LA VALIGIA

LA VALIGIA

Storia vera di Andrea V., raccolta da Simona Maria Corvese

In un pomeriggio di primavera esco da un condominio della periferia milanese con un’anacronistica valigia in mano. Sembro un’emigrante d’altri tempi, come lo è stato mio padre molti anni fa. Era venuto dal sud Italia con questa valigia in mano per trovare lavoro e costruirsi un futuro non possibile nel suo paese d’origine. Lo trovò e fu per tutta la vita un abile falegname. Questa valigia risale agli anni sessanta del secolo passato ed è il ricordo tangibile della storia della mia famiglia. Costituì una famiglia, tuttavia la sua fu una vita dura e le cose non andarono come avrebbe voluto.

I primi anni di matrimonio furono belli. Il lavoro andava bene e mio padre poté addirittura permettersi di far stare a casa mia madre quando nacqui io. Erano gli anni della crescita economica, lui e mia madre erano la generazione che stava costruendo l’Italia del dopo guerra. C’era la sensazione che tutto fosse possibile, soprattutto riuscire a plasmare con dignità il proprio futuro.

Quando io compii cinque anni nacque mia sorella Elisa. Una bellissima bambina, all’apparenza sana. Crescendo mostrò stranezze ma noi non capivamo cos’avesse. Mia madre diceva che aveva un carattere originale ma non era così. A volte si chiudeva in se stessa e diventava impossibile parlarle. A volte dava in escandescenza per un nonnulla. Altre volte si metteva a collezionare oggetti, stipandoli all’inverosimile nella sua stanza. Anche le maestre a scuola avevano capito che c’era qualcosa che non andava, nonostante fosse intelligentissima e avesse sempre ottimi voti. Quando andò in prima media mia madre si decise a farla vedere da degli specialisti. La diagnosi fu un fulmine a ciel sereno. Elisa era schizofrenica.

Dovemmo affrontare anni difficili perché, con l’adolescenza, la malattia di Elisa emerse in modo molto evidente. Viveva sotto gli effetti di farmaci che la tenevano tranquilla e, ciclicamente, fu ospite di cliniche private. Devo dire che quei ricoveri le diedero molto beneficio perché, quando tornava a casa, era una persona più serena.

La malattia di Elisa fu un duro colpo per i miei genitori perché sapevano che non ne sarebbe mai guarita. Mia madre si dedicò totalmente a lei. Mio padre si chiuse in un sofferente silenzio. Quando tornava a casa e osservava Elisa nelle sue stranezze, s’incupiva ancora di più. Nel suo sguardo leggevo una pena indescrivibile. Passarono gli anni, mio padre si ammalò di cuore e il medico gli consigliò di lasciare il lavoro. Aveva iniziato a lavorare da giovanissimo, ora poteva permettersi di andare in pensione. Quel lavoro era troppo pesante per la sua condizione fisica. Sapevo che non voleva chiudere la sua piccola attività, che gli permetteva di non pensare in continuazione a mia sorella. La preoccupazione lo stava lentamente logorando.

A nulla valsero i miei tentativi di convincerlo a ritirarsi dal lavoro. Un infarto ce lo portò via. Morì nel suo laboratorio di falegname, mentre stava levigando delle assi.

“È morto di crepacuore per Elisa, non per il lavoro pesante”, sostenne mia madre. Ho sempre pensato anch’io che mio padre sia morto per il peso della preoccupazione di mia sorella. Peso che anche mia madre ha portato, in silenzio, per molti anni. A differenza di mio padre lei non ha mai perso il sorriso. È una donnina minuta ed esile, consumata dalla fatica di star dietro a una figlia che non è in sé. Non è facile vivere con un malato di mente. È logorante. Ma una madre in un figlio vede sempre la creaturina che ha messo al mondo. Quando guardava mia sorella Elisa, aveva uno sguardo carico di amore che mi provocava un senso di commozione.

La condizione di mia sorella fu determinante nella scelta del mio futuro. Mi iscrissi alla scuola per infermieri, con il desiderio di occuparmi dei malati. Furono anni belli quelli dello studio, in cui realizzai il mio sogno.

Mia madre fu molto sollevata dalla mia scelta. Sapeva che un giorno, quando lei non ci sarebbe stata più a vegliare su Elisa, io sarei stato una presenza importante per lei.

Non avevamo una situazione agiata alle spalle. L’attività di mio padre era stata di piccole dimensioni e dopo la sua morte aveva lasciato risparmi modesti. Era necessario che io cominciassi a lavorare il prima possibile, per sostenere la famiglia.

Uscito dalla scuola mi misi subito a iscrivermi a concorsi. Contemporaneamente mi rendevo utile prestando assistenza a domicilio a privati: punture, medicazioni, assistenza a persone anziane.

