NICHOLAS NICKLEBY – capitolo 2

NICHOLAS NICKLEBY

Qual è il vostro romanzo preferito di Charles Dickens? Per me è una risposta difficilissima da darvi perché adoro ogni cosa che ha scritto il grande Dickens… però… però… ho un debole per “Nicholas Nickleby”.

Ecco la quarta di copertina presa dall’edizione della Newton Compton, che ho a casa. Il testo che pubblico, però, è preso da bacheca ebook gratis, con licenza d’uso non commerciale.

Buona lettura del CAPITOLO 2 di Nicholas Nickleby!

Simona

Nicholas Nickleby, un giovane gentiluomo di “belle speranze”, ridotto in miseria insieme con la madre e la sorella dalla improvvisa morte del padre, si getta ingenuamente nelle spire di tremendi individui, uno dei quali è il suo stesso zio, vera anima nera di tutta la vicenda. Da quando Nicholas intraprende il viaggio che lo porterà da Londra allo Yorkshire, nella lurida “scuola” di Master Squeers per ragazzi abbandonati, alla ricerca di un lavoro e di se stesso, anche i lettori, trascinati dalla ineffabile potenza narrativa di Charles Dickens, viaggiano con lui attraverso le più spietate desolazioni della cattiveria umana e l’infinito calore di una presenza amica pronta a rischiare in prima persona per dare aiuto e conforto. Nicholas Nickleby è lo splendido romanzo dove si svolge anche la rivolta di un gigante della letteratura contro la crudeltà più ripugnante: quella verso i deboli, gli indifesi, i bambini.

 

NICHOLAS NICKLEBY

VOLUME PRIMO

CAPITOLO II

Del signor Rodolfo Nickleby, della sua azienda, delle sue imprese e d’una grande compagnia per azioni della massima importanza nazionale.

Il signor Rodolfo Nickleby non era, rigorosamente parlando, ciò che si direbbe un commerciante. Non era neppure un banchiere, o un avvocato o una specie di procuratore o un notaio. Certo non era un industriale, e tanto meno poteva accampar dei diritti a un titolo di professionista, perché sarebbe stato impossibile citare una professione legalmente riconosciuta alla quale egli appartenesse. Pur nondimeno, siccome abitava in una vasta casa di Golden Square, la quale, oltre a una lastra di bronzo sulla porta di strada, aveva una lastra di bronzo due volte e mezzo più piccola sullo stipite di sinistra che sovrastava la riproduzione in bronzo d’un pugno infantile stretto intorno al frammento d’uno spiedo e sfoggiava la parola «Ufficio», era chiaro che il signor Rodolfo Nickleby faceva o pretendeva di fare in qualche modo, degli affari; e questo, se fossero occorsi altri indizi di prova, era ampiamente dimostrato dal servizio quotidiano, fra le nove e mezzo e le cinque, d’un uomo dalle guance infossate, vestito d’un abito color ruggine, che, seduto su uno sgabello terribilmente duro in una specie di credenza all’estremità del corridoio, si presentava sempre con una penna dietro l’orecchio tutte le volte che rispondeva al suono del campanello.

Benchè intorno a Golden Square abitassero anche alcuni membri delle professioni più serie, per andare o venire da qualche parte non si passa mai per quel luogo. È una delle piazze che già furono, una contrada scaduta nel concetto del mondo e che s’è messa ad appigionare appartamenti. Molti dei suoi primi e secondi piani sono appigionati ammobiliati a dei signori scapoli; e molte sono anche le pensioni. Quel luogo è un posto di convegno per i forestieri. Quegli uomini dalle carnagioni scure, che portano dei grossi anelli e delle pesanti catene di orologio e dei folti cespugli di fedine, e che si raccolgono sotto i portici dell’Opera e intorno all’ufficio dei biglietti durante la stagione, fra le quattro e le cinque del pomeriggio, ora della distribuzione delle entrate di favore, tutti abitano in Golden Square o in una via contigua. Due o tre violini e uno strumento a fiato dell’orchestra dell’Opera sono installati nelle sue vicinanze immediate. Le pensioni di Golden Square son molto musicali, e le note dei pianoforti e delle arpe fluttuano nell’aria vespertina intorno alla testa della lugubre statua che è il genio tutelare d’una piccola landa di cespugli nel centro della piazzetta. Le sere d’estate, le finestre si spalancano, e i passanti veggon dei gruppi di uomini bruni e baffuti appoggiati ai davanzali e occupati a fumare come camini. Suoni di rudi voci che si esercitano nella musica vocale invadono il silenzio della sera, e i fumi del tabacco più scelto profumano l’aria di tabacco in cenere; e sigari, pipe tedesche e flauti, violini e violoncelli si dividono la supremazia. È quella la regione del canto e del fumo. Le bande musicali si sforzano di dare le loro migliori prove in Golden Square, e i cantanti girovaghi tremano involontariamente levando la loro voce nell’ambito di quei confini.

