LA CHITARRA ANDALUSA DI PACO


“Se desideri studiare non ti dovrebbe essere negata la possibilità di farlo anche se un domani la musica non dovesse diventare il tuo lavoro” – Paco.
“Sinfonia della Felicità – La storia di Roberto e Livia” copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese.
Oggi vi faccio far conoscenza con Paco, un personaggio minore del mio romanzo “Sinfonia della Felicità”.
Questo brano può essere letto come un racconto autoconclusivo all’interno del romanzo e, di fatto, è come un cameo nella storia.
Paco è un giovane musicista di strada, un chitarrista classico di origini spagnole. Vi ammalierà con la sua chitarra andalusa, gli arpeggi e le vibranti melodie di Tarrega che suonerà.
Immergetevi nell’affascinante atmosfera del Poble, un barrio popolare e multietnico di Barcellona… case bianche, maioliche azzurre… e lasciatevi attrarre dai dolci e sommessi arpeggi di una chitarra andalusa…
Cominciate a far conoscenza con Paco, perché sarà il protagonista di “Chitarra andalusa”, uno dei racconti che andranno a formare “Le storie di Sinfonia della Felicità”, l’antologia di racconti legati alla mia trilogia.
Buona lettura, se volete.
Simona

… Arrivò anche luglio e zio Gyorgy li portò a suonare per le piccole vie alberate del Poble, un barrio popolare e multietnico, vicino al centro.
Sarebbero stati quasi tutto il mese lì, dove si svolgeva una grande festa di quartiere, con tanto di musiche e danze tradizionali e internazionali. Il loro quartier generale sarebbe stata la via centrale pedonale, con le sue belle case bianche e le ringhiere dei balconi in ferro battuto nero.
Proprio la sera in cui sarebbero dovuti culminare i festeggiamenti con i fuochi di artificio, scoppiò un violento temporale.
Livia e Jòzsef si ripararono sotto l’arcata del portone di una casa, stringendo gli strumenti al loro petto per proteggerli da pioggia e umidità.
Dovevano trovare un riparo il più presto possibile. Si guardarono intorno e videro lì di fianco l’ insegna di una taverna: tanti riccioli neri in ferro battuto, dalle punte dorate. Aspettarono fino a quando l’acquazzone rallentò un po’ e, correndo, si infilarono nel locale. Oltrepassata la porta a vetri in legno scurissimo, trovarono il bancone del bar che si stagliava sulle belle pareti in mattoncini rossi che rivestivano tutto il locale.
Dentro c’era una luce bassa e odore di sudore. Il locale era piuttosto affollato e nessuno prestò attenzione a loro. Avanzarono con circospezione perché era buio e ad un tratto si trovarono di fronte uno spettacolo di flamenco. La ballerina era bellissima, avvolta nel tipico abito rosso, con lo strascico a balze. Sembrava una statuina di porcellana e si muoveva con grazia e plasticità.
Accanto a lei, sul palco, un giovane dalla carnagione abbronzata e una folta coda di cavallo nera, la stava accompagnando con la chitarra. Che meraviglia, pensarono i bambini. Quelle dita affusolate correvano con strabiliante agilità sulle corde dello strumento, le pizzicavano, arpeggiavano, fermavano il suono a tempo e battevano con le nocche sulla cassa.
Livia e Jòzsef trattennero il fiato fino alla fine dell’esecuzione e poi applaudirono col pubblico. Erano stati bravissimi. Fuori pioveva ancora forte, così decisero di stare un po’ defilati, per non attirare l’attenzione degli
avventori. Il pubblico stava sfollando dal locale. Alcuni si erano attardati a fare i complimenti agli artisti che intanto stavano raccogliendo le loro cose.
Quando anche gli ultimi ascoltatori se ne furono andati, gli artisti cominciarono a liberare il palco raccogliendo i cavi, spostando le casse acustiche e il microfono.
“Ci sono dei topolini qui con noi”, bisbigliò a un tratto il chitarrista rivolto a uno dei tecnici del suono.
“Sì” rispose questi sempre sottovoce. “Ma sembra che abbiano un po’ paura di noi”.
Il giovanotto gli strizzò l’occhio e, con agilità, scese dal palco avvicinandosi a Livia e Jòzsef.
“Ciao bambini”, disse loro “Non state lì nell’angolino, nessuno vi farà niente”.
I bambini erano un po’ intimiditi e non si muovevano. Avevano fatto di tutto per non essere notati ma, a quanto pare, qualcosa non era funzionato.
“Coraggio, venite a sedervi qui ai tavolini” disse loro, invitandoli con un gesto della mano.
Livia e Jòzsef si avvicinarono con circospezione.
“Avete sete?”. Dentro al locale c’era un caldo afoso. I bambini annuirono.
“Bene. Adesso ci facciamo portare qualcosa da bere. Oh, che sbadato, non mi sono ancora presentato. Io sono Paco e quella ragazza col vestito da flamenco che ci sta raggiungendo, è la mia ragazza, Soledad”.
