase di esistenza preponderà sul male, checchè ne dicano i sedicenti filosofi. Se i nostri affetti sono soggetti a tribolazioni, i nostri affetti sono la nostra consolazione e il nostro conforto; e la memoria, per quanto triste, è il legame più bello e più puro fra questo mondo e l’altro. Ma su! Io narrerò un fatto d’altra natura.
Dopo un brevissimo silenzio, il signore dal viso gioviale mandò in giro il ponce, e guardando maliziosamente la signora sdegnosa, che sembrava terribilmente timorosa ch’egli dovesse narrare qualcosa di sconveniente, cominciò.
Il barone di Grogzwig.
«Il barone von Koeldwethout, di Grogzwig in Germania, era un barone così giovane, che probabilmente sarebbe stato assai difficile incontrarne un altro simile. Non è necessario dirvi che viveva in un castello, poiché è naturale che vivesse in un castello; e neppure è necessario dirvi che viveva in un vecchio castello, perché qual barone tedesco visse mai in un castello nuovo? V’erano molte strane circostanze che si riferivano a quel venerabile edificio, e fra esse non erano meno sorprendenti e misteriose le seguenti: che quando soffiava il vento rombava nelle canne dei camini o anche urlava negli alberi della foresta contigua; e che quando splendeva la luna il suo raggio s’insinuava attraverso certe piccole feritoie del muro, illuminando alcune parti delle vaste sale e delle gallerie, lasciando le altre immerse in ombre tenebrose. Credo che uno degli antenati del barone, trovandosi a corto di denari, avesse inserito una daga nelle carni d’un gentiluomo, che una notte s’era rivolto a lui perché gl’indicasse il cammino, e si suppone che quei fatti prodigiosi fossero la conseguenza di questo avvenimento. Ma difficilmente lo sosterrei, perché l’antenato del barone, ch’era persona amabile, si sentì molto pentito di quella sua violenza, e depredando una bella quantità di pietre e di legnami che appartenevano a un barone più debole, eresse una cappella espiatoria avendo così una quietanza dal Cielo a saldo di tutti i suoi debiti.
«Parlando dell’antenato del barone, penso ai molti suoi titoli al rispetto che gli venivano dall’albero genealogico. Temo di dire, certo, quanti antenati il barone avesse; ma so che ne aveva assai più di qualunque altra persona del tempo suo, e se fosse vissuto in questi ultimi tempi, avrebbe potuto annoverarne anche di più. Che disdetta per i grandi uomini del passato l’esser venuti al mondo così presto, poiché non si può ragionevolmente pretendere che un uomo nato tre o quattrocento anni fa avesse dinanzi a lui i parenti di un uomo nato adesso. L’ultimo uomo, chiunque sarà… e potrà essere un ciabattino o, per quel che se ne sa, il più volgare miserabile… avrà un albero genealogico più lungo del più gran nobile ora vivente; e io sostengo che questo non è giusto.
«Bene, ma il barone von Koeldwethout di Grogzwig! Egli era un bel giovane abbronzato, la chioma scura e ì baffi grossi, che andava a caccia vestito di panno verde di Lincoln, con le scarpe di grosso cuoio, e un corno a tracolla, come un conduttore di diligenza. Quando sonava quel corno, uscivano immediatamente altri ventiquattro signori di grado inferiore, vestiti di panno verde di Lincoln un po’ più grossolano, e di scarpe di cuoio con la suola un po’ più grossa; e a un tratto tutto il corteggio si metteva a galoppare con le lance in pugno come stanghe laccate d’un recinto, ad atterrare i cinghiali o forse a scovare un orso: nel qual caso il barone prima l’uccideva, e poi se ne ingrassava i baffi.
«Era una vita allegra per il barone di Grogzwig, e una vita più allegra ancora per i vassalli del barone che bevevano vino del Reno ogni notte finché non cadevano sotto la tavola, e non avevano le bottiglie sul pavimento e non si facevan dar le pipe. Non v’erano state mai delle buone lane più allegre, più aggressive, più rumorose e più incuranti di tutta quella gioviale brigata di Grogzwig.
