NICHOLAS NICKLEBY di Charles Dickens – cap.5

NICHOLAS NICKLEBY

Qual è il vostro romanzo preferito di Charles Dickens? Per me è una risposta difficilissima da darvi perché adoro ogni cosa che ha scritto il grande Dickens… però… però… ho un debole per “Nicholas Nickleby”.

Ecco la quarta di copertina presa dall’edizione della Newton Compton, che ho a casa. Il testo che pubblico, però, è preso da bacheca ebook gratis, con licenza d’uso non commerciale.

Buona lettura del CAPITOLO 5 di Nicholas Nickleby!

Simona

Nicholas Nickleby, un giovane gentiluomo di “belle speranze”, ridotto in miseria insieme con la madre e la sorella dalla improvvisa morte del padre, si getta ingenuamente nelle spire di tremendi individui, uno dei quali è il suo stesso zio, vera anima nera di tutta la vicenda. Da quando Nicholas intraprende il viaggio che lo porterà da Londra allo Yorkshire, nella lurida “scuola” di Master Squeers per ragazzi abbandonati, alla ricerca di un lavoro e di se stesso, anche i lettori, trascinati dalla ineffabile potenza narrativa di Charles Dickens, viaggiano con lui attraverso le più spietate desolazioni della cattiveria umana e l’infinito calore di una presenza amica pronta a rischiare in prima persona per dare aiuto e conforto. Nicholas Nickleby è lo splendido romanzo dove si svolge anche la rivolta di un gigante della letteratura contro la crudeltà più ripugnante: quella verso i deboli, gli indifesi, i bambini.

 

NICHOLAS NICKLEBY

VOLUME PRIMO

CAPITOLO V

Nicola parte per il Yorkshire. — Del suo congedo e dei suoi compagni di viaggio, e di ciò che gli accadde per strade.

Se le lacrime versate in un baule fossero amuleti capaci di difendere il suo proprietario dalle afflizioni e dalle disgrazie, Nicola Nickleby avrebbe cominciato sotto i più felici auspici il viaggio che lo aspettava. V’era tanto da fare e così poco tempo davanti, tante buone parole da dire, e nei cuori in cui si formulavano tanta ambascia a impedire che fossero pronunciate, che i piccoli preparativi della spedizione si svolsero veramente in un’aria lugubremente triste.

Nicola s’intestava a non voler portarsi dietro un centinaio di cose che la sollecitudine della madre e della sorella riteneva indispensabili al suo benessere, mentre gli oggetti potevano loro riuscir utili in seguito, o esser convertiti in denaro in caso di bisogno. Un centinaio di affettuosi dibattiti di questa specie avvennero quella malinconica sera che precedette la sua partenza; e siccome il termine d’ogni tranquilla disputa li avvicinava sempre più al termine dei loro piccoli preparativi, Caterina si: mostrò sempre più affaccendata, e si mise a piangere in silenzio.

Il baule fu infine terminato, e poi venne la cena, con qualche piccola leccornia preparata per l’occasione, la quale, per il risarcimento della spesa sostenuta, fece fingere a Caterina e alla madre d’aver desinato nell’ora che Nicola era fuori. Il povero giovane arrischiò di strozzarsi nell’atto di mangiarla, e mancò poco non si soffocasse un paio di volte nel tentare qualche facezia e nello sforzarsi melaconicamente di sorridere. Così s’indugiarono finché il momento di separarsi per la notte non fu già da parecchio trascorso; e poi trovarono che sarebbe stato meglio aver dato sfogo ai loro sentimenti prima, poiché per quanto facessero, non riuscivano a celarli. E così diedero loro libero corso, trovando anche in questo un sollievo.

Nicola dormì bene fino alle sei; sognò di casa sua o di ciò ch’era casa sua una volta — non importa se sua o no, perché ciò ch’era mutato o svanito, grazie a Dio ritorna in sogno come soleva essere una volta — e si levò lieto ed arzillo. Scrisse un po’ di righe col lapis per dire l’addio che temeva di pronunciar oralmente, e deponendole con metà del suo scarso peculio sulla soglia della sorella, si mise il baule sulle spalle, e discese pian piano la scala.

