LE SEI SINFONIE DI NATALE estratto di lettura

Place Royale – Lower Old Town, Quebec City (Canada) at night on christmas event.

LE SEI SINFONIE DI NATALE

di Simona Maria Corvese

Quando Della, la proprietaria di un negozio artigianale di giocattoli nella Basse-Ville, la parte più antica di Quebec City in Canada, causa un incidente che lascia Thierry, un affascinante estraneo, con l’amnesia, farà tutto ciò che le è possibile per aiutarlo a ricordare in tempo per Natale.

Della è stata abbandonata dalla madre quando era molto giovane ed è stata accolta da una famiglia affidataria. Quando era bambina credeva negli affetti ma dopo quel trauma ha cominciato a tenere a distanza le persone per paura di essere ferita. Nel periodo in cui ospita Thierry, lui l’aiuta a ricordare chi è lei veramente: una donna che vuole ancora vivere passioni e affetti profondi.

“Le sei sinfonie di Natale” di Michel Corrette, che Thierry suonerà all’organo della chiesa di Notre Dame des Victoires, in Place Royale, insieme a una piccola ensemble d’archi, lo  aiuteranno a ricordare, così come un misterioso castello giocattolo che sta costruendo insieme a Della e che lui chiama Château des Lumières – Castello delle Luci .

… un castello che fa parte della vita di Thierry e che si trova nella foresta boreale del Quebec. Un castello che potrebbe cambiare la vita a Thierry e a Della.

Lasciati trasportare anche tu da questa favola natalizia per inguaribili romantiche e romantici.

“No, caro fratello. Non possiamo volare in picchiata come dei falchi e depredarli. Non possiamo comprare e fare a pezzi un negozio storico e un villaggio natalizio solamente perché i tuoi analisti finanziari ti hanno detto che stanno andando male”, protestò deciso Gilles dalla poltrona del suo salotto.

“Possiamo farlo eccome: stanno andando talmente male che la nostra proposta d’acquisto è stata l’unica che abbiano ricevuto”, rispose Felix all’altro capo del telefono, seduto alla scrivania del suo ufficio, a Quebec City “Chi pensi che voglia assumersi la responsabilità di rilanciare un lodge sgangherato, una fattoria di renne e un negozietto nella città vecchia?”, chiese.

“Il villaggio di Babbo Natale è amatissimo da generazioni di bambini. Il negozietto è aperto dal XIX secolo e, se permetti, ha un notevole valore storico. La fattoria, come la chiami tu, è una riserva che cura le renne ferite e le rimette nel loro ambiente quando sono pronte”, sbottò Gilles “Diamine, Felix! Eppure noi due siamo cresciuti nella foresta boreale, abitata dai caribù: dovresti essere sensibile almeno a queste cose!”.

“E va bene, diamogli ancora qualche settimana. Domani mattina vai a vedere tu come sono messi e fammi sapere. Buona notte”, tagliò corto Felix, spazientito, poi chiuse bruscamente la comunicazione.

 

La mattina del primo dicembre Quebec City era avvolta in una spessa coltre di neve. Gilles era uscito molto presto dalla sua prestigiosa casa in un’area residenziale che si affacciava su Lac Beauport. A quell’ora c’era ancora poco traffico e valeva la pena affrontare il freddo gelido delle prime ore di una giornata d’inverno, per raggiungere il centro di Quebec City in meno di mezz’ora. Aveva posteggiato l’auto in un parcheggio coperto, poi aveva raggiunto la Basse-Ville, il quartiere più antico della città. Il caso lo aveva portato lì quel giorno. Il suo gemello e lui erano eredi di una grande azienda produttrice di giocattoli, la Laurent Toys. Il fratello era un manager che si occupava di fusioni e acquisizioni, posato, maturo e lodato da tutta la famiglia ma con l’animo di un predatore. Lui, ebbene sì, lui era il fratello scavezzacollo che si godeva la vita e non aveva ancora messo la testa a posto. Aveva conseguito una Laurea in Economia e un Master specialistico, che non usava. Aveva conseguito anche un diploma in pianoforte e preferiva di gran lunga la musica all’economia. Era anche un bel ragazzo, simpatico e di personalità. Le ragazze che gli giravano intorno non mancavano mai ma non riusciva a portare avanti una relazione per più di sei mesi.

Di recente l’azienda di famiglia aveva aperto un grande store nella Basse-Ville, facendo chiudere altri piccoli negozi di giocattoli artigianali nel quartiere. L’arrivo di quel gigante, aveva sedotto con facilità i clienti, attirandoli non solamente con giochi di ogni sorta, ma anche con un bar e un ristorante alla moda, all’interno di quell’edificio disposto su tre piani di un antico palazzo. Alcuni dei negozi che avevano già chiuso avevano accettato con facilità i soldi offerti dal colosso di famiglia, a titolo di incentivo per un’uscita di scena pacifica. Altri li avevano rifiutati andando comunque incontro alla chiusura nell’arco di poco tempo.

Quella mattina suo fratello aveva una riunione importante cui non voleva rinunciare, così aveva chiesto a Gilles di fare un sopralluogo al suo posto. Il compito che l’attendeva era semplice.

Il negozio storico che stava per visitare in incognito esisteva dalla metà del 1800 e apparteneva alla famiglia Fournier da generazioni. Della Miller ne era l’attuale proprietaria ed era un osso duro. Insieme al comitato di commercianti di Rue du Petit Champlain, che capeggiava, aveva dato del filo da torcere alla grande multinazionale venuta per monopolizzare il quartiere.

Gilles stava ora attraversando Place Royale, immersa in un’atmosfera ovattata sotto la coltre di neve che era scesa nella notte, andando ad aggiungersi alle copiose precipitazioni che c’erano state negli ultimi tre giorni. Anche Notre Dame des Victoires, con il tetto carico di neve, contribuiva a conferire alla piazza un’atmosfera fuori dal tempo, quasi fiabesca. L’abete natalizio addobbato a festa, illuminato e imbiancato dalla neve aggiungeva quel tocco di magia alla piazza, illuminata ancora dalle luci dei lampioni notturni e semi deserta. Gilles, ammirando quel quadretto natalizio, proseguì il suo cammino costeggiando un lato di Notre Dame Des Victoires, nell’omonima via.

Poco prima d’imboccare Rue Sous le Fort,  che l’avrebbe portato in Rue du Petit Champlain, in un tratto stretto della via, qualcuno gli si avvicinò alle spalle e gli diede uno spintone facendogli perdere l’equilibrio. A quell’ora di mattina c’erano ancora poche persone per strada. Era l’orario in cui i negozi cominciavano ad aprire.

