LA VITA CHE VORREI – STORIA DI UNA RIBELLIONE

LA VITA CHE VORREI

 

Storia di una ribellione

 

Racconto di Simona Maria Corvese

 

Questo racconto è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.

 

Mi guardo intorno soddisfatta mentre osservo, palmo a palmo, il luminoso appartamento che ho preso in affitto a Milano con la mia amica Bianca. Mi avvicino alla vetrata dello spazioso soggiorno e la vista sul Parco Sempione mi toglie il respiro, tanto è bella. Abbiamo appena finito di sistemare le nostre cose negli armadi e tra poco scenderemo a farci una bella passeggiata. Non si può rimanere in casa in una giornata di primavera così bella. C’è qualcosa d’impalpabile nell’aria, che forse sento solo io: profumo di libertà, profumo di un nuovo inizio.

Mi sono laureata da poco in Ingegneria elettronica a Roma ma ho conseguito anche un diploma in violino ed è quest’ultima la grande passione della mia vita.

Ho avuto dei genitori amorevoli ma soffocanti. Non mi hanno mai fatto mancare nulla, permettendomi di frequentare le migliori scuole in circolazione. Io, dal canto mio, ho dato loro molte soddisfazioni, portando sempre a casa ottimi voti durante tutto il corso di studi.

Mia madre, poi, è una donna volitiva e ha sempre voluto il meglio per me. Non solo le scuole migliori ma anche le esperienze extra scolastiche che potessero essere più formative ai fini del mio futuro.

Non c’è stato anno, durante la mia carriera scolastica, che mia madre non abbia pensato a qualcosa di esclusivo da farmi fare. Così è stato per i corsi di equitazione insieme alle bambine delle famiglie più benestanti della scuola e per tutte le gare cui ho partecipato per anni.

Mia madre aveva pianificato il mio futuro nei minimi dettagli. Dopo l’equitazione venivano i corsi di inglese e tedesco nelle scuole più esclusive di Roma, frequentate da ragazzine di un certo tipo. Quel tipo di ragazzine che adorava mia madre. Per finire in bellezza, sono arrivate anche le lezioni di violino al Conservatorio.

Mia madre si è sempre incaricata di accompagnarmi ovunque, intessendo abili relazioni con le madri delle bambine per lei più interessanti e pianificandomi anche un roseo futuro di relazioni sociali con le persone “giuste”. Niente è stato affidato al caso nei suoi progetti per me e Dio solo sa quanto mi ha incoraggiato a curare la socializzazione, quella utile, andando anche contro la mia natura riservata e timida.

“Per il tuo bene”, mi diceva. Ma fino a quale punto è giusto contrastare la natura di una persona? Perché non mi ha mai accettata? Questo è il mio carattere. Non cambierà mai e non sarò mai la figlia estroversa che avrebbe voluto.

E io? Ecco, io sono stata quell’esile esserino cui, sin dalla più tenera età è stato affidato il compito di realizzare i sogni di sua madre. Sogni? Con il senno di poi, ora che sono adulta, mi rendo conto che forse erano nevrosi. E io ho avuto l’ingrato compito di placarle.

Fatto sta che ho coronato tutti i desideri dei miei genitori, il più grande di tutti è stato quello di laurearmi in ingegneria.

In tutti questi anni la mia più grande valvola di sfogo è stato il violino. Quello sì che è stato amore a prima vista. Mia madre avrebbe preferito che suonassi il pianoforte ma io ho tenuto duro, impuntandomi con il violino. È il mio migliore amico perché è l’estensione più sincera della mia voce. Grazie a lui il mio animo può parlare liberamente ed essere ascoltato. Senza essere giudicato.

Bianca è la mia unica vera amica. Non proviene da una famiglia benestante come la mia e questo è stato un affronto alle ambizioni di mia madre. Sono contenta di averle sfidate con una buona dose d’impertinenza e sai perché? Perché la vera amicizia non calcola: è spontanea e disinteressata e può nascere da una sola cosa. L’affinità. Ho conosciuto Bianca all’Università e ci siamo trovate subito sulla stessa lunghezza d’onda su tutto. Abbiamo preparato tutti gli esami insieme e ci siamo laureate insieme. Le altre amicizie “giuste” le ho perse per strada, una dopo l’altra. Alla fine la mia natura che ama il silenzio, la riflessione e le piccole cose della vita è riemersa prepotentemente, riprendendosi il proprio spazio.

