NICHOLAS NICKLEBY di Charles Dickens – cap.1

NICHOLAS NICKLEBY

Qual è il vostro romanzo preferito di Charles Dickens? Per me è una risposta difficilissima da darvi perché adoro ogni cosa che ha scritto il grande Dickens… però… però… ho un debole per “Nicholas Nickleby”.

Ecco la quarta di copertina presa dall’edizione della Newton Compton, che ho a casa.

Buona lettura del primo capitolo di Nicholas Nickleby!

Simona

Nicholas Nickleby, un giovane gentiluomo di “belle speranze”, ridotto in miseria insieme con la madre e la sorella dalla improvvisa morte del padre, si getta ingenuamente nelle spire di tremendi individui, uno dei quali è il suo stesso zio, vera anima nera di tutta la vicenda. Da quando Nicholas intraprende il viaggio che lo porterà da Londra allo Yorkshire, nella lurida “scuola” di Master Squeers per ragazzi abbandonati, alla ricerca di un lavoro e di se stesso, anche i lettori, trascinati dalla ineffabile potenza narrativa di Charles Dickens, viaggiano con lui attraverso le più spietate desolazioni della cattiveria umana e l’infinito calore di una presenza amica pronta a rischiare in prima persona per dare aiuto e conforto. Nicholas Nickleby è lo splendido romanzo dove si svolge anche la rivolta di un gigante della letteratura contro la crudeltà più ripugnante: quella verso i deboli, gli indifesi, i bambini.

 

NICHOLAS NICKLEBY

VOLUME PRIMO

CAPITOLO I

che introduce tutto il resto

Abitava una volta, in un luogo appartato del Devonshire, certo Goffredo Nickleby, un onesto uomo, che, in età piuttosto avanzata, messosi in capo di ammogliarsi, e non essendo abbastanza giovane o abbastanza ricco da aspirare alla mano di una ereditiera, aveva per pura affezione sposato una vecchia fiamma, la quale a sua volta se l’era preso per la stessa ragione. Così due persone, che non possono permettersi di giocare a carte per denaro, si seggono tranquillamente a tavolino, e giocano una partita per mero piacere.

I malevoli, che sogghignano sulla vita matrimoniale possono, forse, osservare a questo punto che sarebbe stato meglio paragonare quella brava coppia a due campioni in una gara di pugilato, i quali, quando la fortuna non è molto propizia e i loro sostenitori sono scarsi, si mettono cavallerescamente ad assaltarsi per il semplice gusto di darsi degli scapaccioni; e per qualche rispetto il paragone veramente reggerebbe, poiché come quell’avventuroso paio di volgari pugilatori dopo manderà un cappello in giro, fidando nel buon cuore degli astanti per procacciarsi i mezzi per far baldoria, così il signor Goffredo Nickleby e la sua compagna, tramontata appena la luna di miele, si misero a guardare avidamente intorno, fidando non poco in una buona occasione per il miglioramento delle loro condizioni. La rendita del signor Nickleby, nel periodo del suo matrimonio, oscillava fra le sessanta e le settanta sterline all’anno.

Lo sa il cielo se al mondo v’è abbastanza gente! E anche in Londra (dove dimorava in quei giorni il signor Nickleby) non c’è da lagnarsi di scarsezza di popolazione. Ma avviene di frequente che si può guardare gran pezza nella folla senza scoprire la faccia di un amico. Il signor Nickleby guardò tanto e tanto, che gli occhi gli dolsero quanto il cuore e non vide apparire la faccia di un amico; e allora che infine stanco delle sue ricerche, volse gli occhi verso casa, non vi scôrse molto che valesse a rallegrargli la vita. Un pittore che ha fissato troppo a lungo un colore violento si rinfresca la vista abbagliata con un colore più oscuro e più tenue; ma tutto quello che fu incontrato dallo sguardo del signor Nickleby era così fosco e nero ch’egli avrebbe ritratto uno straordinario desiderio perfino dal rovescio del contrasto.

Infine, trascorsi cinque anni dopo che la moglie gli ebbe regalato due figli, il signor Nickleby, persuaso della necessità di provvedere in qualche modo alla famiglia, stava meditando una piccola speculazione commerciale: di contrarre, cioè, un’assicurazione sulla vita il trimestre prossimo e di lasciarsi cadere per semplice disgrazia dall’alto del Monumento, quando una bella mattina gli giunse, per mezzo del portalettere, una missiva orlata di nero che lo informava della morte dello zio, Rodolfo Nickleby, il quale gli lasciava la totalità del suo patrimonio, del valore di cinquemila sterline.

