LA CORRISPONDENZA

LA CORRISPONDENZA

Storia vera di Silvia B., raccolta da Simona Maria Corvese

pubblicata sul numero 47 – 12 novembre  2019 della rivista “Confidenze” di Mondadori.

 

Era il maggio del 1996 e stavo attraversando un periodo difficile emotivamente. Mio nonno era morto nell’inverno precedente privandomi di un riferimento importante nella vita. Lui, vedovo, mi aveva curato da solo, permettendo a mia madre di continuare a lavorare. Era stato una presenza importante soprattutto quando i miei genitori si erano separati. Ormai avevo 22 anni ma la sua perdita aveva lasciato un grande vuoto affettivo. Lui era stato l’equilibrio emotivo che non ero riuscita a trovare in una famiglia di genitori divorziati. Frequentavo con profitto la facoltà di Giurisprudenza, alla Statale di Milano. Se avessi continuato con quel ritmo, mi sarei laureata in corso. Tuttavia, ultimamente, le cose avevano preso una piega sbagliata: mia mamma, che lavorava in una banca, era stata trasferita in un’altra città e tornava a casa solamente nei fine settimana. Io ero rimasta a Milano perché non aveva senso trasferirmi quando mi mancavano pochi esami alla laurea. A causa di tutti quei cambiamenti non riuscivo a concentrarmi, mi sentivo smarrita e non avevo superato due esami, cosa mai accaduta prima. Decisi di accantonarli momentaneamente e di dedicarmi a un altro. Li avrei ripresi subito dopo.

Un giorno Lara, la mia migliore amica e compagna di studi, mentre stavamo preparando l’esame di Procedura Penale mi disse: “Silvia, non sei più la ragazza che conosco. Ti vedo insicura, e non è da te. Hai bisogno di un’iniezione di fiducia!”.

Seduta a un tavolo della Sala a Crociera in università, con lei di fronte, la guardai come se fosse impazzita. Sì che ero smarrita ma cosa intendeva con ‘iniezione di fiducia’?

“Ti faccio conoscere mio cugino Luca. È diventato da poco magistrato. Sai cosa facciamo? Ci facciamo interrogare da lui prima di sostenere l’esame. È bravissimo: fidati!”.

Controvoglia mi lasciai trascinare in questa impresa, per non deludere Lara.

Il sabato mattina successivo mi recai a casa sua. Il portone della casa signorile in cui abitava era aperto e intravidi accanto a Lara un giovane snello e slanciato. Indossava un completo grigio chiaro e una camicia bianca, che gli conferivano un aspetto distinto. Provai un tuffo al cuore: era bellissimo.

Sul marciapiede davanti al portone c’erano dei lavori in corso e una passerella in acciaio mi divideva da loro. Mi mossi con cautela sulla passerella che sembrava instabile. A sorpresa uno degli operai mi prese la mano per aiutarmi a varcarla. Lo fece con un gesto galante, lasciandomi la sensazione che avesse voluto farsi notare. In realtà ce l’avrei fatta benissimo da sola a varcarla. Ringraziai con un certo imbarazzo. Non ero solita concedere confidenze a estranei e, tantomeno, fare la civetta con gli uomini. Oltretutto il cugino di Lara stava assistendo alla scena e non volevo che si facesse di me l’idea di una ragazza superficiale, ancor prima di conoscermi. Anche quel pensiero m’imbarazzò.

In quel momento Lara e il cugino mi vennero incontro. Lei mi sorrise, lui invece era voltato verso l’operaio un po’ troppo galante. Feci in tempo a cogliere l’occhiata severa che gli rivolse. Inarcò impercettibilmente un sopracciglio, con dissenso e questo bastò a far tornare nei ranghi l’uomo. L’autorità che era riuscito a esercitare, con uno sguardo, mi stupì.

Subito dopo mi rivolse un sorriso di complicità e io sentii le farfalle nello stomaco.

Entrammo nel cortile del palazzo e, mentre dirigevamo verso la scala che portava all’appartamento di Lara, lei mi presentò Luca.

“Molto lieto, Silvia”, disse lui stringendomi la mano. A contatto con la sua pelle calda e la sua stretta virile, una sensazione di tepore si irradiò in tutto il mio corpo. Cosa mi stava succedendo? Non mi ero mai sentita così viva. Un sorriso simpatico e astuto gli illuminò il viso, in netto contrasto con l’espressione severa di poco prima. Non doveva essere molto più grande di me. Indugiò qualche secondo, guardandomi come un uomo guarda una donna e ne fui lusingata. Entrati in casa Lara ci accompagnò nello studio di suo padre, dove avremmo verificato il nostro studio insieme a Luca.

Ci accomodammo alla scrivania e lui estrasse dalla sua borsa dei fogli con degli schemi, scritti di suo pugno. Erano schemi di procedura penale che aveva elaborato per prepararsi all’esame di Stato. Li guardammo un po’ tutti e tre insieme, scorrendo i concetti principali, poi ci diede appuntamento alla settimana successiva. Ci saremmo incontrati per due settimane, tre volte alla settimana e avremmo verificato in modo capillare tutto il programma. Sarei arrivata all’esame preparatissima.

