LE QUERCE GEMELLE – puntate da 1 a 15


LE QUERCE GEMELLE – puntate 1-15
Il racconto prosegue sulla mia pagina Facebook e sul mio blog, con cadenza settimanale, tutti i martedì.
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Buona lettura
Simona
Simona Maria Corvese
LE QUERCE GEMELLE
Un misterioso messaggio custodito nell’incavo di una quercia, il racket della malavita e un enigma da risolvere, che solo lo sguardo innocente di un bambino in affido ai servizi sociali potrà contribuire a risolvere. Queste sono le cose che legano indissolubilmente il destino dei due protagonisti.
“Le querce gemelle” è la storia di Rebecca, una studentessa universitaria prossima alla laurea, cui la vita ha riservato un brutto colpo e di Mattia, un giovane uditore giudiziario dal passato difficile.
Le querce gemelle sono loro perché in comune hanno una forza quieta che li aiuta ad affrontare le difficoltà che la vita presenterà loro, senza mai gettare la spugna. Il loro è un amore immediatamente riconosciuto ma a lungo trattenuto, soprattutto dalle direzioni molto differenti che prendono le loro vite. Non sempre però le scelte giuste in un determinato momento della vita si rivelano tali nel lungo termine. Non sempre strade che portano in direzioni diametralmente opposte sono destinate a non incontrarsi.
Rebecca e Mattia hanno la forza tranquilla delle querce e l’entusiasmo della gioventù ma riusciranno a superare le difficili prove che riserverà loro la vita?
Questo racconto, adatto a un pubblico adulto e young adult, è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.
Foto di Simona Maria Corvese, le querce gemelle dei giardini della Villa Reale di Monza. Copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese.
“Le querce gemelle”, Copyright ©2017-2018 Simona Maria Corvese.

LE QUERCE GEMELLE –puntate da 1 a 15.

Milano, maggio 1997

Rebecca si alzò dal tavolo nella sala a Crociera dell’Università Statale di Milano, raccolse i suoi libri, il codice di Procedura Penale e li ripose nello zaino. Fuori era una giornata calda dal sapore estivo ma lì dentro, tra quelle spesse mura di mattoni rossicci, il caldo non arrivava. Le era sempre piaciuta quella sala di lettura dalle alte volte e il soffitto con imponenti travi di legno. Ammirava l’eleganza che le conferivano le sue linee essenziali. Ogni volta che vi entrava aveva l’impressione di essere trasportata indietro nel tempo, nel medioevo. Si tolse l’elastico che portava al polso e, con pochi gesti veloci, raccolse la sua chioma corvina in una folta coda di cavallo. Chiuse la cerniera dello zaino e fece per salutare la sua amica Arianna ma questa le posò la mano sul braccio, per fermarla.
“Non essere così scoraggiata, Becky. Stai solo attraversando un brutto momento ma sei preparata”, la incoraggiò la ragazza, ancora seduta al banco semi deserto, posto tra due file di scaffalature, colme di tomi giuridici. Era quasi mezzogiorno e molti studenti erano già usciti dalla Biblioteca di studi giuridici e umanistici che risiedeva proprio lì, in sala Crociera.
Rebecca, in piedi accanto a lei, le rivolse un sorriso mesto. “Passerà anche questo… ma è ancora tutto così recente…”, le sussurrò. Non voleva disturbare i pochi studenti che occupavano il loro stesso tavolo.
“Coraggio, Becky. Ti mancano solo due esami al traguardo, poi potrai discutere la tesi”.
Rebecca annuì e, con la mano, le fece un cenno di saluto.
“Aspettami, vado a casa anch’io”, disse Arianna chiudendo il suo libro e alzandosi. Buttò manuale e astuccio nello zaino, alla rinfusa e in pochi istanti fu pronta. Uscite dalla sala camminarono sotto il portico, godendo della sua ombra. Una brezza calda soffiava dal prato del cortile, immerso nella luce del sole.
“Lo so io di cosa hai bisogno, Becky.”, affermò come folgorata da un’intuizione brillante. “Ti devi far interrogare da mio cugino Mattia, così ti persuaderai una volta per tutte di quanto sei preparata!”.
Rebecca si fermò e la guardò perplessa. “Farmi interrogare? Non mi sono mai fatta interrogare prima di un esame… e poi chi è Mattia? Non lo conosco…”.
“Sei distratta oggi, mia cara. Ti ho appena detto che è mio cugino. Ha superato il concorso di Uditore Giudiziario e ora sta facendo il tirocinio al Tribunale di Milano”, le spiegò Arianna.
“Oh… capisco…”, esclamò Rebecca ancora indecisa. Stava ancora riflettendo su quella proposta. Non aveva mai fatto un’esperienza simile, prima di un esame e questa possibilità la incuriosiva.
Arianna guardò l’orologio al suo polso. “Accidenti è tardissimo. Devo correre a casa perché ho promesso a mia madre che oggi curerò il bambino di una sua amica. Non si vedono da una vita e oggi si dedicheranno allo shopping estivo, per rinnovare il guardaroba…”, disse come ragionando tra sé e sé, con una punta d’ansia. “Allora, cosa fai? Accetti la mia proposta?”, le chiese a bruciapelo, senza darle la possibilità di tergiversare. La sua amica Arianna era così: espansiva, generosa ma molto decisa.
“Sì, accetto e ti ringrazio per l’aiuto che mi offri”, rispose Rebecca.
“Brava, così si fa!”, esclamò l’amica, gettandole le braccia al collo con spontanea esuberanza. “Stammi bene mia cara. Ci vediamo qui domani, stessa spiaggia, stesso mare?” , le chiese dopo essersi staccata da lei.