«Ma i piaceri della tavola, o i piaceri di sotto la tavola, esigono un po’ di varietà, specialmente se le stesse venticinque persone si seggono tutti i giorni innanzi alla stessa mensa a discutere degli stessi argomenti e a narrare gli stessi fatti. Il barone era divenuto stanco, e aveva bisogno di eccitanti. Egli prese a litigare coi suoi vassalli, e si provò, dopo desinare, a prenderne a calci due o tre ogni giorno. In principio questa fu una piacevole distrazione; ma dopo circa una settimana la cosa diventò monotona, e il barone si sentì affatto squinternato, e cercò in giro, disperato, qualche divertimento nuovo.
«Una sera, dopo un giorno di caccia in cui aveva superato Nembrod o Gillingwater, e ammazzato «un altro bell’orso», ch’era stato portato a casa in trionfo, il barone von Koeldwethout se ne stava malinconico a capotavola, guardando con aspetto imbronciato il soffitto affumicato della sala. Egli tracannava dei grossi bicchieroni di vino, ma quanti più ne tracannava, tanto più si accigliava. I vassalli ch’erano stati onorati con la pericolosa distinzione di sedergli a destra o a sinistra, lo imitavano a meraviglia nel bere e si guardavan l’un l’altro.
«— Voglio! — esclamò a un tratto il barone, battendo la tavola con la destra e arricciandosi i baffi con l’altra, — levare il bicchiere alla dama di Grogzwig!
«I ventiquattro vassalli vestiti di panno verde di Lincoln diventarono pallidi, tranne sui ventiquattro nasi, che erano immutabili.
«— Ho detto alla dama di Grogzwig — ripetè il barone, guardando in giro.
«— Alla dama di Grogzwig! — gridarono i vestiti di panno verde di Lincoln; e giù per le ventiquattro gole andarono ventiquattro boccali imperiali d’un vino del Reno così raro e squisito, che tutti i ventiquattro si leccarono le loro quarantotto labbra, strizzando gli occhi.
«— La bella figlia del barone von Swillenhausen — disse Koeldwethout, condiscendendo a spiegarsi. — Noi la domanderemo in matrimonio al padre, prima che domani il sole tramonti. Se egli rifiuta la nostra domanda, gli taglieremo il naso.
«Un rauco mormorio si levò dalla brigata e ciascuno si toccò l’elsa della spada, e poi la punta del naso con terribile espressione.
«Che bella cosa la contemplazione della pietà filiale! Se la figlia del barone von Swillenhausen avesse dichiarato che il suo cuore era già preso o fosse caduta ai piedi del padre salandoli con un fiotto di lacrime, o soltanto fosse venuta meno e avesse fatto omaggio al vecchio genitore d’una filza di deliranti esclamazioni, ci sarebbero state cento probabilità contro una che il castellano di Swillenhausen sarebbe stato buttato fuori della finestra, o per meglio dire, che il barone sarebbe stato buttato fuori della finestra, e il castello demolito. La damigella, però, quando il giorno dopo un messaggero mattutino portò la domanda di von Koeldwethout, si tenne molto cheta e composta, e modestamente si ritirò in camera, per osservare dalla finestra l’arrivo del pretendente e del suo corteggio. Non sì tosto si assicurò che il cavaliere dai folti mustacchi era il marito che s’intendeva darle, corse al cospetto del padre per esprimergli la volontà di sacrificarsi per assicurargli la pace e la tranquillità. Il venerabile barone si prese la figlia nelle braccia, e versò una lacrima di gioia.
«Vi furono grandi feste nel castello quel giorno. I ventiquattro vestiti di verde di Koeldwethout si scambiarono dei voti di eterna amicizia coi dodici panni verdi di von Swillenhausen, e promisero al vecchio barone di bergli il vino «finché tutto diventasse azzurro» — probabilmente intendendo finché tutta la loro faccia avesse assunto la stessa tinta del naso. Ciascuno battè la schiena dell’altro quando arrivò l’ora di separarsi, e il barone von Koeldwethout col suo corteo tornò cavalcando a casa.