Siccome lo zio in vita sua non s’era ricordato del nipote che mandandogli per il figliuolo maggiore (battezzato, per una disperata speculazione, con lo stesso nome di lui) in un astuccio di marocchino un cucchiaio d’argento che pareva, poiché il piccino non doveva mangiare gran che con esso, piuttosto una specie di satira sul fatto di non esser stato generato con quell’utile oggetto di argenteria in bocca, il signor Goffredo Nickleby, a bella prima, potè a pena credere alla notizia pervenutagli. Ma, dopo un attento esame, essa risultò rigorosamente esatta. Sembrava che quel galantuomo avesse avuto l’intenzione di lasciar tutto alla Società Reale umanitaria, e avesse vergato realmente un testamento in questo senso; ma quell’associazione, pochi mesi prima, essendo stata abbastanza disgraziata da salvargli la vita d’un parente povero, che godeva da lui un assegno settimanale di tre scellini o poco più, egli aveva, in uno scoppio di esasperazione naturalissima, revocato con un codicillo il testamento, lasciando tutto il suo al signor Goffredo Nickleby, con una particolare menzione della propria indignazione non solo contro l’associazione salvatrice della vita del parente povero, ma anche contro il parente povero, che s’era permesso di farsi salvare.

Con una quota di questa eredità il signor Goffredo Nickleby si comperò un piccolo podere nei pressi di Dawlish nel Devonshire, dov’egli si ritirò insieme con la moglie e i due figliuoli, per vivere della maggior somma d’interessi che sarebbe riuscito a ricavare dal resto del capitale, e di quel po’ di prodotti che gli avrebbe potuto fruttare il podere.

I due coniugi godettero tanta prosperità insieme che quando morì il marito, una quindicina d’anni dopo questo periodo e circa cinque anni dopo la moglie, si trovò in grado di lasciare al figlio maggiore, Rodolfo, tremila sterline contanti, e al minore, Nicola, un migliaio e il podere ch’era molto più modesto di quanto sia possibile immaginare.

I due fratelli erano stati educati insieme in una scuola di Exeter; ed essendo avvezzi ad andare a casa una volta alla settimana, avevano spesso udito, dalle labbra della madre, lunghi racconti delle sofferenze del padre al tempo della sua povertà, e dell’importanza dello zio defunto al tempo della sua ricchezza. Un diverso effetto avevano prodotto quei racconti sui due: poiché, mentre il minore, ch’era di carattere timido e riservato, non ne traeva che propositi di evitare il trambusto del mondo e di prediligere la quiete della vita campagnola, Rodolfo, il maggiore, derivava dalla narrazione, ripetuta tante volte, questa duplice morale: che la ricchezza è l’unica sorgente di felicità e di potenza e che è giusto e legittimo assicurarsene l’acquisto con tutti i mezzi che non mandino in galera.

«E, — ragionava fra sè e sè Rodolfo, — se dal denaro di mio zio mentr’era in vita non venne alcun bene, molto ne è venuto dopo la morte, poiché ora lo possiede mio padre e lo risparmia per me, seguendo un suo proposito altamente virtuoso; e, per quanto riguarda il vecchio zio, del bene ne toccò anche a lui, perché ebbe il piacere di pensare al denaro vita natural durante, e inoltre d’essere invidiato e corteggiato da tutta quanta la famiglia». E Rodolfo finiva sempre i suoi soliloqui arrivando a questa conclusione: che non v’è nulla di meglio del denaro.

Non limitandosi alla teoria, e anche in quella tenera età, non lasciando arrugginire le proprie facoltà nelle semplici speculazioni astratte, quel ragazzo promettente cominciò col fare a scuola su una piccola scala l’usuraio, prestando a buon interesse un minuscolo capitaletto di gessetti e di palline e allargando a grado a grado le sue operazioni finché non salirono alle monete di bronzo di questo reame, e non gliene vennero dei notevoli profitti. Nè egli infastidiva i debitori con difficili calcoli di cifre o con consultazioni di prontuari di conti bell’e fatti, poiché la semplice regola d’interesse da lui seguita consisteva in una sola unica sentenza: «quattro soldi per un soldo»; cosa che semplificava enormemente i computi e che come certi precetti familiari, più facilmente imparati e ritenuti a mente di qualunque altra regola aritmetica, non può essere troppo fortemente raccomandata all’attenzione dei capitalisti, grandi e piccoli, e particolarmente agli agenti di cambio e agli scontisti. Infatti, per render giustizia a questi gentiluomini, molto di essi hanno finora l’abitudine di adottarla, con magnifici risultati.

Nella stessa maniera il giovane Rodolfo Nickleby evitava tutti quei calcoli minuti ed intricati dei giorni in meno, che chiunque si sia impicciato in operazioni d’interesse semplice non ha potuto mancare di trovare laboriosissimi. Egli aveva stabilito quest’unica regola generale: che tutto l’ammontare del capitale e dell’interesse doveva essere pagato il giorno che si riceveva il denaro per i minuti piaceri, cioè il sabato; e che sia che il prestito fosse stato contratto il lunedì o il venerdì, la somma degli interessi dovesse esser sempre la stessa in entrambi i casi. Veramente egli affermava e con gran sfoggio di ragioni, che l’interesse doveva esser forse maggiore per un solo giorno che per cinque, poiché nel primo caso si sarebbe potuto giustamente arguire che il debitore fosse stato in gran bisogno, altrimenti non avrebbe ricorso in così sfavorevoli condizioni al credito. Questo fatto è interessante, perché illustra i segreti rapporti e le simpatie che sempre corrono fra i grandi spiriti. Benchè il signorino Rodolfo Nickleby non ne fosse allora consapevole, la classe dei gentiluomini alla quale è già stato alluso si conformava appunto allo stesso principio in tutti i suoi traffici.

