LE QUERCE GEMELLE – puntate 1-2-3-4

Dopo la pausa che c’è stata, pubblico insieme le prime 4 puntate del mio racconto, in modo da riprendere le fila della storia. Da settimana prossima riprenderà la pubblicazione settimanale delle nuove puntate.

Buona lettura

Simona

Simona Maria Corvese

LE QUERCE GEMELLE

 

Un misterioso messaggio custodito nell’incavo di una quercia, il racket della malavita e un enigma da risolvere, che solo lo sguardo innocente di un bambino in affido ai servizi sociali potrà contribuire a risolvere. Queste sono le cose che legano indissolubilmente il destino dei due protagonisti.

“Le querce gemelle” è la storia di Rebecca, una studentessa universitaria prossima alla laurea, cui la vita ha riservato un brutto colpo e di Mattia, un giovane uditore giudiziario dal passato difficile.

Le querce gemelle sono loro perché in comune hanno una forza quieta che li aiuta ad affrontare le difficoltà che la vita presenterà loro, senza mai gettare la spugna. Il loro è un amore immediatamente riconosciuto ma a lungo trattenuto, soprattutto dalle direzioni molto differenti che prendono le loro vite. Non sempre però le scelte giuste in un determinato momento della vita si rivelano tali nel lungo termine. Non sempre strade che portano in direzioni diametralmente opposte sono destinate a non incontrarsi.

 

Rebecca e Mattia hanno la forza tranquilla delle querce e l’entusiasmo della gioventù ma riusciranno a superare le difficili prove che riserverà loro la vita?

Questo racconto, adatto a un pubblico adulto e young adult, è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.

 

Foto di Simona Maria Corvese, le querce gemelle dei giardini della Villa Reale di Monza. Copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese.

“Le querce gemelle”, Copyright ©2017-2018 Simona Maria Corvese.

 

LE QUERCE GEMELLE – puntate 1,2,3,4.

 

Milano, maggio 1997

 

Rebecca si alzò dal tavolo nella sala a Crociera dell’Università Statale di Milano, raccolse i suoi libri, il codice di Procedura Penale e li ripose nello zaino. Fuori era una giornata calda dal sapore estivo ma lì dentro, tra quelle spesse mura di mattoni rossicci, il caldo non arrivava. Le era sempre piaciuta quella sala di lettura dalle alte volte e il soffitto con imponenti travi di legno. Ammirava l’eleganza che le conferivano le sue linee essenziali. Ogni volta che vi entrava aveva l’impressione di essere trasportata indietro nel tempo, nel medioevo. Si tolse l’elastico che portava al polso e, con pochi gesti veloci, raccolse la sua chioma corvina in una folta coda di cavallo. Chiuse la cerniera dello zaino e fece per salutare la sua amica Arianna ma questa le posò la mano sul braccio, per fermarla.

“Non essere così scoraggiata, Becky. Stai solo attraversando un brutto momento ma sei preparata”, la incoraggiò la ragazza, ancora seduta al banco semi deserto, posto tra due file di scaffalature, colme di tomi giuridici. Era quasi mezzogiorno e molti studenti erano già usciti dalla Biblioteca di studi giuridici e umanistici che risiedeva proprio lì, in sala Crociera.

Rebecca, in piedi accanto a lei, le rivolse un sorriso mesto. “Passerà anche questo… ma è ancora tutto così recente…”, le sussurrò. Non voleva disturbare i pochi studenti che occupavano il loro stesso tavolo.

“Coraggio, Becky. Ti mancano solo due esami al traguardo, poi potrai discutere la tesi”.

Rebecca annuì e, con la mano, le fece un cenno di saluto.

“Aspettami, vado a casa anch’io”, disse Arianna chiudendo il suo libro e alzandosi. Buttò manuale e astuccio nello zaino, alla rinfusa e in pochi istanti fu pronta. Uscite dalla sala camminarono sotto il portico, godendo della sua ombra. Una brezza calda soffiava dal prato del cortile, immerso nella luce del sole.

“Lo so io di cosa hai bisogno, Becky.”, affermò come folgorata da un’intuizione brillante. “Ti devi far interrogare da mio cugino Mattia, così ti persuaderai una volta per tutte di quanto sei preparata!”.

Rebecca si fermò e la guardò perplessa. “Farmi interrogare? Non mi sono mai fatta interrogare prima di un esame… e poi chi è Mattia? Non lo conosco…”.