Non sarebbe parso, quello, un luogo molto adatto alla trattazione degli affari; ma il signor Rodolfo Nickleby vi aveva abitato, ciò nonostante, molti anni e non si era mai lamentato di nulla. Egli non conosceva nessuno del vicinato e nessuno conosceva lui, benchè godeva la fama di essere immensamente ricco. I commercianti credevano ch’egli fosse una specie d’avvocato, e gli altri vicini pensavano che fosse qualche agente generale: congetture, queste, così esatte e diffuse come in generale sono e possono essere tutte quelle che si fanno sulle faccende altrui.

Il signor Rodolfo Nickleby se ne stava nel suo studio un giorno già bell’e vestito per uscire. Indossava uno spencer verde bottiglia su una giacca azzurra, una sottoveste bianca, e un paio di calzoni grigi imboccati in un paio di stivali alla Wellington. La cocca d’una gala di camicia a pieghe minute cercava di mostrarsi, come meglio poteva, fra il mento e il primo bottone dello spencer, il quale non si allungava abbastanza per nascondere una lunga catena d’oro, composta d’una serie d’anelli lisci, che cominciava dall’impugnatura d’un orologio d’oro a ripetizione nella tasca del signor Nickleby e finiva con due piccole chiavi: l’una dello stesso orologio e l’altra di qualche lucchetto brevettato. Aveva una spolveratura di cipria in testa, come per darsi un aspetto di benevolenza; ma se questo era il suo scopo, avrebbe fatto meglio a incipriarsi il viso, perché perfino nelle sue rughe e nei suoi freddi occhi irrequieti, v’era qualcosa che sembrava parlasse d’una scaltrezza la quale si sarebbe rivelata a suo dispetto. Comunque si fosse, egli era lì; e siccome era solo soletto, e nè la cipria, nè le rughe, nè gli occhi producevano, appunto allora, il minimo effetto, buono o cattivo su nessuno in particolare, per naturale conseguenza ora appunto non c’importano affatto.

Il signor Nickleby chiuse nella scrivania un libro di conti, e abbandonandosi sulla poltrona, fissò con aria distratta i vetri sudici della finestra. Alcune case di Londra hanno dietro un melanconico pezzetto di giardino, chiuso di solito da quattro muri alti e guardati da una fila accigliata di comignoli: in esso languisce, di anno in anno, un alberello rachitico, che si studia di cacciare un po’ di foglie negli ultimi giorni d’autunno quando gli altri alberi se ne spogliano, e, spossato nello sforzo, s’indugia, tutto screpolato e disseccato dal fumo, fino alla seguente stagione, per ripetere gli stessi tentativi e forse, se il tempo è particolarmente bello, per attirare a cinguettare fra i suoi rami qualche passero afflitto dai reumi. A volte la gente chiama «giardino» quei cortiletti bui: non si crede che vi siano state fatte mai delle piantagioni, ma piuttosto che sian pezzi di terra abbandonata, con la vegetazione disseccata della fabbrica di mattoni che una volta vi sorgeva. Nessuno pensa mai di passeggiare in quei luoghi di desolazione, o di trarne qualche profitto. Vi si possono buttare un po’ di panieri sfondati, una mezza dozzina di bottiglie rotte e simili altri frammenti, quando un pigionale ne piglia possesso il primo giorno, e là rimane ogni cosa fino a un nuovo trasloco; poiché la paglia umida si prende quel tempo che le accomoda per infracidare e mischiarsi con quel po’ di bosso, coi sempregialli che dovrebbero esser sempreverdi e coi cocci dei vasi di fiori sparsi lugubremente in giro, preda della fuliggine e del sudiciume.

