I GIORNI CHE VERRANNO

I GIORNI CHE VERRANNO

Storia vera di Silvia G., raccolta da Simona Maria Corvese

Precedentemente pubblicata sul n.17 – 26 aprile 2022 della rivista “Confidenze” di Stile Italia Edizioni.

“Fabien mi sembra subito molto simpatico ma sono ancora troppo legata al ricordo di mio marito e non sono pronta a una nuova relazione. Eppure, a un certo punto, sento che questo ragazzo mi sta aiutando a rinascere. Posso rischiare di perderlo?”.
Pronte a partire per Parigi e Grasse in Provenza, dove coltivano le “rose di maggio”, usate per produrre profumi pregiati?
“I giorni che verranno” è una storia vera dedicata a un amore che fa rinascere.
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“Perché non venite a trovarci a Parigi? Vi ospitiamo a casa nostra e vi facciamo visitare la città”, propone Clairie. Lei ed Egide sono la simpatica coppia di sposini francesi che abbiamo conosciuto l’estate di tre anni fa al mare. Da allora trascorriamo le ferie insieme. Andrea e io ci siamo sposati in primavera e questa é la nostra prima estate insieme dopo il viaggio di nozze. “Abbiamo ancora pochi giorni liberi ora. Magari le prossime ferie”, spiego.

“Venite voi a casa nostra”, propongo “Non avete ancora comprato i biglietti d’aereo per Parigi. Vi fermate qualche giorno e vi facciamo girare Milano”. Loro accettano e trascorriamo qualche giorno insieme, conoscendoci meglio. “Teniamoci in contatto, ragazzi”, dice Andrea quando li salutiamo all’aeroporto “fino a quando saremo noi a venirvi a trovare”.

È un periodo meraviglioso della mia vita: ho la  sensazione che tutto sia possibile insieme ad Andrea e che ogni giorno porti con sé la promessa di qualcosa di bello. Non mi sono resa conto che Andrea mi ha nascosto qualcosa da quando siamo tornati a Milano. Una sera siamo seduti sul divano a vedere un film e noto che il suo volto è pallido e sofferente. “Cosa succede?”, gli chiedo agitata. Non l’ho mai visto così.

Lui emette un sospiro “Poco fa, quando sono andato in bagno, c’era del sangue nelle mie urine e da qualche giorno provo dolore”, mi confida cercando di non spaventarmi. Mi sento raggelare. Nei giorni successivi Andrea si sottopone ad accertamenti e la realtà é terribile: ha un tumore alla vescica.

I mesi che seguono siamo in balia di speranza e disperazione. “Vedrai, riusciremo a sconfiggere questo brutto male”, mi dice Andrea. Annuisco e mi sforzo di non fargli capire il terrore che provo ma non sono molto convincente.   “Sto male quando neghi il dolore per non farmi capire quanto soffrì”, gli dico in lacrime. Dovrei essere io a incoraggiarlo, invece è lui che mi abbraccia e mi conforta. Ho venticinque anni e Andrea ventotto: dovremmo pensare solamente a vivere la gioia del nostro primo anno di matrimonio.

Nei mesi successivi la malattia di Andrea peggiora velocemente. Lui finisce in ospedale ma in primavera viene dimesso e lo riporto a casa: è dimagrito tantissimo.

Appena entrati in soggiorno mi squilla il telefono. Sono Clairie ed Egide. “Ciao, Silvia. Potrei salutare Andrea?”, mi chiede Egide con un tono rassicurante. “Certamente, ora ve lo passo”, rispondo con un accenno di  sorriso nella voce: sono due brave persone e la loro telefonata mi ha rasserenato. Non ci hanno mai fatto  mancare il loro sostegno, telefonandoci  spesso in questi mesi per essere tenuti informati. Mi avvicino al divano dove Andrea si è seduto, privo di forze e gli porgo il telefono. Fa fatica a parlare ma quella che intrattiene con Egide e Clairie è una lunga conversazione.

Forse è cosciente che quello potrebbe essere un commiato. A inizio maggio Andrea muore, dopo otto mesi d’indicibili sofferenze.

