LA LUCE CHE MI HA ILLUMINATO IL CAMMINO

LA LUCE CHE MI HA ILLUMINATO IL CAMMINO

Racconto di Simona Maria Corvese

Laura stava tornando a casa dal lavoro dopo una giornata faticosa. Era iniziato il periodo natalizio ma per lei era il periodo più triste dell’anno. Era rimasta vedova da ormai un anno e aveva una bambina di 10 anni da crescere da sola. Aveva dovuto prendere in mano l’azienda che aveva coraggiosamente fondato insieme al marito 5 anni prima, quando erano rimasti tutti e due disoccupati. L’idea di costituire una società che fornisse servizi alle famiglie si era rivelata vincente. Fornivano personale di servizio, baby sitters, senior sitters, assistenti personali alle famiglie nel ruolo di persone di fiducia, maggiordomi, professional organizers e anche precettori privati. Ora però il peso delle responsabilità gravava tutto sulle sue spalle e avrebbe tanto desiderato avere un socio, una persona fidata con cui condividerle. Fermandosi davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli e addobbi natalizi in centro a Milano, incontrò lo sguardo riflesso nel vetro di un giovane uomo, che riconobbe. Si voltò di scatto.

“Jacopo! Quanto tempo che non ti vedevo più!”, esclamò felice di rivederlo. Jacopo era stato il miglior amico di suo marito ma aveva perso notizie di lui da più di un anno.

Il giovane abbozzò un sorriso e l’abbracciò, felice di rivederla.

Laura ancora prima di riconoscerlo era rimasta colpita dal suo sguardo triste. Probabilmente era stato lì a osservarla sin da quando si era accostata alla vetrina, senza avere il coraggio di segnalare la sua presenza. Laura lo osservò e lo trovò dimagrito. Era alto e aveva sempre avuto un fisico asciutto ed elegante, con dei folti capelli scuri e mossi. Ma ora aveva un’aria sciupata e preoccupata. Il montgomery blu che indossava lo faceva sembrare ancora più magro. Laura sapeva che Jacopo era un ragazzo padre e pensò che forse suo figlio non stesse bene.

“Tutto bene? E il piccolo Matteo? Ha 10 anni come la mia Lucky, vero?”, gli chiese un po’ dispiaciuta per essersi mostrata così sfacciata nel far domande. Normalmente non era così indiscreta con le persone ma quello sguardo triste e preoccupato l’aveva turbata.

Jacopo, fermo davanti a lei, scosse la testa. “No, purtroppo le cose non vanno bene. Matteo sta bene ma io ho perso il lavoro. Non riesco a trovare niente e tra 15 giorni ci sfratteranno perché non riesco più a pagare l’affitto da mesi”, le rivelò, distogliendo subito dopo lo sguardo. Si sentiva imbarazzato e umiliato per quanto aveva appena detto.

Laura rimase sconvolta da quell’affermazione ma conosceva le difficoltà che si devono affrontare quando si perde il lavoro e anche tutta la frustrazione e l’angoscia che ne consegue.

“Dov’è il bambino adesso?”, gli chiese.

Tutto intorno a loro scorreva la folla delle persone che passavano in centro a Milano per gli acquisti natalizi ma Laura e Jacopo erano totalmente estraniati da quel flusso di umanità. Il loro mondo si era fermato e cristallizzato in quella manciata di secondi che avevano tolto loro il respiro.

“È al dopo scuola. Tra un’ora devo andare a prenderlo”, rispose lui.

Laura ancora turbata dalle parole di Jacopo e vedendolo infreddolito, agì d’impulso: “Fa freddo e comincia anche ad abbassarsi la nebbia: vieni, andiamo a casa mia, abito a poche fermate da qui. Ti preparo qualcosa di caldo e mi racconti tutto”.

Mentre s’incamminavano lungo Piazza Duomo, diretti alla metropolitana, udirono in sottofondo il suono di dolci melodie natalizie che proveniva dai portici dei grandi magazzini ‘La Rinascente’. Giunti in prossimità della fermata della metropolitana vicina all’entrata principale del Duomo furono investiti dal profumo di frittelle che proveniva dal baracchino di un ambulante nelle vicinanze.

