MIRIAM E GYORGY – anteprima 2a parte


…I due uomini entrarono nella roulotte dove il dottore iniziò a visitare il bambino. L’uomo, un tipo longilineo e dall’aria diffidente, si chinò sul divano dove era sdraiato il ragazzino. Quando constatò l’estensione delle bruciature sul braccio, sgranò gli occhi. Non disse nulla neppure quando applicò della pomata sul volto tumefatto del bambino. Per un istante lo sguardo terrorizzato del piccolo incrociò quello impietosito del dottore.
Si voltò verso Vicka e le diede le medicine e i medicamenti necessari a curarlo. “Mi raccomando, deve stare a riposo per i prossimi giorni”, raccomandò in modo sbrigativo. Aveva fretta di uscire di lì.
Quando il medico se ne fu andato Vicka fece notare al fratello che non avrebbe potuto occuparsi del bambino nelle serate successive perché avrebbe suonato in alcuni ristoranti in centro città e sarebbe tornata a casa a notte inoltrata. Gyorgy le promise che avrebbe trovato una soluzione e uscì di nuovo. Il capo clan, quando lo vide allontanarsi dalla sua abitazione, lo intercettò e gli fece spiegare che cosa era accaduto. Gyorgy gli raccontò tutto. L’uomo conosceva Vlastar Lako da diversi anni e sapeva quanto potesse essere spietato con chi cercava di sottrarsi al suo racket e il fatto che fosse un bambino non faceva alcuna differenza per lui.
“Mentre Vicka è fuori a lavorare, del bambino si occuperà mia figlia Miriam. Si è appena laureata in Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale e passerà l’estate qui con noi, prima di tornare a Milano a cercare lavoro”, affermò serio l’uomo mentre esponeva quella soluzione. Il disprezzo che provava per Gyorgy e Vlastar era pari solo a quello di Vicka. Si trovava nella stessa condizione di ricatto in cui si trovava la donna. Ribellarsi avrebbe significato solo andare in contro alla morte.
“Ottimo, grazie. Mi hai tolto un pensiero”, rispose Gyorgy sollevato perché proprio non se la sentiva di assistere quel bambino febbricitante durante le assenze della sorella”.
“Così tua figlia si è laureata”, riprese Gyorgy.
“Sì, ha appena conseguito la Laurea magistrale, completando il quinquennio di studi”, rispose l’uomo. “Sono molto orgoglioso di lei. Ha sempre desiderato studiare e poter far qualcosa per la nostra gente. Un mediatore culturale qui tra noi può essere molto utile, anche se si fermerà per poco. Sono le ultime occasioni che ho di averla qui con me poi spiccherà il volo e mi lascerà” aggiunse con malinconia. “Ho promesso a sua madre di lasciarla libera di prendere la sua strada ed è per questo che non le ho mai imposto un matrimonio tra rom”.
“È la ragazza che è arrivata al campo questa sera?”, chiese Gyorgy.
“Sì, è lei la mia bambina”, rispose ridendo tra sé e sé “La chiamo ancora così ma ha già ventiquattro anni”.
“È una donna, ormai”, replicò Gyorgy “E per giunta molto bella”.
L’uomo annuì.
“Sì e non mi sfugge l’effetto che fa agli uomini quando la vedono”.

La sera successiva, quando Vicka fu uscita, Miriam raggiunse Gyorgy nella roulotte dove era alloggiato il bambino. La ragazza riconobbe subito in lui l’uomo che l’aveva guardata con tanta sfrontatezza il giorno precedente, quando era arrivata al campo ma cercò di dissimulare la sorpresa. In cuor suo sperò che non rimanesse lì con lei tutta la sera, perché questo le avrebbe creato un certo imbarazzo. Aveva provato subito un’inspiegabile attrazione per lui ed era la prima volta che si trovava a vivere una situazione così. Aveva difficoltà ad ammetterlo con sé stessa, poi si disse che, in fin dei conti, la cosa non era così strana, visto che lui era un bell’uomo, anche se aveva fama di essere spregiudicato.
Gyorgy l’accolse con gentilezza, osservandola con discrezione per non metterla in imbarazzo, come la sera prima.
Lei indossava ancora i jeans delavé sui quali ricadeva un lungo e ampio maglione nero di lana, con un contenuto scollo a ‘v’, che accarezzava il suo splendido decolleté, esaltandolo e aderendo morbidamente solo a quelle curve perfette. Gyorgy mostrò alla ragazza l’espressione più rassicurante di cui fosse capace ma dentro di sé ridacchiò, desiderando essere al posto di quel maglioncino per riscaldarla dal freddo di quella notte piovosa. All’esterno della roulotte il prato era tutto una pozzanghera dal momento che un nubifragio si era abbattuto sulla città nelle ultime ore del pomeriggio e non dava ancora cenni di rallentare. Il suo sguardo scese ai piedi di Miriam e notò che la ragazza indossava un paio di scarpe nere dal tacco grosso e altissimo, cosa di cui non aveva assolutamente bisogno, visto che era già molto alta.
