FERMATE IL BARMAN!

FERMATE IL BARMAN!

Racconto di Simona Maria Corvese, copyright ©2019

Ho sempre avuto una passione per le commedie romantiche, non a caso divoro i romanzi di Sophie Kinsella e il mio film preferito è “C’è posta per te” con Tom Hanks e Meg Ryan.

Sono una ventottenne single, inguaribilmente romantica che sogna un amore con lieto fine, come nelle migliori commedie di Hollywood. Purtroppo la mia timidezza non mi aiuta in generale nella vita.

La vita vera non è così romantica. Ci sono i problemi, le preoccupazioni. Eppure anche nelle situazioni tutt’altro che rosee possono nascere storie romantiche.

Un anno fa, un sabato sera di gennaio, ero rimasta bloccata a casa con l’influenza. Seduta sul divano, cercai la mia collezione di commedie romantiche e scelsi il cd di “Sapori e dissapori”, con Catherine Zeta-Jones e Aaron Eckhart. Terminato il film mi provai la febbre e vidi che era ancora alta. Guardai l’orologio: era ancora presto per prendere l’antipiretico, meglio aspettare ancora una mezz’ora. Per ingannare il tempo presi il cellulare e bighellonai un po’ su Facebook. Capitai per caso sulla pagina di uno chef che era stato ospite occasionale di una trasmissione televisiva ma non era noto al grande pubblico. A soli 35 anni aveva lavorato in un hotel a 5 stelle a New York e Londra. … che bello fare un lavoro così creativo e gratificante, pensai. Io ero un’assistente di direzione, un po’ stanca di svolgere lo stesso lavoro da molti anni ormai.

Leggendo bene il suo profilo capii però che era rimasto disoccupato e che stava incontrando difficoltà a reinserirsi nel suo settore. Schiere di giovani chef rampanti avevano la meglio ai colloqui su di lui che, incredibile ma vero, cominciava ad essere già considerato vecchio.

“Lei è molto bravo e competente ma sovradimensionato per le nostre aspettative”, era ciò che continuava a sentirsi dire.

“Avvilente, dopo aver faticato tanto per costruirsi una professionalità…”, pensai ad alta voce, leggendo la biografia che campeggiava a lettere cubitali sulla sua pagina Facebook.

Marco, così si chiamava, aveva postato i video di alcune ricette in cui spiegava con un linguaggio chiarissimo come cucinare, utilizzando ingredienti non costosi. Mi piacque subito il suo modo di fare simpatico e alla mano che faceva sembrare semplice realizzare ogni ricetta. Mi sembrò una persona umile, disposta a rimboccarsi le maniche e darsi da fare, senza pretendere di fare solo cose di livello, da chef stellato, quale era. Fui attirata anche dal modo in cui riusciva a coinvolgere il pubblico che commentava le ricette o faceva domande. Nei giorni in cui rimasi a casa malata, sperimentai subito le sue ricette. Iniziai a partecipare anch’io con costanza alle conversazioni sulla sua pagina. Scoprii che Marco amava sentire il contatto con il pubblico attraverso la sua pagina social. Impiegai un po’ a capire che ora non era più a New York e che abitava a Milano. Un giorno gli chiesi se avesse mai preso in considerazione l’idea di scrivere un libro di ricette. Lui mi rispose che non si sentiva ancora pronto a farlo ma l’idea era molto allettante. Di sicuro non si sentiva a suo agio in televisione a cucinare in diretta. Da quel giorno connettermi sul suo profilo e scambiare due parole alla sera, prima di addormentarmi, divenne una piacevole abitudine. Ogni sera mettevo da parte una delle sue ricette, che avrei sperimentato il giorno seguente.