Durante gli anni dell’Università ho maturato anch’io un progetto: quello di conquistare la mia autonomia facendo ciò che veramente desidero. Trasferirmi a Milano a cercar lavoro è stato il primo passo per vivere la vita che vorrei.

Così eccomi qui, pronta a respirare il profumo di un nuovo inizio.

Trascorsi i primi giorni di assestamento, Bianca e io abbiamo cominciato a sostenere colloqui in grandi aziende. Devo dire che le aziende che si sono mostrate più interessate al mio profilo sono state due multinazionali, una tedesca e una coreana. Erano molto interessate al fatto che conoscessi bene le lingue straniere e mi hanno chiesto subito se ero disposta ad affrontare lunghe trasferte all’estero, o lavorare proprio nelle loro sedi estere. Naturalmente ho risposto di sì ma non è vero e non perché mi spaventi lasciare l’Italia.

“Non sono sicura di voler lavorare come ingegnere”, ho confidato ieri sera a Bianca, mentre guardavamo un film romantico alla televisione.

“Siamo ancora tutte e due molto giovani, Matilde. Se fossi in te io proverei a seguire i miei sogni, almeno per un po’. Che cosa vorresti fare realmente?”, mi ha chiesto distogliendo lo sguardo dallo schermo e guardandomi dritta negli occhi.

“Mi piacerebbe insegnare musica ma se mia madre mi sentisse parlare così, m’incenerirebbe all’istante!”, le ho risposto ridendo.

“Lascia stare tua madre. La vita è tua e non puoi passarla a far contenti i tuoi genitori”, mi ha risposto secca Bianca.

“Non è così semplice. Mi sembrerebbe di tradire le loro aspettative e tutti i sacrifici che hanno fatto per farmi studiare e portarmi alla Laurea”.

Ho riflettuto sulle parole di Bianca e, nei giorni successivi ho presentato domanda in alcune scuole di musica private.

Intanto mia madre mi telefona e mi chiede se ho già ricevuto risposte dai colloqui che ho sostenuto. Le ho detto la verità: “Non ci sono ancora risposte, mamma” ma ho omesso di dirle che sto cercando lavoro in un campo che lei non ha mai preso in considerazione, se non per il tempo libero.

Qualche sera dopo Bianca e io siamo uscite e siamo andate in un locale dove suonano musica country americana, nella periferia milanese. Anche questa è stata sfrontatezza nei confronti di mia madre. Se avesse saputo che frequentavo la periferia invece che coltivare nuove amicizie nella borghesia… rido solo al pensiero della mia provocazione. Era un posto molto carino e quasi tutte le persone erano vestite con i jeans, le camicie scozzesi, gli stivaletti e il cappello da cowboy. Com’era divertente vederli ballare le danze di gruppo country. Sembrava di essere a Nashville, non nell’hinterland milanese. A un certo punto hanno fermato la musica da ballo ed è salito sul palco un giovane con la chitarra acustica. Lo hanno presentato come un giovane di talento ma io non lo avevo mai sentito nominare prima. Ha iniziato a suonare, accompagnando una cantante country nostrana e sono rimasta a bocca aperta. Erano tutti e due bravissimi. Dopo l’esibizione Bianca e io ci siamo avvicinate al bancone del pub per ordinare un te fresco. Là dentro faceva molto caldo. È stato in quel momento che ho notato Matteo, il chitarrista che avevo ascoltato suonare splendidamente poco prima. Era seduto al bancone, stava sorseggiando una birra e rimasi impressionata dalla grandezza dei suoi muscolosi bicipiti. Il suo braccio era grande più di una mia gamba e, sull’avambraccio, aveva tatuato una rosa dei venti. Io potevo stargli in tasca, tanto ero minuta vicino a lui. Non ho potuto esimermi dal complimentarmi con lui, per la sua bravura. “La tua chitarra ha un’acustica magnifica”, gli ho detto timidamente e abbiamo cominciato a parlare.