In un luogo di questa sorta il signor Rodolfo Nickleby guardava fuori dalla finestra, standosene con le mani in tasca. Aveva fissato gli occhi su un alberello contorto d’abete, piantato da qualche pigionale precedente in un tino che una volta era stato verde e ch’era rimasto lì da anni, a infracidare a pezzo a pezzo. Nell’oggetto non v’era nulla di molto attraente, ma il signor Nickleby era assorto in una grave meditazione e lo contemplava con una attenzione che, in uno stato di maggiore consapevolezza, non si sarebbe degnato di dare alla pianta più rara. Infine, gli occhi si volsero a un sudicio finestrino a sinistra, a traverso il quale appariva vagamente la faccia dell’impiegato, il quale levando per caso lo sguardo vide che il padrone gli faceva cenno di andare.

Ubbidendo all’appello, l’impiegato scattò dall’alta scranna (alla quale aveva comunicato un lucido straordinario con l’alzarsene e sedervisi innumerevoli volte) e si presentò nella stanza del signor Nickleby. L’impiegato era alto e d’età media, con gli occhi a fior di testa, dei quali uno era immobile, il naso rubicondo, il viso cadaverico, il vestito logorato dal troppo uso, stremenzito che faceva pietà, e una così scarsa dotazione di bottoni ch’era meraviglioso come egli riuscisse a tenerselo addosso.

— Sono le dodici e mezzo, Noggs? — chiese il signor Nickleby, con una voce acuta e stridente.

— Non più di venticinque minuti all’… — Noggs stava per aggiungere all’orologio della birreria, ma riprendendosi, sostituì: — del tempo normale.

— Il mio orologio s’è fermato, — disse il signor Nickleby. — Veramente non so perché.

— Non è stato caricato, — disse Noggs.

— Sì, che è stato caricato, — disse il signor Nickleby.

— Allora, è finita la corda, — soggiunse Noggs.

— Questo non può essere, — osservò il signor Nickleby.

— È così, — disse Noggs.

— Bene, — disse il signor Nickleby, rimettendosi l’orologio a ripetizione in tasca, — sarà così. Noggs diede un grugnito secondo la sua abitudine alla fine d’ogni disputa col padrone, come un segno del proprio trionfo; e, (poiché raramente parlava se non gli si rivolgeva la parola), cadde in un cruccioso silenzio, mentre si stropicciava le mani l’una intorno all’altra e faceva schioccare le giunture delle dita, che contorceva in tutte le possibili direzioni. La continua pratica di questa abitudine in ogni occasione e la comunicazione d’uno sguardo rigido e fisso all’occhio che aveva ancora sano, così da farlo rassomigliare perfettamente all’altro e da rendere impossibile a chiunque di determinare dove o a che cosa guardasse, erano due fra le particolarità innumerevoli del signor Noggs, che sorprendevano al primo incontro un osservatore inesperto.

— Stamane io vado alla Taverna di Londra — disse il signor Nickleby.

— A un’assemblea pubblica? — chiese Noggs.

Il signor Nickleby accennò di sì. — Aspetto una lettera dall’avvocato sull’ipoteca di Ruddle. Se arriva, sarà qui con la distribuzione delle due. Lascerò il centro proprio a quell’ora e mi dirigerò a Charing-Cross seguendo la sinistra; se vi sono delle lettere, vienimi incontro, e portamele.

Noggs accennò di sì, e mentre accennava di sì, squillò il campanello dell’ufficio. Il padrone levò il viso dalle carte, e l’impiegato rimase calmo in atteggiamento stabile.

