MIRIAM E GYORGY – anteprima 1a parte


Anteprima “Sinfonia della Felicità – Una famiglia per noi” – 1a parte
“Sinfonia della Felicità –Una famiglia per noi”, copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese.
Che cosa ci fa una giovane mediatrice culturale con un delinquente? Come può scattare un’attrazione irresistibile tra due persone così diverse?
Dove li porterà questa relazione apparentemente impossibile?
Il seguente brano è adatto a un pubblico adulto o giovane, a partire dai 13 anni. L’argomento trattato è il traffico e lo sfruttamento di esseri umani. I protagonisti del brano sono Gyorgy Vàradi (la figura dell’antagonista) e Miriam, la giovane mediatrice culturale che si occuperà dei bambini di strada.
Miriam e Gyorgy ci faranno compagnia per qualche giorno, su questa pagina Facebook, nell’anteprima esclusiva di “Sinfonia della Felicità – Una Famiglia per noi”.
Buona lettura, se volete.
Simona
Se ti piace, puoi scaricare anche l’anteprima gratuita del primo romanzo, “Sinfonia della Felicità – La storia di Roberto e Livia”, qui:

Anteprima

Nel frattempo in Albania, al campo rom alla periferia di Tirana, Gyorgy stava discorrendo con Vlastar. Questi osservava un gruppo di cinque ragazzini che giocavano a pallone nel prato di fronte al gruppo di roulotte. Conducevano la partita schivando numerose pozzanghere d’acqua di cui era disseminata il campo.
Il sole tiepido delle prime ore della sera, in un cielo limpido, riscaldava gradevolmente quella primavera piovosa. Gyorgy aveva lasciato la giacca sportiva nella roulotte e si era arrotolato le maniche della camicia per godere appieno di quel tepore e togliersi di dosso la sensazione di umidità.
“Hai fatto un ottimo lavoro con questi ragazzi. Li ho osservati questa mattina e ormai si muovono con disinvoltura”, disse Vlastar prendendo la parola “Tra qualche settimana ti mando un nuovo gruppetto di bambini da addestrare. Ci sarà anche qualche bambina per tua sorella”.
L’uomo aveva rivolto un complimento a Gyorgy ma il suo tono di voce aveva lasciato trapelare una fredda rabbia.
“Ti ringrazio. C’è qualche musicista tra loro?”, rispose con apprensione Gyorgy. Conosceva quella lucida collera. Era la stessa di cui si serviva per incutere timore nelle persone che lavoravano per lui.
“Sì, due bambine. Suonano discretamente il violino. Vicka troverà una buona base da cui partire ma, intendiamoci, niente che si avvicini alla vostra orfanella”, rispose l’albanese facendo una piccola pausa. “A proposito, quando conti di riprenderti i tuoi adorati nipotini?”
“Presto. Aspetto solo l’occasione più favorevole per agire” rispose Gyorgy, cogliendo una nota di sarcasmo nella domanda di Vlastar.
“Capisco che organizzare il furto di una partitura come il Flauto Magico sia un’impresa complessa per un ladruncolo come te, ma è così difficile prelevare due bambini?”.
L’uomo era venuto a conoscenza del tentativo fallito di Gyorgy di riappropriarsi dei ragazzini.
Una pallonata colpì la gamba destra di Gyorgy, infangandogli un lembo dei jeans. L’uomo, ignorando il ragazzino che gli si era avvicinato per recuperarla, tirò un calcio con forza eccessiva, infastidito da quell’inopportuno imprevisto. Il pallone finì in una buca piena d’acqua, lontano dal gruppo di bambini.
“Era andato tutto bene fin quasi all’ultimo momento, Vlastar. Le cose sono andate storte solo alla fine. Mi stavo già allontanando coi bambini, poi mi sono accorto che avevamo troppi sbirri addosso ed ho dovuto lasciar perdere tutto ed abbandonarli”, si giustificò teso.
“Quel direttore d’orchestra, Roberto Neri, è più astuto di quel che sembra se è riuscito a farti seguire dalla polizia”
“È stata solo fortuna”, si difese Gyorgy.
“Non sottovalutarlo! Ti ha dato del filo da torcere. È un osso duro come la ragazzina”
“Non lo farò, Vlastar”.