Rebecca annuì sorridendo: “Stessa spiaggia, stesso mare! Ciao Arianna”.
Uscirono dal portone centrale dell’università e lì si separarono. Arianna diresse verso la fermata della metropolitana in Duomo. Rebecca si avvicinò alle rastrelliere delle biciclette sul bordo del marciapiede. Aprì il lucchetto che chiudeva la catena con la quale aveva legato la sua bici e montò in sella. In pochi istanti il senso di piacevole fresco che portava dalla biblioteca svanì. Quando era uscita di lì aveva le braccia fredde e aveva persino apprezzato l’aria tiepida del cortile. Percorse il lungo marciapiede sul quale l’edificio dell’università gettava la sua ombra poi, imboccando il Vicolo Santa Caterina, scese dalla bici e la portò a mano. Voleva evitare di investire qualche passante percorrendo quella strada che girava a gomito, oppure di cadere dalla bicicletta, visto il selciato sconnesso, fatto di antichissime pietre rettangolari, rese lise dal frequente passaggio dei pedoni nei secoli. Percorreva tutti i giorni quel tratto di Milano costeggiato da un edificio in mattoni rossi alto e stretto, che le ricordava una casa-torre. Quei pochi metri le davano l’impressione di tornare indietro nel tempo. Uscita dal vicolo oltrepassò il Mausoleo Trivulziano e si gettò nel traffico di Corso di Porta Romana. Un sole cocente la investì e sarebbe stato così fino a casa.
Arrivata in Largo Crocetta imboccò Corso di Porta Vigentina e, dopo un centinaio di metri, arrivò a casa. Appoggiò la bici a un palo davanti al vecchio portone in legno con i battenti in ottone. Prima di estrarre le chiavi dalla borsetta lanciò un’occhiata al banco di frutta e verdura del negozio di ortolano adiacente al portone. Vide un cesto d’invitanti ciliegie e, notando che erano in offerta, decise di entrare ad acquistarle. Scambiò qualche parola con il commerciante poi, uscendo, fu attratta dall’invitante profumino di cibo che proveniva dalla trattoria all’altro lato del portone. Per un istante si lasciò tentare dall’idea di entrare a pranzare lì: era mezzogiorno passato e avrebbe trovato manicaretti già belli e pronti… ma prevalse il buonsenso. Non poteva permetterselo. Era sola e poteva contare solo sulle sue forze: doveva stare molto attenta a come spendeva il suo stipendio. Voltò lo sguardo verso la serratura della porticina ricavata nel portone, l’aprì con la chiave poi la spalancò e tornò indietro a prendere la bicicletta. Appoggiò le ciliegie nel cestello davanti al manubrio e la portò a mano nel cortile. Stette attenta a evitare le buche nell’asfalto del cortile che necessitava di essere rifatto ormai da tempo. Quando pioveva si riempivano d’acqua e bisognava fare lo slalom per evitarle ma non erano quelle le priorità per la ristrutturazione dello stabile. Rebecca appoggiò la bici al muro, riprese il suo cestello di ciliegie e alzando lo sguardo verso l’alto, raggiunse proprio il centro del cortile quadrato. Ruotando su se stessa osservò tutti e 4 i lati: una profusione di edere cadenti, glicini in piena fioritura e gelsomini dal profumo inebriante, che pendevano da tutti e 2 i piani delle balconate di quella vecchia casa di ringhiera, le rasserenò l’animo. L’esposizione di panni multicolori distesi ad asciugare metteva allegria, con quel senso di simpatica confusione che trasmettevano. Istintivamente lanciò un’occhiata verso le persiane verdi del suo appartamento. Per un istante aveva assurdamente sperato di trovare sua madre affacciata alla ringhiera. Lo faceva spesso, fingeva di distendere i panni ma era una scusa per aspettarla e vederla arrivare a casa. Rebecca s’incupì al pensiero che non avrebbe mai più potuto rivedere i suoi genitori, se non nei sogni o nei ricordi. No, loro non si sarebbero più affacciati a quella ringhiera, perché erano morti tre mesi prima in un incidente stradale. Interrompendo quei pensieri cupi si voltò e si diresse verso la scala che portava al primo piano. Prima di entrare rivolse lo sguardo all’altarino con il quadro della madonna, appeso al muro color paglierino sporco, accanto al pianerottolo. Recitò una preghiera silenziosa per i suoi genitori poi si affrettò sù per le scale. Doveva sbrigarsi a mangiare perché nel pomeriggio l’attendeva il suo lavoro. Ayumi, un bambino giapponese di 4 anni, era il suo lavoro: lui era il raggio di sole che non le aveva permesso di lasciarsi andare allo sconforto dopo la perdita dei suoi genitori. Sua madre era una cantante lirica, assunta per un anno nel coro della Scala di Milano. Era innamorata dell’Italia, di Milano e delle sue case di ringhiera. Quando aveva visto questa, nonostante avesse un aspetto malconcio, non aveva esitato a prendere in affitto l’appartamento. Spesso deliziava gli abitanti del palazzo con i suoi gorgheggi mattutini, mentre si preparava per le prove in teatro del pomeriggio. Per Rebecca Ayumi era stato una manna dal cielo. Lei era la sua babysitter e, grazie a quel lavoro, poteva continuare a pagare l’affitto molto basso dell’appartamento in cui viveva da anni con i suoi genitori. Non avrebbe trovato altri canoni di affitto così bassi a Milano. Per quel prezzo si sarebbe dovuta accontentare di affittare una stanza in un appartamento, condividendolo con altri chiassosi e sconosciuti studenti universitari.