— Il campanello, — disse Noggs, come per spiegare. — Siete a casa?

— Sì.

— Per tutti?

— Sì.

— Anche per il messo dell’esattore?

— No! Che venga un’altra volta.

Noggs cacciò il suo grugnito, come per dire «Lo sapevo!», e, sentendo ripetere lo squillo, corse alla porta, donde ritornò subito annunciando, col nome di signor Bonney, un signore impaziente e frettoloso, il quale con la chioma irta e scarmigliata intorno a tutta la testa e al collo una piccola cravatta bianca non bene annodata, aveva l’aspetto d’essersi levato all’improvviso la notte e da quel momento di non essere più ritornato a letto.

— Mio caro Nickleby, — disse quel signore, cavandosi il cappello bianco così pieno di carte che a stento gli si reggeva sul cranio, — non c’è un momento da perdere; ho una vettura alla porta. Il baronetto Matteo assumerà la presidenza, e vengono realmente tre membri del Parlamento. Ne ho veduti due sicuramente levati da letto, e il terzo, che è stato da Crockford tutta la notte, è corso un momento a casa a mettersi una camicia pulita e a bere un paio di bottiglie d’acqua di soda. Certo ci raggiungerà un tempo per parlare all’assemblea. È un po’ eccitato per la notte trascorsa; ma non importa, parlerà con maggiore energia.

— Sembra che la cosa prometta piuttosto bene, — disse il signor Rodolfo Nickleby, la cui calma faceva un vivo contrasto con la vivacità dell’altro uomo di affari.

— Piuttosto bene! — echeggiò il signor Bonney. — È la più bella idea che sia mai sorta: «La compagnia metropolitana per la pronta consegna a domicilio dei panini caldi e dei biscotti perfezionati. Capitale, cinque milioni di sterline, in cinquecentomila azioni di dieci sterline l’una». Il semplice nome farà in non più di dieci giorni raggiungere un plusvalore alle azioni.

— E quando avranno un plusvalore… — disse il signor Rodolfo Nickleby con un sorriso.

— Quando l’avranno, saprete benissimo ciò che avrete da fare, e come ritirarvi tranquillamente al momento preciso, — disse il signor Bonney, battendo familiarmente il capitalista sulla spalla. — A proposito, strano tipo quel vostro impiegato.

— Sì, povero diavolo! — rispose Rodolfo, mettendosi i guanti. — Newman Noggs una volta teneva cavalli e cani.

— Ah, sì? — disse l’altro con indifferenza.

— Sì, — continuò Rodolfo, — e non tanti anni fa; ma dilapidò il suo denaro, lo investì in qualche maniera, lo diede a mutuo, e in breve prima diventò un perfetto imbecille e poi un pezzente. Si diede al bere, e ebbe un attacco di paralisi, e poi venne da me a chiedermi una sterlina in prestito, come avevo fatto io quand’egli stava in auge… come avevo fatto io…

— Facevate degli affari con lui, — disse il signor Bonney con uno sguardo espressivo.

— Appunto, — rispose Rodolfo. — Io non potevo prestargliela, s’intende,

— Ah, naturalmente.

— Ma siccome appunto allora avevo bisogno d’un impiegato per rispondere alla porta e per altre faccenduole, lo assunsi per carità, e da quel momento è rimasto con me. È un po’ matto, credo, — disse il signor Nickleby, atteggiando il viso a un’occhiata pietosa, — ma è abbastanza utile, poveretto… abbastanza utile.

Quell’uomo dal cuore generoso trascurò d’aggiungere che Newman Noggs, essendo addirittura rovinato, lo serviva per alquanto meno del salario di un fattorino di tredici anni, e similmente mancò di ricordare nella sua cronaca frettolosa che l’eccentrica taciturnità di Noggs lo rendeva specialmente prezioso in un luogo dove molti affari si facevano dei quali era bene non trapelasse alcuna notizia fuori. L’altro era evidentemente impaziente di andare, però; e siccome i due s’installarono in fretta nella vettura da nolo subito dopo, forse il signor Nickleby dimenticò di accennare a circostanze di così lieve importanza.