Non poté fare a meno di sorridere chiedendosi come diavolo avesse fatto ad arrivare fin lì da lui, su quei trampoli, passando tra le pozzanghere. Lei seguì la direzione del suo sguardo e lui non fece né commenti né domande, per paura che potesse indisporsi.
“Ha ancora la febbre”, osservò preoccupata Miriam mettendo una mano sulla fronte calda del bambino.
“Sì, il medico ci ha lasciato l’antibiotico”, rispose Gyorgy.
Seguì un attimo di silenzio da entrambe le parti poi il bambino pronunciò alcune parole nel sonno agitato.
“Vicka e io non riusciamo a capire che lingua parli. Tutti gli altri bambini che ci ha portato Vlastar sono ucraini, tranne lui. Assomiglia al rumeno ma non lo è”, affermò pensieroso Gyorgy rivolgendosi alla ragazza.
“È moldavo”, affermò lei.
“Sei sicura?”
“Si, è praticamente un dialetto che deriva dal rumeno ed è per questo che vi è sembrato molto simile”.
Il padre le aveva parlato di Gyorgy e dei suoi traffici illeciti con la malavita albanese, chiedendole di non fare commenti con lui, anche se non approvava quello che faceva, e di limitarsi ad assistere il bambino. Presto Gyorgy avrebbe lasciato il loro campo rom e lui avrebbe saldato un suo vecchio debito con Vlastar, dando asilo al suo protetto.
“Bene, vedo che il bambino è in buone mani”, commentò Gyorgy abbozzando un sorriso cordiale. “Io torno nella mia roulotte. Se hai bisogno di me, mi trovi poco oltre questo camper”.
Per precauzione il bambino, dopo l’incidente, era stato alloggiato nel camper di uno degli uomini di Vlastar, che aveva il compito di affiancare Gyorgy nel lavoro e di scongiurare altri tentativi di fuga da parte dei bambini.
Verso le tre di mattina Vicka fece ritorno, accompagnata dallo scagnozzo di Vlastar e bussò alla porta del camper “È andato tutto bene?”, chiese sottovoce, con apprensione, entrando.
Miriam fece cenno di sì “Non ha più la febbre e sta dormendo”.
“Ottimo. Adesso mi fermo io a riposare qui e a vegliare il bambino fino a domani mattina. Tu va pure a dormire, ora”.
La ragazza la ringraziò e prese il suo ombrello.
“Gyorgy ti aspetta qui fuori. Ti accompagna lui alla tua roulotte, non è prudente girare da sole per il campo a quest’ora di notte”.
Miriam rimase sorpresa qualche istante, poi uscì. Fuori il nubifragio aveva lasciato il posto a un debole temporale estivo. Gyorgy le sorrise e si incamminarono in silenzio. A un certo punto lei traballò sui tacchi, che al buio avevano appoggiato su dei sassi, perdendo l’equilibrio. Lui, con prontezza, la prese a braccetto per sostenerla. Miriam fu presa alla sprovvista da quel gesto così disinvolto e si irrigidì.
“Spero non ti dispiaccia”, le disse lui gentile interpretando i suoi pensieri. “È ancora buio e non vorrei che ti facessi male con quei tacchi. Tuo padre è stato così gentile a mandarti in nostro aiuto. Mi permetti di aiutarti?”
Lei accettò un po’ imbarazzata e poi ricalò il silenzio tra loro.
“Comunque saresti bellissima anche con un paio di scarpe da tennis”, affermò lui ridacchiando e facendola arrossire.
Arrivati davanti alla roulotte dell’uomo, lui la guardò dritta negli occhi.
“Ti posso offrire un caffè?”, le chiese con molta naturalezza “Sono curioso di sapere cosa ti ha detto il bambino, visto che sei l’unica che comprende la sua lingua”.
Miriam esitò un attimo poi, vedendo che il suo atteggiamento era amichevole ma gentile, accettò l’invito.
Entrarono e lui riempì la moka mettendola poi sul fuoco.
“Prepari il caffè all’italiana, ristretto”, osservò lei guardandolo.
“Sì, Vicka e io abbiamo imparato ad apprezzarlo vivendo a Milano per tanti anni e ora, anche quando siamo in giro per l’Europa, non riusciamo più a tornare al caffè lungo”.
Lei annuì e disse: “Piace molto anche a me’”. Poi seguì ancora qualche attimo di silenzio, come se tutti e due fossero a corto di argomenti. In realtà Miriam si sentiva un po’ imbarazzata lì da sola con lui.