“Devi mettere più pressione addosso a Livia se la vuoi riprendere. Non ha abbastanza paura di te”, commentò gelido Vlastar poi, accendendosi una sigaretta, si voltò verso i due uomini che lo accompagnavano e che stavano a una distanza di pochi passi da lui, facendo loro cenno di raggiungerlo.
“Dov’è il bambino che ha tentato di scappare oggi?”, chiese dopo aver tirato una boccata.
“Nel camper, chiuso a chiave. L’ho messo in punizione per il resto della giornata mentre i suoi compagni giocano a pallone per premio. Hanno portato tanti soldi oggi”, rispose Gyorgy.
“Hanno raggranellato poco più della somma che devono portare tutti i giorni. Non c’è proprio niente di cui premiarli”, replicò impietoso Vlastar.
Continuando a fumare l’uomo si avviò verso il camper indicato, seguito dai suoi guardaspalle.
Gyorgy, dopo averlo guardato allontanarsi, raggiunse la sorella nella roulotte per darle le ultime notizie.
“Non voglio lavorare per quell’individuo”, disse Vicka con durezza. Era davanti ai fornelli e aveva iniziato a preparare la cena.
“Tu fai solo quello che ti dico io” sibilò Gyorgy, in piedi alle sue spalle.
“Mi fa schifo e mi sento rabbrividire ogni volta che mi guarda in quel modo viscido”, replicò lei senza voltarsi.
“Tu gli piaci ed è questo il motivo per cui ti permette di pagare il nostro debito con lui addestrando accattoni da mandare a suonare in mezzo alla strada. Se non fosse così, ti avrebbe già messo in uno dei suoi bordelli”.
“Ho quarantadue anni, cercano merce fresca per queste attività”, si voltò di scatto Vicka, sentendosi avvampare per l’indignazione.
“Sì ma sono sicuro che non ti è sfuggito l’apprezzamento che ha fatto sul tuo conto l’ultima volta”, replicò Gyorgy.
Vlastar, più di una volta, aveva detto a Vicka che con la sua bellezza da donna dell’est, ereditata dalla mamma, avrebbe ancora fatto impallidire molte ragazzine che obbligava a prostituirsi per lui e, particolare non secondario, con quella sua aria angelica, avrebbe adescato fanciulle senza difficoltà. L’uomo aveva proposto al fratello di farla diventare la sua amante e di farle gestire gruppi di giovani donne da mandare a vendersi sulla strada ma Gyorgy era riuscito a evitare il peggio, con molta diplomazia, dicendo che la sorella non era donna adatta a occuparsi di simili cose.
“Abbiamo le mani legate, Vicka. Non c’è altra via d’uscita”.
Il loro diverbio fu interrotto dalle grida di un bambino che provenivano dal camper dove era entrato Vlastar. Gyorgy e Vicka uscirono dalla loro roulotte correndo in quella direzione. Quando entrarono nel caravan videro il ragazzino accasciato per terra, in lacrime, con segni di percosse sul volto e bruciature di sigaretta su un braccio.
“Ha solo otto anni”, gridò Vicka sconvolta da quanto aveva appena visto.
“Hai ancora molto da imparare su questo lavoro, Gyorgy” disse Vlastar ignorando la protesta indignata della donna “Tornerò da te fra un mese. Mi aspetto di vedere dei progressi nel tuo operato” poi uscì facendosi largo tra il gruppo degli altri ragazzini che si erano avvicinati alla roulotte, attirati dalle grida che avevano udito e se ne andò coi suoi scagnozzi.
“Vieni da me. Adesso ti medico”, disse con dolcezza Vicka “Gyorgy, chiama il dottore che conosci e fatti dire come dobbiamo curare queste bruciature. È meglio se lo convinci a venire a visitare il bambino”.
Gyorgy annuì costernato. Era amico di un medico loro complice nel curare, senza comunicare nulla alla polizia, ferite da regolamenti di conti tra bande. Uscendo insieme alla sorella, con il bambino in braccio, incontrò lo sguardo terrorizzato degli altri ragazzini che avevano capito cosa era accaduto ma non disse loro nulla, né per spiegare, né per tranquillizzarli.
