IL CAMPO DI PAPAVERI E ALTRI RACCONTI

IL CAMPO DI PAPAVERI E ALTRI RACCONTI

Mini antologia di racconti brevi

di

Simona Maria Corvese

Indice:

1 – IL CAMPO DI PAPAVERI

2 – L’OROLOGIO DI PADDINGTON STATION

3 – L’INFILTRATA

4 – NEL MONDO DI NICOLA

 

IL CAMPO DI PAPAVERI storia flash

Ci siamo conosciuti un anno fa. Io abito a Milano, tu in un paesino della campagna lombarda. È stato il nostro lavoro a farci conoscere: siamo due scrittori di romanzi storici e ci siamo trovati a lavorare insieme a un progetto comune. Dovevamo raccogliere testimonianze della vita rurale delle persone comuni in quella zona di campagna lombarda che si trova nella regione della Gera d’Adda, al confine tra le province di Bergamo, Milano e Cremona. Sono le stesse persone magistralmente raccontate nel film “L’albero degli zoccoli”, di Ermanno Olmi.

Abbiamo scoperto che la nostra passione per i romanzi storici ispirati a vite vere è nata proprio vedendo quel film quando eravamo bambini, grazie alle nostre maestre delle scuole elementari.

Oggi quelle persone non ci sono più, quindi possiamo raccogliere solamente le testimonianze dei loro figli o di noi nipoti e, in pochi fortunati casi, quelle dei diari dei più colti tra loro.

Ti sei sorpreso quando ti ho rivelato che la mia nonna materna era di Misano Gera d’Adda. Una parte di me appartiene a questi luoghi. Ti sei sorpreso ancora di più quando ti ho mostrato il diario della mia bisnonna materna, nata nel 1870 e che testimoniò la vita in questi luoghi fino all’inizio della seconda guerra mondiale: Caravaggio, Misano Gera d’Adda, Calvenzano…

«Augellino di primavera

Che mi trilli nella finestra?

Che mi porti in quei tuoi gridi

Quali voti fai per me?

E in toccar le patrie sponde

Di Maria i santuari

Di Caravaggio e di Pompei

Il tuo vol non si posò?

Che si pensa che si dice

Lungo l’Adda, il Santuario?….

“Si preparano dei fiori”

Di lieti eventi saran essi portatori?»

Marianna C., 7 ottobre 1897

Tu e io abbiamo portato avanti la nostra relazione a distanza per un anno. Tu nella Gera d’Adda e io a Milano, senza sentire il bisogno di avvicinarci. Un fine settimana mi raggiungevi tu a Milano, l’altro ti raggiungevo io. È stata la bufera del virus ad avvicinarci: dovevamo dare una forma alle testimonianze che avevamo raccolto, affinché diventassero un libro.

Mi hai proposto di trasferirmi a casa tua subito, prima che la situazione precipitasse. Ho sentito anch’io che era la cosa giusta da fare e ti ho raggiunto.

Oggi, a distanza di qualche mese, cammino con te in un meraviglioso campo di papaveri. Il nostro lavoro è pronto per essere dato alle stampe e siamo così felici che non vogliamo più mettere la parola fine alla nostra convivenza.

“Il campo di papaveri”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese

 

L’OROLOGIO DI PADDINGTON STATION

Storia di Simona Maria Corvese

Alla stazione di Bath salgo sul treno diretto alla Paddington station di Londra. Dopo essermi trascinata il trolley per tutto il corridoio, trovo il mio compartimento. Siedo al mio posto, vicino al finestrino, accendo il pc quasi scarico e lo collego alla presa. Di fronte a me un giovane che parla ininterrottamente al cellulare. Parla, quanto parla e per giunta ad alta voce. Sta lavorando anche lui ma, possibile che non capisca che disturba?

Mi spazientisco. “Senta, le dispiacerebbe abbassare il tono della voce? Sto lavorando alla mia tesi”. Gli spiego che sto facendo una tesi su Jane Austen, che a Londra prenderò l’Heatrow Express per l’aeroporto. Il tragitto in treno mi è necessario per elaborare a caldo il materiale che ho raccolto. Non potrò fare questo lavoro sull’aereo.

Lui pare non essersi reso conto di disturbare. In un attimo quell’atteggiamento antipatico e un po’ affettato che aveva al telefono scompare. Si scusa e mi rivolge un sorriso luminoso che rivela tutta un’altra persona.

Riprendo a lavorare ma il mio pc fa i capricci e mi rema contro. Mi innervosisco ancora: queste cose mi creano molta ansia.

“Posso aiutarti? Sono un informatico”, mi dice, vedendo il mio stato d’ansia. Andrew, questo è il suo nome, mi fa vedere quali aggiornamenti posso installare e che permetteranno al pc di funzionare più veloce. Cominciamo a parlare e scopro che è una persona simpatica. Iniziamo anche a flirtare un po’ e scopriamo di amare tutti e due i Sidney Gardens di Bath. Io, che sto facendo una tesi su quei giardini di divertimento per la borghesia ottocentesca che non voleva mescolarsi con gl’intrattenimenti del popolo, sono al settimo cielo quando comprendo con quanto entusiasmo e competenza Andrew mi stia parlando di quei luoghi.