La caffettiera cominciò a borbottare e Gyorgy la tolse dal fornello, versandone il contenuto in due tazzine che portò al tavolino dove si era seduta la ragazza, accomodandosi lì anche lui.
Visto lo spazio ristretto della roulotte e le dimensioni minuscole del tavolino, Gyorgy si trovava molto vicino alla ragazza. L’uomo la stava studiando e lei si sentì a disagio; pensò di aver fatto male ad accettare il suo invito. La vicinanza non era d’aiuto all’inspiegabile attrazione che aveva provato per lui da subito. Versò un cucchiaino di zucchero nella tazzina poi prese la zuccheriera per servire Gyorgy: “Quanti cucchiaini?”, chiese rompendo quell’imbarazzante silenzio.
“Due, per favore”, rispose lui rilassato e continuando a osservarla con interesse.
“Il bambino mi ha detto di essere il più piccolo. Mi ha detto anche che la sua famiglia è numerosa”, riprese a parlare senza guardarlo direttamente in volto e concentrandosi sui gesti che stava compiendo, come se dovesse raccogliere i residui di zucchero che erano caduti sul tavolo poco prima “e che i genitori lo hanno venduto agli albanesi perché non ce la facevano più ad andare avanti”.
Gyorgy, attento, non commentò e non distolse lo sguardo da lei, in attesa che continuasse il discorso.
“Non ero pronta a ricevere una notizia così, è stato shoccante”, disse la ragazza trovando il coraggio di guardarlo dritto negli occhi, piena di tristezza “Quel bambino ha continuato a piangere, fino a quando non ha più avuto lacrime. Era disperato perché sa di non poter sperare di ricongiungersi ai suoi genitori, dal momento che sono stati proprio loro a sbarazzarsi di lui per denaro”.
Tacque un attimo per riflettere. Non riusciva a togliersi dalla mente l’immagine di quel bambino spaventato e devastato nel profondo ma c’era ancora una cosa che voleva chiedere a Gyorgy.
“Le ferite sul suo corpo guariranno ma quelle che sono state inflitte alla sua anima no e ne soffrirà per il resto della sua esistenza”, riprese misurando le parole “Mio padre mi ha parlato di Vlastar e ho pensato che forse quell’albanese non ti ha messo al corrente delle situazioni da cui provengono questi bambini. Non puoi fare qualcosa per loro?”.
Abbassò lo sguardo imbarazzata e guardò la sua tazzina mentre faceva sciogliere lo zucchero, rimescolandolo col cucchiaino.
L’uomo la guardò con tenerezza. Prese in mano la tazzina e iniziò a sorseggiare il caffè, senza fretta, senza distogliere lo sguardo da Miriam.
“O forse sono una stupida e non ho capito che tu sai benissimo da dove provengono questi ragazzini”, replicò lei al suo sguardo.
“Tu hai il cuoricino tenero”, le rispose indulgente Gyorgy “Se tuo padre ti ha parlato di Vlastar, ti avrà anche spiegato che ha quest’ultimo debito da saldare con lui. Quando noi ce ne saremo andati, sarà finalmente libero da questi legami con la mafia albanese e Vlastar lo lascerà in pace”, continuò “Non è così per me. Io ho un debito a vita con quell’uomo e non mi affrancherò mai da lui. Ho commesso troppi errori nella mia vita e ormai non è più possibile tornare indietro”.
Gyorgy si stupì di aver confidato a quella ragazza, molto più giovane di lui, delle cose che non era mai riuscito ad ammettere neanche con sua sorella.
“Sì che puoi. Diventa collaboratore di giustizia quando torni in Italia e le autorità ti proteggeranno”.
“Faresti bene ad ascoltare i consigli di tuo padre e a tenerti alla larga da questa faccenda. Ne va della tua incolumità”, replicò lui facendosi severo di fronte all’insistenza di Miriam “Tra un paio di giorni mia sorella avrà terminato le sue serate musicali in centro e tornerà ad occuparsi dei bambini a tempo pieno. Ti consiglio di pensare solo a goderti quest’ultima estate in famiglia e poi di andare a cercarti un lavoro serio fuori di qui. Sei una ragazza intelligente, meriti qualcosa di più di una vita come la nostra”, e detto questo inclinò la testa verso di lei e inaspettatamente la baciò.
Miriam allungò un braccio per dargli uno schiaffo ma lui le afferrò il polso, fermandola.
“Sei un mascalzone”.
Lui rise, lasciando la presa della sua bellissima preda “Può darsi. Ho agito con audacia, questo te lo concedo”, le disse “Ma tu hai risposto al mio bacio con la stessa passione”.
Miriam non disse altro. Si alzò di scatto e corse fuori dalla roulotte, spaventata dalle sue stesse emozioni.
… (Continua)
“Sinfonia della Felicità”, copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese

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