«Per sei mortali settimane gli orsi e i cinghiali ebbero vacanza. Le case di Koeldwethout e Swillenhausen si unirono; le lance arrugginirono, e il corno del barone si fece rauco per mancanza di fiato.
«Quello fu un gran bel tempo per i ventiquattro; ma ahimè! Quei magnifici, gloriosi giorni si misero gli stivali, per allontanarsi.
«— Mio caro, — disse la baronessa.
«— Amor mio, — disse il barone.
«— Quella gente chiassosa e villana…
«La baronessa indicò, dalla finestra innanzi a cui stavano giù nel cortile, dove le inconsapevoli stoffe verdi di Lincoln bevevano un copioso bicchiere della staffa prima di muoversi in caccia d’un paio di cinghiali.
«— Il mio corteo di caccia, signora, — disse il barone.
«— Mandalo via, amor mio, — mormorò la baronessa.
«— Mandarlo via! — esclamò il barone stupito.
«— Per amor mio, — rispose la baronessa.
«— Per amor del diavolo, signora, — rispose il barone.
«A questo la baronessa cacciò uno strillo, e cadde svenuta ai piedi del barone.
«Che poteva fare il barone? Si sgolò a chiamare la cameriera della signora, ruggì perché si corresse a chiamare il dottore; e poi precipitandosi nel cortile, prese a calci le due stoffe verdi di Lincoln che più ci erano avvezze, e maledicendo tutte le altre in giro, ordinò loro di andare… non importa dove. Non so l’equivalente tedesco, altrimenti lo direi delicatamente in quella lingua.
«Non so dire con quali mezzi e con quale gradazione certe mogli cercano d’abbassar la cresta di certi mariti, benchè su questo argomento possa avere anch’io la mia opinione, e possa ritenere che nessun membro del Parlamento dovrebbe essere ammogliato, poiché tre deputati ammogliati su quattro devono votare secondo la coscienza delle mogli (se una cosa simile esiste), e non secondo la loro. Tutto quel che ora occorre dire si è che la baronessa von Koeldwethout in un modo o nell’altro guadagnò il predominio del barone von Koeldwetouth, e che a poco a poco e a pezzettino a pezzettino, e giorno per giorno, e anno per anno, il barone s’ebbe la peggio in qualche questione in campo, o fu scaltramente guarito di qualche vecchia manìa, e che venne un tempo ch’egli fu un bell’uomo grasso di circa quarant’anni, che non dava più banchetti, non faceva più orge, non aveva più corteo di caccia, non andava più a caccia, non faceva, insomma, più nulla di ciò che gli piaceva di fare, non aveva più nulla di ciò che soleva avere; e che, sebbene fosse più fiero d’un leone e più baldo della baldanza, era decisamente soggiogato e domato dalla sua propria signora, nel suo proprio castello di Grogzwig.
«Nè a questo si limitavano le disgrazie del barone. Dopo circa un anno dalle sue nozze venne al mondo un bel baroncino, in onore del quale molti fuochi artificiali furono accesi, e molte dozzine di bottiglie cioncate; ma l’anno seguente venne una baronessina, e l’anno seguente un altro baroncino e così ogni anno o un barone o una baronessina (e un anno tutti e due assieme) finché il barone si trovò padre d’una piccola famiglia di dodici baroncini. In ciascuno di questi anniversari la venerabile baronessa von Swillenhausen provava una nervosa sensibilità per il benessere della figliuola, baronessa von Koeldwethout, e benchè si vedesse che la brava signora non faceva mai nulla di concreto in pro del ristabilimento di sua figlia, pure essa considerava un punto d’onore di mostrarsi nel castello di Grogzwig, più che fosse possibile nervosa, e di dividere il tempo fra le osservazioni morali sul governo domestico del barone e dei lamenti sulla dura sorte della sua infelice figliuola. E se il barone di Grogzwig, un po’ offeso e irritato di questo, si faceva coraggio per avventurarsi a dire che la moglie almeno non stava peggio delle mogli di altri baroni, la baronessa von Swillenhausen pregava tutti gli astanti di badare che nessuno, tranne che lei, s’interessasse delle sofferenze della figliuola; e a questo i parenti e gli amici notavano che certo ella piangeva molto più del genero, e che, se v’era al mondo un bruto crudele, quello era appunto il barone di Grogzwig.