Da quanto abbiamo detto di questo giovanetto, e dalla naturale ammirazione che il lettore immediatamente concepirà per lui, si può forse dedurre che sia lui l’eroe del lavoro che stiamo per intraprendere. Per definire questo punto una volta per sempre, ci affrettiamo a disingannare i lettori, e a metter mano al principio.

Morto il padre, Rodolfo Nickleby, che stava già da qualche tempo in una casa di commercio londinese, si dedicò con tanta passione al suo vecchio mestiere di far denaro, e così presto vi rimase seppellito e assorbito, che per molti anni dimenticò assolutamente il fratello. Se a volte, attraverso la nebbia in cui viveva, — perché l’oro solleva intorno all’uomo un fumo più nocivo per i sensi e più distruttore per i sentimenti che non la esalazione del carbone — riusciva a spuntare un ricordo del suo antico compagno di trastulli, un altro pensiero gli sorgeva sempre in mente: che se essi fossero stati intimi, il fratello avrebbe sentito il bisogno di farsi prestare da lui del denaro; e il signor Rodolfo Nickleby scrollava le spalle e diceva che era meglio che le cose fossero andate com’erano andate.

Quanto a Nicola, egli visse scapolo sul podere ereditario finché non si stancò di essere scapolo, e non prese in moglie la figliuola d’un proprietario confinante, con la dote di un migliaio di sterline. Questa brava donna gli diede due figli, un maschio e una femmina, e quando il maschio ebbe circa diciannove anni e la femmina quattordici, a quanto si può congetturare — poiché la menzione esatta dell’età delle ragazze non si trovava in alcuna parte nei registri del nostro paese prima dell’approvazione della nuova legge — il signor Nickleby si guardò d’attorno per cercare i mezzi di restaurare il capitale già dolorosamente intaccato dall’aumento della famiglia e dalle spese sostenute per la sua educazione.

— Perché non speculi? — disse la signora Nickleby.

— Per…chè non spe…cu…lo, cara? — disse il signor Nickleby in tono di dubbio.

— Sì, perché no? — chiese la signora Nickleby

— Perché, cara, se dovessimo perdere quello che abbiamo — soggiunse il signor Nickleby, che parlava lento e piano, — se dovessimo perdere quello che abbiamo, non potremmo più vivere, cara.

— Sciocchezze — disse la signora Nickleby — C’è Nicola — continuò la donna — ch’è diventato un giovanotto… è tempo che pensi a far qualche cosa da sè; e Caterina anche, povera ragazza, senza la dote di un centesimo. Pensa a tuo fratello: sarebbe ciò che è, se non avesse speculato?

— È vero — rispose il signor Nickleby. — Benissimo, cara. Sì. Speculerò, cara.

La speculazione è un giuoco circolare: i giocatori vedono poco o nulla delle loro carte all’inizio: il guadagno può essere grande… e può esser grande anche la perdita. Il corso della fortuna si determinò contro il signor Nickleby; prevalse una mania, scoppiò una bolla, quattro agenti di cambio si comprarono delle magnifiche ville a Firenze, quattrocento ignoti furono rovinati, e fra essi il signor Nickleby.

— Persino la casa in cui abito — sospirò il poveretto, — domani mi potrà esser tolta. Non uno dei miei vecchi mobili potrò salvare dalla vendita di estranei.

L’ultima riflessione gli fece tanto male che si mise subito a letto, risoluto in ogni caso a tenersi almeno il letto.

— Allegro, signor mio, — disse il farmacista.

— Non dovete abbattervi, signore, — disse l’infermiera.

— Son cose che accadono tutti i giorni, — osservò l’avvocato.

— Ed è un gran peccato ribellarvisi, — sussurrò l’ecclesiastico.

— Cosa che nessuno che ha famiglia dovrebbe fare, — aggiunsero i vicini.

Il signor Nickleby scosse il capo, e facendo a tutti cenno di uscire dalla stanza, abbracciò la moglie e i figli, e dopo esserseli stretti l’uno dopo l’altro al petto, che batteva languidamente, si abbandonò spossato sul guanciale. Essi s’impensierirono scoprendo che la sua ragione, dopo, aveva cominciato a vacillare, perché s’era messo a balbettare a lungo della generosità e della bontà del fratello e dei bei tempi ch’essi andavano a scuola insieme. Passata questa fase di delirio, egli raccomandò i suoi a quel Solo che non abbandona mai la vedova o gli orfani, e con un dolce sorriso volse il capo, dicendo che aveva voglia di dormire.

 

 

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