Rebecca era stata più volte tentata d’interrompere gli studi, nonostante le mancassero solo due esami alla laurea. In quel momento aveva paura di non farcela a cavarsela da sola. Trovare un lavoro in un ufficio era diventato il suo pensiero fisso. Solo la sua amica Arianna era riuscita a tranquillizzarla e a convincerla a terminare gli studi. Arianna apparteneva a una famiglia dell’alta borghesia milanese e le aveva promesso che quando Ayumi e la sua famiglia fossero tornati in Giappone, lei le avrebbe trovato qualche altro bambino da curare, tra le numerose amiche benestanti di sua madre.
Aprendo la porta di casa emise un profondo sospiro, pronta ad affrontare i dolorosi ricordi che gli affetti personali dei suoi cari, disseminati nell’appartamento, le avrebbero rievocato. Non era ancora pronta a lasciarli andare ma per fortuna, per quel giorno, non avrebbe avuto il tempo d’intristirsi.

Il giorno seguente in università Arianna la informò che aveva parlato con suo cugino Mattia, il quale si era reso disponibile a interrogarla per l’esame di procedura penale. Si sarebbero incontrati per qualche sabato, a casa sua, in Corso di Porta Ticinese, dato che la sala Crociera in Statale era sempre troppo affollata. Avrebbero iniziato quel sabato e ci sarebbe stata anche Arianna per presentarli.

Rebecca scese dalla sua bicicletta e alzò lo sguardo verso la facciata del palazzo Rococò dove abitava Arianna. Non era mai stata a casa sua perché si erano sempre fermate a studiare in università. In quel momento provava una certa apprensione, mista a curiosità: non conosceva nessuno altro che abitasse in un palazzo antico e quella dimora le incuteva un po’ di soggezione. Con una mano si asciugò la fronte imperlata di sudore e si sistemò dietro l’orecchio una ciocca di capelli sfuggiti alla coda di cavallo. Era solo maggio ma affrontare un tragitto così lungo in bicicletta, in una giornata che sembrava già estiva, cominciava a essere impegnativo. Si avvicinò alla vetrina dagli infissi color lavanda della boutique accanto al portale d’ingresso al palazzo e si diede una rapida occhiata, per accertarsi essere in ordine. Il riflesso del vetro le rimandò l’immagine di una ragazza snella, in jeans e camicia a righe sottili azzurre, con le maniche arrotolate e uno zainetto in spalla… una ragazza dall’aspetto molto accaldato. Rebecca controllò l’orologio che aveva al polso e, visto che era in anticipo rispetto all’orario convenuto, pensò che forse era meglio attendere qualche istante prima di entrare. Lasciò che i rivoli d’aria che giungevano dalla strada, l’aiutassero a rinfrescarsi e, allontanandosi dalla vetrina, alzò lo sguardo verso il palazzo. Sulla facciata di un colore tra il giallo carico e l’albicocca, che Rebecca non riusciva a definire con esattezza, batteva un sole già caldo, nonostante fosse prima mattina. L’edificio, sul quale spiccavano persiane grigie chiare che conferivano a tutto l’insieme un aspetto semplice, tradiva le sue origini popolari. Rebecca fu attratta dai complessi decori dei balconcini, che le ricordavano intrecci di rami e foglie. Abbassò lo sguardo e, sotto il balconcino principale, vide un’insolita conchiglia in stucco, proprio nel punto più alto del decoro vegetale che ornava il portale. Si chiese quale significato potesse avere, dal momento che Milano non era una città marittima. Si avvicinò poi al citofono e chiamò Arianna che le aprì il portone. Rebecca spinse il portale ed entrò, portando a mano la sua bicicletta. Si trovò in un cortile interno, comune a molte abitazioni milanesi, con pavimentazione in rizzata lombarda e un porticato ad archi. La deliziosa ombra di quell’ambiente le diede un’immediata sensazione di refrigerio. Lo stridio delle rondini che avevano nidificato appena sotto i tetti e che facevano la spola da e verso i loro nidi, le trasmise una sensazione di pace, che la tranquillizzò. Si avvicinò a una colonna del porticato e vi appoggiò la bicicletta poi, non vedendo comparire nessuno, diresse verso il centro del cortile, per individuare un punto di accesso agli appartamenti. Volse timidamente lo sguardo verso una loggia al primo piano: le persiane, grigio chiaro come quelle che davano sulla facciata esterna, erano tutte aperte. Probabilmente quello doveva essere l’appartamento principale. Al piano superiore correva una balconata ornata con fitta vegetazione di edera ma anche di piccole piante: probabilmente lì c’era una terrazza.
“Benvenuta, Becky! Sei puntualissima, come sempre”, esclamò Arianna alle sue spalle.
Rebecca si voltò di scatto, rassicurata dalla presenza dell’amica. Accano a lei un ragazzo altissimo e snello la stava osservando, sorridendo. Rebecca lo guardò, rivolgendogli un sorriso timido e incerto.
Arianna ruppe quegl’istanti d’imbarazzo, presentandoli prontamente.
“Molto lieto”, le disse Mattia, con un tono di voce caldo e molto fine ma non affettato. A Rebecca piacque subito il suo timbro di voce: c’era in esso una forza quieta che inspiegabilmente le trasmetteva sicurezza.
“Vogliamo salire?”, propose Arianna mentre li guidava su per le scale. Mattia chiudeva la fila.
“Avete due possibilità: studiare nell’appartamento al primo piano oppure, vista la bella giornata, salire in terrazza. A voi la scelta!”.
Rebecca rimase incerta perché non era mai stata a casa dell’amica e non si pronunciò.