«Il povero barone sopportò tutto come meglio potè, e quando non potè sopportare nulla più perse l’appetito e il coraggio, e si sedette triste e abbattuto. Ma vi erano ancora altri dispiaceri in serbo per lui, e quando arrivarono, la sua malinconia e la sua tristezza crebbero. I tempi cambiarono, ed egli s’indebitò. Gli scrigni di Grogzwig erano diventati vuoti, benchè la famiglia Swillenhausen li avesse creduti inesauribili; e appunto quando la baronessa stava per aggiungere un tredicesimo rampollo all’albero genealogico della famiglia, von Koeldwethout scoprì che non aveva più mezzi per riempirli.
«— Non so più che fare, — disse il barone. — Il meglio è di finirla.
«Era una bella idea. Il barone trasse un vecchio coltello da caccia da una credenza, e dopo averlo affilato su uno stivale, se lo puntò alla gola.
«— Ehm! — disse il barone arrestandosi, — forse non è abbastanza tagliente.
«Il barone l’affilò di nuovo, e se lo puntò di nuovo, quando la mano gli fu arrestata da uno strillo acuto dei baroncini e delle baronessine, che avevano la camera su in una torre, con le inferriate fuori la finestra, perché non precipitassero nel fossato.
«— Se fossi stato scapolo — disse il barone, con un sospiro, — l’avrei potuta finire cinquanta volte, senza essere interrotto. Ohi! Porta una bottiglia di vino e la pipa più grossa nello stanzino a vôlta, dietro la sala.
«Dopo circa mezz’ora, uno dei domestici eseguì con molta docilità l’ordine del barone, e von Koeldwethout, avvertito, s’avviò allo stanzino a vôlta, le cui pareti di quercia lucida e scura riflettevano le fiamme dei ceppi sul focolare. La bottiglia e la pipa erano pronte, e, dopo tutto, il luogo era d’aspetto molto piacevole.
«— Lascia la lampada, — disse il barone.
«— Nient’altro, signore barone? — chiese il domestico.
«— Lascia la stanza — rispose il barone.
«Il domestico obbedì, e il barone chiuse la porta.
«— Fumerò un’ultima pipa — disse il barone, — e poi buona sera. —
«Così, mettendo il coltello sulla tavola per il momento che gli sarebbe occorso, e versandosi una bella misura di vino, il signore di Grogzwig si gettò indietro nella poltrona, stese le gambe innanzi al focolare, e cominciò a cacciare nuvole di fumo.
«Egli pensò a molte cose: ai dispiaceri che aveva allora e ai giorni del suo celibato, e alle stoffe verdi, che erano da lungo tempo disperse qua e là per il paese, chi sa dove, tranne due che erano state disgraziatamente decapitate, e quattro che s’erano uccise a furia di bottiglie. La sua mente stava almanaccando sugli orsi e sui cinghiali, quando, nell’atto di tracannare il bicchiere fino in fondo, levò gli occhi e s’accorse la prima volta, con infinita meraviglia, di non esser solo.
«No, non era solo; poiché al lato opposto del focolare, stava seduta a braccia conserte un’orribile figura rugosa dagli occhi profondamente incavati e iniettati di sangue, e la faccia cadaverica immensamente lunga, ombreggiata da sudice ciocche intricate di ruvidi capelli neri. Portava una specie di tunica di color bluastro, che, come il barone osservò, guardando attentamente, era legata sul davanti e ornata di impugnature di bara. Le gambe erano ficcate in assi da feretro torte a gambali; e dalla spalla sinistra pendeva un mantello scuro che sembrava fatto col resto di qualche coltre mortuaria. Quell’apparizione non badava affatto al barone, ma guardava intenta il fuoco.