— Sei tu, Anna? — gridò una voce dallo studio della signorina La Creevy, donde veniva un fioco barlume,

— Sono io, signorina La Creevy, — disse Nicola, deponendo in terra il baule, e guardando nella stanza.

— Dio del Cielo! — esclamò la signorina La Creevy, balzando in piedi e portandosi la mano alle cartucce dei capelli. — Vi siete levato molto presto, signor Nickleby,

— Anche voi, — rispose Nicola.

— Son le belle arti che mi cacciano fuori dal letto, signor Nickleby; — rispose la donna. — Aspetto la luce per l’esecuzione d’un’idea.

La signorina La Creevy s’era levata presto per mettere un naso di fantasia nella miniatura d’un brutto piccino, destinato a una nonna in campagna, che, si sperava, gli avrebbe lasciato il suo patrimonio se vi avesse trovato una rassomiglianza di famiglia.

— Per l’esecuzione di un’idea, — ripetè la signorina La Creevy; — e questa è la gran comodità di abitare in una via come lo Strand. Quando io ho bisogno d’un naso o d’un occhio per qualche cliente speciale, non ho che guardar fuori ed aspettare finché lo trovo.

— Ci vuol molto a trovare un naso, dunque? — chiese Nicola, sorridendo.

— Veramente, dipende in gran parte dalla qualità del modello, — rispose la signorina La Creevy. — Di nasi all’insù e di nasi romani ve n’è una certa quantità, e di nasi piatti d’ogni specie e dimensione ve n’è nei comizi di Exeter Hall; ma degli aquilini perfetti, mi dispiace dirlo, ve n’è pochi, e noi in generale li usiamo per gli ufficiali o i pubblici personaggi.

— Davvero! — disse Nicola. — Se ne incontro qualcuno in viaggio, mi sforzerò di schizzarlo per voi.

— Non intendete dire che realmente fate tutto il viaggio fino al Yorkshire con questo freddo e con questa brutta stagione, signor Nickleby? — disse la signorina La Creevy. — Ne ho udito qualcosa ieri sera.

— Veramente sì — rispose Nicola. — Si deve andare per necessità, sapete, quando c’è qualcosa che vi spinge. E il bisogno mi spinge. E il bisogno e la necessità sono la stessa cosa.

— Bene, me ne dispiace, ecco quel che posso dire — disse la signorina La Creevy, — tanto per vostra madre e vostra sorella, quanto per voi. Vostra sorella, signor Nickleby, è una bellissima ragazza; e questa è una ragione di più per aver qualcuno che la protegga. Io l’ho persuasa a concedermi un paio di sedute per metter la sua miniatura nella mostra. Oh, che bella miniatura che sarà! — Così dicendo la signorina La Creevy, prese un ritratto sull’avorio traversato da piccole vene azzurre, e lo guardò con tanta compiacenza, che Nicola quasi lo invidiò.

— Se avete l’occasione di fare a Caterina qualche piccola cortesia — disse Nicola, offrendole la mano, — credo che lo farete.

— Siatene pur certo — disse con amorevolezza la pittrice di miniature, — e Iddio vi benedica, signor Nickleby; io vi auguro tanto bene.

Nicola aveva scarsissima esperienza del mondo, ma ne indovinava abbastanza le idee, per sapere che se egli avesse dato un bacetto alla signorina La Creevy, forse questa si sarebbe sentita più gentilmente disposta verso quelle ch’egli era costretto a lasciare a Londra. Così gliene diede tre o quattro con una specie di allegra galanteria, e la signorina La Creevy non mostrò maggiore indizio di dispiacere, o uno più forte della seguente dichiarazione, nell’atto che s’accomodava il turbante giallo, che lei non aveva mai sentito una cosa simile, e che non l’avrebbe mai creduta possibile.

Chiuso l’inatteso colloquio in questa maniera soddisfacente, Nicola s’affrettò ad uscire. Quand’ebbe trovato un facchino che gli portasse il baule, erano ancora le sette: così si mise a camminare a passo lento, precedendo l’uomo, e molto probabilmente non avendo in petto neppure la metà della leggerezza di cuore del compagno, il quale non aveva alcuna sottoveste che lo coprisse, ed evidentemente, dall’aspetto degli altri indumenti, aveva passato la notte in una stalla, e fatto colazione a una pompa.