“Ti ho sempre difeso nei confronti di nostro padre quando volevi continuare a studiare e ti ho aiutato in tutti i modi”, disse con disprezzo Vicka una volta che furono nel loro alloggio su quattro ruote. Aveva perso la stima nei confronti del fratello ormai da molto tempo.
Gyorgy adagiò il bambino sul divanetto, poi estrasse il cellulare dalla tasca dei jeans, cercando di ostentare indifferenza alle parole della sorella ma risultava poco credibile agli occhi di lei.
“Come hai potuto cadere così in basso e ora trascinarmi giù con te in questo inferno? Io non voglio diventare una delinquente come loro e non posso credere che tu desideri fare questo nella vita. Non ti riconosco più”.
La donna iniziò un pianto sommesso.
Gyorgy la guardò con rammarico. Aveva fatto troppe scelte sbagliate e ora aveva imboccato una strada pericolosa dalla quale non poteva tornare indietro.
Uscì dalla roulotte senza risponderle e sbattendo la porta. Aveva bisogno di respirare un po’ di aria fresca prima che arrivasse il medico. Là dentro l’atmosfera era diventata troppo pesante.
Si era allontanato solo di pochi passi, quando una figura attirò la sua attenzione. Una ragazza stava entrando nel campo, dirigendo verso la roulotte del capo clan. Si stava trascinando dietro a fatica un trolley.
Avanzava lentamente sul terreno sconnesso e a ogni passo le zeppe altissime delle sue scarpe decolleté poggiavano sui sassi di cui era disseminato il prato, facendole perdere l’equilibrio rallentando ancor di più la sua andatura aggraziata.
Non doveva avere più di ventiquattro, venticinque anni. Era alta come lui, mora e molto seducente. Gyorgy la squadrò da testa a piedi, con apprezzamento, ammirando il suo fisico longilineo e slanciato, avvolto in un paio di jeans aderenti che esaltavano le sue curve perfette. A completare quella visione deliziosa, una giacca di cotone blu stretta in vita e corta che la proteggeva dall’umidità di quella bella sera di maggio. Per un attimo i loro sguardi si incontrarono, indugiando l’uno negli occhi dell’altra, poi lei gli voltò le spalle. Infastidita dalla sfrontatezza di Gyorgy, che continuava a tenere il suo sguardo su di lei, si affrettò a entrare nella roulotte, soddisfacendo inconsapevolmente la curiosità dell’uomo sul suo lato ‘B’, scultoreo. Era arrivata a casa direttamente da Milano e la prima cosa che si ripromise di fare fu di cambiare l’abbigliamento e sostituirlo con qualcosa di più sobrio, anche se da gagia. Voleva rispettare la cultura della sua gente e non offendere nessuno, dando l’impressione di voler piacere con quell’abbigliamento che la rendeva particolarmente desiderabile.
“Bella ragazza, vero?”, commentò uno degli uomini che stavano rincasando nelle proprie abitazioni al campo e che, come Gyorgy, non era rimasto indifferente al fascino della ragazza.
“Sì ma un po’ altera. È cosciente della propria avvenenza e si da un tono tenendo le distanze”, rispose lui che in fatto di donne la sapeva lunga. “Ma ci sono tante altre belle more dai capelli lunghi là fuori”, continuò per far intendere che l’aveva apprezzata con lo sguardo, come avrebbe fatto con tante altre belle donne.
“Dai, non fingere che non ti abbia colpito”, rise il Rom divertito “Miriam fa girare la testa a tutti gli uomini del campo ma è una di noi e conosce i valori della comunità rom”
“Perché? Chi è?”
“È la figlia del capo di questa cumpania”
Gyorgy non nascose lo stupore “Non ha lineamenti tutti rom. Mi sembra più un tipo mediterraneo”
Il Rom sorrise.
“Suo padre discende da un’antica famìlje Rom Kabuȝi di Tirana. Sua madre era una stupenda Rom Calé Andalusa spagnola. Era anche lei la figlia di un capo”
“Era?” chiese Gyorgy.
“Sì, era. È morta di tumore quattro anni fa. La donna che sta ora col padre di Miriam è la seconda moglie”.
In quel momento arrivò una macchina dalla quale scese il medico che Gyorgy aveva chiamato.
… (continua)
“Sinfonia della Felicità – Una famiglia per noi”, copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese.

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