«— Ehi! — disse il barone, battendo i piedi per attirare l’attenzione.
«— Ehi! — rispose la figura, movendo gli occhi verso il barone, ma non la faccia o la persona. — Che c’è?
«— Che c’è? — rispose il barone, non intimorito dalla voce cupa e dagli occhi smorti. — Lo domando io. Come sei venuto qui?
«— Per la porta, — rispose la figura.
«— Chi sei? — dice il barone.
«— Un uomo, — rispose la figura.
«— Non lo credo, — dice il barone.
«— Non crederlo, allora, — dice la figura.
«— È quel che faccio, — soggiunse il barone.
«La figura guardò per qualche tempo l’ardito barone di Grogzwig, e poi disse familiarmente:
«— Veggo che non si può fartela. Io non sono un uomo.
«— Chi sei allora? — chiese il barone.
«— Un genio, — rispose la figura.
«— Non ne hai l’aria, — ribattè il barone, sprezzante.
«— Io sono il genio della disperazione e del suicidio — disse l’apparizione. — Ora mi conosci. «Con queste parole l’apparizione si volse verso il barone, come se intendesse attaccare conversazione — e lo strano si fu che gettò da parte il mantello e mostrando un palo che gli traversava da parte a parte il corpo, lo trasse fuori a viva forza e lo mise sulla tavola con la stessa compostezza che se fosse stato una mazza da passeggio.
«— Ora — disse la figura dando un’occhiata al coltello da caccia, — sei pronto per me?
«— Non ancora — soggiunse il barone, — debbo finir prima questa pipa.
«— Sbrigati allora — disse la figura.
«— Mi pare che tu abbia fretta — disse il barone.
«— Ebbene, sì, ho fretta — rispose la figura. — C’è appunto ora molto da fare nel mio genere per tutta la Francia e l’Inghilterra, e il mio tempo è tutto preso.
«— Bevi? — disse il barone, toccando la bottiglia col fornello della pipa.
«— Nove volte su dieci, e molto — soggiunse la figura, brusca.
«— Mai moderatamente? — chiese il barone.
«— Mai — rispose la figura con un brivido — sarebbe un favorire l’allegria.
«Il barone diede un’altra occhiata al suo nuovo amico, che giudicò un tipo molto strano, e finalmente gli chiese se prendesse una parte molto attiva nelle operazioni del genere di quella ch’egli stava considerando.
«— No — rispose la figura, evasivamente, — ma io son sempre presente.
«— Per veder bene, immagino — disse il barone.
«— Appunto — rispose la figura, trastullandosi col palo ed esaminandone la punta. — Su, fai al più presto, perché v’è certo giovane afflitto da troppo denaro e da troppa libertà che ha bisogno di me.
«— Sta per uccidersi perché ha troppo denaro? — esclamò il barone vivamente solleticato; — ah! ah! ah! questa è buona. (Era la prima volta, dopo molti giorni, che il barone scoppiava a ridere).
«— Ehi — supplicò la figura, con un’aria di sgomento, — non lo fare più!
«— Perché poi? — domandò il barone.
«— Perché mi dà tale una sofferenza! — rispose la figura. — Sospira quanto ti piace; questo, sì, che mi fa bene.
«Il barone sospirò meccanicamente alla menzione della parola, e la figura, animandosi di nuovo gli consegnò il coltello da caccia con la massima cortesia.
«— Che idea buffa, però — disse il barone, palpando il filo dell’arma — un uomo che si uccide perché ha troppo denaro!
«— Ohibò! — disse l’apparizione, con petulanza, — non diversa da chi si uccide perché non ne ha o ne ha poco.
«Se il genio nel dir questo si scoprisse non volendo, o se pensasse che lo spirito del barone era così preparato che non importava ciò che gli si dicesse, non so. Il fatto sta che il barone aperse a un tratto la mano, spalancò gli occhi, e apparve come se una nuova luce lo avesse illuminato per la prima volta.