Gli faccio leggere una lettera che Jane Austen scrisse a Cassandra, parlando dei Sidney Gardens.

 

Domenica 21 aprile 1805

“Mia cara Cassandra,

Ieri ho avuto una giornata piena, o almeno l’hanno avuta i miei piedi e le mie calze; ho camminato per quasi tutto il giorno; sono andata ai Sydney Gardens poco prima dell’una, e non sono tornata prima delle quattro, e dopo aver pranzato ho fatto una passeggiata a Weston” Jane Austen

 

Stiamo arrivando alla stazione di Paddington. Scendiamo dal treno continuando a discorrere. Arrivati al grande orologio della stazione Andrew si ferma. “Sai cosa ti dico Miss Erica? Quando torni qui in primavera per raccogliere altre informazioni per la tua tesi dobbiamo incontraci. Andremo insieme ai Sidney Gardens e passeremo una giornata lì”.

La sua idea mi stupisce. Ci conosciamo da meno di due ore ma siamo incredibilmente affiatati e in sintonia. Ci accordiamo per trovarci sotto l’orologio della Paddigton Station alle 8 di mattina del 21 aprile, pronti per prendere il treno che ci porterà a Bath. Abbiamo scelto il 21 aprile perché è la stessa data scritta nella lettera di Jane.

Il tempo stringe e rischio di perdere il mio Heatrow Express. Ci salutiamo ma, nella fretta, non ci scambiamo i numeri di cellulare. Né io né lui conosciamo i rispettivi cognomi.

Né io né lui potevamo prevedere la pandemia e tutte le restrizioni negli spostamenti che avrebbe comportato. Quell’incontro non è mai avvenuto e anche la mia tesi è rimasta congelata per un anno.

Un anno dopo, il 21 aprile, alle sette e mezza di mattina mi reco al binario della Paddington Station da dove arriverà il treno per Bath, alle otto. Per un istante penso ad Andrew e al nostro incontro di un anno prima. Sembrava la promessa dell’inizio di una bella storia, proprio come quelle che scrisse la mia cara Jane Austen e invece…

«Chissà dov’è ora Andrew», mi chiedo. Improvvisamente mi attraversa un’idea folle. «E se fosse qui, oggi?». Ci eravamo dati appuntamento alle otto, sotto il grande orologio di Paddington Station. Se é una persona gentile e di parola, come mi era sembrata, potrebbe essere lì proprio oggi. Mi sento una sciocca per non averci pensato prima, ad aver accantonato quell’idea. Mancano ancora pochi minuti ma ce la posso fare. Afferro il trolley e corro verso l’orologio di Paddington Station.

Quando sto per arrivare, rallento. Non ho più bisogno di correre. Accanto a un capannello di persone, scorgo un giovane dai capelli chiari e il fisico slanciato. Si sta guardando intorno poi, come se avesse percepito la mia presenza, si volta verso di me e mi rivolge il suo bellissimo sorriso.

“Pronta a riprendere i lavori per la tua tesi, Miss Erica?”, mi chiede allegro, con il suo accento inglese.

“Sì ma non voglio perdermi per nulla al mondo questa giornata ai Sidney Gardens, con te, Mister Andrew!”.

Ci abbracciamo, contenti di poterlo fare e felici di constatare che stiamo tutti e due bene, poi ci avviamo verso il nostro binario. È giunto il momento di riappropriarci del tempo che è stato alterato e tenuto in sospeso da un destino così bizzarro.

“L’orologio di Paddington Station”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese.

 

L’INFILTRATA

Storia vera di Lucia R., raccolta da Simona Maria Corvese.