Livia e Jòzsef sorrisero timidamente e si presentarono, dicendo i loro nomi.
“Siete turisti? Avete perso mamma e papà?”, chiese loro Paco notando che i
bambini avevano sottobraccio dei violini, chiusi nelle loro custodie.
In quel momento sopraggiunse Soledad che li salutò con dolcezza.
“Come siete carini”, disse.
“E voi siete bravissimi” rispose Livia, parlando per prima. Jòzsef si limitò
ad annuire, per far capire che li aveva apprezzati anche lui.
“Non ci posso credere”, intervenne Paco rivolgendosi alla sua ragazza.
“Abbiamo dei fan giovanissimi”.
“Cosa vi ha portato qui ragazzi?”, chiese Soledad.
I bambini spiegarono che si erano riparati nel locale, dopo essere stati colti dal temporale, mentre stavano suonando lì, nelle vicinanze.
Nel frattempo arrivò il barista con due aranciate per i bambini.
Ci fu un attimo di silenzio, mentre i bambini bevevano con avidità dai loro bicchieri poi Livia si fece coraggio e si rivolse a Paco, guardando la sua chitarra.
“È difficile da suonare?” gli chiese, indicandola.
“Non più dello strumento che già suoni. Vuoi provare?”, le rispose lui.
Livia annuì con la testa, tutta emozionata.
Paco eseguì degli arpeggi semplici, facendole vedere bene la postura della mano sinistra poi porse la chitarra a Livia, l’aiutò a imbracciarla correttamente e le indicò la posizione delle note sul manico dello strumento.
“Vedi” le disse “Qui è un po’ più facile individuare le note sul manico perché ci sono delle barre verticali che le delimitano con esattezza, a differenza del violino…”.
Ma prima che finisse di illustragliele, Livia riuscì a riprodurre lo stesso arpeggio che Paco aveva suonato poco prima.
Paco rimase sorpreso ma non disse ancora nulla. Prese un’altra chitarra che stava lì vicino ed eseguì un altro arpeggio un po’ più difficile. Livia riuscì a riprodurre anche questo. Soddisfatta e rapita dal tipo di sonorità della chitarra, non si fermò e cominciò a improvvisare una melodia dolce e semplice. Paco la assecondò, aggiungendo un accompagnamento di accordi.
I tecnici del suono si erano fermati ad ascoltarli e quando la musica finì, li applaudirono.
“Certo che tu sei una che impara alla svelta”, le disse Paco.
“Ah, mia cugina è fatta così: è nata per la musica” rispose Jòzsef al posto di Livia e risero tutti e tre insieme.
I bambini raccontarono la loro storia. Dissero da dove provenivano e del loro desiderio di continuare a studiare a Milano, un desiderio ostacolato da zio Gyorgy.
“Bè ragazzi, anche chi suona per strada ha comunque studiato musica”
osservò Paco “Anch’io, pur suonando in taverne e locali popolari, sono diplomato in chitarra classica. Se desideri studiare non ti dovrebbe essere negata la possibilità di farlo anche se un domani la musica non dovesse diventare il tuo lavoro”.
Il temporale era quasi finito quando i bambini guardarono verso l’uscita del locale. Proprio in quel momento videro entrare lo zio. Si fermò di fronte al bancone, si guardò intorno senza vederli poi chiese indicazioni al barista.
Questi additò i due bambini e l’uomo si voltò verso di loro. Dopo averli messi a fuoco nella luce soffusa, sorrise. Livia e Jòzsef, intercettato il suo sguardo, gli andarono incontro con docilità.
“Eccovi, bambini! Vi siete riparati qui per non bagnare gli strumenti, vero?” disse zio Gyorgy, quando si fu avvicinato a loro. I bambini annuirono.
“Mi sono preoccupato un po’ quando non vi ho visto al solito punto di ritrovo. Venite ora. Salutate queste persone e torniamo a casa”.
Paco non riuscì a vedere bene il volto di Gyorgy. Si era tenuto a debita distanza, volutamente.
Livia si alzò per restituire a Paco la chitarra. Questi le disse a voce alta “Non rinunciare a studiare Livia. Quando tornate a Milano cerca di riprendere i contatti con il tuo maestro di musica”.
“Non vorrà più saperne di noi. Ce ne siamo andati senza potergli spiegare perché e senza poterlo salutare”, gli rispose Livia sconsolata.
“Non ti preoccupare, vedrai che quando gli avrai raccontato quello che hai detto a me, lui capirà. Fidati”.
La bambina gli regalò un dolcissimo sorriso, sollevata da quelle parole e lo salutò.
“Vieni a trovarci a Milano e vai alla Fondazione Musica Senza Confini.
Roberto è sempre alla ricerca di bravi musicisti come te, disposti a insegnare ai suoi ragazzi”.
Paco ricambiò il sorriso e augurò buona fortuna a tutti e due i bambini.

“Sinfonia della Felicità – La storia di Roberto e Livia”, copyright © 2017-2018 Simona Maria Corvese.

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