Avrei tanto desiderato avere un figlio da lui: non riesco ancora a credere che tutto questo sia accaduto a noi due. Al funerale i genitori di Andrea mi sono vicini e io lo sono a loro e a sua nonna Lucia. Voglio molto bene loro e li considero come dei genitori. Il fratello minore di Andrea mi sta vicino tutto il tempo della funzione e io ogni tanto guardo il silenzioso dolore dei suoi genitori: loro hanno ancora un figlio accanto. Io non ho più nessuno. Alla funzione ci sono anche Clairie ed Egide. “Silvia, vieni con noi per un po’ a Parigi”, mi propongono alla fine ma io non accetto. “Verrò a Parigi quando sarò pronta a farlo”, rispondo “È una promessa che Andrea e io vi avevamo fatto: l’onorerò anche per lui”.

I due anni successivi mi dedico esclusivamente al lavoro, anche d’estate: è l’unico modo per superare il dolore. Vado spesso a trovare i genitori di Andrea e nonna Lucia ma non voglio fermarmi a pensare al lutto. Sto andando avanti per forza d’inerzia ed é evidente a tutti che non riesco a risollevarmi. “Tesoro, devi reagire. Voglio vederti ancora felice, insieme a una brava persona che ti voglia bene per i giorni che verranno”, mi dice  nonna Lucia un pomeriggio che sono andata a trovarla. La sua forza d’animo mi commuove e mi fa scattare qualcosa dentro. Ha ragione: la vita va  avanti, che io lo voglia o no. Telefono a Clairie, che si é sempre tenuta in contatto con me in questi due anni. “Ciao, Clairie. Vorrei venirvi a trovare a Parigi”. “Non posso crederci! Ti aspettiamo a braccia aperte, Silvia”, mi risponde lei emozionata.

Due giorni dopo salgo sull’aereo per Parigi. Ho il posto vicino al finestrino ma il sedile verso la corsia è occupato da un giovane distinto, intento a sfogliare una rivista di giardinaggio. “Mi scusi, Madame”, mi dice con un delizioso accento francese appena nota la mia presenza. Ha una  voce calda e profonda che mi fa accelerare i battiti del cuore: per la prima volta dopo due anni mi sento viva. Si alza, mi fa passare e iniziamo a parlare. Fabien ha sei anni più di me ed è professore alla facoltà di Agraria a Parigi. “Sono di Grasse, in Provenza, dove la mia famiglia produce fiori da profumo”, mi spiega mentre mi fa vedere la foto di una meravigliosa rosa centifoglia di Grasse sulla rivista. “Cosa ti ha convinto a lasciare un lavoro così bello?”, gli chiedo affascinata. “Mi hanno chiesto una consulenza ma devo ancora capire se è il lavoro che fa per me. E tu? Cosa ti porta a Parigi?”. Intanto l’aereo è decollato e noi non ce ne siamo accorti. Con naturalezza, siamo passati anche a darci del tu. Dopo le prime parole impacciate, mi lascio andare e gli racconto tutto quello che mi è accaduto. Fabien mi offre la sua totale attenzione e rimane colpito dalla mia storia. Incontro lo sguardo aperto dei suoi occhi blu e sento di potermi fidare, anche se non lo conosco. Alla fine mi sento liberata dal dolore che mi ha oppresso per due anni.