Guardando, con non poca curiosità e interesse, tutti gli affaccendati preparativi per il nuovo giorno che si svolgevano in ogni via e quasi in ogni casa, e pensando, di quando in quando, ch’era doloroso l’essere costretto a viaggiare per procacciarsi una occupazione, mentre tanta gente di ogni classe e grado poteva guadagnarsi da vivere a Londra, Nicola arrivò presto alla Testa di Saraceno nel Monte di Neve. Congedato il facchino e assicuratosi del sicuro deposito del baule nell’ufficio della diligenza, guardò nella casa del caffè in cerca del signor Squeers.

Trovò quel sapiente seduto a colazione coi tre ragazzini già da lui visti e con altri due condotti lì da qualche caso fortunato dopo il colloquio del giorno precedente. Essi erano schierati in una sola fila sul canapè di fronte, e il signor Squeers che aveva dinanzi una tazzina di caffè, un piatto di crostini caldi e una bella fetta di manzo, era in quel momento occupato a preparare la colazione per i piccini.

— Questo è quattro soldi di latte, cameriere? — disse il signor Squeers, guardando in un grosso recipiente turchino, e inclinandolo leggermente in modo da poter veder la quantità esatta del liquido che conteneva.

— Sì, quattro soldi, — rispose il cameriere.

— Dev’esser, il latte, una bevanda molto rara a Londra! — disse il signor Squeers con un sospiro. — Allora vuoi riempirmi questo recipiente con acqua tepida, Guglielmo?

— Fino all’orlo, signore? — chiese il cameriere. — Il latte ci si annegherà.

— Non ci badare — rispose il signor Squeers. — Gli starà bene perché costa così caro. Hai ordinato quel pane grosso imburrato per tre?

— Viene subito, signore.

— Non è necessario affrettarsi — disse Squeers, — abbiamo tempo. Frenate le vostre passioni, ragazzi, e non vi mostrate avidi di cibo. Pronunziando questo precetto morale, prese un grosso pezzo del manzo freddo, e fe’ cenno d’aver riconosciuto Nicola.

— Siediti, caro Nickleby — disse Squeers. — Siamo qui, come vedi, a far colazione.

Nicola non vide, tranne il signor Squeers, che altri facesse colazione; ma s’inchinò con tutta la dovuta riverenza, e atteggiò il viso a quanta più gioia potè.

— Ah, questo è il latte e l’acqua, Guglielmo? — disse Squeers. — Ora non dimenticare il pane imburrato.

A questa nuova menzione del pane imburrato, i cinque piccini assunsero l’aria della massima avidità e seguirono con gli occhi il cameriere. Intanto il signor Squeers assaggiava il latte con l’acqua.

— Ah! — egli disse, leccandosi le labbra. — Quanta abbondanza qui! Pensate, piccini, ai molti mendicanti e orfani sul lastrico che sarebbero lieti di aver questo latte. Una brutta cosa, la fame, caro Nickleby, non è vero?

— Molto brutta, signore, — disse Nicola.

— Quando io dirò numero uno — continuò il signor Squeers mettendo il recipiente innanzi ai fanciulli, — il ragazzo a sinistra accanto alla finestra potrà berne un sorso; e quando dirò numero due, berrà il ragazzo che gli sta accanto, e così di seguito finché arriveremo al numero cinque, ch’è l’ultimo ragazzo. Siete pronti?

— Sì, signore, — gridarono tutti i ragazzi con grande avidità.

— Bene — disse Squeers, continuando calmo la sua colazione; — tenetevi pronti finché non vi dica di cominciare. Dominate i vostri appetiti, figliuoli miei, e avrete soggiogato la natura umana. In questo modo, caro Nickleby, noi inculchiamo la forza di spirito, — disse l’insegnante, volgendosi a Nicola, e parlando con la bocca piena di manzo e di crostini.

Nicola mormorò qualcosa — non sapeva neppur lui che cosa — a mo’ di risposta; e i piccini, dividendo i loro sguardi fra il recipiente del latte, il pane imburrato (che era finalmente arrivato) e ogni boccone che il signor Squeers si portava in bocca, se ne stavano con gli occhi aguzzati dal tormento dell’attesa.

— Iddio sia ringraziato per la buona colazione, — disse Squeers, dopo ch’ebbe finito. — Numero uno, puoi bere un sorso.