Arianna le fece visitare l’appartamento, poi suggerì a lei e Mattia di salire in terrazza. “In realtà è più che altro un giardino pensile… non ce ne sono molti altri così a Milano. Vedrai che ti piacerà, Becky”, suggerì Arianna rivolgendosi all’amica. “Di qualunque cosa avrete bisogno, potrete rivolgervi ai domestici”.
Rebecca si stava ancora guardando intorno nell’appartamento, ammirando il mobilio di gusto classico con cui era stato arredato ma non le sfuggì il particolare dell’espressione usata da Arianna. “Avremo bisogno? Tu non studierai con noi?”, chiese all’amica.
“Purtroppo no, mia cara. Ho promesso a mia madre di accompagnarla dalla sarta per provare alcuni vestiti estivi che le sta confezionando. Si fida solo del mio parere… il dovere mi attende”, rispose Arianna, strizzandole l’occhio. “Ti lascio in ottime mani, vedrai. Mattia è un ragazzo d’oro!”. Detto questo le stampò un bacetto sulla guancia, salutò anche suo cugino e uscì di casa. “Ci vediamo lunedì in università, Becky. Buon week end!”.
Rimasti soli, Rebecca e Mattia si guardarono in volto rimanendo in silenzio per qualche secondo. Mattia, notando incertezza nell’espressione di Rebecca, prese in mano la situazione. “Ho visto che ci hanno preparato una postazione di studio molto particolare nel giardino in terrazza. Non sei curiosa di vederla?”, le chiese con un sorriso aperto che ispirò immediatamente fiducia in Rebecca.
Lei ricambiò timidamente il sorriso e lo seguì sù per le scale, fino al terrazzo. Uscita all’aperto si schermò istintivamente gli occhi dalla forte luce del sole, con un braccio. Quando Mattia, che la precedeva, si fermò mettendosi al suo fianco e indicandole il giardino con la mano, Rebecca non credette ai suoi occhi. Tutta la superficie era rivestita da assi di legno interrotte da ampie vasche di terra coltivate con fiori, piante e, in alcune zone, verdura.
“Oh… ma non è solo un giardino… è anche un orto!”, esclamò esterrefatta Rebecca.
Mattia le sorrise divertito: “Non ti aspettavi un giardino così, vero?”.
Rebecca annuì, guardandosi intorno incredula “… ci sono anche i girasoli, la lattuga e i pomodori… è surreale…”, poi proruppe in una risata argentina che contagiò anche Mattia. “Non ho mai visto nulla di simile in piena città”, esclamò Rebecca, osservando le case della vecchia Milano, con le loro imposte in legno scuro, che si affacciavano su quell’incredibile giardino-orto in terrazza.
Mattia annuì e le spiegò che era una passione della mamma di Arianna, appassionata di giardinaggio.
“Dov’è la nostra postazione di studio?”, chiese Becky.
“Oh, sì, tranquilla… non ti faccio studiare sotto il sole tutta la mattina! Vieni con me.”, le rispose lui, facendole cenno di seguirlo.
Oltre un’alta siepe di bosso era stato aperto un ampio ombrellone che gettava una lunga ombra sul tavolino in legno e sulle sedie. Tutte intorno alla zona di studio correvano piante di pomodori e aiuole d’insalata. Poco più in là tre comignoli spuntavano tra le assi di legno.
Rebecca notò che Mattia aveva già appoggiato sul tavolino un codice di procedura penale e alcuni fogli con schemi a mappe del processo per direttissima. Una borsa 24 ore giaceva accanto a una delle due sedie.
Mattia le spostò una sedia e la fece accomodare. Sedettero tutti e due al tavolino. Rebecca, mentre apriva lo zainetto che si era tolta dalle spalle, indugiò qualche istante a osservare il volto di Mattia.
“Hai l’aria di una che sta per dire qualcosa…”, osservò lui con gentilezza. Aveva notato lo sguardo della ragazza ma non aveva compreso perché lo stesse osservando così incuriosita.
Rebecca arrossì. “Oh, no… scusami. Non volevo essere indiscreta… solo che… non assomigli proprio a nessuno della famiglia di Arianna, tantomeno a lei…”.
Mattia sorrise e annuì. “Sono tutti rossi e bassini in famiglia loro, mentre io sono moro e alto, vero?”.
Rebecca annuì mentre appoggiava il suo codice di procedura penale esplicato sul tavolino.
“In effetti non siamo proprio parenti…”, continuò lui.
Rebecca era sempre più curiosa. Sapeva solo che la madre di Arianna era sorella del padre di Mattia.
“Mia madre faceva la domestica in casa Fontana. Era una ragazza madre e non ho mai conosciuto il mio vero padre. Quando lei venne a mancare avevo 10 anni e fui adottato dai Fontana… ma non sono mai stato considerato uno di famiglia”, le spiegò lui. Sedeva di fronte a Rebecca e la osservava, tranquillo, con uno sguardo aperto. Non c’era alcun segno di rancore nel suo sguardo.
“Almeno hai avuto l’opportunità di studiare e crescere in case signorili”, osservò lei.
Mattia scosse la testa. “Non ho mai vissuto nelle loro abitazioni signorili. Le mie case sono state collegi di lusso per ragazzi di famiglie borghesi e il pensionato studentesco durante gli anni dell’università”, precisò Mattia.
“So cosa significhi trovarsi senza affetti… io almeno, prima di rimanere sola, ho avuto l’amore dei miei genitori per lungo tempo…”, replicò Rebecca dispiaciuta per quanto le aveva confidato Mattia. Aveva aperto il su piccolo astuccio dal quale aveva estratto una matita con cui aveva preso a giocherellare nervosamente.