Mi accorsi anche che Marco rispondeva con piacere ai miei commenti ed ebbi l’impressione di essergli simpatica. Passarono i mesi e a un certo punto, mi resi conto che Marco leggeva con costanza anche le note diaristiche che pubblicavo ogni fine settimana su Facebook. Se ad esempio raccontavo di essere andata al parco con gli amici, il giorno dopo trovavo o un ‘mi piace’ o una foto con dei fiori primaverili in un parco cittadino, postata sulla sua pagina pubblica. Avevo capito bene o mi stavo autosuggestionando?  Mi sentivo come Meg Ryan in “C’è posta per te”  ma sapevo che Facebook è il luogo principe dei fraintendimenti.

Eppure la vocina dentro di me mi diceva che non stavo prendendo lucciole per lanterne. Possibile che Marco stesse flirtando con me? Eppure questi discreti segnali mi giungevano con costanza.

Scattò in me anche una certa diffidenza: “Farà così anche con altre donne”, mi dicevo. “Potrebbe essere un modo per tenere viva l’attenzione su di sé da parte del gentil sesso che frequenta il suo profilo. È un uomo giovane e affascinante, un professionista non noto al grande pubblico ma con un indubbio potenziale di crescita… e quindi di pubblico per sue future pubblicazioni”. Quello di flirtare discretamente avrebbe potuto essere un espediente per attirare più fan femminili.

Era anche vero che Marco era disoccupato. Da quello che leggevo si guadagnava la pagnotta facendo lo chef a domicilio ma non tutti i mesi erano uguali e i guadagni non gli garantivano ancora l’indipendenza economica. Forse quei post che riscuotevano tanto successo e apprezzamenti lusinghieri da parte del gentil sesso erano un modo per alimentare l’autostima e gratificarsi in un momento difficile della sua vita.

La verità era che non sapevo nulla di quella persona, a parte gli scambi di opinioni o domande sulle sue ricette.

Un giorno, qualche mese dopo, Marco fece sapere a tutti che aveva intenzione di auto pubblicare su Amazon il suo primo libro di ricette ma confidò di non saper da che parte iniziare a promuoverlo. Chiese se qualcuno avesse già sperimentato tecniche di auto promozione. Si dà il caso che io auto pubblichi romanzi, per diletto, da anni e che la parte della comunicazione e promozione mi piaccia molto. Sono piuttosto preparata su questo argomento.

Ne approfittai quindi per mandargli una nota con degli spunti su come muoversi per la promozione. Mi ero basata sugli studi di marketing editoriale che avevo approfondito autonomamente per muovermi bene come autrice ‘indie’, soprattutto sui social network.

Marco mi aveva dato l’impressione di aver compreso l’importanza di usare professionalmente gli strumenti social e anche la loro potenza per promuovere il proprio lavoro.

Ne seguì una breve corrispondenza privata su questo argomento, che si esaurì naturalmente una volta affrontati i temi salienti. Tutti e due percepivamo il sincero piacere di parlarci.

Anche i contatti sul social di Marco erano continuati con costanza. Piacevoli istanti di svago per concludere la giornata. Niente altro perché, a esaminare la situazione con lucidità, non c’era altro se non “la promessa di un sogno”, come diceva Meg Ryan nel film.

Un giorno Marco scrisse che si dilettava a inventare cocktail nel tempo libero e che era molto attratto dalla figura del barman.

Può sembrar strano ma proprio io che sono astemia totale, mi ritrovai a dispensar consigli in merito. Per un breve periodo di tempo avevo lavorato in un’azienda che produceva alcolici e, quando mi avevano assunto, mi avevano fatto fare un giro del sito, per avere un’idea più chiara di tutte le belle cose che facevano. Tra queste c’era anche la loro scuola, che erogava corsi per diventare barman. Tra gli studenti c’erano molti adulti che avrebbero lavorato in esercizi pubblici o semplici appassionati che volevano imparare a preparare cocktail come professionisti. “Mi raccomando, se sentite amici o conoscenti che s’inventano i cocktail da soli, fermateli! Con l’alcool non si scherza e non si pasticcia! Mandateli da noi”, mi dissero.