V’era un gran trambusto in Bishopsgate Street Within, quand’arrivarono e, poiché quel giorno il vento soffiava forte, una mezza dozzina di uomini traversava di fianco la strada sotto una congerie di carta, portando dei manifesti giganteschi, i quali annunciavano una pubblica assemblea per discutere l’oppurtunità di fare una petizione al Parlamento in favore della Compagnia metropolitana per la pronta consegna a domicilio dei panini caldi e dei biscotti perfezionati, capitale cinque milioni di sterline, divise in cinquecentomila azioni di dieci sterline l’una: somme che erano debitamente espresse in cifre grosse e nere di considerevoli dimensioni. Il signor Bonney, lavorando attivamente di gomiti, si aperse il varco sulla scalinata, ricevendo in cammino molti umili inchini dagl’inservienti che stavano sui pianerottoli a indicare la via, e, seguito dal signor Nickleby, s’immerse in una fuga di sale dietro quella della riunione pubblica; e lì, nella seconda, c’erano un tavolo che aveva l’aspetto d’un tavolo d’affari e parecchi signori con l’aspetto di persone d’affari.

— Silenzio! — esclamò un signore dal duplice mento, appena vide il signor Bonney. — Il presidente, signori, il presidente.

I nuovi arrivati furono ricevuti dagli applausi generali, e il signor Bonney si affrettò ad occupare il posto d’onore del tavolo; si tolse il cappello, si ficcò le dita nei capelli, e picchiò forte con un martelletto innanzi a sè; al che parecchi gridarono «Silenzio!» e si fecero dei piccoli cenni reciproci, come d’ammirazione per quell’energico contegno. In quel momento appunto un inserviente, febbrilmente agitato, si precipitò nella stanza, e spalancando la porta con un tonfo, gridò: — Il baronetto Matteo Pupker.

La commissione si levò in piedi e battè le mani dalla gioia, e, mentre le batteva, entrò il baronetto Matteo Pupker, accompagnato da due membri vivi del Parlamento, un irlandese e uno scozzese, tutti e tre sorrisi e inchini e con un aspetto così affabile che sarebbe parsa una mostruosità addirittura avere il cuore di votare contro di loro. Il baronetto Matteo Pupker specialmente, che aveva una testolina rotonda coperta da una parrucca bionda, si contorse in un tale parossismo d’inchini che la parrucca corse rischio di precipitare ad ogni istante. Quando quelle dimostrazioni di plauso furono in qualche modo sedate, i signori ch’erano in termini familiari col baronetto Matteo Pupker o coi due altri membri, si affollarono loro intorno in tre gruppetti, mentre i signori che non erano in rapporti familiari col baronetto Matteo Pupker o coi due altri membri, s’indugiavano accanto all’uno o all’altro e sorridevano e si stropicciavano le mani nella folle speranza che avvenisse qualche cosa che richiamasse l’attenzione su di loro. Nel frattempo il baronetto Matteo Pupker e i due altri membri stavano riferendo ai loro circoli rispettivi quali fossero le intenzioni del governo intorno all’accettazione della proposta di legge, e davano un rendiconto fedele di ciò che il governo aveva detto confidenzialmente l’ultima volta che avevano desinato con lui, aggiungendo come il governo fosse stato scorto a strizzar l’occhio dicendo ciò che aveva detto: premesse, queste, dalle quali non era difficile trarre la conclusione che se il governo aveva a cuore un oggetto, era il benessere e il vantaggio della Compagnia metropolitana per la pronta consegna a domicilio dei panini caldi e dei biscotti perfezionati.