Mattia le spiegò che sapeva tutto della sua situazione. Arianna le aveva raccontato della morte accidentale dei suoi genitori, un anno prima.
“Almeno tu non hai le incertezze economiche che sto vivendo io…”, osservò Rebecca tra sé e sé.
Mattia annuì e cercò di rassicurarla e alleviare le sue preoccupazioni. “Dai, coraggio, non pensarci troppo… Non voglio sembrarti uno che prende con leggerezza le cose… comprendo le tue preoccupazioni e sono più che giustificate”, le disse “… ma stai tranquilla: se dovessi perdere il tuo lavoro da babysitter, riusciremo a trovarti un altro bambino da curare… e poi, magari, non avrai più bisogno: ormai ti manca poco a laurearti!”, cercò d’incoraggiarla.
Rebecca abbozzò un sorriso.
Iniziarono la lezione e Mattia la interrogò su una parte del programma previsto per l’esame di procedura penale. Notò subito che la ragazza era ben preparata. Questo rafforzò la sua convinzione che non c’era un problema di studio dietro quell’atteggiamento rinunciatario di Rebecca: molto probabilmente la recente perdita dei genitori aveva inciso pesantemente sulla fiducia nel futuro della ragazza. Mattia immaginò quanto si sentisse spaventata in quel momento della sua vita, senza alcun parente al mondo cui far affidamento. Rebecca, a soli 23 anni, poteva e doveva contare unicamente su se stessa. Alla fine della lezione Mattia le esternò le sue opinioni. Le disse che la sua preparazione era già buona e, alla fine di quel ciclo di lezioni, sarebbe stata ottima. Con molta sincerità le confidò che comprendeva il suo stato d’animo passeggero ma si disse convinto che sarebbe riuscita a superarlo. Chiusero la loro sessione di studio e Mattia assegnò a Rebecca la parte di programma da ripassare per l’incontro successivo.
Sulla soglia della casa di Arianna si diedero appuntamento alla lezione successiva.
Mattia rimase fermo per qualche secondo, in piedi accanto al portale in legno, osservando pensieroso Rebecca che montava sulla bicicletta e si allontanava.
La ragazza si avviò con lo zaino in spalla ma, sentendosi osservata, si fermò dopo poche pedalate. Si voltò, gli rivolse un dolcissimo sorriso e lo ringraziò ancora prima di ripartire. Era rimasta molto colpita dal modo di fare di Mattia, così rassicurante, equilibrato e molto maturo rispetto alla media dei ventisettenni che conosceva.

Il sabato seguente Rebecca e Mattia si trovarono ancora a casa di Arianna e la lezione procedette tranquillamente, senza difficoltà. Rebecca, con le poche indicazioni che le aveva dato Mattia e gli schemi a mappe dei processi, era migliorata sensibilmente. Anche la sua esposizione era diventata molto più precisa. Al termine della lezione uscirono insieme dalla casa di Arianna e fecero un tratto di strada insieme. Il sole di mezzogiorno era caldissimo e l’ombra sul marciapiede su cui stavano camminando si faceva sempre più corta.
“Ti conviene stare all’ombra: stai diventando già rosso…”, gli consigliò Rebecca. Mattia indossava un paio di jeans e una camicia azzurra con le maniche arrotolate. Era un moro con i capelli folti e mossi e la carnagione chiara: erano bastati pochi minuti di esposizione al sole ad arrossare il suo volto.
Lui annuì e la ringraziò. A quell’ora di sabato molti milanesi stavano facendo ritorno a casa con le borse cariche di frutta e verdura acquistata nei mercati rionali. Rebecca e Mattia spiccavano in quell’allegro andirivieni dei passanti perché al posto delle sporte della spesa, avevano rispettivamente uno zaino e una borsa 24 ore.
“Già fatta la spesa al mercato?”, le domandò lui mentre procedevano per strada.
“Sì”, annuì Rebecca “questa mattina presto prima di venire qui a lezione”.
“Sei bravissima e molto organizzata. Io non ne ho avuto ancora il tempo… andrò al supermercato oggi pomeriggio”, replicò lui.
“Oh no… non in questa stagione! È il periodo più bello dell’anno e la frutta e la verdura migliore la trovi ai banchi del mercato”, osservò lei.
“Effettivamente hai ragione. Ho un appuntamento alle 14 in zona Porta Venezia ma so che qui nelle vicinanze c’è un mercato rionale. Mi aiuteresti a scegliere? Potrei farcela a fare buoni acquisti prima di pranzo”, le propose lui.
Rebecca rimase sorpresa dalla proposta ma accettò di aiutarlo. Pochi isolati dalla casa di Arianna c’era un mercatino con generi di gastronomia, frutta e verdura. Rebecca guidò Mattia negli acquisti poi, dando uno sguardo all’orologio, si resero entrambe conto di aver fatto un po’ tardi. A casa non li attendeva nessuno per il pranzo, così si avvicinarono al banco di un commerciante di gastronomia e si fecero preparare un panino farcito con alcune fette di gustoso arrosto.
“Alloggi ancora nel pensionato universitario?”, chiese Rebecca mentre camminavano tranquillamente per le vie del mercato. A quell’ora non c’era quasi più nessuno: la maggior parte dei clienti era già tornata a casa e molti commercianti avevano cominciato a sbaraccare i loro banchi. Lei teneva con una mano la bicicletta e con l’altra il panino. Lui reggeva una borsa carica di frutta e verdura nella stessa mano in cui teneva la 24 ore. Le fece cenno di no con il capo, mentre divorava il suo panino. “Non più, ora vivo in affitto in un appartamento che condivido con altri neolaureati… ma sto cercando una casa tutta per me”, le rispose.
