GENTILEZZE SOTTO L’ALBERO

GENTILEZZE SOTTO L’ALBERO

Storia vera di Enrico R., raccolta da Simona Maria Corvese

Pubblicata sul numero 3 – 2020 della rivista Confidenze di Mondadori.

Quando arrivano le feste sento più forte la solitudine e mi manca mio figlio che vive lontano da me. Però non mi chiudo in me stesso e mantengo il cuore aperto verso gli altri. Un’attitudine che questa volta mi ha ripagato oltre ogni previsione.

In questo periodo dell’anno la malinconia si fa sentire più forte. Lavoro in una casa di riposo per anziani come assistente dell’Amministratore Delegato. L’ambiente è piccolo e mi occupo di molte cose. Tutti gli anni, a dicembre, organizzo la festa di Natale. Così eccomi qui, in un’uggiosa domenica di dicembre tra i parenti dei nostri ospiti. Tutti sembrano felici e molti anziani che risiedono in questa villetta nella campagna della bassa bergamasca sono consapevoli che questa sarà l’unica occasione di festeggiare il Natale con i loro figli e nipoti. Solo pochi di loro torneranno il giorno di Natale a far visita. Oggi sono tutti qui a festeggiare.

Durante la cena ho scambiato parole di circostanza con molte persone. Terminata la cena tutti si accingono a salutare i genitori e a far ritorno a casa. In pochi minuti la gioia di quelle ore lascia il posto a una silenziosa malinconia.

Comprendo il senso di solitudine che provano questi anziani perché, a dispetto dei miei 45 anni, lo provo anch’io. Mi sono sposato giovanissimo e ho un figlio che ha già 20 anni. È stato un tremendo errore. Non il figlio ma il matrimonio. La mia ex moglie è tedesca e, quando abbiamo divorziato, mio figlio, che all’epoca aveva 10 anni, ha voluto seguire la madre. Mi è mancato moltissimo perché mi sono perso molte cose della sua crescita. Quando tornava in Italia per trascorrere le vacanze estive con me mi sembrava che fossero passati anni, non mesi. Non era più lo stesso ragazzino che ero andato a trovare a Monaco, in Baviera per Natale. Mi mancano anche i natali della sua infanzia quando viveva ancora con me. Mi manca il calore di quei giorni.

Ora Matteo frequenta l’Università e ha una fidanzata. Ha sempre meno tempo per me. Quest’anno è molto impegnato e non verrà in Italia per Natale. Andrò io da lui qualche giorno a gennaio, dopo che avrà sostenuto gli esami che sta preparando ma il Natale lo trascorrerò da solo. Non ci sarà neppure la mia migliore amica. È in un ospedale di lunga degenza per le terapie di riabilitazione dopo l’operazione che ha subito all’anca. Andrò a trovarla la mattina di Natale e trascorrerò un po’ di tempo con lei.

Prendo le chiavi dell’auto e mi avvio verso il parcheggio. La pioggia del pomeriggio si è trasformata in nevischio e ha lasciato uno strato sottile sull’asfalto e sulle auto. C’è un freddo pungente che mi fa calcare ancor più il berretto di lana blu e stringere la sciarpa intorno al collo.

È ormai buio ma il parcheggio è ben illuminato e sto attento a dove metto i piedi per non scivolare. Arrivato all’auto tolgo subito lo strato di nevischio che si è posato sui vetri e vedo riflessa la mia immagine: avvolto nel mio cappotto aderente di panno blu, con il berretto aderente dello stesso colore, sembro un lupo di mare. La mia statura poi, incute timore reverenziale.

Scaldo il motore e mi avvio verso casa, sulla strada statale che costeggia diversi paesi della bassa bergamasca.

A un certo punto, vicino alla fermata di una linea di autobus, vedo una donna con due bambine. Lei indossa un parka nero imbottino, le due bambine indossano giacche imbottite fucsia con guanti, sciarpa e cappello. Hanno tutte e tre l’ombrello aperto sotto il fitto nevischio che scende di sbieco e non accenna a diminuire ma hanno anche l’aria di chi sta patendo il freddo.