Frattanto, durante le disposizioni preliminari della seduta e l’opportuna divisione del soggetto dei discorsi, il pubblico nella sala grande dava di tanto in tanto degli sguardi alla piattaforma vuota e alle donne nella galleria della musica. La maggior parte degli astanti era stata occupata con questi divertimenti per un paio d’ore, ma siccome i più bei sollazzi finiscono quando son troppo prolungati, con lo stancare, gli spiriti più gravi cominciarono a picchiare il pavimento coi tacchi, e ad esprimere le loro proteste con gridi e ululati. Queste esercitazioni vocali, di quelli che avevano aspettato più a lungo, pervenivano naturalmente da coloro ch’eran più vicini alla piattaforma e più lontani dalle guardie di servizio, le quali non avendo una gran voglia di fare a pugni per aprirsi un varco tra la folla e pur nondimeno sentendo il lodevole desiderio di fare qualcosa per reprimere gli schiamazzi, immediatamente cominciarono a trascinare per la coda dell’abito e per il bavero quanti se ne stavano tranquilli e cheti accanto alla porta, appioppando nello stesso tempo varî magnifici e sonanti colpi con le loro mazze, seguendo il metodo di quell’ingegnoso attore, Pulcinella, il cui brillante esempio, e nel maneggio dell’arma e nel suo impiego, quel ramo del potere esecutivo piglia di tanto in tanto a modello.

Parecchie animatissime schermaglie si stavano svolgendo, quando un gran grido attrasse l’attenzione anche dei belligeranti; e allora si versò verso la piattaforma, da una porta laterale, una lunga schiera di signori, che col cappello tra mano e gli occhi vôlti all’indietro, cacciavano sonori evviva. La cagion di tutto fu sufficientemente spiegata quando il baronetto Matteo Pupker e gli altri membri veri e reali del Parlamento fecero il loro ingresso in mezzo a grida assordanti, e si dissero l’un l’altro coi cenni, che non avevan mai veduto, nell’intero corso della loro carriera pubblica, uno spettacolo più bello.

Finalmente l’assemblea cessò dal gridare, ma dopo che la votazione ebbe richiamato alla presidenza il baronetto Matteo Pupker, le acclamazioni ripigliarono per altri cinque minuti. Cessate le quali, il baronetto Matteo Pupker prese a dire quali fossero i suoi sentimenti in quella grande occasione e che dovesse significare quell’occasione agli occhi del mondo, e quale dovesse essere l’intelligenza dei connazionali dinanzi a lui, e quale dovesse essere la ricchezza e la rispettabilità dei suoi onorevoli amici dietro di lui, e infine, di quanta importanza dovesse essere per la ricchezza, la felicità, il comodo, la libertà, la stessa esistenza d’un grande popolo libero, un’istituzione come la Compagnia metropolitana per la pronta consegna a domicilio dei panini caldi e dei biscotti perfezionati!

Si presentò allora il signor Bonney per svolgere la prima mozione.