“Sei distratta oggi, mia cara. Ti ho appena detto che è mio cugino. Ha superato il concorso di Uditore Giudiziario e ora sta facendo il tirocinio al Tribunale di Milano”, le spiegò Arianna.

“Oh… capisco…”, esclamò Rebecca ancora indecisa. Stava ancora riflettendo su quella proposta. Non aveva mai fatto un’esperienza simile, prima di un esame e questa possibilità la incuriosiva.

Arianna guardò l’orologio al suo polso. “Accidenti è tardissimo. Devo correre a casa perché ho promesso a mia madre che oggi curerò il bambino di una sua amica. Non si vedono da una vita e oggi si dedicheranno allo shopping estivo, per rinnovare il guardaroba…”, disse come ragionando tra sé e sé, con una punta d’ansia. “Allora, cosa fai? Accetti la mia proposta?”, le chiese a bruciapelo, senza darle la possibilità di tergiversare. La sua amica Arianna era così: espansiva, generosa ma molto decisa.

“Sì, accetto e ti ringrazio per l’aiuto che mi offri”, rispose Rebecca.

“Brava, così si fa!”, esclamò l’amica, gettandole le braccia al collo con spontanea esuberanza. “Stammi bene mia cara. Ci vediamo qui domani, stessa spiaggia, stesso mare?” , le chiese dopo essersi staccata da lei.

Rebecca annuì sorridendo: “Stessa spiaggia, stesso mare! Ciao Arianna”.

Uscirono dal portone centrale dell’università e lì si separarono. Arianna diresse verso la fermata della metropolitana in Duomo. Rebecca si avvicinò alle rastrelliere delle biciclette sul bordo del marciapiede. Aprì il lucchetto che chiudeva la catena con la quale aveva legato la sua bici e montò in sella. In pochi istanti il senso di piacevole fresco che portava dalla biblioteca svanì. Quando era uscita di lì aveva le braccia fredde e aveva persino apprezzato l’aria tiepida del cortile. Percorse il lungo marciapiede sul quale l’edificio dell’università gettava la sua ombra poi, imboccando il Vicolo Santa Caterina, scese dalla bici e la portò a mano. Voleva evitare di investire qualche passante percorrendo quella strada che girava a gomito, oppure di cadere dalla bicicletta, visto il selciato sconnesso, fatto di antichissime pietre rettangolari, rese lise dal frequente passaggio dei pedoni nei secoli. Percorreva tutti i giorni quel tratto di Milano costeggiato da un edificio in mattoni rossi alto e stretto, che le ricordava una casa-torre. Quei pochi metri le davano l’impressione di tornare indietro nel tempo. Uscita dal vicolo oltrepassò il Mausoleo Trivulziano e si gettò nel traffico di Corso di Porta Romana. Un sole cocente la investì e sarebbe stato così fino a casa.