“Capisco”, replicò lei poi, non sapendo cos’altro dire in quel momento, rimase in silenzio.
“Grazie per i tuoi consigli: ho fatto ottimi acquisti. La frutta è molto più bella di quella del supermercato e qui costa molto meno”, la ringraziò lui, rompendo quel silenzio carico d’imbarazzo.
“In realtà se fai acquisti alla mattina molto presto, appena mettono giù i banchi, oppure poco prima della chiusura del mercato, ti accorgi che i prezzi sono più bassi. Se hai la pazienza di aspettare la chiusura, ti regalano anche qualche frutto in più, come hanno fatto con te oggi”, spiegò Rebecca osservando il sacchetto di meravigliose albicocche che aveva acquistato Mattia.
“Seguirò i tuoi consigli d’ora in poi, Rebecca”, la ringraziò lui poi guardò l’orologio.
“Sei in ritardo?”, chiese lei alzando gli occhi per incontrare quelli di Mattia.
“No, ma faccio giusto in tempo a lasciare le borse a casa e poi correre a prendere il metrò. Ho appuntamento con la mia ragazza per vedere un appartamento in zona Porta Venezia. Ne abbiamo già visti altri, ma nessuno che ci abbia convinti ad acquistarlo”, le rispose lui osservando con cautela la reazione di Rebecca.
Per una frazione di secondo gli parve di veder comparire un velo di tristezza sul suo volto.
“Oh… allora ti auguro che questa volta le cose vadano meglio… è una zona molto bella Porta Venezia…”, rispose imbarazzata.
Mattia annuì senza parlare e senza distogliere lo sguardo dal suo volto.
«Mi rincresce…», pensò lui guardandola negli occhi con rammarico ma al tempo stesso con un’intensità tale che la fece arrossire.
Lei sostenne il suo sguardo per qualche secondo come se fosse riuscita a leggergli nel pensiero. «Non è colpa di nessuno…» pensò un po’ demoralizzata. Era incredula e aveva la netta sensazione che lui avesse capito cosa stava pensando in quel momento. Distolse lo sguardo.
Proseguirono in silenzio ancora per qualche metro, finendo di consumare i loro panini.
Nel salutarla Mattia le strinse la mano, trattenendo per qualche istante le dita di Rebecca tra le sue. Lei se ne rese conto e alzò ancora lo sguardo verso di lui con un’espressione dispiaciuta. Avrebbe voluto dire qualcosa ma cosa? Si sentiva sciocca per quello che stava provando in quel momento: lei e Mattia erano due perfetti estranei…
Si salutarono augurandosi un buon fine settimana.
Mattia fece qualche passo poi si fermò e si voltò a seguire la figura di Rebecca che si allontanava per la strada, con il suo zainetto sulle spalle. Portava la bicicletta a mano e camminava con calma, a testa bassa ma questa volta non si voltò.

Nelle settimane successive Mattia e Rebecca si trovarono a casa di Arianna, puntualmente tutti i sabati mattina per le loro lezioni di diritto. Al termine delle loro sessioni di studio Mattia aveva preso l’abitudine di chiedere a Rebecca di accompagnarlo al mercato rionale con la scusa di aiutarlo a scegliere la frutta migliore.
Quel sabato Rebecca non aveva la bicicletta, aveva preso i mezzi pubblici, così Mattia si era offerto di accompagnarla per un tratto di strada.
“Hai trovato la casa che cercavi?”, gli chiese timidamente mentre camminavano sotto il sole di quella giornata ormai estiva.
“Sì”, le sorrise lui affabile “È vicino a Porta Venezia, come volevamo”.
“Immagino che vi sposerete presto, allora”, azzardò lei.
“No, per il momento sarà solo una convivenza… nella mia prima casa a Milano”, le spiegò lui, senza misteri “Terminerò il periodo di uditorato a dicembre, poi ho chiesto di essere mandato a Catania alla Direzione Anti Mafia”.
“Oh, è quello il percorso che vuoi intraprendere, allora…”, rispose lei un po’ impacciata, meditando tra sé e sé le parole di Mattia.
Una folata di vento caldo le scompigliò i capelli sciolti. Faceva molto caldo a quell’ora così, con disinvoltura, Rebecca prese un elastico dalla tasca dei jeans e raccolse i capelli in una pratica coda di cavallo.
Mattia la guardò con tenerezza. Con i capelli raccolti Rebecca aveva un’espressione da ragazzina e il suo fisico minuto rafforzava quella percezione. Non era alta, gli arrivava a mala pena sotto il mento e, per parlarle, lui era istintivamente portato a chinarsi verso di lei.
“Voglio provarci per un po’, per chiarirmi le idee. In realtà mi interesserebbe di più una carriera nel Tribunale dei Minori, ma al momento non ci sono possibilità”, le disse lui, guardandola con dolcezza, leggermente piegato verso di lei mentre continuavano a camminare “Non mi piace starmene con le mani in mano e ho accettato subito quest’opportunità”.
“Hai fatto bene ma non rinunciare al percorso nel Tribunale dei Minori, se è questo che t’interessa realmente”.
Lui annuì poi continuarono a camminare in silenzio fino alla fermata dell’autobus, alle Colonne di San Lorenzo. Si andarono a riparare da quel sole cocente, sedendosi alla panchina sotto la tettoia della pensilina.
“Partirete a gennaio, allora?”, chiese lei riprendendo la conversazione. Si girò verso di lui e alzò gli occhi verso il suo volto. Lo guardò di sfuggita poi distolse lo sguardo, volgendolo verso la strada, come per controllare se stesse arrivando l’autobus. Sentiva che lui continuava a osservarla con tranquillità ma le era impossibile sostenere il suo sguardo. Era molto timida, aveva paura che lui potesse vedere quello che provava… ma temeva anche di leggere quello che vedeva nei suoi occhi.