Dopo essersi cacciata la destra nei capelli, ed essersi piantata la sinistra, in maniera disinvolta, sulle costole, diede il cappello in custodia al signore dal duplice mento (che rappresentava una specie di reggifiasco per gli oratori in generale), e annunziò che avrebbe letto al pubblico la prima mozione: «che quest’assemblea considera con timore e apprensione le condizioni nelle quali si volge in questa metropoli e nei dintorni il commercio dei panini caldi; che essa ritiene i maggiori rivenditori di panini caldi, immeritevoli, nella loro presente organizzazione, della fiducia pubblica; e che giudica l’intero sistema di vendita dei panini caldi nocivo alla salute e del pari alla morale popolare, e inoltre distruttore dei veri interessi d’una grande comunità commerciale e mercantile». L’onorevole signore svolse il suo ordine del giorno con un discorso che fece sgorgare dei lagrimoni dagli occhi delle signore, e destò la più viva commozione in tutti i presenti. Egli aveva visitato le abitazioni dei poveri nei varî distretti di Londra, e le aveva trovate sfornite del minimo indizio d’un panino caldo, cosa, questa, che gli dava una forte ragione per credere che alcuni di quegli indigenti non avessero avuto l’occasione di assaggiarne uno nel giro di tutto un anno. Egli aveva osservato che fra i rivenditori di panini caldi imperava l’ubbriachezza, la corruzione, la dissolutezza, e questo non si doveva attribuire che alla ignobile natura del loro mestiere com’era in quei giorni esercitato; aveva trovato gli stessi vizi fra le classi più povere della popolazione che avrebbero dovuto essere consumatrici di panini caldi; e ciò si doveva far risalire alla disperazione generata dal fatto di non aver facilmente a mano quell’articolo nutriente e alla necessità, perciò, di cercare un falso stimolante nei liquori inebbrianti. Egli si assumeva di provare, innanzi a una commissione della Camera dei Comuni, ch’esisteva un complotto per tener alto il prezzo dei panini caldi e per dare ai rivenditori col campanello un monopolio; l’avrebbe provato con gli stessi rivenditori al banco della Camera, e avrebbe provato inoltre che gli stessi rivenditori corrispondevano insieme per mezzo di parole e segni segreti, quali «Snooks», «Walker», «Ferguson», «Is Murphy right», e molte altre espressioni. Era questo triste stato di cose che la Compagnia si proponeva di correggere: primo, col proibire dietro la minaccia di gravi pene, qualsiasi industria privata di panini caldi; secondo, col provvedere i soci della Compagnia in persona, il pubblico in generale e i poveri a domicilio di panini di prima qualità a prezzi ridotti. Con questo scopo appunto una proposta di legge era stata presentata al Parlamento dal loro patriottico presidente il baronetto Matteo Pupker, e per sostenere la proposta essi s’erano appunto riuniti. Erano i sostenitori della stessa proposta di legge che avrebbero conferito un immortale lustro e splendore all’Inghilterra sotto il nome della Compagnia metropolitana per la pronta consegna a domicilio dei panini caldi e biscotti perfezionati, con un capitale, aggiungeva, di cinque milioni di sterline, in cinquecento mila azioni di dieci sterlina l’una.

Il signor Rodolfo Nickleby appoggiò l’ordine del giorno, e dopo che un altro ebbe detto che si doveva emendare l’ordine del giorno con l’aggiunta della parola «biscotto» dopo le parole «panino caldo», tutte le volte che apparivano queste parole, esso fu approvato con una votazione trionfale. Solo uno nella folla gridò «No»; ma fu immediatamente arrestato ed espulso.

Il secondo ordine del giorno che riconosceva l’opportunità di abolire immediatamente «tutti i rivenditori di panini caldi (o biscotti), tutti i fabbricanti di panini caldi (o biscotti) di qualunque genere, maschi o femmine, ragazzi o uomini, sonatori di campanelli o no», fu svolto da un grave oratore d’aspetto semiclericale, che entrò a un tratto in tale profondo patos da spazzare e far dimenticare il precedente oratore in meno che non si dica. Si sarebbe potuto udire cadere una spilla… una spilla? una piuma, quand’egli descrisse le crudeltà che s’infliggevano dai padroni ai ragazzi rivenditori di panini, cosa, come egli molto saggiamente arguiva, che in sè e per sè era una ragione sufficiente per l’impianto di quella impareggiabile Compagnia. Sembrava che gli infelici adolescenti rivenditori di biscotti fossero la notte nelle più inclementi stagioni dell’anno, cacciati all’aperto a vagare nel buio e nella pioggia, — e perfino sotto la grandine o sotto la neve — per ore e ore di fila, senza tetto, senza cibo, senza fuoco. Il pubblico non doveva mai dimenticare quest’ultimo punto, che, mentre i panini erano mandati in giro coperti e tenuti al caldo, i ragazzi erano assolutamente esposti alle intemperie e abbandonati a se stessi. (Vergogna!). L’oratore riferì il caso d’un piccolo rivenditore di panini caldi, che, esposto a questo barbaro e disumano trattamento per non meno di cinque anni, era caduto finalmente vittima di un raffreddore di testa, dal quale non s’era riavuto che molto lentamente con una forte sudata. Era questo un fatto che poteva personalmente testimoniare, ma aveva appreso (e non aveva alcuna ragione di dubitarne) un caso ancora più straziante e terribile: quello d’un orfanello, rivenditore di panini caldi, che, travolto da una vettura di piazza, era stato portato all’ospedale e assoggettato all’amputazione d’una gamba sotto il ginocchio, per quindi riprendere il suo vecchio mestiere sulle grucce. Fonte della suprema giustizia, si poteva reggere a una simile barbarie?