Ho la sensazione che siano in difficoltà e probabilmente non sanno che l’autobus che stanno attendendo non arriverà.

Rallento, accosto vicino alla pensilina dell’autobus e scendo dall’auto.

“Posso essere d’aiuto?”, chiedo nel modo più rassicurante possibile.

La signora è guardinga e sta un po’ sulle sue. “No, grazie. Stiamo aspettando l’autobus da mezz’ora. È un po’ in ritardo ma arriverà da un minuto all’altro”, mi spiega tradendo un certo nervosismo e diffidenza nei miei confronti.

Reazione perfettamente comprensibile.

So che effetto fa il mio aspetto imponente. Non incuto timore ma istintivamente le persone si relazionano con cautela con me, quando non mi conoscono.

“Mi sono permesso di fermarmi perché questa linea privata è stata soppressa di domenica, da oltre un anno”, le spiego con gentilezza. La decisione di sopprimere il servizio domenicale di quella linea aveva suscitato molto malcontento nella popolazione, espresso anche sulla stampa locale.

Per rassicurarla che sono una persona seria e ben intenzionata, le consegno il mio biglietto da visita, dove c’è scritto l’indirizzo della casa di riposo per cui lavoro e il mio ruolo.

Subito dopo mi offro di accompagnarle a casa.

Lei accetta e sale in macchina con le bambine.

“La ringrazio”, mi spiega “Siamo andate da mia madre sabato per passare il week end con lei e aiutarla ad addobbare la casa per il Natale. Non prendiamo mai i mezzi pubblici ma ho la macchina in riparazione dal meccanico. È stata colpa mia: non ho verificato se il servizio era in funzione anche la domenica”.

Sorrido affabilmente e, mentre la donna mi racconta, scopro che abita in un paese vicino al mio.

“Questo è l’ultimo Natale che mia madre passa a casa. È molto anziana e le sue condizioni non le consentono più di vivere in casa da sola. Stiamo cercando una casa di riposo ma le liste di attesa sono lunghe”.

Scopro che Alessia è un’impiegata ed è separata da due anni. Durante il giorno non può occuparsi della madre. Ha già provato ad avvalersi della collaborazione di badanti ma in un paese non è così facile trovarne di qualificate, come in una grande città.

“Io lavoro in una casa di riposo, come ha visto. Le liste di attesa sono lunghe ma potrebbe provare la soluzione del centro diurno mentre attende che si liberi un posto”, le spiego. “Provi a parlarne con sua madre e poi mi contatti per un colloquio, se gradite questa soluzione temporanea”.

Vedo il volto di Alessia illuminarsi. È ancora più bella quando sorride.

Le bambine s’intromettono nella nostra conversazione e mi raccontano come hanno addobbato l’albero di natale della nonna, quali regali hanno chiesto a Babbo Natale e anche delle letterine che hanno scritto a Babbo, insieme alla nonna. Sono deliziose e mi fanno sentire ancora di più la mancanza di mio figlio e del periodo della sua infanzia, quando eravamo ancora tutti e tre una famiglia.

Arrivati davanti alla porta di casa di Alessia, lei mi ringrazia e fa per scendere dall’auto con le figlie. Non vorrei porre fine a quella conversazione. Mi è piaciuto subito il suo modo di fare gentile e noto che anche lei si attarda.

“Grazie per la dritta che mi ha dato. In effetti la soluzione del centro diurno sarebbe ottima, finché non si apre un posto in una casa di riposo. Non sapevo che voi offriste anche questo tipo di servizio”, mi confidò.

“Certo, da anni ormai”, le rispondo sorridendole.

“Allora ne parlerò con mia madre e poi le telefoneremo per un appuntamento”.