“Mi scusi”, gli disse il giovanotto che l’aveva urtato in un modo strano, mettendogli le mani addosso per sostenerlo ed evitare che cadesse. Subito dopo si allontanò a passo sostenuto.

Era accaduto tutto in una frazione di secondi ma Gilles capì immediatamente le intenzioni di quell’estraneo. Si tastò la tasca del giubbotto che indossava e si accorse di non avere più il borsellino con i documenti e le carte di credito. “Ehi, lei! Si fermi!”, gli intimò Gilles, cominciando a correre per raggiungerlo.

In quel momento lo raggiunse un altro uomo alle spalle, forse un complice, che lo colpì alla nuca facendolo barcollare. Gilles cadde carponi ma non perse i sensi. Con tutta la sua forza di volontà si rialzò e riprese a inseguire i due uomini che lo avevano ormai distanziato.

Arrivò fino in fondo a Rue Notre Dame e fece per svoltare a destra, in Rue Sous le Fort, quando venne investito da un pick-up rosso che proveniva dalla sua sinistra.

Si udì chiaramente lo stridore della frenata, le ruote che slittavano e poi il colpo secco e improvviso dell’impatto.

“Oh mio Dio!”, gridò Della, aprendo la portiera con gesti concitati e scendendo dal furgoncino. Era andata a consegnare a domicilio dei giochi ordinati da clienti storici del negozio. Quei clienti fidelizzati e i loro regali natalizi le avrebbero garantito la sopravvivenza fino a tutto gennaio. Era di ritorno al negozio quando le si era parato davanti all’improvviso un uomo, senza darle il tempo di frenare. O meglio, Della aveva subito frenato ma, nonostante le gomme da neve, quell’improvvisa frenata aveva fatto slittare e sbandare il pick-up, che ora giaceva di traverso nella via. Rue du petit Champlain, dove era il suo negozio, era pedonale ma i commercianti vi potevano accedere con mezzi di trasporto di piccole dimensioni, per il carico e scarico delle merci. Oltre tutto Della abitava al piano di sopra del negozio e le era concesso accedervi con mezzi motorizzati anche quando faceva i rifornimenti di viveri settimanali.

Della girò intorno al pick up  e, di fronte al lato anteriore del suo mezzo, vi trovò un affascinante giovanotto, steso per terra. Era privo di sensi e della neve farinosa, sollevata dalla sua caduta sull’asfalto, gli era finita sulla barba e  sui capelli castano ramati.

A Della mancò un battito del cuore. Lo credette morto ma, proprio in quel momento, il giovane riprese coscienza guardandola con due occhi vividi e colmi di meraviglia. Erano talmente blu e profondi che per guardarci dentro dovevi saper nuotare. Si sollevò a sedere su un avambraccio, massaggiandosi la testa con la mano libera. Doveva averla battuta nella caduta.

Della cercò di non fissare il piccolo taglio che aveva sulla fronte, appena sotto l’attaccatura dei capelli ma non ci riuscì. Sanguinava, poco per fortuna, e aveva sporcato una ciocca del ciuffo. Istintivamente lo aiutò a scrollarsi la neve di dosso e, a contatto con la chioma scompigliata e i peli della sua barba, provò una fugace sensazione di solletico.

“Non si sforzi, la prego”, lo esortò lei preoccupata e accovacciata sulle gambe accanto a lui. In una mano teneva il cellulare e aveva già composto il numero per chiamare un medico. Alcuni commercianti della via erano usciti dai negozi e si erano avvicinati per chiedere se fosse il caso di chiamare un’ambulanza. Fu Gilles a tranquillizzarli e a dire che non era necessario.

Della notò che il giovane si stava guardando intorno con aria smarrita. Tuttavia rimase colpita da tutto l’insieme del suo sguardo: c’era in lui qualcosa di angelico e ferino al tempo stesso.

“Dove sono?”, le chiese lui, continuando a guardarsi intorno.

“In Rue Sous le Fort”, gli rispose Della, con un’ espressione sempre più preoccupata.

“No, no”, replicò lui “Intendevo dire: in quale città mi trovo?”.

Della lo guardò sconcertata. “Siamo a Quebec City e io sono Della”, gli rispose, porgendogli la mano. Lui ricambiò la stretta. “Molto lieto, Della. Io sono… io sono…”, continuò lui, scuotendo la testa e alzando gli occhi verso di lei. “Mi dispiace, Mademoiselle. Non ricordo come mi chiamo”. Con fare turbato,  raccolse il cellulare che era caduto poco distante da lui.

Della colse un barlume di speranza accendersi nei suoi occhi magnetici e spegnersi subito dopo: il cellulare, che avrebbe potuto dirgli chi era, aveva una crepa  profonda sul vetro e non si accendeva più.

“Venga, la porto in ospedale”, gli disse con gentilezza Della, prendendolo per un braccio e aiutandolo ad alzarsi.

 

Il medico che visitò e medicò Gilles in ospedale riscontrò un trauma cranico. Tranquillizzò Gilles e Della, dicendo loro che l’amnesia sarebbe stata temporanea.

“Quando recupererò la memoria, dottore?”, chiese lui, preoccupato.

Il medico si strinse nelle spalle, rivelando che l’amnesia sarebbe potuta durare qualche giorno, così come qualche settimana.

Della, cogliendo l’espressione smarrita del giovane, si offrì di ospitarlo. “Abito sopra il piccolo negozio in Rue du petit Champlain. Ho una depandance, una casetta nel giardino interno del palazzo, dove alloggia il mio padre affidatario quando viene in visita. Ora è libera”, spiegò “Può abitare lì, fino a quando non recupererà la memoria. È il minimo che io possa fare per lei”, disse, notando subito l’espressione sollevata di Gilles.

“La ringrazio, Della. Non si senta in colpa per quanto è accaduto. Non ricordo neppure perché non avevo i documenti con me e perché stavo correndo nel momento in cui sono stato investito dal suo pick-up. Di sicuro la colpa è stata mia: sono uscito all’improvviso dalla via, in modo incauto. La ringrazio per la sua gentilezza e disponibilità ad ospitarmi”.

Il medico, seduto alla scrivania, chiese a Della di vegliare il paziente, svegliandolo a intervalli regolari durante la notte. Aveva riportato un trauma cranico e nelle ore successive avrebbe anche potuto andare in coma. Si rendeva necessario metterlo sotto osservazione per ventiquattro ore.

Della e Gilles, seduti all’altro capo della scrivania annuirono.