 

Ricordo ancora il suo sguardo intenerito di fronte alla mia maldestra intraprendenza. In breve Matteo capì che m’intendevo di musica e mi chiese quale strumento suonavo.

“Io faccio anche il dj qui ma la musica non è il mio lavoro principale. Nella vita sono un idraulico”, mi rivelò.

“Non so cosa darei per saper ballare le danze in linea country”, gli risposi ancora più impacciata di prima ma il mio desiderio era sincero.

Detto fatto. Matteo chiamò un amico e invitò me e Bianca in pista. Ballammo per tutta la notte e, dopo esserci scambiati i numeri di cellulare, nelle settimane seguenti cominciammo a frequentarci.

Scoprii che Matteo non era un semplice idraulico con una passione per la chitarra e la musica country. Era anche un lettore forte come me e aveva un quoziente intellettivo da genio, scoperto durante gli studi. In gergo tecnico gli psicologi li chiamavano altamente plusdotati.

Non tutti i principi azzurri sono capitani d’industria miliardari, pensai ridacchiando. Mi bastò poco per rendermi conto che Matteo, con quella sua brillante e anticonformistica intelligenza mi piaceva tantissimo.

Stavo bene con lui e in breve tempo tra noi si sviluppò qualcosa di più di una semplice amicizia. Fu lui a incoraggiarmi a continuare a cercare lavoro in una scuola di musica. “Cerca di capire se è proprio quello che vuoi fare. Provaci. Ti servirà a comprendere se è quella la tua strada o se è solo voglia di concedersi un po’ di libertà dopo tutti gli anni che hai passato con il naso sui libri, Matilde”, mi esortò.

La proposta arrivò e cominciai a lavorare in una scuola privata come insegnante di violino. Il primo a saperlo fu Matteo, che mi invitò al ristorante per festeggiare. Al termine di quella serata ci baciammo e fu l’inizio del periodo più bello della mia vita.

Qualche tempo dopo arrivò anche la prima risposta da una delle due multinazionali, quella tedesca. Mi proposero di andare a lavorare a Monaco, in Baviera, con un contratto di un anno, finalizzato a un’assunzione di lungo termine.

Chiesi loro quanto tempo avevo a disposizione per dare una risposta.

“I neo laureati che assumeremo partiranno all’inizio dell’estate, Matilde”, mi disse al telefono il selezionatore che mi aveva intervistato. “Parli il tedesco in modo splendido e ci piacerebbe averti “a bordo” subito. Comunque hai tre settimane per prendere la tua decisione. Sai, ci sono delle pratiche da espletare con la casa madre in Corea. I neo laureati affrontano anche un periodo a Seul e vengono ospitati nel sito avveniristico della casa madre. È un’esperienza che pochi ragazzi hanno la fortuna di fare”.

La verità era che non volevo andare in Germania e tantomeno in Corea. Mi piaceva il mio lavoro d’insegnante di musica e con Matteo avevo trovato una stabilità affettiva che non avevo mai provato in vita mia. Per la prima volta mi sentivo padrona della mia vita e delle amicizie che mi ero scelta da sola. Mi resi comunque conto che un’esperienza così non mi sarebbe più capitata.

Fu Matteo a farmi capire cosa volevo, facendomi conoscere Paolo, un suo amico.

Paolo era un insegnante di musica alle scuole medie inferiori e nel tempo libero assecondava da anni il desiderio di insegnare musica ai ragazzi che, per difficoltà economiche, non potevano permettersi di studiare uno strumento. Era il direttore di un’orchestra giovanile milanese che faceva parte del circuito del Sistema Abreu in Italia.

Matteo mi portò a una prova orchestrale, dove ebbi modo di vedere con quanta dedizione e passione lavorasse Paolo. Mi bastò quella lezione per capire che Matteo e Paolo erano tutto quello che avevo desiderato essere anch’io.

“Tra dieci anni come ti vedi, Matilde? Un’affermata insegnante di musica e violinista? Un ingegnere elettronico nel pieno della sua carriera, che conduce una vita brillante viaggiando in Corea e negli Stati Uniti? Anche quest’ultima prospettiva sembra decisamente brillante”, mi provocò Matteo fuori dalla scuola, mentre andavamo a prendere la metropolitana.

