LA CASCINA DEGLI INCONTRI


Come cresce un bambino in un orfanotrofio o in una casa famiglia? I rapporti di alcune associazioni no-profit ci dicono che nell’Europa centrale e in quella dell’est c’è la più alta concentrazione nel mondo di bambini che crescono in orfanotrofio. Molti di questi bambini non sono realmente orfani ma sono stati abbandonati dai genitori. In Italia non abbiamo più gli orfanotrofi come siamo abituati a immaginarli. Non ci sono più i collegi ottocenteschi con grandi camerate, in stile dickensiano… insomma non immaginiamoci dei piccoli Oliver Twist o gl’istituti come quelli descritti da Dickens in Nicholas Nickleby. Oggi ci sono le case famiglia e non tutte le situazioni di distacco familiare sono irreversibili. Talvolta accade che i minori affidati a comunità-famiglia incontrino periodicamente i loro genitori naturali in apposite strutture, mantenendo un dialogo, un sottile filo di lana, che li lega l’uno all’altro. Accade così che il minore vive in una struttura il cui indirizzo non è noto al genitore. Quando li fanno incontrare, i bambini vengono portati da un educatore in un luogo convenuto, dove potranno trascorrere un po’ di tempo insieme. Ho assistito, per puro caso, a incontri commoventi e, ricordando alcuni di essi, è nata questa brevissima storia. Questa è la prima parte. La seconda la pubblico domani.

Buona lettura

Simona

LA CASCINA DEGLI INCONTRI, Copyright © 2018 Simona Maria Corvese.

LA CASCINA DEGL’INCONTRI (1a parte)

Jacopo era arrivato in anticipo all’appuntamento. Quel giorno avrebbe rivisto suo figlio dopo un mese. Era nervoso e attendeva con ansia quel momento. Ogni mese cambiavano il luogo dell’incontro e questa volta si sarebbero visti in una cascina. “Che stranezza”, pensò quando gli comunicarono l’indirizzo. “Una cascina in piena città metropolitana di Milano…”. Di sicuro non avrebbe fatto fatica a trovarla come il centro scolastico della volta precedente. L’assistente sociale gli aveva garantito che per qualche tempo, ora che si avvicinava il periodo estivo, gl’incontri sarebbero stati lì, alla cascina.

Era arrivato con troppo anticipo. La donna che gli aveva aperto il cancello gli aveva detto di accomodarsi in giardino e lo aveva lasciato lì, in cortile, solo con i suoi pensieri. Era una tiepida giornata di maggio e Jacopo in un primo momento aveva passeggiato per il cortile di quella bella cascina completamente ristrutturata. Una scalinata, la cui ringhiera era completamente coperta da gelsomini in piena fioritura, emanava una fragranza intensa e dolciastra, che si sprigionava a ondate. Portava al primo piano, dove c’erano gli uffici e gli appartamenti che si affacciavano su un’unica balconata che correva lungo tutti e 3 i lati dell’edificio. L’aspetto era quello di una tipica casa di ringhiera milanese ma molto curata. Tutte le finestre si affacciavano su un semplice giardinetto, un’aiuola dalle dimensioni poco più grandi di un fazzoletto. Jacopo era accaldato, così si avvicinò alla singolare fontana collocata sotto un’edicola in muratura. La osservò con attenzione e capì che in origine doveva essere stato un lavatoio. Chi aveva ristrutturato tutta la cascina aveva voluto conservare gli angoli più tipici di quel luogo, cosi’ ora Jacopo si trovava di fronte a una fontanella da azionare con una leva. Vi si avvicinò e cominciò a muovere delicatamente il manico della leva su e giù: al terzo movimento l’acqua cominciò a scorrere copiosa dal rubinetto. Si chinò e, mettendo le mani a coppa prese un po’ d’acqua che bevve con avidità. Era freschissima. Si guardò intorno ma vide che le panchine e il tavolo in legno, simili a quelli che si trovano nelle aree per i pic-nic, erano completamente al sole. L’abete che riempiva quel fazzoletto di verde accanto al lavatoio non gettava ancora la sua ombra in quella direzione ed era un pomeriggio troppo caldo per sedersi al sole. Tornò sui suoi passi e raggiunse il portico da dove era entrato. Vicino alla porta di un ufficio al pian terreno era stato appoggiato un cassettone in legno dipinto di nero e dall’aria malconcia. Aveva un lucchetto che lo chiudeva e lo faceva sembrare un grande scrigno del tesoro dei pirati. Jacopo lo raggiunse e andò a sedersi lì. Si guardò intorno ma non vide nessuno. Controllò l’orologio. L’assistente sociale avrebbe già dovuto essere arrivato. Questa cosa cominciava a innervosirlo.

Proprio in quel momento, da una finestra aperta al primo piano, giunse la melodia di un pianoforte. Era uno studente, o forse una studentessa che si stava esercitando suonando Comptine d’un Autre Eté: l’Après Midi di Yann Tiersen. Il profumo dei gelsomini, il sole primaverile, la musica delicata e rasserenante… ma tutto ciò non bastava a tranquillizzarlo. Dov’era suo figlio? Perché non era ancora arrivato?