Salutati Luca e Lara, m’incamminai verso la metropolitana. La professionalità di Luca mi aveva impressionato favorevolmente ma ciò che mi aveva affascinato era la sua personalità. Mi era parso maturo, equilibrato, attento agli altri e consapevole di questo. Non si era mai dato arie da arrivato, cosa che me lo avrebbe reso subito antipatico. Mi faceva sentire protetta, serena e inspiegabilmente accanto alla persona giusta. Meditavo queste cose, quando mi accorsi che lui mi aveva raggiunto.

“Ciao, vai anche tu a prendere il metrò?”, mi chiese con un atteggiamento aperto e spontaneo.

Era una giornata calda e mi domandai come Luca riuscisse a resistere a quella calura indossando la giacca del completo. Proprio in quel momento lui la tolse, adagiandola sul braccio. Si slacciò i polsini e arrotolò le maniche appena un po’. Non potei fare a meno di notare la tensione dei muscoli delle sue braccia sotto la camicia e le sue spalle larghe. Parlammo per un po’ di cose generiche, come i progetti per l’estate e la tesi di laurea poi fummo interrotti dall’arrivo di una ragazza. La conoscevo di vista in università e sapevo che abitava nel quartiere di Lara.

“Ciao, Luca! É da qualche tempo che non ti vedo alle serate con gli amici. Ci sei stasera?”, chiese con estrema disinvoltura. Era affascinante, alta, vestita in modo sensuale. Il tipo di donna sicura di sedurre gli uomini, anche solo per capriccio.

Non sapevo conoscesse Luca ma, conoscendo Lara e abitando a pochi isolati da casa sua, la cosa non mi stupiva.

Parlava con Luca ma al tempo stesso mi guardava con sfida. Sorrisi, pensando che, con i miei jeans comodi, la camicetta a fiorellini provenzali, la coda di cavallo castana e la totale inesperienza nel sedurre gli uomini, non potevo essere una rivale femminile. Eppure lo sguardo che mi sentivo puntare addosso era inequivocabilmente di sfida. Provai un’assurda gelosia in quel momento ma, realisticamente, non avevo armi per competere.

“Non so se riuscirò a esserci stasera”, rispose Luca, cortese ma asciutto.

Ebbi la sensazione che lui non gradisse la sua presenza. Lei lo trattenne con altre domande e una gentilezza studiata. Io, sentendomi di troppo in quella situazione, salutai con un filo di voce Luca e ripresi a camminare in direzione della metropolitana. Ero arrabbiata con la mia timidezza. Quelle situazioni mi mettevano a disagio, iniziavo a parlare con un filo di voce, al punto che gli altri non sentivano neppure che avevo parlato. Oltretutto ero talmente impacciata, da essere scambiata per una persona scontrosa. Ero solo chiusa come un riccio. Per tutto il tragitto mi augurai che Luca avesse sentito il mio saluto, o avrei fatto la figura della maleducata.

Giunta alle scale del metrò, sentii chiamare il mio nome, “Silvia!” e subito dopo la brusca frenata di un’auto. Mi voltai di scatto in direzione dell’altro marciapiede e vidi Luca che cercava di attirare la mia attenzione. Aveva iniziato ad attraversare le strisce pedonali all’improvviso, obbligando l’auto a una repentina frenata. Con due falcate delle sue lunghe gambe mi raggiunse.

“Hai visto che matti ci sono in giro al volante?”, esordì con una disinvoltura disarmante e, come se nulla fosse accaduto da quando avevamo interrotto la nostra conversazione, riprese a parlare. Prendemmo la metropolitana e rimanemmo uno di fronte all’altra, attaccati a un palo, nella carrozza gremita.

Luca era un ragazzo simpatico e, nonostante il frastuono che ci circondava, scoprii che era facile conversare con lui. A 27 anni era diventato da poco magistrato. Prima aveva lavorato con un investigatore privato. Definì “storica” la sua ragazza ma non percepii grande entusiasmo nella voce quando ne parlò. Discrezione? Noiosa routine in un rapporto ormai stiracchiato? Sotto sotto ci speravo.

“Arrivederci a settimana prossima”, disse Luca, scendendo alcune fermate prima di me.

Nelle due settimane successive diventò una piacevole abitudine aspettarci alla fine della lezione e percorrere quel tratto di strada che dalla casa di Lara portava alla fermata della metropolitana. Parlavamo di tante cose, soprattutto dei nostri progetti per il futuro.

“Cosa farai dopo la Laurea?”, mi chiese un giorno mentre eravamo in viaggio nella carrozza. “praticantato da un avvocato?”.