“Non ho nessuna vocazione a diventare una zingara di lusso, totalmente dedita ai numeri e con una vita anafettiva. Ho intrapreso questi studi perché era ciò che desiderava mia madre. Voleva la figlia ingegnere ma io ho sempre amato più la musica che la matematica”, gli risposi di getto.

Presentai domanda per diventare insegnante di violino nella fondazione che sosteneva l’orchestra giovanile e contemporaneamente cominciai a prepararmi per diventare insegnante di musica alle scuole medie.

Qualche settimana dopo mia madre mi raggiunse a Milano.

“Si può sapere cosa stai combinando, Matilde?”, mi disse sulla soglia del mio appartamento. Sapeva tutto.

La feci entrare ed ebbi un confronto molto franco con lei.

“Hai un posto d’oro tra le mani e non ti affretti a firmare il contratto che ti propongono. Dividi l’appartamento con una ragazza che non appartiene al nostro ambiente e ti ha isolato completamente dalle nostre amicizie. Su questo posso chiudere un occhio ma è inammissibile che tu frequenti un idraulico che fa il dj in una discoteca di provincia”.

Con molta calma le ricordai che ero maggiorenne e padrona della mia vita.

“E stai bruciando il tuo talento, Matilde. Quando aprirai gli occhi sarà troppo tardi e te ne pentirai amaramente”, mi disse con durezza.

Ci sedemmo sul divano del soggiorno e, mantenendo la calma le esposi le mie ragioni.

“Mamma io sarò sempre grata a te e papà per tutto quello che mi avete dato ma sono sicura dei miei sentimenti per Matteo. E non ho incertezze sulla scelta lavorativa che ho fatto. La musica è la mia vita”, le dissi con una forza interiore e una sicurezza che credevo non sarei mai riuscita ad avere con mia madre.

“Per tutta la mia gioventù hai preteso di scegliere le persone che dovevo frequentare”, mi interruppi con una lieve esitazione. Stavo per dirle qualcosa che avevo taciuto per anni che mi aveva ferito profondamente. “Quando avevo 8 anni avevo un’amichetta dell’oratorio, una bambina che mi era molto simpatica. Ricordo che tu hai cominciato a farti amica con la madre di una bambina che frequentava il club privato di papà e mi hai staccato da lei. Mi sono vergognata per te, mamma. Ti sei servita di quella bambina fino a quando non hai visto che cominciavo a essere simpatica alla bambina della famiglia benestante e poi l’hai abbandonata al suo destino con freddezza. Non hai avuto rispetto né per i miei sentimenti né per quelli di quella bambina. Non ti perdonerò mai per come ti sei comportata. Tu ti servi delle persone per realizzare le tue ambizioni ma non hai rispetto per nessuno e non sei amica di nessuno veramente”, le dissi tutto d’un fiato, sentendomi leggera dopo essermi sfogata. “Sono una donna ora. Non ti permetto d’intrometterti più nelle mie decisioni e nella scelta delle perone che voglio frequentare”.

Fui dura e la feci piangere ma la mia vita ora apparteneva solo a me.

Ci fu un lungo periodo di silenzio tra me e mia madre. Fu Matteo a riappianare la situazione, invitando lei e mio padre alla mia festa di compleanno, prima di Natale.

È passato un anno, ho trovato un lavoro stabile in una scuola media e presto attività di volontariato come insegnante di violino nell’orchestra giovanile che mi ha fatto conoscere Matteo. Matteo e io stiamo cercando casa perché vogliamo sposarci ma stiamo facendo le cose con calma perché vogliamo essere sicuri di quello che facciamo. Che ne è stato della mia amica Bianca? Le ho ceduto il posto che mi era stato offerto nella multinazionale tedesca. Lei ha sempre voluto diventare un ingegnere elettronico e non ha intrapreso i suoi studi per far contenti i genitori. Chi più di lei meritava quel posto di lavoro?

A distanza di un anno sono una persona felice, finalmente padrona della propria vita e non ho nessun rimpianto per la scelta che ho fatto. Che cosa c’è di più bello che poter insegnare musica a dei ragazzini che non hanno avuto le stesse possibilità che ho avuto io, al fianco della persona che amo?

“La vita che vorrei”, copyright © 2019 Simona Maria Corvese.

 

 

 

 

 

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