Vengo dall’Argentina, figlia di genitori italiani e mi ritrovo a fare la detective per un’agenzia investigativa. Vogliono una persona insospettabile, che sembri una ragazza al primo impiego. Io sono credibile nel ruolo: nessuno mi dà 26 anni e i miei occhi azzurri hanno un’espressione ancora ragazzina. Se mi truccassi farei girare la testa a molti uomini ma mi sento più a mio agio senza trucco e i miei capelli, color del grano maturo, li tengo legati in una codina di cavallo. Non ho mai fatto questo lavoro ma devo dire che l’idea mi è sembrata molto accattivante. Così eccomi qui: da insegnante di inglese e spagnolo su una piattaforma multimediale, a Buenos Aires, a investigatrice in incognito, infiltrata alla reception di un hotel di lusso di Milano. Il motivo? Hanno riscontrato un ammanco nel flusso di soldi in uscita ed entrata dalla reception. Pare proprio che sia un caso di reato di colletti bianchi. La selezionatrice dell’agenzia investigativa mi ha insegnato come presentarmi al lavoro, intervenendo sul mio abbigliamento per avere, come si dice nell’ambiente, uno standing adeguato. Ora con un tailleur blu, un mezzo tacco e i capelli raccolti in un morbido chignon, ho assunto un aspetto semplice ma sofisticato. Sembro tutta un’altra persona ma il mio sguardo da bambina non è cambiato ed è su questo che è intervenuto l’investigatore titolare dell’agenzia. È il mio sguardo da ragazzina al primo impiego che attira le confidenze dei colleghi. Non ho la vocazione a fare la spia, è un ruolo ambiguo che non mi si addice ma sono una persona innatamente attenta a ciò che mi accade intorno. Di fronte alle ingiustizie o alle scorrettezze, ho un forte senso civico e agisco da persona seria. È per questi due aspetti, la serietà e l’equilibrio, che la selezionatrice e l’investigatore hanno puntato su di me. Lui mi ha insegnato come entrare in confidenza con i colleghi, aiutata dal fatto che mi stanno insegnando il lavoro e come porre abili domande. La prima settimana è stata difficile. Una mattina ho visto entrare nella hall dell’hotel l’investigatore, accompagnato dall’informatico dell’agenzia che si occupa della sicurezza informatica dell’hotel, per questo caso. Mi è partito un saluto con la mano e, a causa di questa mia irriflessiva leggerezza, abbiamo rischiato l’incidente diplomatico. Loro sono stati bravissimi ad assumere immediatamente un’espressione indifferente, come quella di una persona che non ti conosce o non ha notato il tuo saluto. Per fortuna nessuno li conosceva e tantomeno sapeva quale fosse il loro ruolo lì, in quel momento. Nel pomeriggio, quando ho finito il turno e sono andata in agenzia a relazionare l’investigatore capo, lui mi ha sgridata ed esortata a stare più attenta a quello che facevo. Nelle settimane successive le cose sono migliorate e sono entrata nel ruolo alla perfezione. Ho scoperto che le confidenze dei colleghi spesso sono pettegolezzi privi di fondamento sul conto semplicemente di persone che stanno loro antipatiche. È incredibile come si inventino le cose quando non hanno notizie vere su una persona. Più che i pettegolezzi e le abilità ciarliere mi è stato utile il mio spiccato spirito di osservazione. Perché? Perché proprio due addetti alla reception, particolarmente popolari e amati dai colleghi, sono risultati essere gli autori degli ammanchi nel flusso di denaro.
Dopo quel primo incarico me ne sono stati offerti altri dall’agenzia investigativa ma ho preferito tornare a dedicarmi all’insegnamento delle lingue straniere. Sono tornata alla mia vita tranquilla e forse un po’ noiosa. Quella di investigatrice è stata un’esperienza che ho voluto fare, forse spinta dal desiderio di dare una scarica di emozione alla mia tranquilla vita. Ho capito anche che tutta quell’adrenalina che mi corre in corpo mentre sono in azione e la costante paura di essere scoperta, danno sì una sferzata alla mia vita… ma non fanno per me. Non reggerei per tutta la vita a quella forte tensione. È stata una bella esperienza che mi ha fatto sentire più viva e mi ha insegnato una cosa importante. Il ruolo che ho svolto non mi ha dato il potere di additare con faciloneria le persone. Interpretarlo in questo modo non mi farebbe onore come persona. Mi ha attribuito invece l’onere di essere una persona responsabile, equilibrata e onesta. Non rinnegherò mai la scelta che ho fatto ma sono convinta della direzione che ho voluto imprimere alla mia vita. Oggi, a distanza di poco tempo, rivaluto la mia quieta ma non noiosa esistenza e sono una felice insegnante di lingue.
“L’infiltrata”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese.

 

NEL MONDO DI NICOLA
Microstoria vera di Mara F., raccolta da Simona Maria Corvese.

Chiamo mio nonno Nicola, col pensiero fisso di lui all’ospedale, assistito da medici e infermieri ma senza visite.
Si è rotto il femore cadendo in casa ed è stato ricoverato per un intervento d’urgenza. È andato tutto bene e ha iniziato la terapia di riabilitazione ma, dopo qualche giorno, gli è venuta la febbre.
Il tampone è risultato positivo al virus.
“Sei ancora più bella dell’ultima volta che ti ho vista”, mi dice con un sorriso dolcissimo. La dottoressa gli porta un tablet tutti i giorni e lui aspetta la mia chiamata. Solo che non sa che sono sua nipote e non ricorda neppure che l’ultima volta che mi ha visto è stata ieri. Ha l’Alzheimer. Nella sua mente la pandemia non esiste e, in quella manciata di minuti in cui si consuma la nostra video chiamata, voglio illudermi anch’io che non esista.
Anche se Nicola non ricorda chi sono, mentre parliamo, nei suoi occhi scorgo fulminei lampi di consapevolezza. Si sarà ricordato di me in alcuni brevi istanti? Fatto sta che, istintivamente, prova tenerezza per me e mi parla sempre con dolcezza, come fanno le persone molto anziane con i giovani. Lui ha 88 anni. Io 27.
“Sono felice di aver parlato con te. Quando mi addormenterò stanotte penserò al momento in cui mi chiamerai la prossima volta”, mi confida, salutandomi senza perdere il suo sorriso.
Una settimana dopo nonno Nicola è volato in cielo.
“Nel mondo di Nicola”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese.

“Il campo di papaveri e altri racconti – Mini antologia di racconti brevi”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese

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