Il numero uno afferrò voracemente il recipiente, e aveva già bevuto tanto da desiderarne ancora, quando il signor Squeers diede il segnale al numero due, il quale dovè, nello stesso momento interessante, interrompersi per il numero tre; ed il giuoco si ripetè finché il latte annacquato non finì col numero cinque.

— E ora — disse l’insegnante, dividendo il pane imburrato per tre in tante porzioni quanti erano i fanciulli, — farete bene a sbrigarvi con la vostra colazione, perché fra un paio di minuti sonerà il corno, e allora tutti interromperete.

Dato così il permesso all’assalto, i ragazzi cominciarono a mangiar voracemente e con fretta disperata; mentre l’insegnante, ch’era di molto buon umore dopo il pasto, si stuzzicava i denti con una forchetta, guardando la scena con un sorriso. Dopo poco si udì squillare il corno.

— Lo sapevo che sarebbe subito sonato, — disse Squeers saltando in piedi e cavando di sotto il canapè un panierino: — mettere qui dentro ciò che non avete avuto tempo di mangiare, ragazzi. Ne avrete bisogno per strada.

Nicola fu considerevolmente sorpreso da questi molto economici espedienti, ma non ebbe tempo di pensarci su, perché i piccini dovevano essere issati sull’imperiale della diligenza, e si dovevano prendere dall’ufficio i loro bagagli e caricarli, e quello del signor Squeers doveva essere messo accuratamente nella cassa della diligenza, e tutte queste incombenze riguardavano proprio il ramo particolare dell’istitutore. Egli era appunto nel pieno fervore e trambusto di queste operazioni, quando lo zio, signor Rodolfo Nickleby, gli si avvicinò.

— Ah! Sei qui, caro — disse Rodolfo. — Ecco qui tua madre e tua sorella, caro.

— Dove sono? — esclamò Nicola, guardando frettolosamente in giro.

— Qui! — rispose lo zio. — Avendo troppo denaro e nulla da farne, stavano pagando una vettura da nolo quand’io sono arrivato.

— Temevamo di giungere troppo tardi per vederlo prima che se n’andasse tanto lontano da noi, — disse la signora Nickleby, abbracciando il figliuolo, senza curarsi delle persone indifferenti, raccolte nel cortile della diligenza a guardare.

— Benissimo, signora — rispose Rodolfo, — naturalmente il miglior giudice siete voi. Ho detto soltanto che stavate pagando una vettura da nolo. Io non pago mai una vettura da nolo, signora, io non me ne servo. Sono trent’anni che per conto mio non sono mai stato in una vettura da nolo, e spero di non andarci per altri trent’anni, se arrivo a viverne tanti.

— Non mi sarei mai perdonata, se non lo avessi veduto — disse la signora Nickleby. — Poverino… andarsene senza neppure la colazione, per paura di disturbarci.

— Una gran delicatezza, certo — disse Rodolfo con molta secchezza. — Quand’io mi misi la prima volta negli affari, signora, mi prendevo due soldi di pane e un bicchiere di latte e andavo così al lavoro ogni mattina: che ne dite, signora? La colazione! Ohibò!

— Ora, Nickleby — disse Squeers, giungendo nell’atto che s’abbottonava il soprabito; — credo che sia bene che tu salga. Temo che qualcuno dei ragazzi precipiti giù, e che venti sterline all’anno si vadano a far friggere.

— Caro Nicola — bisbigliò Caterina, toccando il braccio al fratello, — chi è questo uomo volgarissimo?

— Ehi — brontolò Rodolfo, il cui finissimo orecchio aveva colto la domanda: — desideri d’esser presentata al signor Squeers, cara?

— Quello, l’insegnante! No, zio. Oh, no! — rispose Caterina, ritraendosi.

— Mi pareva che l’avessi detto, cara — ribattè Rodolfo nella sua fredda sarcastica maniera. — Signor Squeers, ecco qui mia nipote, la sorella di Nicola.

— Lietissimo di fare la vostra conoscenza, signorina — disse Squeers sollevando di qualche centimetro il cappello. — M’augurerei che mia moglie pigliasse delle bambine, e noi vi avessimo per insegnante. Non so, però, se non diverrebbe gelosa. Ah, ah, ah!