Uno psicologo scese dalla scalinata dei gelsomini e lo raggiunse. Lo pregò di pazientare ancora un po’. “L’educatore mi ha chiamato poco fa, dicendo che è a 10 minuti da qui. Sono rimasti imbottigliati nel traffico perché c’è stato un incidente. Stia tranquillo, Jacopo. Tra poco saranno qui”, lo rassicurò l’uomo. Era alto, biondo, con gli occhi chiari. Sembrava un inglese ma non lo era. Vestiva in jeans e polo turchese. Un paio di occhiali dalla montatura leggerissima, quasi invisibile, gli conferiva un aspetto fine ma alla mano. Aveva all’incirca l’età di Jacopo, 38, forse 40 anni… e aveva notato quanto Jacopo fosse nervoso in quel momento. Lo osservò per qualche istante e comprese l’apprensione e la tensione che stava provando . Jacopo indossava un paio di jeans chiari consumati e una camicia azzurra con le maniche arrotolate, che aveva passato tempi migliori. Sedeva sul cassettone nero, che tutti chiamavano il forziere dei pirati e stringeva nervosamente i suoi bordi con le mani, dondolandosi avanti e indietro ritmicamente. I suoi occhi blu, in netto contrasto con i suoi capelli neri e mossi, avevano uno sguardo intenso e, in quel momento avrebbero fulminato chiunque avesse cercato d’impedirgli di vedere suo figlio. L’uomo andò a sedersi accanto a Jacopo, all’altro capo del cassettone e intavolò con lui una conversazione  per cercare di calmare la sua ansia. Gli parlò del bambino, di come stesse frequentando la terza elementare con molto profitto. “Le sue insegnanti a scuola ci dicono che è un bambino dolcissimo e molto intelligente. Deve essere fiero di lui”, gli disse.

Jacopo annuì distrattamente, pensando al momento in cui avrebbe potuto tornare a viere insieme a suo figlio. Un anno prima gli era crollato il mondo addosso e, da quel momento, la sua vita era diventata un incubo.

Jacopo era un ragazzo padre. Aveva cresciuto da solo suo figlio Luca. Non si era mai risparmiato in quelli che erano i suoi doveri di genitore ma non era semplice crescere da solo un figlio e far quadrare i conti. La madre del bambino era una drogata entrata e uscita più volte da comunità di riabilitazione. Quando Luca aveva due anni fu trovata morta per overdose in un parchetto cittadino. Jacopo non aveva altri parenti. I suoi genitori erano morti quando aveva 20 anni e se l’era sempre dovuta cavare da solo nella vita. Viveva in affitto con suo figlio in un bilocale alla periferia di Milano, in attesa di ottenere un mutuo dalla banca. Mutuo che non gli era mai stato concesso perché percepiva uno stipendio troppo basso. Jacopo lavorava in una software house come informatico, con un contratto di consulenza. Un anno prima l’azienda aveva perso importanti commesse di lavoro a causa della crisi economica e non aveva potuto assumerlo, come era stato promesso al colloquio. Gli comunicarono che il suo contratto sarebbe terminato con la fine dell’anno e non lo avrebbero neppure rinnovato. La situazione era precipitata velocemente. Jacopo aveva cercato subito altri lavori. Era disposto ad accettare qualunque lavoro, purchè fosse onesto, ma tutto quello che gli proponevano erano contratti di 2-3 mesi alla volta, dalle retribuzioni sempre più basse. A un certo punto non riuscì più a pagare l’affitto e dovette abbandonare l’appartamento. Andò a vivere in macchina con il figlio. La sua Ford focus station wagon era il loro unico rifugio in quel momento. Cercò di nascondere per un po’ la sua situazione, soprattutto con la scuola. Ma quando arrivò l’inverno il piccolo Luca si ammalò di polmonite e la scuola fece intervenire gli assistenti sociali. Il bambino venne subito affidato a una casa famiglia.

Jacopo stava facendo di tutto per risollevarsi da quell’inferno. Il giudice gli aveva detto che quello sarebbe stato un distacco temporaneo, in attesa di tempi migliori… ma era già passato un anno e mezzo e le cose non erano cambiate. Ora lavorava come lavapiatti e uomo delle pulizie in un rinomato ristorante di Milano. Lo stavano valutando, non si fidavano ancora di lui ma Jacopo sapeva che se si fossero convinti della sua serietà e della sua voglia di lavorare, prima o poi lo avrebbero assunto… prima o poi… ma quanto ancora avrebbe dovuto pazientare? Sarebbe bastato poco e avrebbe potuto pagare l’affitto di un appartamento… anzi, con gli stipendi che pagavano in quel ristorante blasonato, avrebbe potuto accendere il mutuo che tanto sognava e dare una casa accogliente a suo figlio. Non ce la faceva più a dover raccontare scuse al suo piccolo Luca, quando gli chiedeva: “Papà, quando torniamo a vivere insieme?”.

(continua).

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