“Mi dispiace tanto, Silvia. Abbi ancora fiducia nella vita: sa riservarci anche cose belle”, mi dice, con un atteggiamento protettivo nei miei confronti. Non mi aspettavo di conoscere una persona così gentile. Mi sta vicino anche quando scendiamo dall’aereo a Parigi: non riesce a staccarsi da me. Lo presento persino a Clairie ed Egide, che mi aspettano all’uscita. “Chi è quel bel moro?”, mi bisbiglia lei, notando quanto è premuroso. Fabien si presenta e mi lascia solamente quando si è accertato che io sia in buona compagnia. Ci scambiamo gl’indirizzi e i numeri di telefono e facciamo per salutarci ma Clairie, pronta, s’intromette: “Fabien, perché non ci fai compagnia quando facciamo visitare Parigi a Silvia,?”, gli propone e lui, altrettanto pronto, accetta. Quella vacanza a Parigi fu decisiva: Fabien e io diventammo amici e nei mesi successivi lui venne a trovarmi a Milano. A un certo punto decisi di aprirmi a un nuovo inizio ma non riuscivo a farlo dove avevo vissuto con Andrea. Mi trasferii a Parigi dopo aver trovato lavoro come contabile e fu Fabien a trovarmi casa: “Affittano l’appartamento sopra il mio, Silvia. Posso mettere una buona parola per te”, mi disse un giorno, pieno di speranza. Anch’io ero felice: saremmo diventati vicini di casa. Le settimane successive ci avvicinammo molto. Fabien mi preparò un piccolo giardino sul balcone e mi svelò preziosi segreti per avere fiori bellissimi. Mi regalò anche una pianta di rose centifolie. “Sono le rose di Grasse”, mi spiegò “le coltiva la mia famiglia e sono usate per produrre profumi pregiati. Il loro profumo è inebriante ed effimero: dura solamente qualche ora. Per catturarlo raccolgono le rose appena sbocciate al mattino presto e le distillano subito al pomeriggio”. “Starei ad ascoltarti per ore quando mi racconti queste belle cose sui fiori, Fabien”. Ero affascinata dal suo modo di fare e con lui perdevo la cognizione del tempo. Avvertivo anche una connessione sempre più forte tra noi due. “Mi piacerebbe portarti un giorno a vedere la raccolta delle rose di Grasse”, mi disse ma io non risposi.

Credo che Fabien provasse già qualcosa per me ma in quel periodo ero ancora molto legata al ricordo di Andrea e non mi sentivo pronta a una relazione con lui. Lui aveva capito ma era molto paziente. Era l’amico che mi apriva i vasetti di vetro sigillati troppo stretti o che mi riparava il tubo sgocciolante sotto il lavandino: potevo sempre contare su lui. Io in cambio gli portavo la mia pasta al forno, che adorava. Un giorno che era a casa mia a mangiare mi venne recapitato un cestino pieno di leccornie: cioccolatini, marmellate, gallette. Aprimmo i cracker e li assaggiammo. “Sembra che tu abbia corteggiatori”, abbozzò guardando il biglietto che era attaccato al cestino. “Oh, no! È Thierry, un mio collega d’ufficio: mi ha fatto un regalo per l’inaugurazione della casa”, spiegai. Fabien mi guardava attento. “Capisco. Ti stai impegnando in una relazione e gli uomini non dovrebbero corteggiarti?”. “No, non sono impegnata con qualcuno. Non sono interessata a una relazione con nessun uomo”, risposi un po’ imbarazzata. “Perché?”, osò lui giocherellando nervosamente con la galletta. Si fermò da solo e proruppe in una risata imbarazzata “Scusami, non dovevo: non sono affari miei”. “Non preoccuparti”, sorrisi io. Il suo goffo tentativo di capire se fossi aperta a una nuova relazione me lo rendeva ancora più simpatico. “Se vuoi saperlo, non mi sento ancora pronta a una nuova storia sentimentale”. “Approvo la tua decisione. Anch’io sono nella stessa situazione”. “Avevo immaginato che lo fossimo”, annuisco io, apprezzando la sua pazienza con me. “Senti, cosa conti di fare se il tuo lavoro non dovesse funzionare?”, gli chiedo mentre  riprendiamo a mangiare i nostri cracker. “Tornerei a Grasse, a produrre fiori da profumo. Nessun rimpianto, a eccezione della splendida vicina di casa che perderei”, mi dice “Ti rimpiangerei anch’io”, gli confido, poi incrociamo le gallette in segno d’augurio “Ai  buoni vicini di casa”, diciamo insieme e riprendiamo a mangiare. Nei mesi che seguono, anche se ci siamo promessi di essere solo  buoni amici, ci rendiamo conto che la connessione emotiva che condividiamo è più profonda di un’amicizia ma non vogliamo ammetterlo. Un giorno, tornata a casa dal lavoro, vado da lui a chiedergli degli aromi dal suo orto in terrazza ma rimango spiazzata. Fabien non c’è e in cucina trovo una donna che gli sta preparando da mangiare. Si presenta e mi spiega che è la sua ex fidanzata. “Ero in città e ho proposto a Fabien di preparargli un pranzetto. Mi ha lasciato le chiavi”, mi spiega. “Oh, scusa. Passerò in un altro momento”, replico imbarazzata. “Dirò a Fabien che sei passata, non ti preoccupare”. La ringrazio e me ne vado. Risalgo all’appartamento, triste:  ho tergiversato troppo con lui e ora lo sto perdendo. Nei giorni successivi accetto un appuntamento con Thierry, che é da un po’ che mi sta dietro. Andiamo in un ristorantino nel mio quartiere poi, avendo tutto il sabato pomeriggio a disposizione, andiamo a prenderci un gelato. Sul marciapiede incontriamo Fabien che sta portando a passeggio il suo cane. Lui rimane sorpreso nel vedermi con Thierry. “ Ho deciso di non essere più così rigida sull’uscire con qualcuno”, gli dico. “Sono contento che tu abbia riconsiderato l’idea”, mi risponde lui imbarazzato.  “Non voglio trattenervi, ci vediamo” e prosegue con il cane. Nei suoi occhi vedo delusione e rammarico. Anch’io sono dispiaciuta e richiamo la sua attenzione: “Fabien, volevo dirti che la tua rosa di Grasse diventa sempre più bella, grazie ai tuoi consigli”, gli dico impacciata. “Sono molto contento: ero certo che ne avresti avuto buona cura”.  È  impacciato anche lui. Mi saluta e si allontana con il cane. Thierry e io proseguiamo la passeggiata ma io ormai sono distratta. Fabien avrà pensato che io non provi gli stessi sentimenti che ho visto nei suoi occhi. Anche Thierry è un bravissimo ragazzo ma non provo attrazione per lui. Perciò non accetto altri appuntamenti con lui.