“Partirò a gennaio”, le rispose pacato lui “Starò via per un anno e la mia ragazza non mi seguirà. Ha una carriera ben avviata nello studio di un avvocato specializzato in diritto del lavoro. Lavorano con molte multinazionali ed è uno dei migliori studi del settore a Milano. Sarebbe egoistico da parte mia chiederle di rinunciare alla sua carriera per seguirmi”, le spiegò distogliendo anche lui lo sguardo per volgerlo alla strada. Scorse l’autobus in lontananza. “Questo è il motivo per cui non vogliamo ancora sposarci. Vogliamo essere sicuri dei nostri sentimenti e vogliamo che i nostri lavori prendano prima una direzione più precisa. Tornerò a Milano e avremo modo di capirlo con la convivenza”.
Rebecca annuì e si alzò prendendo il suo zainetto per rimetterselo sulle spalle.
L’autobus si stava avvicinando alla loro fermata. Quando si fermò, lasciarono scendere i passeggeri poi vi salirono. Obliterarono i loro biglietti poi, facendo scorrere lo sguardo lungo le due carrozze del mezzo, si resero conto che non c’erano posti a sedere. Si avvicinarono a un palo della prima carrozza tenendosi ben saldi ad esso. L’autista aveva ripreso il suo percorso nel traffico cittadino, con frequenti scossoni.
“Tra una settimana come oggi avrai già sostenuto i tuoi esami…”, osservò Mattia rompendo il silenzio. Si era attaccato al maniglione sospeso alla sbarra di acciaio che correva orizzontalmente unendo i vari pali dell’autobus. Rebecca, data la sua statura media, sarebbe stata scomoda in quella posizione.
“… proprio così… l’idea di sostenere due esami in una settimana mi crea un po’ d’ansia”, replicò lei.
Il rumore del traffico in strada, i clacson delle macchine e lo sferragliare dell’autobus rendevano difficile udire le parole, nonostante Mattia e Rebecca stessero in piedi uno di fronte all’altra.
Mattia si avvicinò istintivamente a Rebecca per sentire meglio quello che stava dicendo poi annuì. “È comprensibile, sono due esami importanti e, soprattutto, sono i tuoi ultimi esami… ma non hai motivo di temere: sei molto preparata… e, per dirla tutta, lo eri già prima che iniziassimo le nostre lezioni”, le rispose lui con sincerità.
“Ti ringrazio per il tuo incoraggiamento”, sorrise lei guardandolo con riconoscenza.
L’autobus si fermò alla prima delle 4 fermate che dovevano raggiungere prima di scendere, inchiodando con una brusca frenata. Rebecca, che voltava le spalle al conducente, perse l’equilibrio ma Mattia, con una presa ferma ma gentile la sostenne per un braccio.
Ci fu un istante d’imbarazzo da parte di tutti e due.
“Hai già deciso cosa farai dopo la Laurea? Farai anche tu praticantato in uno studio?”, le domandò lui pacato, riprendendo il discorso.
“No, sto raccogliendo i soldi per frequentare un Master in gestione Risorse Umane, Selezione e Formazione”.
L’autista dell’autobus diede ancora uno scossone e Rebecca cadde addosso a Mattia. In una frazione di secondo si trovò tra le sue braccia e arrossì.
Mattia le sorrise con dolcezza, fingendo di non aver notato l’imbarazzo della ragazza.
“Ti starai chiedendo come faccio a pagarmi un intero Master, quando sto facendo i salti mortali per pagare l’affitto della casa in cui vivo”, riprese lei subito dopo essersi staccata da Mattia. Pochi istanti prima di quell’imprevisto aveva notato l’espressione sorpresa del giovane. “In realtà ho vinto la borsa di studio per i primi due moduli, quello per la gestione e quello della selezione”.
“Capisco”, rispose lui, interessato a quanto le stava spiegando Rebecca “Devi pagarti solo l’ultimo modulo sulla formazione”, disse assorto nella riflessione “… non è un’impresa impossibile”.
Rebecca annuì e gli rivolse un sorriso.
“E così vuoi diventare una Human Resources…”, riprese lui, curioso di conoscere altri particolari. “Quando inizierà il Master?”.
“A gennaio. Considerato che dovrei riuscire a laurearmi nella sessione di dicembre, sarebbe perfetto… ma mi hanno assicurato che potrò frequentarlo anche se dovessi discutere la tesi in un’altra sessione dell’anno nuovo”.
Rebecca gli spiegò che il Master sarebbe durato un anno e, alla fine, avrebbe dato possibilità d’inserimento nella direzione Risorse Umane di un’azienda, dove le sarebbe piaciuto lavorare.
In prossimità della seconda fermata si liberarono due posti a sedere. Mattia e Rebecca andarono subito a occuparli.
“Mi sembra una bella idea, sai? Vedrai che riuscirai a frequentare tutto il Master”. Mattia tacque un istante, riflettendo su tutto quello che aveva sentito. “… e quale dei tre moduli ti interessa di più?”, le chiese voltandosi verso di lei.
“La selezione ma sono ansiosa di ricevere una preparazione completa in quel campo”, gli rispose lei, alzando lo sguardo verso di lui.
“Fammi avere tue notizie quando lo frequenterai. Ti do il mio numero di cellulare e anche il mio indirizzo email”, replicò lui e, nel dire questo, estrasse il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans. Lo aprì, prese un biglietto da visita e lo porse a Rebecca.
La ragazza lo ringraziò imbarazzata e, subito dopo, distolse lo sguardo per leggere il contenuto del biglietto.
