LA MELODIA DEL VENTO

LA MELODIA DEL VENTO – un brano natalizio tratto dal romanzo “Sinfonia della Felicità – La storia di Roberto e Livia”

A metà settimana Roberto e Livia partirono per un paesino di montagna nelle Prealpi lombarde, dove abitava un’anziana zia di Roberto, l’unica parente che gli rimaneva.

“Zia Bianca è la sorella maggiore di mia madre”, le spiegò lui durante il tragitto in macchina.

Erano appena usciti dall’autostrada, a Dalmine e avevano iniziato a risalire la valle lungo una strada stretta e tortuosa. Lo spettacolo che si stagliava di fronte a loro era suggestivo: da entrambe i lati si ergevano montagne altissime completamente innevate e Livia, guardando in giù dal suo finestrino, vide il torrente ghiacciato ed ebbe l’impressione di trovarsi in un orrido.

“Quando avevo la tua età i miei genitori sono morti in un incidente d’auto e lei, che era già vedova, mi ha preso con sé e mi ha cresciuto”, continuò a spiegare lui guardando con tenerezza l’espressione stupita della bambina, assorta nella contemplazione di quel paesaggio a lui familiare.

“Allora sei cresciuto in montagna”, rispose Livia fugando in Roberto il dubbio che non lo avesse ascoltato.

“No. Questo è il paese di origine di mia madre e della zia che vi è ritornata a vivere dopo essere andata in pensione. All’epoca vivevamo tutti a Milano, dove io sono nato”.

“Capisco”.

Zia Bianca aveva fatto mille sacrifici per far studiare suo figlio e lui, le spiegò Roberto facendo una piccola pausa. Era desiderio di sua madre che lui riuscisse a diplomarsi al Conservatorio. Lei era stata una pianista eccezionale che girava il mondo in tournée insieme al suo marito manager. Purtroppo lui aveva il vizio del gioco e, una volta venduta la loro casa per pagare i debiti, non era rimasto molto. Roberto aveva ereditato il talento di sua madre e, sin da piccolo, aveva manifestato il desiderio di seguire le sue orme. Zia Bianca aveva onorato fino in fondo la volontà della sorella e, senza la sua tenacia, Roberto non avrebbe mai potuto realizzare il suo sogno.

“E tuo cugino?”.

“È un architetto e gira il mondo progettando edifici avveniristici”.

“Oh povera zia, allora è sempre sola adesso”, fu il commento di Livia che distolse lo sguardo dal finestrino per voltarsi a guardare Roberto.

Purtroppo sì e questo è stato un duro colpo per lei che ci ha sempre insegnato l’importanza degli affetti e della famiglia con il suo esempio. Io, appena posso, vado a trovarla e, prima di Natale, trascorro con lei qualche giorno tutti gli anni. Lui invece la raggiunge una volta l’anno, appena i bambini hanno finito la scuola, per farle vedere i due nipotini, che sono più abituati a parlare in inglese che in italiano”, spiegò Roberto continuando a guardare la strada mentre guidava. Aveva messo le catene perché quell’inverno era nevicato molto ma la pulizia dell’asfalto era stata impeccabile, con suo grande sollievo .

Furono distratti per qualche istante dalla parete della montagna alla sinistra di Roberto. L’acqua che doveva colarvi abitualmente era gelata formando delle stalattiti e conferendo a quella scultura naturale l’aspetto di un organo di chiesa con numerose canne.

“Bella vero?”, osservò Roberto notando che anche la bambina stava guardando in quella direzione.

Livia annuì “Un organo di ghiaccio…solo il vento può farlo suonare”, affermò.

“Eh sì, hai proprio ragione Livia…solo il vento…Non ci avevo pensato. Sei anche una bambina ricca di fantasia. Brava!”

Livia si schernì, timida ma compiaciuta.

“Non avete provato a convincere la zia a tornare a Milano per stare tutti più vicini?”, chiese subito dopo riprendendo l’argomento.