Una sera, tornata a casa, trovo una lettera nella cassetta della posta. È di Fabien. La apro, tesa e comincio a leggere: “Cara Silvia, avrai intuito che c’era qualcosa che non andava, una situazione che non mi faceva sentire a mio agio. Ho deciso di tornare dove sono più felice, a Grasse e lavorare nell’azienda di famiglia. Una cosa è certa: ciò che mi ha reso più difficile lasciare, sei tu. Hai reso la mia permanenza in città utile e bella. Abbi cura di te. Il tuo amico vicino di casa, Fabien”.

Mi asciugo le lacrime con il dorso delle mani. Fabien non vuole più aspettarmi e io ho perso la mia occasione.

Alcuni giorni dopo raggiungo Fabien in Provenza. È in un campo di lavanda della sua azienda e mi avvicino a lui, un po’ timorosa: gradirà la mia presenza?

“Che cosa ci fai qui?”, mi chiede lui sorpreso quando mi vede. “Volevo ringraziarti”. “Per che cosa?”, chiede lui. “Per la tua presenza e le tue parole: mi hai aiutato a superare il lutto e a fare chiarezza nel mio cuore”. “Ce l’avresti fatta anche da sola, Silvia”. “Forse o forse sarei andata ostinatamente avanti così”, replico io. “Se avessi aperto gli occhi prima, avrei visto che colui con cui vorrei stare e che ha migliorato la mia vita, sei tu. L’ho capito troppo tardi e ho perso molto più di un’amicizia”.

“Avrei aspettato ancora se questo avesse significato poter stare con te”, mi risponde Fabien incontrando i miei occhi con uno sguardo aperto e dolce. “Davvero?”. “Sì”, ammette lui. Sono senza respiro e il cuore mi batte forte per l’emozione. Ci abbracciamo e baciamo. “Ti amo, Silvia”. “Anch’io, Fabien”.

Un anno dopo ci siamo sposati ma prima ho portato Fabien da nonna Lucia per presentarglielo. Al matrimonio, oltre a Clairie ed Egide c’erano anche  i genitori di Andrea.

Un anno dopo è nato mio figlio che, incoraggiata da Fabien, ho chiamato  Andrea.

Sono passati molti anni e ora, quando guardo nostro figlio lavorare nel roseto insieme al padre, penso a quanto Fabien mi abbia reso felice e ringrazio il cielo per i giorni che verranno.

“I giorni che verranno”, copyright ©2022, Simona Maria Corvese

 

 

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