L’aria condizionata era troppo forte, lui si tolse il golf dalle spalle, porgendomelo con spontaneità. Mi sentii avvolta dal calore del suo gesto,  che mi conquistò. Improvvisamente ci fu una frenata brusca e per poco Luca e io non ci ritrovammo abbracciati. Sentii il gradevole odore della sua pelle e il suo fiato sfiorare la mia guancia. Arrossii, non per la vicinanza ma perché desiderai quell’abbraccio. Superato il reciproco imbarazzo, ripresi il controllo di me stessa e risposi. “No. Frequenterò un Master di un anno in Risorse Umane e andrò a lavorare in un’azienda. E tu?”.

Luca mi rivelò che aveva chiesto di essere mandato a far esperienza a Caltanissetta, un’idea maturata ormai da molto tempo e della quale era seriamente convinto.

“Come l’ha presa la tua ragazza?”, chiesi di getto mentre scendevamo dalla carrozza e ci avvicinavamo alla banchina, incuranti della folla che ci fluiva intorno. Sapevo che lei aveva un lavoro stabile a Milano, come architetto.

“Abbiamo deciso di interrompere di comune accordo il nostro fidanzamento, Silvia. Il motivo non è il fatto che io starò lontano da Milano per più di un anno”, mi spiegò “Eravamo consapevoli ormai da tempo che il nostro era un rapporto stanco, nel quale sentivamo di non riuscir più a dar niente. Era finita ormai da tempo ma non avevamo il coraggio di pronunciare la parola fine. La mia decisione di andare in Sicilia è stata l’occasione per chiudere questa storia. Non c’è rancore tra noi. Rimane però un senso di amarezza per una storia che non ha avuto un lieto fine”.

Provai rincrescimento per quella situazione ma non ebbi il tempo di esprimermi perché Luca mi stupì con una richiesta.

“Mi piacerebbe mantenere i contatti con te quando sarò in Sicilia. Ti farebbe piacere se ci scrivessimo per raccontarci come stanno andando le cose reciprocamente?”.

Provavo attrazione per lui e in quel momento nutrii delle speranze.

Ci conoscevamo da solamente due settimane ma ciò era bastato per comprendere che tra noi due si era sviluppato un reciproco interesse.

L’idea di rimanere in contatto con Luca, durante la sua assenza, mi rese felice.

A luglio Lara e io superammo l’esame di procedura penale con il massimo dei voti e festeggiammo il risultato in pizzeria insieme a Luca. Continuammo a frequentarci tutta l’estate poi, a settembre, lui partì per Caltanissetta. Lo accompagnai all’aeroporto la mattina della sua partenza con un peso al cuore: ora che avevamo iniziato a volerci bene il distacco era ancora più doloroso. Quando giunse il momento di salutarci, lui mi baciò. “Aspettami, per favore. Un anno passerà velocemente e tornerò da te”.

Nei suoi occhi lessi la conferma ai miei sentimenti.

Intrattenemmo una fitta corrispondenza quell’anno e l’affetto che provavo per Luca non perse intensità. Tornò a Milano per Natale poi ci fu una lunga assenza, colmata solo dalle lettere. L’autunno successivo, alla scadenza dell’anno in Sicilia, ricevetti una sua lettera.

Gli avevano proposto di rimanere a Caltanissetta un altro anno ma lui non aveva ancora accettato. Sarebbe tornato a Milano a dicembre e voleva parlarmi.

Ripensai alle sue parole, “Aspettami… tornerò…” ma avevo una brutta sensazione.

Da quel momento lo scambio di lettere tra noi diradò. Mi mancava la sua presenza e l’idea di doverci dire addio mi procurava dolore. Nel frattempo mi ero laureata e frequentavo il Master in Risorse Umane. La mia vita non aveva ancora preso una direzione precisa come quella di Luca. Lo aspettai, anche se avrei desiderato raggiungerlo subito a Caltanissetta per chiarirci. Non mi era possibile farlo: la mia famiglia non era facoltosa e stavamo facendo tutti dei sacrifici affinché io potessi frequentare quel costoso Master.

Arrivò Natale e quando ci incontrammo, fui io a parlare per prima. “Luca, io ho provato subito per te un sentimento che non ho mai provato per nessuno. Ci siamo frequentati per soli due mesi ma sono bastati per capirlo e la distanza che ci ha separato fino a ora non ha mai affievolito ciò che provo per te.”

Luca non mi lasciò finire. “Ho temuto volessi lasciarmi e non posso immaginare la mia vita senza te, Silvia. Questa corrispondenza è tutto ciò che ho di te ma non mi basta più”, disse  abbracciandomi forte e baciandomi con passione.

Fui io a staccarmi per prima. “Chi ama non può essere egoista. Se quello che volevi dirmi è che il tuo sogno è quello di stare in Sicilia a servire lo Stato, non ti ostacolerò mai”.

Da quel giorno Luca e io ufficializzammo il nostro sentimento. Terminato il Master lo raggiunsi a Caltanissetta. Convivemmo per due anni lì dove io trovai lavoro in un’agenzia interinale. Alla fine dei due anni, di comune accordo, chiedemmo il trasferimento a Milano e l’ottenemmo.

Oggi, a distanza di venti anni, il nostro affetto è ancora forte e, con grande orgoglio, guardiamo i nostri figli che si preparano a iniziare l’Università.

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