“Hmm, senti che profumo. Fa venire in mente qualcosa anche a te?”, chiese Laura per rompere il silenzio imbarazzante che era calato tra loro.

Jacopo annuì: “Sì, i tempi dell’Università, quando tu, Andrea e io andavamo ai mercatini di Sant’Ambrogio e compravamo tutti e tre le frittelle. Un’altra vita, ormai”, rispose abbozzando un sorriso. “«Non vi è gioia maggiore che ricordarsi di tempi migliori nella sventura», è ciò che scriveva la mia bisnonna nel suo diario ottocentesco. È passato più di un secolo e le cose stanno ancora così”, commentò con amarezza.

Laura gli posò una mano sul braccio, con delicatezza, per fargli forza. “Niente è immutabile nella vita, Jacopo. Anche i peggiori incubi finiscono. Dai, scendiamo a prendere il metrò”.

Jacopo le rivolse un sorriso di riconoscenza e, dandole la precedenza mentre scendevano per le scale che portavano alla fermata della metropolitana, ammirò con discrezione la sua sobria bellezza. La calda sfumatura dei suoi capelli castani risplendeva sotto la luce dei lampioni, facendola sembrare ben più giovane di una donna di trentasei anni.

Poco più tardi, nella cucina di Laura, davanti a una tazza di cioccolata fumante, lei e Jacopo parlarono a lungo di tutto quello che era accaduto in quel lungo e difficile anno, dopo il funerale del marito di Laura.

Dopo essersi confidati tutto, rimasero qualche istante in silenzio, lasciandosi avvolgere dal profumo della cioccolata.

Laura sapeva di dover prendere una decisione in tempi brevi. Sentiva anche, in cuor suo, che non poteva abbandonare al suo destino il giovane uomo che era stato il miglior amico di suo marito. Andrea, l’uomo con cui aveva condiviso la sua vita, era morto di tumore a 36 anni. Jacopo, alla stessa età era un giovane ragazzo padre in difficoltà e voleva fare qualcosa per lui. Giocherellando con la tazza di cioccolata bollente, alzò lo sguardo e guardò dritto in volto Jacopo.

“Non permetterò che finiate in mezzo a una strada. Tu e Matteo potete trasferirvi a casa mia. Questa è diventata la casa delle stanze vuote e sono felice di vederla ripopolarsi, soprattutto delle risate argentine dei bambini. Per il lavoro ti offro la possibilità di aiutarmi nella mia azienda. Per fortuna la ricerca di servizi alle famiglie è un’attività molto concreta e in crescita costante. Ti troverò qualcosa da fare”, gli disse, convinta della decisione che aveva preso e felice di essersi decisa per quel gesto di umanità.

Jacopo, seduto di fronte a lei al tavolo della cucina, sgranò gli occhi, incredulo. “Lo faresti davvero?”, le chiese, sentendo il bisogno di una conferma.

Laura annuì, sorridendogli.

Jacopo la sorprese, con il suo motto di commozione. Tutte le preoccupazioni che aveva affrontato durante quell’anno emergevano ora in un tumulto di emozioni. Distolse lo sguardo, vergognandosi delle lacrime di commozione che, in quel momento, non riusciva a trattenere.

“ «Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte» ma «dalla mia oscurità si è fatta avanti una luce che mi ha illuminato il cammino»”, le rispose lui, citando Kahlil Gibran. “Quella luce sei tu, Laura. Te ne sarò per sempre riconoscente e ora so che potrò ancora offrire un futuro a mio figlio”.

Jacopo si alzò dalla sedia e abbracciò Laura. Anche lei si commosse, felice di aver ritrovato un amico e certa che quella sarebbe stata la luce di un nuovo inizio.

Di lì a poco uscirono di casa e andarono a prendere i loro figli a scuola. Quella sera sia Laura che Jacopo raccontarono la bella novità ai bambini e la storia del loro incontro. Una storia che avrebbe cambiato loro la vita e che non avrebbero mai dimenticato.

FINE

“La luce che mi ha illuminato il cammino”, copyright © 2018 Simona Maria Corvese.

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