“Sì ma non ha mai amato quella città. Ci ha vissuto per necessità e ha detto chiaramente che vuole morire tra le sue montagne, dove hanno vissuto i suoi genitori e i suoi nonni. Non posso biasimarla per questo perché sarebbe sola anche a Milano. Suo figlio è in giro per il mondo la maggior parte dell’anno e la vita di uno come me non differisce molto da quella di mio cugino. Posso stare lontano da casa anche quarantadue settimane all’anno”.

“Ma quest’anno non è così”, replicò Livia.

“Questo è un anno di pausa che mi sono concesso per sistemare alcune cose che non stanno andando bene nella mia vita”.

La bambina capì che si stava riferendo al suo rapporto con Laura e, per sensibilità, non gli rivolse altre domande.

Il paesaggio che si apriva davanti ai loro occhi, man mano che salivano lungo la valle, era incantevole e anche quando arrivarono a destinazione, il paesino, coperto dalla copiosa neve che era caduta nei giorni precedenti, aveva qualcosa di fiabesco. Era una bellissima giornata, anche se gelida, e il sole brillava sulla neve, posata sui tetti delle case e sui pini e abeti dei boschi circostanti. Roberto scese dalla macchina, Livia rabbrividì anche se ben vestita da montagna.

Zia Bianca li accolse con calore e considerò da subito Livia la sua nuova nipotina. In cuor suo si augurò che quella bambina potesse diventare figlia di Roberto e di Laura e che ponesse fine al silenzioso dolore che Isabel aveva lasciato tra loro due.

“Ben arrivati”, disse loro abbracciandoli e le bastarono pochi sguardi per capire quanto affiatamento ci fosse tra loro due.

“E Laura?”.

“Mi dispiace zia”, rispose lui “la tournée a Vienna si è protratta di qualche giorno e tornerà solo il 23. Ti manda i suoi saluti e si scusa per non poter essere qui”.

Zia Bianca capì che tra loro due i problemi non erano ancora risolti ma non era quello il momento di parlarne.

La casa era una villetta di pietra viva a vista, con le imposte di legno scuro, situata nella frazione più alta del paese, ai margini del bosco. Livia se ne innamorò al primo sguardo. L’interno, composto da un soggiorno con l’angolo cottura da una parte e il camino da quella opposta, era rivestito di un legno chiaro che faceva sembrare l’ambiante più ampio di quanto fosse e molto accogliente. Sul fondo del locale s’intravedeva una scala di legno che si mimetizzava col colore della parete e che portava al piano superiore, dove si trovavano un piccolo bagno, la camera da letto della zia e quella degli ospiti.

Livia e Roberto lasciarono i loro borsoni da viaggio nella cameretta degli ospiti, arredata con un letto a castello in legno e un letto matrimoniale a scomparsa nell’armadio sul lato opposto. Si sarebbero fermati tre giorni perché sabato Roberto aveva la prova generale del concerto di domenica pomeriggio.

“Avete fame?”, chiese la zia. “Sì!”, rispose Livia.

La zia aveva preparato polenta taragna, funghi e carne di capriolo, il cui profumo non era passato inosservato entrando in casa.

“Ottimo”, disse la donna “Andiamo subito a mangiare, così potrete fare una bella passeggiata nel bosco prima che il sole tramonti e diventi troppo freddo”.

“Come?”, chiese Livia.

“Siamo in inverno, Livia”, le spiegò Roberto “In queste valli strette di montagna il sole tramonta poco dopo le tre e l’aria diventa troppo tagliente per noi che non ci siamo abituati”.

Dopo pranzo Livia e Roberto s’incamminarono per la loro passeggiata. La bambina si guardava intorno estasiata e tutti i suoi sensi erano all’erta.

Le piaceva il crepitio della neve sotto i passi ritmati dei suoi doposci e l’atmosfera ovattata del bosco, interrotta solo da qualche folata di vento.