“Rimane un’ultima questione da risolvere, Monsieur. Dal momento che probabilmente le sono stati rubati i documenti e che il suo cellulare è andato distrutto nell’incidente, dovremo trovarle un nome provvisorio”, osservò il dottore, con un sorriso rassicurante.

Gilles annuì. In quel momento l’occhio gli cadde su una pila di riviste appoggiate su un  tavolino in un angolo dello studio. Su una copertina c’era il volto sorridente di un medico.

“Il dottor Thierry”, mormorò Gilles, leggendo il titolo dell’articolo. Quel nome gli risuonava nella mente senza che potesse trovare un collegamento o un perché. “Thierry! Nell’attesa che mi ritorni la memoria mi chiamerò Thierry”.

Della sorrise con approvazione.

Gilles, ora per tutti Thierry, non ricordava di essere stato derubato da un ladro e aggredito alle spalle dal complice. Non ricordava nulla della sua vita e questo, anche se non voleva darlo a vedere, lo angosciava.

Durante il tragitto verso casa, Gilles-Thierry e Della rimasero in silenzio, ognuno assorto nei suoi pensieri.

Arrivarono alla bottega dei giocattoli in Rue du Petit Champlain  che era tardo pomeriggio. Durante il periodo natalizio il negozio rimaneva aperto tutto il giorno, senza interruzioni. Quando scesero dal pick up, lo sguardo smarrito di Thierry cadde sulla vetrina del negozio: fu colpito dalla fattura artigianale di un trenino e una casa di bambole, realizzati con legno pregiato, colorati e rifiniti fin nei minimi particolari. Qualcosa riecheggiò  ancora nella sua mente ma non seppe dire cosa.

“Ricordi qualcosa?”, gli chiese Della, vedendolo bloccato davanti alla vetrina e posandogli con gentilezza una mano sul braccio per richiamare la sua attenzione.

Quando Thierry si voltò e incontrò il sorriso timido di Della, sentì un brivido fino alle dita dei piedi. I suoi lineamenti erano irregolari e non era la bellezza classica da copertina delle riviste. Tuttavia era una donna affascinante e, se in un primo momento lui era rimasto attratto dalla sua bellezza particolare, ciò che lo aveva affascinato era stata la sua gentilezza.

“Purtroppo no”, rispose scuotendo la testa demoralizzato.

“Non si scoraggi, Thierry. Vedrà che recupererà la sua memoria. Ha soltanto bisogno di riposare un po’”, lo incoraggiò lei . Il modo in cui lui l’aveva guardata le aveva fatto accelerare i battiti del cuore. L’aveva guardata come un uomo guarda una donna ma non era questo il punto. In quella manciata di secondi le aveva offerto tutta la sua attenzione e quello sguardo l’aveva fatta sentire come se fosse la donna più bella sulla faccia della terra.

“Venga, entriamo. Le mostro la dependance nel giardino interno. Per il negozio c’è tempo: glielo farò vedere domani mattina. Charlotte e io viviamo nell’appartamento sopra il negozio ma questa notte dovremo tenerla sveglia per sorvegliare il suo trauma cranico”.

“Charlotte?”, chiese lui stupito.

Della scoppiò a ridere, vedendo l’espressione sempre più confusa di Thierry. “Sì, è la mia socia e cura la produzione artistica. Io mi occupo di giocattoli e libri artigianali per bambini. Come la chiamano nelle grandi aziende? Ah, sì, ricerca e sviluppo… ma i nostri prodotti sono tutti artigianali”, volle precisare, andandone molto fiera. Ormai erano pochi gl’imprenditori che realizzavano ancora a mano i giochi e i libri. “Charlotte invece è una bravissima illustratrice di libri”.

Thierry sorrise annuendo, curioso di conoscere anche Charlotte. Era ancora  pomeriggio ma le sorprese, gl’imprevisti e le emozioni che aveva vissuto quel giorno lo avevano spossato e messo a dura prova. Desiderava solamente trovare un ambiente tranquillo dove riposare, ora.

Varcarono una porticina in legno accanto al negozio e, con stupore di Thierry, si trovarono in un giardino interno, immerso in un silenzio ovattato.

Aveva ripreso a nevicare e fitti fiocchi di neve cadevano dal cielo ormai buio. Mentre avanzavano la neve farinosa scricchiolava sotto le loro scarpe. “Siamo i primi a lasciare impronte su questo manto di neve”, osservò Thierry, guardandosi intorno. Della annuì “Lo stabile e il negozio sono nostri e del nostro padre affidatario”, spiegò “Lui ora vive appena fuori città dove gestisce un villaggio natalizio e la fabbrica dei giocattoli. Il nostro negozio è una dipendenza della fabbrica ma abbiamo anche il nostro piccolo laboratorio”.

“Deve essere bello avere per padre Babbo Natale”, osservò scherzosamente Thierry. Della scoppiò a ridere “Lei non è la prima persona che mi fa una simile battuta! Roger e sua moglie hanno preso in affido Charlotte e me quando eravamo ancora ragazzine. Non siamo veramente sorelle ma abbiamo avuto in comune l’esperienza di essere state abbandonate dai genitori”.

Thierry perse il sorriso, provando rammarico per la confidenza che Della gli aveva appena fatto. Immediato fu anche l’istinto di protezione nei suoi confronti, nonostante in quel momento non ricordasse neppure chi lui fosse e da dove provenisse. “E se ci dessimo del tu, Della?”, le propose con cautela. “Sì, rende tutto più semplice e mi farebbe anche piacere, Thierry”, acconsentì lei, con un sorriso aperto che gli scaldò il cuore.

Si addentrarono nel giardino di fitti alberi, dai rami spogli ma carichi di neve e perfettamente illuminato da lampioni in stile vittoriano. Mettevano allegria solamente a guardarli, con quei fiocchi rossi che li adornavano e le corolle di vischio natalizie.

“Non ci posso credere! Sono case sugli alberi!”, esclamò. Fece un passo indietro, sopraffatto dalla meraviglia, poi si fermò “da bambino ne andavo matto ma queste sono per adulti”, disse con una risata spontanea, avvicinandosi alla passerella fissa in legno che saliva gradatamente fino al livello di quelle casette rosse. Erano costruite intorno agli alberi e sollevate da terra da dei pali. “Ti piacciono?”, chiese Della. Thierry, con gli occhi ancora fissi sulle costruzioni, annuì con un largo sorriso. “Le ho costruite insieme a Roger: sono una falegname”. Mancavano pochi passi alla prima casetta ma Thierry si fermò di scatto, voltandosi verso Della. “Tu sei una continua fonte di sorprese. È una professione non comune in una donna: come è nata la passione per il legno?”. Della emise un profondo respiro, riflettendo sulla domanda di Thierry. “Dopo aver cambiato un’infinità di case con mia madre, aver vissuto in una casa famiglia ed essere stata accolta da una famiglia affidataria, avere una carriera dove le cose sono fatte per durare non è solamente soddisfacente ma anche terapeutico”. Thierry annuì, provando tenerezza per lei, poi si avvicinò alla casetta principale.