“Mi farà piacere sapere come procederanno i tuoi studi quando sarò in Sicilia”, le confidò lui continuando a guardarla e a sorriderle.
Rebecca annuì continuando a leggere il biglietto. Il tono di voce di Mattia le era sembrato sincero, come i modi gentili che aveva sempre con lei.
La conversazione languì e Rebecca volse lo sguardo verso il finestrino, assorta ad osservare il traffico cittadino ma in realtà meditando tutto quello che si erano detti. Non ebbe più il coraggio di voltarsi a guardarlo ma continuava ad avere la sensazione di sentire il suo sguardo posato su di lei. Che sciocca che era, si disse. Perché mai avrebbe dovuto farlo? Mattia, con molta probabilità, stava guardando fuori dal finestrino, come lei.
Giunti alla Fermata di Corso di Porta Romana, nei pressi di Via Santa Sofia, scesero tutti e due. Mattia augurò a Rebecca un doppio “in bocca al lupo” per gli esami che avrebbe sostenuto in settimana e le raccomandò di telefonargli, ora che aveva il suo numero, per fargli sapere come erano andate a finire le cose.
Rebecca lo ringraziò per la sua disponibilità, per l’aiuto che le aveva dato e gli garantì che lo avrebbe contattato subito dopo aver sostenuto i due esami. Si strinsero la mano, si salutarono poi ognuno s’incamminò lungo la sua strada, in direzioni opposte.
Dopo qualche metro Mattia si fermò e si voltò a guardare Rebecca. C’era una vena di tristezza nei suoi occhi: quella era l’ultima volta che la vedeva.
Rebecca sentì il desiderio di vedere la figura elegante e slanciata di Mattia allontanarsi nella folla di Corso di Porta Romana. Ormai si era allontanata di qualche passo e avrebbe potuto osservarlo, senza essere notata. Si fermò e si voltò nella sua direzione. Con sua sorpresa i loro sguardi s’incontrarono: Mattia s’illuminò e le rivolse un caldo sorriso, che lei contraccambiò.

La settimana successiva trascorse velocemente: Rebecca sostenne i suoi due ultimi esami e li superò brillantemente. Il venerdì mattina, subito dopo la prima colazione, telefonò a Mattia per dargli la lieta notizia. Sedette sul bordo del comodino, accanto al letto della sua camera, alzò la cornetta e compose il numero del cellulare di Mattia. Erano le sette e mezza, Rebecca pensò che con molta probabilità Mattia non era ancora uscito di casa per andare in Tribunale. Attese qualche istante, poi il telefono prese la linea, suonando libero. Al terzo squillo lui rispose alla chiamata.
Rebecca, quando lo udì, si sentì accarezzata dal suo caldo timbro di voce.
“Ciao, Mattia. Sono Rebecca… ti disturbo?”, chiese con un velo di timidezza, giocherellando nervosamente con il cavo elettrico che collegava la cornetta all’apparecchio telefonico.
“Assolutamente no. Aspettavo la tua telefonata…”, rispose lui con un tono di voce allegro ma lievemente impacciato.
In sottofondo Rebecca udì la voce di un noto giornalista televisivo che stava dando le notizie al telegiornale. Era lo stesso programma che stava seguendo anche lei, poco prima di spegnere la tv per telefonare. Si fece coraggio e, vincendo la timidezza, informò Mattia di aver superato tutti e due gli esami a pieni voti.
“Grazie per l’aiuto che mi hai dato”, gli disse con sincerità “ha fatto la differenza per il risultato finale”.
“Non avevi bisogno alcun aiuto da parte mia, Rebecca. Eri già preparata bene”, le confidò lui, con altrettanta sincerità.
Calò ancora un velo d’impaccio tra i due ragazzi, poi Mattia riprese la parola.
“Bene… ora che hai sostenuto tutti gli esami e devi solo preparare la tesi, dobbiamo festeggiare questo importante traguardo”, affermò allegro “hai già preso impegni questo fine settimana?”.
“No, non ancora…”, replicò lei, sorpresa da quella domanda.
“Ottimo! Perché non facciamo un bel pic-nic al parco di Monza, tu, io e Arianna?”, le propose lui.
Rebecca accolse con entusiasmo l’idea. Pensava che non avrebbe mai più rivisto Mattia e invece…
Il ragazzo si avvicinò alla scrivania nel suo studio, afferrò carta e penna per annotare l’indirizzo di casa di Rebecca e si accordò con lei per passarla a prendere la mattina seguente. Le raccomandò di non comprare nulla per la colazione al sacco perché avrebbe provveduto a tutto sua cugina Arianna.

Il giorno seguente, verso mezzogiorno, i tre ragazzi raggiunsero i giardini della Villa Reale di Monza. Si accomodarono all’ombra delle due querce gemelle, dove distesero un’allegra tovaglia a quadretti bianchi e rossi e il cestino da pic-nic. Era una calda giornata estiva ma le folte chiome degli alberi regalavano una piacevole brezza rinfrescante. Rebecca, seduta tra Mattia e Arianna, si guardò intorno, accarezzando l’erba. Il prato le parve un immenso e morbido tappeto di velluto verde. Volse lo sguardo alla sua sinistra, dove si stagliava l’imponente mole della Villa Reale dalle eleganti linee neoclassiche, che tanto le piacevano. Poco più in là c’era il cerchio di salici piangenti, dove i bambini andavano a nascondersi per giocare a nascondino. Alle spalle di Rebecca, sulla destra, un corso d’acqua scorreva lento in un canale artificiale, producendo un liquido gorgoglio.
…(continua)
“Le querce gemelle”, copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese

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