NEXT STOP CHOCOLATE FACTORY. LET’S GO!

NEXT STOP CHOCOLATE FACTORY. LET’S GO!

Storia vera di Simona Maria Corvese

“Next stop chocolate factory. Let’s go!”

“I make a cake!”

“No, you can’t!”

“Can’t I? Why?”

“Because this is a train and it leads to chocolate factory!”

 

Seduta al tavolo, appoggiata allo schienale di una cassapanca, in una serata in cui il vento gelido che soffia dalle montagne non invita a uscire, sorseggio lentamente una cioccolata calda, osservando le pagine bianche del mio taccuino, ancora intonse. Ripenso ai due fratellini inglesi di oggi pomeriggio al parco e al loro buffo dialogo. Guardo fuori dalla finestra e noto che le nuvole basse sono entrate nella valle, lasciando solo intravedere il paese.

La verticalità delle montagne ha conferito alla valle una forma lunga e stretta. Potrei essere in un fiordo norvegese o nelle Highlands scozzesi.

Accanto a me il cellulare mi rimanda l’immagine di mia figlia che gioca con la sua amica Giulia e il cuginetto Mirco, con i due fratellini inglesi George e Daniel e alcuni ragazzini un po’ più grandi.

Afferro la penna e inizio a trascrivere il flusso dei miei pensieri.

 

George e Daniel sono su una giostrina, di quelle che i bambini fanno girare sempre più forte, fino ad avere il capogiro. Fingono di essere seduti su un treno che li porterà alla fabbrica del cioccolato, come nel romanzo di Roald Dahl. Daniel, di 6 anni, vuole cucinare una torta sul treno. George, di quasi 9 anni, spazientito, spiega al fratello che sul treno non può fare il pasticcere e che la destinazione è la fabbrica del cioccolato, non delle torte.

A un certo punto interviene la noia e i due piccoli inglesi iniziano a osservare con curiosità mia figlia e i suoi amici che giocano a “rialzo”. Un gioco vecchio come il mondo. Ci ho giocato io da bambina e ci giocava anche mia nonna.

Con molta naturalezza George e Daniel chiedono di poter giocare anche loro con gli altri bambini che, a loro volta li stavano adocchiando già da un po’.

L’idea sorride a tutti ma sono tutti un po’ timidini.

Penso di agevolare la reciproca conoscenza dei bambini e faccio da intermediaria, solo nelle prime battute, spiegando ai due piccoli inglesi come si gioca a “rialzo”.

Non mi sorprendo quando George, il più grande, afferma di conoscere il gioco e di averci già giocato. Probabilmente bambini di molte generazioni e a tutti gli angoli del pianeta ci hanno giocato. Scoprire che tuttora conoscono questo gioco di strada, a dispetto di tutta la tecnologia di cui dispongono, mi allarga il cuore.

“Who’s the woolf?”, chiede George.

“I’m the woolf and you escape!”, risponde Daniel con gli occhi che gli brillano. Il piccolo adora la parte del lupo che deve inseguire gli altri bambini e prenderli.

“Catch me, Daniel!”, lo invita Mirco iniziando a scappare.

Daniel è velocissimo a correre e dà del filo da torcere a tutti i bambini.

Daniel, George, Livia e Giulia sono gli unici a rispettare le regole. Per dirla tutta a Daniel e George non è minimamente passato per la testa d’imbrogliare: queste sono le regole e così si gioca. Tipicamente inglese.

Gli altri scugnizzi imbrogliano tutti. Tipicamente italiano. Livia e Giulia, cui è stato insegnato a giocare con lealtà sembrano due marziane, in Italia.

Uno dei bambini più grandi, che elude le regole più degli altri, viene invitato a rispettare le caratteristiche del gioco.

“Io faccio quello che voglio e non voglio più giocare”, risponde.

Sotto sotto mi aspettavo una simile risposta da un tipo simile. Proprio lui, che avrebbe dovuto essere d’esempio ai più piccoli, abbandona il gioco. E non abbandona perché si sente grandicello. Tra di loro c’è un minimo scarto di età.

George e Daniel lo osservano sbigottiti mentre si allontana, come se ora fosse lui il marziano.