Intanto mia sorella aveva trovato la possibilità di lavorare per qualche ora in un vivaio di piante. Il proprietario era anche un ottimo giardiniere che curava molte ville private e proprietà comunali in Brianza. Da anni impiegava ragazzi con disabilità o problemi mentali, insegnando loro a occuparsi di spazi verdi urbani. Lavorare con piante e fiori dava molta serenità a Elisa. Sembrava che avesse trovato la sua professione, anche se, a causa della malattia, non riusciva a occuparsene con regolarità. Al lavoro conobbe Giacomo, un uomo di poco più grande di lei, con le stesse disabilità mentali. S’innamorarono e vidi Elisa vivere un periodo molto felice della sua vita.

Mia madre accolse con molta preoccupazione la relazione di Elisa con Giacomo ma io la tranquillizzai. Elisa e Giacomo erano sempre sotto lo sguardo protettivo di altre persone.

“Non le accadrà nulla di male, mamma. Anche Elisa ha il diritto di essere felice”, le dissi.

Ci volle un po’ ma alla fine mia madre accettò il fatto che Elisa era ormai una donna e che doveva poter avere la sua vita.

I momenti difficili non erano ancora finiti per mia madre. Un giorno ricevetti comunicazione di aver superato un concorso pubblico e di aver trovato un posto di lavoro fisso, come infermiere, a Trieste.

Per lei fu un duro colpo. Si sentì mancare la terra sotto i piedi.

“Non vi abbandono, mamma. Appena potrò chiederò il trasferimento e tornerò a Milano. Ti prometto che continuerò a occuparmi di voi. Elisa non resterà sola”.

Partii con un peso al cuore e, solamente in quel momento, compresi quale peso avesse portato nell’animo mio padre per anni.

Mi ambientai subito in Friuli Venezia Giulia. Appena potevo tornavo a Milano dalla mia famiglia e, nei periodi più difficili per mia sorella, ottenni dei congedi per potermi temporaneamente occupare di lei e alleviare il fardello che stava portando mia madre.

A Trieste accadde anche ciò cui per lungo tempo non avevo permesso di accadere. Mi innamorai di una collega. Non ero un ragazzo. Avevo ormai 36 anni e non volevo più negarmi la possibilità di provare dei sentimenti per una donna. Fu un periodo molto felice anche per me. Laura era divorziata e non era ancora pronta a pensare a un secondo matrimonio. Accolse con molta comprensione la mia ritrosia verso il matrimonio. In realtà non ero contrario a quell’istituzione ma ne ero spaventato per molte ragioni. Laura era friulana e tutta la sua famiglia viveva a Pordenone. Prima o poi io avrei ottenuto il trasferimento a Milano: mi avrebbe seguito a cuor sereno? Laura avrebbe desiderato avere figli da me, prima o poi. Che figli le avrei dato? Avrebbero ereditato gli stessi problemi mentali di mia sorella Elisa?

Il sentimento che univa Laura e me fu più forte di tutti questi problemi. Dopo un periodo di discernimento andammo a convivere, prendendoci tutto il tempo necessario per compiere un passo più importante, quello verso il matrimonio.

Passarono alcuni anni e non sentimmo il bisogno di aggiungere altro al nostro rapporto, solidissimo. Arrivò anche il momento in cui ricevetti il trasferimento a Milano.

Ebbene, Laura e io non vacillammo neppure di fronte a questa notizia. Lei non mi ostacolò in alcun modo. “È giusto che tu stia vicino alla tua famiglia. Elisa ha bisogno di te e tua madre sarà sollevata a saper di poter contare sulla tua presenza.”, mi rassicurò. Non mi lasciò mai intendere di voler interrompere la nostra convivenza. Per un anno mantenemmo viva la nostra relazione a distanza, finché anche lei ottenne il trasferimento a Milano e mi raggiunse.

Ricordo che il giorno che presentai Laura a mia sorella, Elisa era alle prese con la valigia di mio padre. Era proprio la valigia con la quale mio padre era arrivato dal sud, solo più logora a distanza di tutti quegli anni.

Era stipata all’inverosimile ed Elisa cercava di trascinarla fuori di casa.

“Che cosa fai con quella valigia, Elisa? Dove vuoi andare?”, le chiesi allibito, fermo sulla soglia di casa, insieme a Laura.

Mia madre ci spiegò che non si sarebbe mai separata da quella valigia, ricordo del padre e tantomeno dal suo contenuto. Elisa si era decisa a liberare la sua camera dai ricordi dell’infanzia. Aveva stipato la valigia con i giocattoli più cari, libri, diari e alcuni peluches. Non c’era più spazio nella sua camera per quei giochi ma non era pronta a lasciarli andare del tutto. Una cara amica di nostra madre si era resa disponibile a tenere la valigia dei ricordi nel solaio di casa sua e ora Elisa voleva portargliela.

Ricordo che quel giorno le tolsi la valigia dalle mani e fui io a portarla a casa dell’amica di mia madre.

I mesi trascorsero velocemente e sembrava andasse tutto perfettamente. Laura, con la sua affabilità si fece subito amare da Elisa e mia madre.  Anche Elisa sembrava vivere un momento molto tranquillo.