Fu proprio il suono del vento a incuriosirla e a un certo punto si accorse che c’era qualcosa di più. Era durato solo pochi secondi ma nella sua mente aveva preso forma una breve melodia, leggera e impalpabile come l’aria che respirava. L’aveva portata il vento e con esso era volata via. Prima di allora non le era mai accaduto qualcosa di simile e rimase così incredula che preferì tenere quell’attimo tutto per sé e non rivelarlo a Roberto. Lei stessa non si rendeva ancora conto di cosa le era accaduto.

“Come sei silenziosa”, le disse lui.

“Hai ragione. Sto cercando di catturare ogni particolare di quello che vedo e sento qui”, gli rispose.

“Allora ti piace”.

“È bellissimo”, rispose lei sorridendogli poi riprese a parlare. “Tornavate spesso qui quando eri studente?”.

“Solo d’estate perché le vacanze natalizie erano brevi e costava troppo riscaldare la casa in inverno. Durante la pausa estiva però io e mio cugino ci davamo da fare per aiutarla ed abbiamo anche fatto i camerieri nei ristoranti della zona”.

“Capisco”.

“E tu? È la prima volta che vieni in montagna?”.

“Sì. Quando d’estate andavamo a Vienna, passavamo dal Tirolo Austriaco, venendo dalla Val Pusteria italiana oppure dalla Carinzia se diretti a Budapest ma sostavamo solo in qualche area di campeggio per dormire la notte. Non ci siamo mai fermati a fare una vacanza. Per noi solo le grandi città erano fonte di lavoro. Le piccole comunità montane non ci avrebbero garantito il sostentamento e neanche l’anonimato, visto il tipo particolare di lavoro che svolge zio Gyorgy, non so se mi sono spiegata…”, rispose Livia facendo un gesto con la mano, che significava rubare.

“Ho compreso alla perfezione, cara”, le rispose lui ridendo divertito per l’eloquenza nella gestualità di Livia.

“Sei venuto qui tante volte con Laura?”, gli chiese la bambina.

“Prima di sposarci, quando convivevamo, abbiamo fatto diverse gite in questi boschi. Lo vedi quell’altopiano lassù?”, le disse indicando un pascolo di alta montagna che si apriva in mezzo a una foresta di abeti. “Ci piaceva andare lì a consumare le nostre colazioni al sacco, a guardare il mondo da un’altra prospettiva. Laura diceva che quel posto faceva bene alla mia creatività perché quando ero lì, trovavo l’ispirazione per comporre musica. Sai, è una cosa curiosa, perché ho girato il mondo e visto luoghi molto più suggestivi di questo ma nessuno ha saputo suscitare in me la stessa capacità creativa”.

“Sai comporre?”, chiese Livia sbalordita.

“Sì, dopo il diploma in pianoforte ho capito che volevo diventare compositore e ho continuato gli studi, diplomandomi in composizione”.

“Perché allora non hai continuato a fare il compositore, se era quello che volevi?”.

Roberto esitò, gli era ancora difficile trovare le parole per dirlo “Quando sono diventato compositore la mia carriera concertistica era già ben avviata. All’inizio ero pieno di entusiasmo, la musica mi arrivava con facilità ma ben presto mi accorsi che era più facile comporre musica che farla accettare nell’ambiente accademico. Non sono mai stato una persona che si scoraggia facilmente e sapevo che, se avessi insistito su quella strada, sarebbe giunto il momento in cui l’avrei spuntata io. Raccolsi diversi consensi tra i miei estimatori…”.

“Poi qualcuno vi ha portato via Isabel”, continuò Livia che aveva compreso tutto.

“Sì e anche la musica mi ha abbandonato. Per me comporre è sempre stato fonte di gioia. Dopo quello che è accaduto non sono stato più capace di provare felicità…anche il dolore può essere espresso con le note. Io però non riuscivo a sentire più niente, ero impietrito”.