Attraverso i vetri all’inglese della finestra, contornati da un bordo bianco, scorse i bagliori accoglienti del fuoco acceso nel camino, che illuminavano l’ambiente. “Qui c’è il salotto e una scala a chiocciola conduce a una camera da letto con il bagno”, spiegò Della. Thierry si voltò, guardando le altre due “Sono collegate tra loro”, osservò. Della annuì, facendogli cenno di seguirlo. Le assi di legno legate da corde delle passerelle mobili su cui stavano camminando scricchiolavano sotto il loro piedi. Thierry sentì chiaramente l’odore di legno nuovo e avvertì la loro ruvidezza, grazie alla quale non scivolava passandoci sopra. Anche i rami degli alberi tutti intorno scricchiolavano sotto il peso della neve. Quelli più alti raschiavano contro i tetti delle tre piccole case. “Nelle altre due c’è una cucina ben attrezzata e una camera da letto per gli ospiti, con una veranda invernale”, spiegò Della. “Che meraviglia… e ogni casa ha la sua piccola terrazza…”, osservò Thierry, deliziato. Le altre due case erano illuminate a giorno ma Della e Thierry andarono a sedersi sulle sedie in legno sistemate su una terrazza. Da lì si godeva una splendida vista sul fitto reticolo di rami e sul cortile.  L’aria gelida della sera scivolava attraverso le fessure delle assi del pavimento e la casa ondeggiava lievemente al soffio del vento “Si ha veramente la sensazione di stare su un albero, Della”, disse Thierry, godendo di quel momento di pace. Dal comignolo sul tetto arrivava il profumo della legna, misto a quello delle pigne che ardevano nel camino. Rimasero un istante in silenzio e Thierry si domandò, tra sé e sé, se avrebbe mai ricuperato la memoria. “Credo di sapere a cosa pensi”, gli disse Della, posandogli delicatamente la mano sul braccio, per la seconda volta in quel pomeriggio, per confortarlo. “Andrà tutto bene, non preoccuparti. So cosa significa attraversare momenti difficili nella vita”. I loro sguardi rimasero avvinti per un istante saturo di elettricità. Dei suoni ovattati provenienti da un lettore musicale all’interno della casa distolsero Thierry dalle sue preoccupazioni. “È un pianoforte…”, osservò lui rimanendo in ascolto. “Hai l’espressione di una persona che sta per ricordare qualcosa”, gli disse Della, sorridente. Thierry annuì. “Sono le stagioni di Čaikovskij… ‘dicembre – Natale’”. Della sgranò leggermente gli occhi per la meraviglia: “Bravo Thierry: è proprio l’opera 37. Che precisione! Non sarai un musicista?”. Thierry allargò le braccia costernato “… e chi lo sa?”.

Della sorrise, pensando a quanto fosse meravigliosa la sua voce, bassa ma penetrante. “Vieni, entriamo che ti presento Charlotte. Tra noi due è lei la musicista: nel tempo libero anima le funzioni liturgiche in Notre Dame des Victoires con il suo violoncello. Io sono solamente un’ appassionata ascoltatrice di musica classica”.

Entrarono nel salotto, immerso nel caldo tempore creato dal camino e Charlotte venne loro incontro, presentandosi. “Dammi pure il cappotto, Thierry. Te lo appendo”, lo esortò. Nel prenderlo con le sue mani affusolate, qualcosa cadde da una tasca. Della si chinò a prenderla: era una minuscola scatola di velluto che, nell’impatto con il pavimento si era aperta. Thierry si abbassò accanto a lei per raccoglierla, sfiorando accidentalmente le mani di Della. “Un anello”, esclamò lei, socchiudendo inconsciamente le labbra. “Un anello di fidanzamento, sembrerebbe…”, puntualizzò Charlotte “è un diamante”.

Della provò un’assurda sensazione di delusione e la lesse anche negli occhi di Thierry, mista a sconcerto. “Questa potrebbe essere un’ottima notizia per noi!”, affermò ostentando disinvoltura, nella speranza di dissimulare le emozioni che l’attraversavano in quel momento. Della e Thierry esaminarono la scatolina che non riportava il nome del produttore del gioiello e neppure  quello della gioielleria. “Sembra un anello antico”, osservò lui. “Ci sono gioiellerie qui nella città vecchia?”, chiese.

Della e Charlotte si guardarono negli occhi con immediata comprensione, poi si voltarono verso Thierry. “Sì. Domani mattina andremo subito a chiedere se ricordano di averti visto nel loro negozio oggi”, disse Della “se siamo fortunate potremmo risalire alla tua identità prima di quanto speriamo”. Nel riconsegnare la scatolina a Thierry, la sua lunga e folta treccia di capelli scuri le scivolò dalla spalla, andando a impigliarsi nel cinturino dell’orologio di lui. “Scusami”, disse imbarazzata.  Erano talmente vicini in quell’istante che Della poté sentire il respiro caldo di Thierry. “Non ce n’è bisogno. Non è nulla”, le rispose lui, districando con tocchi delicati delle dita la setosa ciocca che era rimasta impigliata. Della scorse l’intelligenza e la gentilezza nello sguardo di Thierry ma anche una sorprendente forza che ardeva sotto la superfice e le sue guance arrossirono.

Lui la guardò con tenerezza, incontrando i suoi occhi, rincuoranti come il cioccolato fondente. “Ecco fatto”, esclamò sorridente e con uno sguardo aperto, liberandole la treccia. Della si sentì legata al suo sguardo da una sbalorditiva attrazione ma anche indifesa di fronte all’intensa passionalità, tenuta a bada con sicurezza, che vi leggeva.