Arrivata in Largo Crocetta imboccò Corso di Porta Vigentina e, dopo un centinaio di metri, arrivò a casa. Appoggiò la bici a un palo davanti al vecchio portone in legno con i battenti in ottone. Prima di estrarre le chiavi dalla borsetta lanciò un’occhiata al banco di frutta e verdura del negozio di ortolano adiacente al portone. Vide un cesto d’invitanti ciliegie e, notando che erano in offerta, decise di entrare ad acquistarle. Scambiò qualche parola con il commerciante poi, uscendo, fu attratta dall’invitante profumino di cibo che proveniva dalla trattoria all’altro lato del portone. Per un istante si lasciò tentare dall’idea di entrare a pranzare lì: era mezzogiorno passato e avrebbe trovato manicaretti già belli e pronti… ma prevalse il buonsenso. Non poteva permetterselo. Era sola e poteva contare solo sulle sue forze: doveva stare molto attenta a come spendeva il suo stipendio. Voltò lo sguardo verso la serratura della porticina ricavata nel portone, l’aprì con la chiave poi la spalancò e tornò indietro a prendere la bicicletta. Appoggiò le ciliegie nel cestello davanti al manubrio e la portò a mano nel cortile. Stette attenta a evitare le buche nell’asfalto del cortile che necessitava di essere rifatto ormai da tempo. Quando pioveva si riempivano d’acqua e bisognava fare lo slalom per evitarle ma non erano quelle le priorità per la ristrutturazione dello stabile. Rebecca appoggiò la bici al muro, riprese il suo cestello di ciliegie e alzando lo sguardo verso l’alto, raggiunse proprio il centro del cortile quadrato. Ruotando su se stessa osservò tutti e 4 i lati: una profusione di edere cadenti, glicini in piena fioritura e gelsomini dal profumo inebriante, che pendevano da tutti e 2 i piani delle balconate di quella vecchia casa di ringhiera, le rasserenò l’animo. L’esposizione di panni multicolori distesi ad asciugare metteva allegria, con quel senso di simpatica confusione che trasmettevano. Istintivamente lanciò un’occhiata verso le persiane verdi del suo appartamento. Per un istante aveva assurdamente sperato di trovare sua madre affacciata alla ringhiera. Lo faceva spesso, fingeva di distendere i panni ma era una scusa per aspettarla e vederla arrivare a casa. Rebecca s’incupì al pensiero che non avrebbe mai più potuto rivedere i suoi genitori, se non nei sogni o nei ricordi. No, loro non si sarebbero più affacciati a quella ringhiera, perché erano morti tre mesi prima in un incidente stradale. Interrompendo quei pensieri cupi si voltò e si diresse verso la scala che portava al primo piano. Prima di entrare rivolse lo sguardo all’altarino con il quadro della madonna, appeso al muro color paglierino sporco, accanto al pianerottolo. Recitò una preghiera silenziosa per i suoi genitori poi si affrettò sù per le scale. Doveva sbrigarsi a mangiare perché nel pomeriggio l’attendeva il suo lavoro. Ayumi, un bambino giapponese di 4 anni, era il suo lavoro: lui era il raggio di sole che non le aveva permesso di lasciarsi andare allo sconforto dopo la perdita dei suoi genitori. Sua madre era una cantante lirica, assunta per un anno nel coro della Scala di Milano. Era innamorata dell’Italia, di Milano e delle sue case di ringhiera. Quando aveva visto questa, nonostante avesse un aspetto malconcio, non aveva esitato a prendere in affitto l’appartamento. Spesso deliziava gli abitanti del palazzo con i suoi gorgheggi mattutini, mentre si preparava per le prove in teatro del pomeriggio. Per Rebecca Ayumi era stato una manna dal cielo. Lei era la sua babysitter e, grazie a quel lavoro, poteva continuare a pagare l’affitto molto basso dell’appartamento in cui viveva da anni con i suoi genitori. Non avrebbe trovato altri canoni di affitto così bassi a Milano. Per quel prezzo si sarebbe dovuta accontentare di affittare una stanza in un appartamento, condividendolo con altri chiassosi e sconosciuti studenti universitari.

Rebecca era stata più volte tentata d’interrompere gli studi, nonostante le mancassero solo due esami alla laurea. In quel momento aveva paura di non farcela a cavarsela da sola. Trovare un lavoro in un ufficio era diventato il suo pensiero fisso. Solo la sua amica Arianna era riuscita a tranquillizzarla e a convincerla a terminare gli studi. Arianna apparteneva a una famiglia dell’alta borghesia milanese e le aveva promesso che quando Ayumi e la sua famiglia fossero tornati in Giappone, lei le avrebbe trovato qualche altro bambino da curare, tra le numerose amiche benestanti di sua madre.

Aprendo la porta di casa emise un profondo sospiro, pronta ad affrontare i dolorosi ricordi che gli affetti personali dei suoi cari, disseminati nell’appartamento, le avrebbero rievocato. Non era ancora pronta a lasciarli andare ma per fortuna, per quel giorno, non avrebbe avuto il tempo d’intristirsi.

 

Il giorno seguente in università Arianna la informò che aveva parlato con suo cugino Mattia, il quale si era reso disponibile a interrogarla per l’esame di procedura penale. Si sarebbero incontrati per qualche sabato, a casa sua, in Corso di Porta Ticinese 22, dato che la sala Crociera in Statale era sempre troppo affollata. Avrebbero iniziato quel sabato e ci sarebbe stata anche Arianna per presentarli.

 

Rebecca scese dalla sua bicicletta e alzò lo sguardo verso la facciata del palazzo Rococò dove abitava Arianna. Non era mai stata a casa sua perché si erano sempre fermate a studiare in università. In quel momento provava una certa apprensione, mista a curiosità: non conosceva nessuno altro che abitasse in un palazzo antico e quella dimora le incuteva un po’ di soggezione. Con una mano si asciugò la fronte imperlata di sudore e si sistemò dietro l’orecchio una ciocca di capelli sfuggiti alla coda di cavallo. Era solo maggio ma affrontare un tragitto così lungo in bicicletta, in una giornata che sembrava già estiva, cominciava a essere impegnativo.

… (continua)

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