“È stato in quel momento che ti sei dedicato alla direzione d’orchestra?”. “Non subito. Un giorno un’amica di Laura mi contattò, chiedendomi se ero

disposto a dirigere un concerto di beneficienza per una fondazione che si occupava di bambini scomparsi e io accettai. Era un’orchestra giovanile e alcuni di quei ragazzi erano dei veri talenti come te e Jòzsef. Decisi di aiutarli a incamminarsi sulla giusta strada per diventare professionisti e mi resi conto che anche loro mi avevano aiutato a ritrovare la mia. Recuperai la voglia di vivere, nonostante tutto quello che era accaduto. Fu in quel momento che decisi di far fruttare anche il Diploma di Direttore d’Orchestra. Progressivamente lasciai in secondo piano la carriera concertistica come solista e, quando anche l’ambiente accademico mi perdonò le ambizioni giovanili, la mia carriera direttiva decollò in pochissimi anni. Cominciai a coinvolgere nel progetto della Fondazione Musica Senza Confini i professionisti che suonavano nelle mie orchestre sinfoniche o amici come David, perché aiutare ragazzi come te e Jòzsef dà ancora un senso alla mia vita”.

“Non desideri più comporre musica?”, chiese la bambina con una punta di delusione.

“Non potrei neanche se volessi: la musica non mi arriva più”, le rispose lui poi, per porre fine a quella dolorosa conversazione, prese una manciata di neve e ne fece una palla.

“Adesso basta con queste malinconie. Hai venti secondi per prepararti una palla di neve poi la battaglia avrà inizio, signorina”.

“Devi prima riuscire a prendermi”, rispose lei e, chinandosi a raccoglierne un po’, cominciò a scartare a destra e a sinistra, con l’agilità di uno scoiattolo, rendendosi un bersaglio irraggiungibile.

Arrivarono davanti alla porta di casa correndo e si fermarono un istante a guardarsi. I loro cappelli di lana e le giacche a vento erano pieni di neve farinosa, così cominciarono a scrollarsela di dosso prima di entrare. Quando furono pronti Roberto, precedendo la bambina, posò la mano sulla maniglia ma lei lo fermò con delicatezza.

“Roberto…”.

Lui si voltò a guardarla, ancora col sorriso sulle labbra.

“So che non ti piace parlare di questa cosa ma ho bisogno di saperlo”. “Sapere cosa?”, continuò lui.

“Se la musica tornasse a parlarti, tu riprenderesti a comporla?”.

Roberto si fece serio poi le rispose. “Dubito che possa accadere di nuovo, piccola Livia. Chi ci ha portato via Isabel ha lasciato il vuoto nelle nostre vite e il silenzio nella mia testa”.

Livia rimase delusa da quella risposta e Roberto glielo lesse sul volto, così cercò di tranquillizzarla.

“Ma se un giorno dovesse accadere qualcosa in grado di interrompere questo silenzio allora sì,… penso che ricomincerei a comporre”.

In casa, zia Bianca preparò loro una cioccolata calda, che gustarono insieme a dei biscottini poi giocarono fino all’ora di cena con vecchi giochi di società in legno, appartenuti a Roberto e suo cugino. Dopo mangiato Livia lesse alcune leggende di montagna, raccolte in un libro che aveva attirato la sua attenzione tra i tanti che stavano in fila su una piccola mensola. Quando cominciò ad avere sonno, zia Bianca l’accompagnò al piano di sopra.

“Questa notte dormirò io con Livia”, annunciò la donna. “Tu sei troppo lungo per stare nel letto a castello, ti uscirebbero i piedi Roberto. Ho già trasferito il tuo borsone in camera mia”.

Roberto la ringraziò e poi augurò la buona notte alla bambina.

“Vieni cara”, riprese la donna con gentilezza. “Però dormirai tu nel letto più alto perché io ho paura di cadere nel sonno e, oltretutto, alla mattina mi alzo molto presto”.

Livia sorrise e la seguì per le scale, come una cuccioletta. Zia Bianca le era simpatica.