Se il proprietario di Dotheboys Hall avesse potuto sapere che cosa si svolgeva nel petto del suo aiutante in quel momento, avrebbe scoperto con qualche sorpresa d’esser, come mai in vita sua, lì lì per prendersi una scarica di pugni. Caterina Nickleby, con una rapida percezione dello sconvolgimento del fratello, lo trasse gentilmente da parte, impedendo così al signor Squeers d’aver coscienza della cosa in una maniera particolarmente penosa.

— Mio caro Nicola — disse la signorina, — chi è quest’uomo? In che specie di luogo stai per andare?

— Che vuoi che ne sappia, Caterina? — rispose Nicola, stringendo la mano della sorella. — Immagino che gli abitanti del Yorkshire siano rozzi e poco civili, ecco tutto.

— Ma quest’uomo, — continuò Caterina.

— È il mio principale, o padrone, o comunque tu voglia chiamarlo — rispose subito Nicola, — e io sono stato uno sciocco ad avermi a male della sua rudezza. Guardano da questa parte, ed è tempo ch’io vada al mio posto. Dio ti benedica e addio. Mamma, pensa che un giorno ritornerò. Zio, addio! Vi ringrazio di tutto cuore per tutto ciò che avete fatto e per tutto ciò che intendete di fare. Pronto, signore.

Con questi frettolosi addii, Nicola s’arrampicò svelto al suo posto, e agitò la mano con tanta forza, da sembrar che il cuore la seguisse.

In quell’istante, mentre il cocchiere e il conduttore, per l’ultima volta prima di partire, stavano confrontando le loro note sulla lista dei viaggiatori; mentre i facchini stavano strappando gli ultimi riluttanti venti centesimi, i giornalai facevano l’ultima offerta di un giornale del mattino, e i cavalli davano l’ultima scossa d’impazienza ai loro finimenti, Nicola sentì che qualcuno lo tirava pianamente per la gamba. Guardò giù e vide piantato a terra Newman Noggs, che aveva nella mano sollevata una sudicia lettera.

— Che c’è? — chiese Nicola.

— Zitto — soggiunse Noggs, indicando Rodolfo Nickleby, che parlava gravemente con Squeers a breve distanza. — Prendetela, leggetela. Nessuno sa. Ecco tutto.

— Fermatevi un momento! — esclamò Nicola.

— No — rispose Noggs.

Nicola gridò di nuovo: «un momento», ma Newman Noggs se n’era andato.

Il trambusto d’un minuto, il tonfo degli sportelli, l’inclinazione del veicolo da un lato, nell’atto che il cocchiere massiccio e il conduttore ancora più massiccio si arrampicavano al loro posto; un grido di pronti, un po’ di note del corno, una frettolosa occhiata a due visi dolenti da basso e alle dure fattezze del signor Rodolfo Nickleby, e la diligenza s’era già mossa, e strepitava sobbalzando sul ciottolato di Smithfield.

Siccome le gambe dei piccini erano troppo corte per permettere ai loro piedi di posar su qualche parte, stando seduti; e siccome i corpi si trovavano nell’imminente rischio di esser scagliati fuori della diligenza, Nicola aveva abbastanza da fare per tenerli fermi; e fra lo sforzo naturale e la fatica mentale che accompagnava il suo compito, egli si sentì non poco sollevato quando la diligenza si fermò al Pavone d’Islington. Fu ancora più lieto quando un signore dall’aspetto gioviale, dal viso raggiante di buonumore e dal colorito assai fresco, s’arrampicò dalla parte di dietro sull’imperiale e propose di sedersi sull’altra estremità del sedile.

— Se mettiamo un po’ di questi piccini nel mezzo, — disse il nuovo venuto — saranno più sicuri nel caso che s’addormentino; eh?

— Se aveste questa bontà, signore — rispose Squeers. — sarebbe una fortuna. Caro Nickleby, metti tre di questi ragazzi fra te e questo signore. Belling e Snawley minore staranno fra me e il conduttore. Tre fanciulli — disse Squeers, a mo’ di spiegazione al forastiero, — contano come due.

— Io, certo, non ho da fare la minima obiezione — disse il signore dal colorito assai fresco; — io ho un fratello che credo non farebbe la minima obiezione a far passare sei bambini come due nel conto di qualunque macellaio o fornaio del reame. Tutt’altro.