“Thierry, che ne diresti di magiare qualcosa?”, propose Charlotte. Aveva assistito in silenzio alla scena e ora li guardava maliziosa. “Mentre voi due eravate in  ospedale ho preparato una zuppa di verdure e lo spezzatino di patate”. “Un menù invitante! Sì, per favore”, rispose lui con disinvoltura,  alzandosi da terra. Non gli sfuggì l’espressione impertinente di Charlotte, accentuata da quella spruzzata di lentiggini sulle guance e dai fulvi e fittissimi riccioli ribelli che le incorniciavano il volto. Dopo essersi rifocillati trascorsero tutti e tre la serata a giocare con dei giochi in scatola. “Ci è sembrato il modo più gradevole per trascorrere questa lunga notte, visto che dovremo tenerti sveglio”, spiegò Della. Quando si fece tardi, Thierry si ritirò a dormire nella camera da letto al piano di sopra. Della e Charlotte si sistemarono invece sul divano davanti al camino, tra colorati cuscini e calde coperte scozzesi. Lei e la sorella si diedero il cambio durante la notte per andare a svegliare Thierry ogni due ore, come aveva consigliato il medico ma andò tutto bene. Alle prime luci dell’alba invernale crollarono tutti e tre per il sonno.

Alle otto di mattina Thierry fu svegliato dal suono di una sveglia. Si mise a sedere sul letto, impiegando qualche secondo per ricordare dove fosse, poi lo sguardo si soffermò sul comodino. Accanto alla sveglia c’era un vassoio per la colazione, con una tazza di caffelatte e una scatola di latta, colma di biscotti alle gocce di cioccolato. A giudicare dal delizioso profumo che emanavano dovevano essere stati appena sfornati. Thierry sorrise nel leggere i biglietti che li accompagnavano. Sopra la tazza della colazione c’era scritto “bevimi” e sopra la scatola colorata dei cookies “mangiami, hai bisogno di recuperare forze”. Un terzo bigliettino era tenuto fermo dalla sveglia: “Torniamo tra tre quarti d’ora”. Thierry scostò il piumino e si alzò dal letto, avvertendo una sensazione d’indolenzimento a tutta l’ossatura: era l’effetto dell’impatto con il pick up di Della che aveva avuto il giorno prima. Si avvicinò alla finestra. Dai vortici di brina e dai cristalli di neve che ricoprivano i bordi dei vetri avvertì la sensazione di freddo che doveva esserci fuori, nonostante la stanza fosse ben riscaldata da una piccola stufa a pellet, in funzione. Le luci che contornavano i corrimano dei balconi erano ancora accese e i rami degli alberi erano più carichi di neve della sera prima. Aveva nevicato tutta la notte e la neve che si era posata su un lato della corteccia degli alberi, là dove era soffiato il vento, ora luccicava al sole. Sembrava di essere veramente immersi in un bosco. Si voltò a dare una rapida occhiata alla sveglia poi andò a farsi una doccia, prima di mangiare.

“Pronto per un po’ di shopping?”, gli chiese Della quando arrivò a prenderlo.

Thierry le lanciò un sguardo furtivo: era ancora più bella di come la ricordava la sera prima. Improvvisamente perse interesse per tutto quello che aveva intorno e si sentì pieno di energie. “Sì, dove mi porti?”.

“Andiamo alla gioielleria in piazza per vedere se qualcuno ti riconosce e poi ti porto a comprare qualche abito”, rispose lei mentre era indaffarata  a regolare la temperatura sul pannello di controllo della stufa.

“Ti ringrazio, Della. Ti restituirò i soldi della spesa che sosterrai, non appena mi sarà possibile”, le rispose lui.

Purtroppo la visita alla gioielleria non diede gli esiti aspettati: nessuno aveva visto prima Thierry. Quando più tardi lui si guardò allo specchio del negozio di abbigliamento maschile, scorse un bagliore di rabbia nei suoi occhi blu: aveva di fronte un perfetto sconosciuto. Della invece quando se lo vide di fronte con i jeans blu navy e un maglione dolcevita dello stesso colore, che evidenziavano i suoi capelli ramati, le sue ampie spalle e i fianchi stretti, sentì le farfalle nello stomaco. Quei colori scuri facevano inoltre sembrare più chiari i suoi capelli arruffati e la barba un po’ ispida. Tornarono a casa con un guardaroba essenziale, che Thierry aveva scelto tutto in stile informale.

“Come ti senti, Thierry?”, gli chiese Della mentre più tardi lo aiutava a riporre l’abbigliamento nell’armadio. “Ho solamente un po’ di mal di testa per la mancanza di sonno o forse anche per la botta di ieri”, spiegò “ma per il resto sto bene”. Della annuì “Te la senti di venire con me al negozio o preferisci rimanere qui a riposare fino all’ora di mangiare?”.

“La casa che hai costruito è meravigliosa, Della ma sono curioso di vedere il tuo negozio. I giocattoli che ho visto in vetrina ieri erano meravigliosi”, le rispose lui.

Della sorrise contenta e gli fece cenno di seguirla. Nel negozio, le cui vetrine si  affacciavano su Rue du Petit Champlain, trovarono Charlotte al bancone della cassa, impegnata a impacchettare un regalo per un’anziana signora. La ragazza fece un sorridente cenno di saluto a Della e Thierry.

“Tutto a posto con il libro mastro, Della”, esclamò in quel momento un  uomo uscito dal retro del negozio. Della accolse con stupore la sua affermazione ma lui continuò a sorridere, incoraggiante. Incuriosito si fermò di fronte a Thierry. Lo squadrò dall’alto al basso con i suoi penetranti occhi azzurri poi, con sfida, si voltò verso Della e la baciò. “Come fai a diventare sempre più bella dell’ultima volta che ti ho vista, tesoro?”, le chiese mettendole un braccio intorno alle spalle in segno di possesso e tornando poi a guardare dritto negli occhi Thierry.

“Thierry, ti presento Harry Walker. É il nostro commercialista e anche il mio ragazzo”, balbettò frustrata per la fatica che quell’ultima parola aveva fatto a venirle fuori. Era in preda a pensieri confusi in quel momento e tutto questo era semplicemente assurdo. Lei era impegnata sentimentalmente. Molto probabilmente lo era anche Thierry: era solamente questione di tempo ma prima o poi avrebbero scoperto chi era la fortunata destinataria dell’anello di fidanzamento che lui aveva con sé. Che differenza faceva se erano attratti l’uno dall’altra con così tanta evidenza?

Harry, con un inscalfibile sorriso tese la mano a Thierry e gliela strinse. “Charlotte mi ha raccontato tutto di lei questa mattina. Le auguro di recuperare la memoria il prima possibile. Nel frattempo, se ha bisogno di qualcosa, non esiti a chiedere”, gli disse poi, senza lasciargli il tempo di replicare, si voltò di nuovo verso Della. “Tesoro avrei bisogno di parlarti”.