Quando la donna tornò da Roberto conversarono per un po’, seduti sul divano e lui le raccontò tutto quello che era successo, dopo che avevano ottenuto Livia in affido.

“Come si comporta Laura nei confronti della bambina?”, gli chiese la donna.

“C’è molta sintonia tra loro, si vede che le piace Livia ma non sono sicuro che Laura desideri adottarla quanto me. Rimane il fatto che continuiamo a vivere in case separate”.

“Non potete andare avanti così, in questo modo ambiguo, Roberto. Scusami se sono così schietta, non ho alcun diritto d’intromettermi nella vostra vita ma la vostra felicità mi sta a cuore”.

“Non ti preoccupare zia, hai solo dato voce a ciò che, sia Laura che io, già sappiamo. Tra pochi giorni si trasferirà da me e vi resterà per tutto il periodo delle feste natalizie. Farò di tutto per convincerla a tornare a vivere insieme ma lo deve desiderare anche lei. Non voglio passare la vita a rincorrerla”.

“Laura non scappa da te, Roberto”, intervenne la donna. “Sta scappando da se stessa e dalla sua paura di soffrire ancora. Sono sicura che presto troverà il coraggio di fermarsi ad affrontarla. Tu continua solo a starle accanto col tuo amore, non devi fare altro”.

Lui la ringraziò per le parole di conforto e incoraggiamento, abbozzando un sorriso.

“È tutta colpa mia zia”.

Zia Bianca lo guardò, senza capire cosa intendesse dire.

“Non l’ho mai rivelato a Laura ma continuo a pensare che chi ci ha portato via Isabel non sia stato uno squilibrato, come ha affermato la Polizia. Deve essere stato qualcuno che mi conosceva e mi odiava e ha voluto punirmi così”. “Cosa dici Roberto?”, replicò la donna meravigliata, scostandosi dallo

schienale del divano e avvicinandosi a lui.

“Pensaci bene zia. Tutte le piste percorse dalla Polizia hanno portato a vicoli ciechi. Niente, nessun indizio, nessuna traccia. Sono sicuro che è stato qualcuno che ci stava curando da tempo ed ha pianificato tutto fin nei minimi particolari. Laura era ricoverata in ospedale, negli ultimi quindici giorni prima del parto, a causa della gestosi e io andavo a farle visita tutti i giorni”.

Roberto giocava nervosamente con la frangia del plaid appoggiata sul bracciolo del divano.

“Hai dei sospetti?”.

“No, anche se mi ci sono spaccato la testa sopra in tutti questi anni. C’erano dei colleghi, che hanno cercato di mettermi i bastoni tra le ruote ma hanno manifestato apertamente la loro invidia. Deve essere stato qualcuno che ha covato odio in silenzio e non l’ha mai dato a vedere”.

“Non devi colpevolizzarti così Roberto”, rispose la donna appoggiando con delicatezza una mano su quella affusolata di Roberto, per tranquillizzarlo.

L’uomo cessò di tormentare la coperta.

“Mi sento impotente, zia. Non l’ho saputa proteggere e questo pensiero mi accompagnerà fino alla fine dei miei giorni. Una cosa è certa, però: non permetterò che questo si ripeta con Livia”.

“Non posso fare niente per aiutarti, figlio mio”, rispose la donna prendendo ora la mano di Roberto tra le sue. “Ma posso dirti che ho visto nascere il vostro amore e sentimenti così profondi non cedono sotto il peso delle tribolazioni. Fidati della tua vecchia zia, che ha vissuto qualche anno in più di tè”.