Grazie a George e Daniel ho capito quanto noi italiani ci siamo assuefatti a simili, diffusissimi comportamenti.

Vincere con l’imbroglio non è vincere. È solamente l’incoronazione di un perdente che sa di dover ricorrere a sotterfugi per avere l’illusione di aver vinto.

Consapevole della sua mediocrità, chi agisce abitualmente così sa di non avere sufficienti qualità per mettersi in competizione ad armi pari. D’altronde non è colpa sua. Qualcuno gli ha mostrato, con le parole e i fatti, che al lavoro, a scuola, nel tempo libero si imbroglia per poter emergere. Da lì a credere che è così che si sta al mondo, il passo è breve.

Non sospetterà mai che vincitori possono essere anche coloro che perdono a un gioco o una competizione, perché hanno e avranno sempre qualità da spendere. Avranno sempre il coraggio di mettersi in competizione con se stessi e con gli altri, con onestà, senza sottomettersi a umilianti compromessi.

Il gioco dei bambini continua ancora un po’, poi l’interesse scema e vanno tutti ad arrampicarsi sul tetto di una casetta di legno al parchetto. È il loro rifugio quando sono stanchi di correre.

I due piccoli inglesi cercano anche loro di salire ma dalla parte sbagliata. Gli altri bambini, con un inglese stentato e con la confusione tipica di noi italiani che ci sovrapponiamo mentre parliamo, gesticolando a più non posso, spiegano come si fa a salire sul tetto della casetta. Alla fine George e Daniel ce la fanno. George si erge in piedi, con le gambe a cavallo del tetto e grida: “I’m on the roof! I’m the king of the mountain!”.

Ridono tutti felici, come se avessero scalato l’Everest e due minuti dopo riprendono a rincorrersi.

È stata incredibile la naturalezza con cui hanno fatto amicizia. Osservandoli sembra che si conoscano da sempre, pur non padroneggiando le lingue straniere.

Arriva poi il momento della palla. I bambini propongono con poche parole in inglese e molti gesti di giocare a calcio ma a George non piace quel gioco. Daniel invece vorrebbe ancora giocare a “rialzo”.

“I’m the woolf!”, dice, invitando le bambine, che lo accontentano.

“Catch me, Daniel, I’m escaping”, dicono Livia e Giulia, contente di aver imparato da George 2 parole nuove: catch ed escape.

I maschietti insegnano invece a George un altro gioco con la palla: lui sta in mezzo, mentre gli altri due bambini si tirano la palla, cercando di sovrastare il piccolo inglese e non fargliela prendere. Se George riesce a prendere la palla, devono scambiarsi di posizione.

Passa ancora qualche minuto e i due gruppi di bambini si riuniscono, come all’inizio, per giocare di nuovo all’amatissimo “rialzo”. Quando sei sul tuo rialzo, non puoi starci più di 30 secondi. È divertente sentire George e Daniel che guidano gli altri bambini a contare fino a 30, prima di cambiare posizione. “One, two, three,… thirty”.

Il gioco viene interrotto da un improvviso acquazzone, di quelli che in montagna precedono il vento freddo della sera e che ti ricordano che è giunto il momento di tornare a casa.

“See you tomorrow. Good Bye”, si dicono i bambini salutandosi. Quel good bye con il quale George e Daniel hanno risposto al bye bye dei nostri ragazzini è carico di felicità ma anche di un’impalpabile e rispettosa finezza.

Il gioco è finito, per oggi ma sono nate due nuove amicizie.

 

Sorseggio lentamente quel che rimane della mia cioccolata calda mentre osservo le pagine del taccuino, ormai colme della mia fitta e nervosa grafia. È sera tardi, tutti sono andati a dormire e c’è un silenzio surreale. Uno dei momenti della giornata che prediligo. Vorrei concedermi ancora qualche istante per rileggere ciò che ho scritto ma il sonno si fa sentire. Chiudo il quadernino scuro che contiene i miei racconti memoir. Alla revisione penserò domani.

“Next stop chocolate factory. Let’s go!”, copyright ©2019 Simona Maria Corvese.

 

 

 

 

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