Della annuì. “Torno subito, Thierry e ti farò visitare il negozio”, disse, seguendo Harry nel laboratorio sul retro.

Harry mostrò il libro mastro a Della: “Tesoro, è il secondo mese che siete in perdita e non va bene. Può darsi che vi riprenderete un po’ con gli acquisti di Natale ma non potete competere con il mega store della Laurent Toys che ha aperto in autunno. Se continuate così siete destinati a chiudere”, le spiegò con franchezza. Della abbassò lo sguardo a terra, dispiaciuta. “Hai considerato la loro proposta di acquisizione? È un buon contratto quello che ti hanno offerto, fidati”. “Mi fido di te”, rispose Della, seduta al tavolo da lavoro del laboratorio. “Il punto è che questa è solo una dipendenza della fabbrica di giocattoli artigianali di Roger. Non me la sento di chiudere un’attività artigianale familiare che si perpetua da tre generazioni. I giocattoli artigianali hanno un valore che dura nel tempo: se vendo questo negozio storico, il prossimo passo sarà quello di dover vendere anche l’azienda di Roger. È ormai anziano e presto passerà il testimone a me e Charlotte”. Harry annuì. “Sai anche tu cosa succederà una volta che avremo venduto oppure accettato la proposta di fusione con la Laurent Toys: la trasformeranno in un’azienda moderna di produzione su larga scala”, insistette Della, mostrando tutti i suoi dubbi. “Fai come vuoi, Della ma non dire che non ti ho avvertito. Proposte di contratto così buone non accadono due volte di seguito”, le rispose lui, baciandola sulla guancia e facendo per andarsene. “Usciamo a cena una delle prossime sere?”, le propose. “Sì, sentiamoci al telefono nei prossimi giorni per organizzare qualcosa”, gli  rispose lei ancora pensierosa. “Scappo ora: mi aspetta un altro cliente qui in città”. Era già sulla porta del laboratorio, quando si fermò e si voltò verso Della “Eppure il volto del tuo amico, Thierry, non mi è nuovo. Lo ho già visto da qualche parte ma ora non mi sovviene dove…”, poi alzò le spalle con noncuranza e le lanciò un bacio, uscendo dal negozio.

Nel pomeriggio Harry decise di andare a parlare con l’avvocato della Laurent Toys che aveva stipulato la proposta contrattuale e che conduceva le trattative. Fu ricevuto in una meravigliosa proprietà in centro città.

“Signor Walker, grazie della chiamata”, disse l’avvocato entrando nell’elegante salottino ed invitando Harry ad accomodarsi.

“È molto bello qui”, osservò Harry guardandosi intorno.

“Eccezionale è il motto della Laurent Toys”, replicò con prontezza l’avvocato “Dunque lei è qui per rappresentare la signorina Della Miller?”, chiese poi, mentre un cameriere serviva sul tavolino davanti al divano un vassoio con una teiera, delle tazzine e un piatto di biscotti da tè. Harry, preso alla sprovvista, improvvisò: “Uh… sì, sono il suo consulente finanziario”. “E il suo parere?”, tagliò corto quello.

“Chiudere il contratto per la fusione il prima possibile”, rispose Harry.

“È una buona notizia: pensavo che non avremmo fatto passi avanti”, rispose sollevato l’avvocato. Non si era ancora seduto e andava avanti e indietro per il locale, come se avesse fretta.

“No, no, stiamo facendo passi avanti. Della vorrebbe aggiungere qualche clausola al contratto”, azzardò Harry.

“Che tipo di clausola?”, chiese l’avvocato, fermandosi. Era già sul guardingo.

“Oh, niente di che: qualche piccola modifica per salvaguardare la storicità dei giocattoli artigianali della Fournier Toys… cose del genere”, spiegò Harry, facendo un gesto con la mano come per dire che erano cosucce.

“Si fidi di me: per i Laurent è una priorità salvaguardare il patrimonio storico delle aziende artigianali”, mentì l’uomo, per rassicurarlo.

Harry, rasserenato, posò la tazzina e si alzò per andare incontro  all’avvocato. “Bene, allora credo che sia tutto a posto”, gli disse e si strinsero tutti e due la mano con soddisfazione reciproca.

“Venga, le mostro l’azienda”, gli disse visibilmente contento l’avvocato ed Harry lo seguì.

 

“Un attimo di attenzione, per favore”, disse Della, con la mano appoggiata sul ripiano del tavolo da lavoro nel laboratorio sul retro del negozio. Qua e là erano sparsi viti, martelli, cacciaviti e pezzi di giochi in legno che stava riparando o che non aveva finito di montare. In un angolo c’era un vaso colmo di pennelli di varie dimensioni, che usava per colorare i giochi. Indossava ancora il grembiule da lavoro in cuoio e nell’aria si sentiva l’odore della vernice e dei solventi che aveva utilizzato per un trenino in legno. Diede una rapida occhiata alla mensola sulla quale lo aveva appoggiato per far asciugare il colore poi si rivolse ai volontari per i mercatini di Natale in Place Royale, che si erano riuniti lì quel giorno. “Abbiamo bisogno di ancora tre volontari per darci il cambio agli stand dei cibi e dobbiamo procurarci altri raccoglitori dove riporre i giocattoli da donare”, disse schiarendosi la voce. Ci fu un istante di silenzio in cui nessuno si offrì. Con la mano Della raccolse nervosamente i trucioli che ricoprivano il tavolo dopo aver levigato dei pezzi di legno quel pomeriggio. Finalmente si alzarono tre mani e Della tirò un sospiro di sollievo. “Ottimo! Adesso avrei bisogno di qualcuno che mi accompagni in piazza e che mi aiuti a montare la casetta di pan di zenzero in legno che ho realizzato”. Ci fu ancora un imbarazzante silenzio. In quel momento entrò Thierry che alzò il braccio, sorridente, per segnalare la sua presenza. “Grazie, Thierry! Sei un tesoro. Andiamo appena finita la riunione del comitato, prima che diventi troppo freddo”, disse lei con autentica gratitudine. Montare quella casetta avrebbe richiesto un po’ di tempo e i volontari erano sempre a corto di tempo. Thierry era la persona  giusta per quel compito. “Troppo freddo per cosa?”, le chiese lui sottovoce, avvicinandosi a Della. Lei si mise a ridere, comprendendo che lui non si era offerto ma l’aveva semplicemente salutata con una mano. Ormai era fatta, comunque. “Andiamo in Place Royale a montare la mia casetta di legno”, gli rispiegò, poi si rivolse ancora ai volontari, nel brusio di quella disordinata riunione. “Avrei bisogno ora di un volontario per impacchettare i regali per i bambini…”, chiese emettendo un sospiro sfiduciato. Fu ancora silenzio e per quel compito non fu fortunata come poco prima. Si rivolse allora a Thierry “Stasera tu, Charlotte e io ci dobbiamo mettere di lena a impacchettare i giochi per i bambini!”.