I due giorni successivi passarono in un batter d’occhio. Roberto volle regalare un po’ di spensieratezza a quella bambina che aveva passato i primi dieci anni della sua vita a lavorare come un’adulta ma in mezzo a una strada. Le insegnò ad andare sullo slittino, la portò a pattinare sul ghiaccio e fecero altre belle passeggiate nel bosco. Livia rimase ancora in ascolto della natura con tutti i suoi sensi ma quell’attimo di pura armonia, che le si era presentato così inaspettatamente, non si ripeté più. Le rimaneva quel breve frammento di musica, che si era formato nella sua testa indipendentemente dalla sua volontà e che aspettava di essere sviluppato. Livia era conscia di non essere in grado di continuare a comporre a comando quella musica ma aveva la certezza che, prima o poi, si sarebbero create ancora le circostanze affinché quello stato d’ispirazione si ripetesse. Lo sentiva, dentro di sé: quello era stato solo l’inizio di qualcosa di bellissimo. Nella sua mente aveva intanto memorizzato quella breve melodia e continuava a canticchiarsela, per non perderne il ricordo, ripromettendosi di trascriverla, appena tornata a Milano.

Nel pomeriggio di venerdì il tempo cambiò e cominciò una nevicata copiosa. Zia Bianca li avvisò che era in arrivo una perturbazione e che sarebbe nevicato per i successivi due giorni. Fu così che Roberto decise di anticipare il ritorno, inizialmente previsto per il sabato mattina, visto l’impegno che lo attendeva per quel fine settimana.

Zia Bianca li abbracciò, con la tenerezza di una madre e si commosse, perché sapeva che sarebbero passati molti mesi, prima di poterli rivedere.

Il viaggio di ritorno a Milano fu più breve dell’andata perché non trovarono traffico: gli sciatori del fine settimana avrebbero iniziato a salire verso sera e, in ogni caso, in senso di marcia contrario al loro. Livia e Roberto poterono ammirare ancora una volta i boschi di conifere carichi sotto il peso della neve, che conferiva loro un aspetto incantato. Discendendo la valle, diedero un ultimo sguardo ai paesini che si susseguivano ai margini della strada, come tanti piccoli presepi.

Arrivarono a casa per cena e, dopo aver gustato un piatto di spaghetti al sugo e una bistecca ai ferri con l’insalata, sentirono il bisogno di andare a riposare presto, complici il viaggio, il cambiamento d’aria e soprattutto lo sbalzo d’altitudine.

Prima di spegnere la luce, Livia annotò la sua musica su un piccolo taccuino nero, che usava come diario, sul quale aveva incollato delle pagine pentagrammate per l’occasione. In fin dei conti, anche quella musica esprimeva le sue emozioni ed era giusto che fosse scritta sul suo diario. Quando ebbe finito di rileggere la partitura, chiuse il taccuino, fermandolo col suo elastico e lo ripose nel cassetto del comodino, che stava accanto al letto. Sorrise, riflettendo sul fatto che quel quaderno stava sempre nella sua inseparabile borsetta a tracolla e, proprio per quella breve vacanza, aveva deciso di non portarla con sé, ritenendo che non le sarebbe servita in montagna… niente di più sbagliato!

Si addormentò poco dopo, esausta per tutte le emozioni che aveva provato negli ultimi tre giorni.

Alcuni istanti prima di chiudere gli occhi pensò che solo pochi mesi prima, al campo nomadi, non sarebbe stata capace neanche di sognare di vivere momenti così belli.

Durante la notte sognò di essere ancora nel bosco con Roberto ma questa volta c’era anche Laura. Erano tutti e tre felici e canticchiavano una melodia, che Livia riconobbe essere la sua ma non era solo il breve brano che aveva annotato, continuava con il dolce accompagnamento di campane tubolari e di un’arpa. Il sogno era stato così reale che, quando si svegliò, credette di essere ancora in montagna. Si guardò un po’ intorno, per capire dov’era. Era presto ma la luce del sole filtrava già dalle tapparelle. All’improvviso realizzò che il sogno era stato finzione ma la musica che aveva udito era reale e proveniva

dalla sua testa. Non perse tempo e afferrò matita e quaderno per fermarla subito su carta.

Tratto da “Sinfonia della Felicità –La storia di Roberto e Livia”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese

SCOPRI DI PIÚ QUI: https://amzn.to/2RBn75d

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento da Facebook

Leave A Response

* Denotes Required Field