La vita però ti riserva dure prove. A febbraio mia madre è stata ricoverata in un ospedale del nord Milano, dove le è stata diagnosticata una polmonite virale interstiziale.

“È positiva al corona virus”, mi ha comunicato il dottore dell’ospedale. Non ho fatto nemmeno in tempo a vederla mentre la portavano via con l’ambulanza. Ho ricevuto una telefonata in piena notte da mia sorella, spaventatissima. “Mamma non riesce a respirare. La portano via i dottori”, mi ha detto, poi ha messo giù la cornetta. Mi sono precipitato in auto ma quando sono arrivato a casa di mia madre e mia sorella l’avevano già portata via. Erano giorni che il suo dottore la stava curando a domicilio ma la situazione era precipitata velocemente.

Mi è stato detto che mia madre era in terapia intensiva ed era stabile. A nessun familiare è permesso far visita ai parenti contagiati.

Nei giorni successivi anche mia sorella ha cominciato a non star bene. Presentava gli stessi sintomi di mia madre e venne ricoverata nello stesso ospedale.

Nell’arco di pochi giorni divennero tutte due gravissime. La prima a volare in cielo è stata mia madre. Elisa l’ha raggiunta pochi giorni dopo.

È accaduto tutto così in fretta. Non riesco a credere ancora che sia successo. Elisa e mia madre non ci sono più. Mi aggiro nel loro appartamento e mi sento smarrito. Non ero preparato alla loro perdita. Mi domando con amara ironia, di fronte a una cornice d’argento che racchiude una loro foto, posata su una mensola, se si possa mai essere preparati alla perdita di persone care. Vedo loro due sorridenti, poi il mio sguardo si posa sulla mensola in legno che costruì mio padre molti anni fa e scoppio a piangere. Laura mi posa una mano sulla spalla ma non riesce a consolarmi. Non era così che mi immaginavo sarebbe accaduto. Non ho avuto neppure il tempo di dire  loro quanto le abbia amate e quanto abbiano dato un senso alla mia vita. Non è stata una vita facile per nessuno di noi, tuttavia le ringrazio per tutto l’amore che mi hanno dato e per avermi insegnato ad amare e a gioire delle piccole cose della vita.

 

Esco dal condominio dell’amica di mia madre con la valigia di mio padre in mano. Dopo un po’ mi ritrovo a casa con Laura e non so neppure come ho fatto a guidare fino a casa, tanto sono stravolto.

Poso la valigia per terra sul tappeto nel centro del salone. Laura e io l’apriamo con cautela ed esaminiamo tutti gli oggetti che contiene. Approvo la scelta di mia sorella, perché ogni oggetto ripercorre una tappa della nostra vita familiare. È un ricordo di mia madre, mio padre ed Elisa. Non mi permetterà mai di dimenticarmi di loro. Sto per richiudere la valigia, quando Laura mi ferma la mano con delicatezza ed estrae un vecchissimo registratore portatile. Risale agli anni ottanta e vi è ancora dentro una cassetta a nastro.

“Non funzionerà più, ormai”, le dico. Laura, con cautela, prova a farla funzionare. Incredibilmente funziona e scopriamo che Elisa ci aveva messo dentro delle pile, di recente, prima di riporre l’oggetto nella valigia. Con nostra sorpresa non sentiamo della musica. Mi vengono le lacrime agli occhi quando riconosco le voci: sono quelle di Elisa, mamma, papà e la mia. Sono state registrate a un picnic primaverile che facemmo molti anni fa, quando Elisa e io eravamo adolescenti.

Per un momento li ho sentiti lì, come se fossero accanto a me ma è stato troppo doloroso. Ho interrotto la registrazione, riservandomi di riprendere ad ascoltarla quando avrò elaborato il dolore della loro perdita.

Chiudo la valigia ma non la porto in solaio. La appoggio per terra, come elemento d’arredo, vicino a un divano.

Mi sento svuotato e affranto, non so neppure spiegare a parole cosa mi è accaduto così all’improvviso. Non riesco a spiegare cosa provo ma so che è molto doloroso. Avere quella valigia vicino a me e guardarla ogni tanto mi dà conforto. Quando la guardo li sento vicini a me, tutti e tre e il vuoto che sento dentro un po’ si attenua.

Laura mi stringe forte e mi dice: “quando tutto questo dolore avrà trovato un suo posto e un suo significato ci sposeremo. Voglio dei figli da te, Andrea e, se avrò una figlia, la chiamerò Elisa”.

Tutto è avvenuto nell’arco dell’ultimo mese, dando una svolta imprevista alla mia vita. Mi ero preparato a prendermi cura di mia sorella, nel momento in cui mia madre fosse venuta a mancare. Mai avrei immaginato che il corona virus potesse portarmele via così, in un soffio.

Abbraccio Laura e la bacio, incapace di distogliere lo sguardo da quella valigia, che è come un libro: ogni oggetto è un capitolo della nostra storia. Ora spetta a me scrivere un nuovo capitolo.

“La valigia”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento da Facebook

Leave A Response

* Denotes Required Field