Feci per rientrare in auto ma lei mi trattenne riprendendo a parlare. “Sono rare le persone come lei, ancora capaci di gentilezze. Le auguro che la gentilezza che oggi a fatto a me e alle mie figlie possa tornarle indietro un giorno con un’altra gentilezza”.

“Anche lei è una persona gentile, Alessia”, le risposi, incapace di aggiungere altro. In realtà, in quel momento, pensai che le sue parole erano state già una forma di gentilezza. La sua presenza mi aveva in qualche modo confortato e fatto sentire felice come non mi accadeva da anni.

Ci salutammo e quando mi avviai lungo la strada, nello specchietto retrovisore notai che Alessia e le bambine si erano attardate ancora qualche secondo a salutarmi con la mano, prima di avvicinarsi al portone di casa.

Provai ancora una sensazione di calore e appagamento.

Qualche giorno dopo ricevetti la telefonata di Alessia e fissammo un appuntamento, al quale si presentò con la madre.

Fui felice di rivederla e anche lei di rivedere me. Accompagnai le due donne per mostrare loro la casa di riposo e notai che le iniziali riserve di nonna Lea caddero in breve tempo. L’anziana signora mostrò simpatia nei miei confronti e capì che quella del soggiorno diurno sarebbe stata la soluzione che avrebbe messo d’accordo tutti.

La nostra struttura era situata nel paese vicino a quello dove abitava la figlia e ciò significava che, anche quando si fosse aperto un posto per residente interna, avrebbe potuto continuare a ricevere visite frequenti da Alessia e dalle sue nipotine.

Nonna Lea, subito dopo Natale, divenne una nostra ospite diurna. Durante le pause pranzo andavo a trovarla per assicurarmi che si trovasse a suo agio. Lo avevo promesso ad Alessia e sono un uomo di parola.

“Lei è un bravo giovanotto, Enrico. Come mai non è accompagnato?”, mi chiese a bruciapelo un giorno, con la schiettezza che gli anziani spesso hanno con i giovani.

Ero seduto accanto a lei al tavolo della mensa per gli ospiti autosufficienti.

“È una storia un po’ lunga e ho un matrimonio alle spalle. Non è facile ricominciare a quarant’anni. Non si ha lo stesso entusiasmo dei trenta nel costruirsi una famiglia”, le spiegai. Voltai lo sguardo verso l’albero di Natale, carico di palline colorate e luci, che stava in un angolo del locale. Mi sentivo imbarazzato e il calore delle luci e dei colori degli addobbi mi rasserenava.

“Anche mia figlia è divorziata. Ha passato un periodo non facile prima di superare il fallimento del matrimonio”, mi rispose nonna Lea, studiando le mie reazioni.

Sentivo di potermi fidare di quella donna e le raccontai tutta la mia storia.

“Quindi trascorrerà Capodanno da solo a casa sua, se ho capito bene”, esclamò esterrefatta la donna. A suo dire ero un uomo giovane e affascinante, non si capacitava come potessi trovarmi in quella situazione di solitudine.

“Sì ma dopo le feste andrò a trovare mio figlio. Il primo dell’anno andrò anche a trovare la mia amica in ospedale. Il nostro gruppo di amici è in montagna e non me la sentivo di lasciarla qui da sola”, mi giustificai, giocherellando nervosamente con una forchetta.

“Capisco”, meditò nonna Lea. “A Capodanno sarò a casa mia. Cucinerò io probabilmente l’ultimo pranzo in casa mia. Alessia e le mie nipotine staranno con me tutto il giorno… mi piacerebbe avere anche lei come ospite. Cosa ne pensa?”, mi chiese con uno sguardo diretto.