 

Era ormai buio e faceva molto freddo ma Place Royale era animata dagli stand del mercatino natalizio. I corridoi tra le casette di legno degli stand erano gremiti di adolescenti che si divertivano, bambini che trascinavano i genitori verso le bancarelle: facevano domande ai commercianti sui prodotti esposti e chiedevano ai genitori di poter fare un acquisto. Uno degli stand più affollati era proprio il loro. “Povera Charlotte”, disse Thierry “Mi dispiace lasciarla lì da sola”. “I nostri giocattoli piacciono molto ai bambini”, osservò orgogliosa Della. “Sono bellissimi e dire che alla bancarella avete solamente una piccola selezione di quello che c’è in negozio”, replicò lui, stringendosi bene la sciarpa di lana al collo. Faceva talmente freddo che mentre parlava gli uscivano nuvolette di vapore dalla bocca. “Non ti preoccupare, Thierry. Tra poco il mercatino chiude e Charlotte sapeva che oggi siamo presi con la casetta di pan di zenzero da montare. Vieni che ti faccio vedere lo spazio che ci hanno assegnato”, gli disse tra le voci delle persone che parlavano, ridevano o richiamavano l’attenzione degli amici che avevano avvistato tra la folla. Con le parti della casetta da montare sotto braccio si avviarono in un punto della piazza vicino alla chiesa. “Certo che sei veramente brava a fare queste casette”, le disse lui mentre montavano prima le pareti della casetta e poi il tetto: si erano intesi subito a meraviglia “Non intendo solo questa che è un giocattolo… anche le case sull’albero… dovresti continuare a studiare e laurearti in architettura, Della”, la incoraggiò lui. “Sono già laureata in Architettura, Thierry”, rispose lei divertita. Lui la guardò sorpreso. “Scusami per questo mio grossolano malinteso, sono stato inopportuno. Sono caduto nello stereotipo del falegname senza laurea”, le disse sinceramente dispiaciuto. Le sue scuse erano veramente sentite ma Della non si sentì mortificata da quello che le aveva detto Thierry. Era stato spontaneo e aveva capito che voleva darle davvero un suggerimento disinteressato. “Dopo il diploma in falegnameria mi sono laureata in Architettura ma la mia passione per la lavorazione del legno è troppo forte e sono tornata in questo campo. Adesso mi occupo di giocattoli ma progetto e costruisco anche case sugli alberi per adulti e baite con tronchi di legno”, gli confidò. Thierry annuì in silenzio e con ammirazione. “quindi è stato il tuo padre affidatario a ispirarti”, le chiese con tatto mentre fissavano le pareti con chiodi e martello. Della annuì a sua volta “Tu però non sei un falegname: hai delle mani curatissime e lisce. Non sono le mani di una persona che fa lavori manuali”, osservò. Thierry se le guardò perplesso. L’osservazione di Della era giusta ma lui non aveva risposte. “Mia madre mi ha abbandonato quando avevo sedici anni, per seguire il suo ultimo compagno. Io ero troppo grande e le avrei impedito di contrarre il matrimonio vantaggioso che ha concluso”, riprese lei. Thierry l’ascoltò in silenzio. “Ho perso il conto dei fidanzati e mariti che ha avuto… e non ha scuse, perché è una persona intelligente e istruita”. Thierry la guardò con sguardo interrogativo, passandole una manciata di chiodini. “È una biologa, ricercatrice ma l’inappagabile bisogno di affetto che la porta a essere sciocca con gli uomini è il suo punto debole. Gli uomini se ne approfittano della vulnerabilità di una donna innamorata… e alcuni di loro ne hanno approfittato anche per assottigliarle il conto in banca”. Thierry si rattristò a sentire quelle parole. Si sentì in difficoltà a partecipare alla conversazione, come se risponderle comportasse un grande sforzo. “Adesso sta con un infermiere. Dicono che sia una persona seria e che mia madre abbia finalmente trovato la persona giusta. Qualche settimana fa ha cercato di mettersi in contatto con me. Ha chiamato Roger, il mio padre affidatario ma lui non le ha dato il mio numero di cellulare. Non sapeva se io avrei gradito un riavvicinamento… così è stata lei a lascargli il suo numero di cellulare”, gli confidò, giocherellando nervosamente con la porticina della casetta che aveva appena montato. Proprio in quel momento una coppia di genitori passò loro vicino chiamando ad alta voce il figlio che era sfrecciato via per avvicinarsi a una bancarella. Della provava ancora risentimento verso sua madre: non aveva mai avuto quegli atteggiamenti di apprensione verso di lei. La musica natalizia di sottofondo che usciva dall’altoparlante sul tetto della bancarella accanto a loro la rilassò. Thierry gli posò una mano sul braccio, con delicatezza, per attirare la sua attenzione “Pensi che la chiamerai?”, le chiese con tatto. “È mia madre e, nonostante quello che mi ha fatto, non ho mai smesso di volerle bene… ma non la ho ancora perdonata e non sono ancora pronta a chiamarla”. Thierry sentì l’impulso di lasciare tutto quello che aveva in mano e di abbracciarla ma non aveva la confidenza per farlo. “Non avere fretta di farlo ma credo che farai la cosa giusta chiamandola, quando ti sentirai pronta”, le disse. Della apprezzò la risposta di Thierry ma, per evitare altre domande, chiuse l’argomento.

“Mmm… senti che profumini! Mele caramellate, zucchero filato… frittelle ma anche pani natalizi appena sfornati… Senti, qui abbiamo finito, che ne dici se ci prendiamo una fetta di pane alla frutta secca?”, propose Della. “Mi sembra un’ottima idea: ho una fame da lupo!”, rispose Thierry. Della lo osservò pensierosa: “In effetti con quei capelli e occhi blu sembri un lupo fulvo!”, affermò scherzosamente e Thierry rise con lei.