Questo fu il lato della discussione che interessò l’assemblea, e questo fu lo stile oratorio che ne sveglio le simpatie. Gli uomini gridavano, le donne piangevano inzuppando i fazzoletti, e sventolandoli finché non s’asciugavano; la commozione era al colmo, e il signor Nickleby bisbigliò all’amico che le azioni avrebbero da quel momento raggiunto un plusvalore del venticinque per cento.

L’ordine del giorno fu naturalmente approvato con alte acclamazioni: ciascuno alzò tutte e due le mani nella votazione, e se fosse stato possibile, avrebbe alzato anche le gambe. Quindi fu letta finalmente la minuta della petizione proposta; e la petizione diceva, come dicono tutte le petizioni, che i petenti erano umilissimi e le persone alle quali la petizione era rivolta onorevolissime, e lo scopo virtuosissimo: perciò (diceva la petizione) la proposta di legge doveva essere subito approvata, ad eterno onore e gloria degli onorevolissimi e gloriosissimi Comuni d’Inghilterra riuniti in Parlamento.

Poi il deputato, che era stato tutta la notte da Crockford, e aveva perciò gli occhi imbambolatii, si fece innanzi per dire ai suoi concittadini il discorso che avrebbe fatto in favore della petizione in Parlamento e di quali invettive lo avrebbe oppresso se avesse respinto la proposta di legge; e per dire inoltre che egli deplorava che i suoi onorevoli amici non avessero inserito una clausola per rendere obbligatorio l’acquisto dei panini e dei biscotti per tutte le classi della comunità, clausola che lui, — contrario com’era a tutte le mezze misure e partigiano dei provvedimenti radicali — s’impegnava di proporre e far votare nella commissione. Dopo aver annunciato questa sua determinazione, l’onorevole oratore si fece scherzoso; e poiché la menzione delle scarpe brevettate e dei guanti di capretto color limone e dei baveri di pelliccia giova materialmente allo scherzo, vi furono molti scoppi di risa e degli evviva e tale uno splendido spiegamento di fazzoletti femminili che il grave oratore precedente cadde immediatamente nell’ombra e nell’oblio.

E dopo che la petizione, già letta, era sul punto d’esser approvata, si fece innanzi il deputato irlandese (che era un giovane di carattere bollente) con un discorso di tal sorta quale solo un deputato irlandese poteva fare: col respiro, cioè della vera anima e dello spirito della poesia e in tono così ardente, che si sentiva caldo soltanto a guardar l’oratore, il quale aggiunse che si proponeva di domandare l’estensione di quel gran beneficio alla sua isola nativa, ch’egli avrebbe reclamato per essa l’eguaglianza nella legge dei panini caldi come in tutte le altre leggi, e che sperava di vedere un giorno i biscotti infornati nelle umili capanne d’Irlanda e i campanelli dei venditori dei panini caldi squillare nelle ricche e verdi vallate d’Irlanda. E dopo di lui parlò il deputato scozzese, con varie divertenti allusioni alla probabile somma dei profitti, aumentando il buon umore destato dalla poesia; e tutti i discorsi messi insieme fecero esattamente ciò che si voleva facessero: infondere agli auditori la persuasione che non v’era stata mai una speculazione più promettente e nello stesso tempo più degna di lode di quella della Compagnia metropolitana per la pronta consegna a domicilio dei panini caldi e dei biscotti perfezionati.

Così, la petizione in favore della proposta di legge fu approvata, e l’assemblea aggiornata con acclamazioni, e il signor Nickleby e gli altri membri del comitato si recarono a far colazione nell’ufficio, come facevano all’una e mezzo d’ogni giorno; e per compensarsi di questo fastidio, poiché la Compagnia era ancora bambina, le addossarono soltanto tre ghinee ciascuno per il gettone di presenza.

 

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento da Facebook

Leave A Response

* Denotes Required Field