— Sei bambini, signore? — esclamò Squeers.

— Sì, e tutti maschi, — rispose il forastiero.

— Caro Nickleby — disse Squeers, in gran fretta, — tieni questo cestino. Permettete, signore, che vi dia il programma d’un istituto dove quei sei bambini possono essere educati in maniera illuminata, liberale e morale, senza neppur un difetto, per venti ghinee all’anno ciascuno… venti ghinee, signore… anzi facendo una media complessiva di tutti i bambini, per cento sterline all’anno di tutto il lotto.

— Ah! — disse quel signore, dando un’occhiata alla carta, — voi siete, immagino, il signor Squeers qui menzionato.

— Sì, sono io, signore — soggiunse il degno pedagogo; — mi chiamo Wackford Squeers; e non ho alcuna ragione per vergognarmene. Questi, signore, sono alcuni dei miei allievi, e questo, signore, è il mio assistente… il signor Nickleby, figlio d’un galantuomo, ed eccellente studioso di matematica, di letteratura classica e di scienza commerciale. Noi non facciamo le cose a metà nel nostro istituto. I miei allievi, signore, apprendono tutti i rami della scienza; della spesa non si tien mai conto, e vi godono un trattamento paterno e il bucato.

— Parola d’onore — disse quel signore, dando un’occhiata a Nicola con la metà d’un sorriso, e con una espressione più che media di sorpresa, — questi sono dei veri vantaggi,

— Potete realmente crederlo, signore — soggiunse Squeers, ficcandosi le mani nelle tasche del soprabito. — Si dànno e si esigono le referenze più ineccepibili. Non accetterei le referenze di nessun ragazzo che non potesse rispondere del pagamento di cinque sterline trimestrali, neanche se vi metteste in ginocchio e mi chiedeste di farlo con la faccia solcata di lacrime.

— Molto prudente, — disse il passeggero.

— La mia cura costante e il mio scopo sono d’essere prudente, signore, — soggiunse Squeers. — Snawley junior, se non cessi da battere i denti e di tremare dal freddo, ti riscalderò in mezzo minuto con una bella bastonatura.

— Tenetevi ben fermi, però, signori, — disse il conduttore, arrampicandosi sull’imperiale.

— Tutto a posto lì dietro, Riccardo? — gridò il cocchiere.

— Tutto a posto, sì — rispose. — Partenza! — E la diligenza si mosse fra le squillanti modulazioni del corno del conduttore e la calma approvazione di tutti i giudici di cavalli di diligenza raccolti al Pavone, ma più specialmente dei mozzi di stalla, i quali se ne rimasero, con le coperte sulle braccia, a guardare il veicolo finché non scomparve, e i quali poi si diressero pieni di ammirazione verso la stalla, facendo vari rozzi encomi della bellezza della partenza. Dopo che si fu sgolato da rimaner quasi senza fiato, il conduttore (che era un tarchiato oriundo del Yorkshire) mise il corno in un piccolo tubo d’un paniere legato per questo scopo sul fianco della diligenza, e dandosi una bella grandinata di colpi sul petto e sulle spalle, disse che faceva un bel freddo; quindi domandò a ciascuno separatamente se facesse tutto il viaggio, e se no, dove fosse diretto. Avendo avuto delle soddisfacenti risposte a queste domande, soggiunse che le strade erano piuttosto pesanti dopo la neve della sera innanzi, prendendosi la libertà di chiedere se nessuno di quei signori portasse la tabacchiera. Poiché la tabacchiera nessuno l’aveva, egli notò con aria misteriosa che aveva sentito dire da un medico, andato la settimana prima a Grantham che il prender tabacco faceva male agli occhi; ma per parte sua credeva di no, e ciò che diceva si era che ciascuno dovesse dire il suo parere. Nessuno tentò di rovesciare questa posizione, e allora egli cavò fuori dal cappello un plico di carta scura, e mettendosi un paio d’occhiali d’osso (la scrittura era tutto uno scarabocchio) lesse tutto quanto l’indirizzo una mezza dozzina di volte: dopo di che, rimise il plico nello stesso nascondiglio, inforcò di nuovo gli occhiali, e fissò ciascuno in giro. Quindi diede un’altra soffiatina al corno a mo’ di rinfresco; e, avendo esaurito gli argomenti usuali di conversazione, incrociò le braccia come meglio potè con tutte le giacche che aveva addosso, e immergendosi in un silenzio solenne, guardò indolentemente gli oggetti familiari che l’occhio incontrava sui due lati della diligenza, non curandosi particolarmente, a quanto pareva, che dei cavalli, delle greggi e delle mandrie, che andava esaminando con aria assai critica.