Si avvicinarono a una bancarella e acquistarono il loro pane dolce, poi si misero a girare per il mercatino natalizio. “Non c’è niente come il pane caldo per confortarti”, disse Thierry mentre gustava a piccoli bocconi la fetta che teneva tra le dita. Le voci che echeggiavano negli stretti corridoi e i gruppi di amici che scherzavano ad alta voce l’uno con l’altro rendevano più difficile sentirsi. Si avvicinarono a una delle panchine libere, vicino al grande abete natalizio addobbato e illuminato e vi si lasciarono cadere con gratitudine per riposare. “Senti, quando ti ho fatto vedere la casa sull’albero in giardino hai detto che da bambino ne andavi matto. Ti ha ricordato qualcosa forse?”, gli chiese lei, ricordando quel particolare. Thierry annuì. “Ho avuto un flash. Una corda con un secchio ad essa legato: era colmo di oggetti e io lo stavo sollevando per tirarlo dentro la casa. Cera un bambino sul prato che mi incitava a issarlo ma era identico a me… è un ricordo molto confuso… e poi c’erano due nomi intagliati nella corteccia dell’albero: Felix e Gilles… ma non so chi siano”, spiegò scoraggiato. “Non ostinarti a ricordare, ora. Vedrai che la memoria tornerà naturalmente”, lo consolò Della.

In quel momento i rintocchi delle campane di Notre Dame des Victoires, in piazza, suonarono l’ora. “Facciamo una visita in chiesa?”, propose Della e Thierry accettò di buon grado.

Quando entrarono lui fu colpito prima dal profumo che proveniva dai fiori posti ai piedi della statua della Madonna, misto a quello dell’incenso e delle fiammelle delle candele che ardevano nella semi oscurità della navata. Avevano abbassato le luci perché le funzioni serali si erano ormai concluse.

Poi fu attratto dal vascello appeso al soffitto.

“È il Brézé, la nave comandata dal Marchese di Tracy”, spiegò Della, intercettando lo sguardo di Thierry “Insolito in una piccola chiesa cattolica romana in pietra, vero?”. Thierry annuì sorridente, con lo sguardo ancora rivolto alla nave “lo stile coloniale francese… ma non chiedermi come faccio a ricordare questo particolare”. Della ridacchiò divertita. “Mi lasci la speranza che tu sia di Quebec City”.

Thierry ammirò le vetrate colorate, poi degli strumenti musicali che suonavano dolcemente attirarono la sua attenzione.

Il suono dell’ensemble d’archi proveniva dall’alto, alle sue spalle. Si voltò e alzò lo sguardo verso l’organo. “Stanno provando l’accompagnamento alle Sei sinfonie di Natale di Michel Corrette”, affermò con sicurezza. Della sgranò gli occhi, stupefatta: “Sei incredibile, Thierry. Sembra che la tua memoria sia infallibile con la musica. Sono sempre più convinta che tu possa essere un musicista, oppure un grande amante della musica”. Thierry rise sommessamente “E mi piace molto il violoncellista: è bravo!”.

“È brava, vorrai dire. La conosci: è Charlotte. Vieni andiamo da lei”.

Percorsero uno dei corridoi che separava le panche di legno in sezioni e salirono alla balconata dove erano i musicisti. Charlotte li accolse con piacere, notando la curiosità con cui Thierry osservava l’organo.

“Come mai state provando senza l’organista?”, le chiese Della.

“Ho una brutta notizia: è scivolato questa mattina sulla neve ghiacciata e si è fratturato una gamba. Siamo nei guai, Della: questo significa che il concerto di beneficenza di Natale salterà quest’anno”.

Prese da quella notizia sconvolgente, nessuna delle due aveva notato che Thierry era andato a sedersi all’organo. Si voltarono di scatto quando lo sentirono suonare con perizia, accompagnato da un violinista. Della gli si avvicinò e si mise al suo fianco ma lui smise improvvisamente di suonare: “Noël Allemand, della quarta sinfonia…”, mormorò, stupito lui stesso da quello che aveva suonato. “Ti prego, continua a suonare, se può aiutarti a ricordare”, lo esortò lei. Gli archi dell’ensemble presero posto sulle sedie disposte in semicerchio, pronti a suonare. Thierry sfogliò lo spartito, fino a tornare alla prima pagina, poi attaccò l’inizio della prima sinfonia: “Ã La Venue De Noël” con tutti i musicisti. Fu un’esecuzione meravigliosa e tutti i presenti lo applaudirono.

“Credo che abbiamo appena trovato il degno sostituto del nostro organista ed è di gran lunga più bravo di lui!”, disse Charlotte, ridendo incredula per l’inaspettata bravura di Thierry.

Della si mise una mano al cuore poi improvvisamente uscì, allontanandosi da lì per riprendersi: la musica suonata da Thierry le aveva smosso qualcosa dentro. Qualcosa che pesava da troppo tempo sul suo cuore. Scese le scale di corsa e si fermò vicino allo spesso portone di legno che separava il santuario dall’uscita. Chiuse gli occhi e tirò un profondo respiro.

“Va tutto bene, Della?”, le chiese con cautela Thierry. Aveva notato la sua reazione e l’aveva seguita. Della aveva gli occhi pieni di lacrime, che tratteneva.

“Perché sei scappata?”.

“Non sono scappata!”, replicò lei con la voce che le tremava.

“Perché la musica che ho suonato ti ha ricordato qualcosa?”, insistette lui con fermezza.

“No, mi ha commosso e basta… e non mi sento a mio agio a far vedere le mie emozioni agli altri: grazie per aver suonato così bene”, rispose lei secca, negando il vero motivo della sua commozione.

La reazione di Della era stata piuttosto forte e Thierry non credette alla sua spiegazione.

Della fece il segno della croce, poi aprì il portone e uscì. In quel momento non le interessava cosa Thierry potesse pensare della sua reazione emotiva: voleva solamente allontanarsi da lì.

Lui le andò dietro, deciso a non lasciar cadere il discorso. Le mise una mano sulla spalla con fermezza e, fermandola, la fece voltare. Quando Della si asciugò la lacrima che le stava scivolando sulla guancia, lui fu in preda a una tempesta di emozioni, che non riuscì a esprimere. Non trovò le parole per dire quello che provava per lei, così l’abbracciò. Avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarla ad alleviare il peso che teneva dentro di sé ma sapeva che non era pronta ad aprirsi con lui. Della si staccò dall’abbraccio e, voltandosi, si allontanò.

“Dove vai adesso?”, le chiese seguendola.

“Torno a casa”.

Thierry non insistette e rimase fermo sul sagrato della chiesa a guardarla allontanarsi sulla neve.

 

 

“Le sei sinfonie di Natale”, copyright © 2022 Simona Maria Corvese.

Il romanzo breve, completo, è su Amazon.

 

 

 

 

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