L’idea di poter trascorrere del tempo con Alessia mi sorrise. In realtà era l’occasione che aspettavo per avvicinarmi a lei. Da quando sua madre si era unita alla nostra comunità la vedevo regolarmente portarla alla mattina e venire a riprenderla alla sera ma era sempre di fretta. Scambiavamo spesso qualche parola e io la relazionavo sulla madre. La rassicuravo sul fatto che si era integrata subito nell’ambiente, che aveva fatto amicizia con degli anziani con i quali giocava a carte. A parte un frettoloso scambio di parole e pur percependo un’attrazione reciproca, la nostra conoscenza non aveva ancora avuto modo di progredire. Probabilmente nonna Lea aveva intuito il mio interesse nei confronti di sua figlia e assunse un’espressione molto soddisfatta quando accettai il suo invito.

La mattina di Capodanno andai a trovare la mia amica in ospedale e anche lei mi esortò a coltivare l’amicizia con Alessia. Passai una bella giornata a casa di nonna Lea e giocai con le bambine. Nel pomeriggio , mentre tutti erano seduti davanti alla tv, uscii in giardino a fumare una sigaretta. Faceva freddo, si sentiva un piacevole odore di legna bruciata nei caminetti e c’era un silenzio ovattato. Mi sentivo la testa leggera. Molte delle mie preoccupazioni erano svanite e non avevo pensieri cupi. Ero assorto nei miei pensieri quando Alessia mi raggiunse. Ogni volta che la vedevo sorridermi il mio cuore mancava un colpo. Non mi arrivava neppure alle spalle e aveva un modo di muoversi e parlare talmente aggraziato da suscitare in me un istinto di protezione. Il suo aspetto era delicato ma Alessia era una persona forte che aveva affrontato delusioni e difficoltà trasmettendo sempre serenità alle sue figlie. Era stata la sua forza interiore che mi aveva subito conquistato.

“Tutto bene?”, mi chiese lei con tatto, stringendo le mani nelle tasche del cappotto.

Tirai una boccata dalla sigaretta e annuii, con lo sguardo perso nello spazio del giardinetto. C’era un’incredibile tramonto sul quale si stagliavano i rami spogli e scuri degli alberi.

“La campagna lombarda ha un fascino particolare in inverno e mi ricorda quella inglese”, riprese lei, seguendo il mio sguardo. “Quando ero bambina mi aspettavo di veder comparire da un momento all’atro un lord a cavallo”.

Sorrisi, tra me e me. Non avevo dubbi che fosse una persona romantica.

Appoggiai la sigaretta nel portacenere che avevo messo su un tavolino accanto a me e la guardai.

“Ho avuto anch’io una bella infanzia ma riportare alla memoria i natali che ho trascorso con i miei genitori, mi fa sentire ancora più forte il senso di mancanza. Quando loro se ne vanno le feste sono più un momento di malinconia che di gioia. Per fortuna ci sono i figli che ti tengono attaccato al presente. Quando poi anche loro prendono la loro strada, è come non avere più radici: viene a mancare il senso di appartenenza”.

“Io ho perso mio padre molti anni fa. Credeva che io fossi ben accompagnata con mio marito”, mi confidò seria lei “Sono contenta che non abbia visto la fine del mio matrimonio. Quando mio padre è morto, mio marito aveva una relazione con un’altra donna da oltre un anno”. Rimase in silenzio qualche istante poi si rasserenò. “Sono fortunata ad avere ancora mia madre qui e le mie figlie sono piccole. Avranno bisogno di me per anni ma capisco cosa provi, Enrico”.

Alessia mi guardò con comprensione e, istintivamente, mi fece una carezza sul volto. Mi sentii incoraggiato da quel gesto e pervaso da un senso di tenerezza. Chinandomi  verso di lei, la baciai.

La vidi assumere un’espressione dolcissima e gettarmi le braccia al collo. Tutto iniziò lì e in quel momento ebbi la precisa sensazione che l’atto di gentilezza che avevo fatto pochi giorni addietro era stato ricambiato, con qualcosa di molto più grande: la promessa di un nuovo amore.

“Gentilezze sotto l’albero”, copyright © 2020 Simona Maria Corvese.

 

 

 

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