Faceva un freddo acuto e tagliente; molta neve cadeva di tanto in tanto, e il vento era intollerabilmente violento. Il signor Squeers scendeva quasi ad ogni tratto per sgranchirsi le gambe, come egli diceva; ma siccome da quelle escursioni tornava sempre col naso molto arrossato e si metteva subito a dormire, v’è ragion di credere che la cosa gli facesse un gran bene. I piccoli allievi, dopo essere stati eccitati dai resti della colazione, e rinvigoriti poi da diversi sorsettini di uno strano cordiale portato dal signor Squeers, cordiale che sapeva tutto d’acqua panata messa per errore in una bottiglia d’acquavite, si addormentarono, si svegliarono e frignarono, secondo lo stato dei loro sentimenti. Nicola e il passeggero bonario ebbero tante cose da dirsi che, fra il conversare e l’incoraggiare i ragazzi, il tempo passò per loro, tenendo conto delle circostanze avverse, con la maggior rapidità possibile.

Così trascorse il giorno. A Eton Slocomb vi fu un buon desinare al quale presero parte il signore che aveva il posto a cassetta, i quattro che erano davanti sull’imperiale, quello al di dentro, Nicola, l’uomo bonario e il signor Squeers; mentre i cinque piccini erano stati messi a sgelare accanto al fuoco e accontentati con delle tartine. Una tratta o due più oltre, vennero accesi i fanali e ci fu un gran da fare per imbarcare da un albergo sulla strada una certa signora molto sdegnosa, con un’infinita varietà di mantelli e di scatole, la quale si lamentò ad alta voce, per il beneficio di quelli che stavano sull’imperiale, del mancato arrivo d’una carrozza di sua proprietà su cui doveva montare. Ella fece promettere solennemente al conduttore di fermare ogni vettura verde che s’incontrasse sulla strada; cosa che quel funzionario promise di fare, con molte calde assicurazioni, nonostante la notte buia e il fatto di sedere in senso contrario. Infine, la signora sdegnosa, trovando che al di dentro sedeva un signore solo soletto, accese una lampadina che portava nella borsetta; e infine dopo molte molestie, accomodata che si fu, i cavalli vennero lanciati al trotto e la diligenza ancora una volta messa in rapido movimento. La notte e la neve erano venute insieme, e si dimostrarono abbastanza tristi. Non si sentiva altro suono che l’urlo del vento, poiché il rumore delle ruote e il passo dei cavalli erano spenti dal profondo intonaco di neve che rivestiva la terra, e che si faceva sempre più alto. Le vie di Stamford erano deserte nel momento che fu traversata la città, e le vecchie chiese si levavano accigliate e buie dal suolo imbiancato. Venti miglia più oltre, due dei passeggeri dell’imperiale, approfittarono saggiamente del loro arrivo in uno dei migliori alberghi d’Inghilterra, e discesero per la notte nel «Giorgio» di Grantham. Gli altri s’avvilupparono meglio nei soprabiti e nei mantelli, e lasciandosi dietro la luce e il tepore della città, si rannicchiarono contro i bagagli, preparandosi con gemiti soffocati, ad affrontare di nuovo le taglienti raffiche che spazzavano l’aperta campagna.

Erano a poco più d’una tratta lontani da Grantham e Newark, quando Nicola, che s’era per un po’ addormentato, fu a un tratto svegliato da un violento scossone che lo fece balzare quasi fuori dal sedile. Afferrandosi al parapetto, trovò che la diligenza s’era piegata terribilmente da un lato, benchè fosse ancora trascinata dai cavalli; e mentre — confuso dal loro calpestio e dagli acuti strilli della signora di dentro — esitava fra lo spiccare un salto o il rimanere dove si trovava, il veicolo si rovesciò bellamente, e lo liberò da ogni incertezza scagliandolo sulla strada.

 

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