«— Ebbene, certo — disse von Koeldwethout, — non c’è male che non si possa riparare.
«— Eccetto gli scrigni vuoti — esclamò il genio.
«— Ma possono essere riempiti di nuovo — disse il barone.
«— Le mogli brontolone — ghignò il genio.
«— Ah! si possono far tacere — disse il barone.
«— Tredici figli — gridò il genio.
«— Non possono tutti finir male, certo — disse il barone.
«Il genio evidentemente s’irritava sempre più col barone perché gli manifestava tutto a un tratto queste opinioni, ma si provò a riderne, dicendo che se lo avesse avvertito il momento che lasciava di scherzare gli avrebbe fatto una vera cortesia.
«— Ma io non scherzo; tutt’altro — rimostrò il barone.
«— Bene, son lieto di saperlo — disse il genio con uno sguardo torvo, — perché uno scherzo, senza alcuna figura rettorica, è la mia morte. Su. Lascia subito questo brutto mondo.
«— Non so — disse il barone, trastullandosi col coltello; — certo è brutto, ma non credo che il tuo sia migliore, perché non mi hai l’aria di starci particolarmente bene. Questo mi fa venire in mente… Quale garanzia ho, dopo tutto, che starò meglio abbandonando il mondo? — gli domandò, levandosi in piedi. — A questo non ci avevo mai pensato!
«— Spicciati — esclamò la figura, digrignando i denti.
«— Va via — disse il barone. — Non almanaccherò più sulle mie miserie; ma cercherò d’esser meno triste, e proverò di nuovo se mi farà bene l’aria fresca, e gli orsi; e se no parlerò seriamente alla baronessa e farò la festa ai von Swillenhausen. — E così dicendo il barone si abbandonò ridendo su una sedia, con tanto strepito che la stanza ne echeggiò.
«L’ombra si ritrasse d’un paio di passi, guardando il barone con occhiate di intenso orrore, e quando questi ebbe finito, afferrò il palo, se lo immerse violentemente in corpo, cacciò un urlo spaventoso e scomparve.
«Von Koeldwethout non la vide più. Deciso oramai a darsi da fare, egli portò subito la baronessa e i von Swillenhausen alla ragione, e morì molti anni dopo, non ricco, per quanto io mi sappia, ma certamente felice, lasciando dietro di sè una numerosa famiglia che era stata accuratamente addestrata, sotto lo stesso occhio paterno, alla caccia dell’orso e del cinghiale. E il mio consiglio a tutti è questo, che se si diventa tristi e malinconici per cause simili (come avviene a molti) si debbano osservare i due lati della questione, applicando una lente d’ingrandimento a quello buono; e che se uno si sente tentato di dare un brusco addio al mondo, è meglio si prenda prima una grossa pipa e una buona bottiglia e profitti del lodevole esempio del barone di Grogzwig».
* * *
— La nuova diligenza è pronta, signore e signori, se non vi dispiace — disse un nuovo cocchiere, facendo capolino.
Questa notizia fece spacciare in gran fretta il ponce e impedì ogni discussione sul racconto. Si vide il signor Squeers trarre in disparte il signore dalla testa grigia e fargli, col più vivo interesse, a quanto parve, una domanda; si riferiva alle cinque sorelle di York, perché egli aveva curiosità di sapere quanto all’anno i conventi del Yorkshire pigliassero a quel tempo per i loro allievi.
Il viaggio fu ripreso. Verso mattina Nicola s’addormentò, e quando si risvegliò vide, con gran dispiacere, che durante il suo assopimento tanto il barone di Grogzwig quanto il signore dalla testa grigia erano smontati, andandosene al loro destino. La giornata si trascinò abbastanza incomoda, e la sera, verso le sei, lui, il signor Squeers e i piccini e i loro bagagli furono tutti insieme deposti al «Giorgio e il Nuovo Albergo» di Greta Bridge.

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