Con tatto segnalai a Marco, in privato, l’indirizzo internet della scuola. Gli feci vedere anche il programma del corso per barman.

Marco ne rimase estasiato. “Mio Dio, è bellissimo”, mi scrisse dopo aver esaminato il programma. Eravamo amici virtuali e, anche se non lo conoscevo di persona, sentivo di aver fatto la cosa giusta, prendendomi la licenza di indirizzarlo verso una scuola che gli avrebbe permesso di dar sfogo alla sua creatività spiccata, senza pasticciare con l’alcool.

La cosa finì lì ma, pochi giorni dopo, rimasi esterrefatta, quando Marco fece sapere agli amici del social che tornava sui banchi di scuola per una settimana. Si era iscritto al corso per diventare barman.

“Lo ha fatto… si è iscritto veramente”, esclamai nel silenzio della mia camera, sdraiata sul letto con i cuscini dietro la schiena e il cellulare in mano. Nei giorni in cui Marco era impegnato a frequentare il corso io partii per una vacanza al mare con il mio gruppo di amici. Alla sera, quando ritornavo in hotel, seguivo divertita i post che Marco pubblicava, con le foto dei coloratissimi cocktail che stava imparando a preparare. Sembrava proprio contento. Alla fine di quella settimana io ritornai a Milano dove, nel frattempo, era nato un nuovo barman!

Una sera, a sorpresa, ricevetti un messaggio da Marco. Mi ringraziava e mi diceva che era molto soddisfatto di aver frequentato quel corso.

Io provai la piacevole sensazione di essere stata utile a qualcuno e di averlo reso felice. Con l’occasione gli chiesi se aveva notato che sul sito avevano indetto il concorso nazionale annuale per barman, cui avrebbe potuto partecipare. “Non so se ti piacciono le competizioni ma ho visto che per il vincitore c’è in palio una borsa di studio per frequentare il Master di livello avanzato per barman”, gli feci notare. Ci fu una lieve esitazione da parte sua e pensai che fosse dovuta allo stesso motivo per cui dichiarava di non amare apparire in tv: la sua riservatezza.

“Sai Marina che è una bella idea?”, esordì, rompendo il silenzio “Mi iscrivo solo se prometti di venire a vedermi. Sto guardando la pubblicità sul loro sito e vedo che la prima competizione la faranno a Milano, poi ci saranno altre tappe in Italia durante tutta l’estate”.

A quel punto fui io a esitare. La nostra amicizia, anche se era azzardato chiamarla così, si stava muovendo su un altro piano. Se Marco era una persona riservata, io sono una persona timidissima. Far diventare la nostra conoscenza reale non era un passo facile da compiere per me. Annaspai un po’ ma accettai la proposta di Marco, assalita dal panico.

Mi presentai all’appuntamento la sera della prima competizione. Riconobbi subito Marco dietro il bancone in legno chiaro anticato della scuola che aveva frequentato solo poche settimane prima. Stava benissimo con i jeans e la camicia grigi e un simpatico papillon grigio antracite a piccoli pois bianchi. Il gilet color carta da zucchero intenso, come i suoi occhi, gli faceva sembrare le ciglia e i capelli castano chiari quasi biondi. Anche lui mi riconobbe subito e mi accolse con un sorriso aperto che mi allargò il cuore. “Finalmente ci conosciamo”,  disse “Ora abbiamo la certezza che non siamo virtuali ma persone vere!”.

Non potei fare a meno di ridere con lui. La tensione iniziale svanì e mi sentii a mio agio, anche se la mia migliore amica mi aveva messo in guardia: “Non sai nulla di lui, Marina. Potrebbe essere anche sposato o avere una compagna. È vero che anche tu potresti essere impegnata e lui non te lo ha chiesto… Ma come avete fatto ad arrivare a incontrarvi, senza chiarire queste cose?”. Sapeva che non ero interessata a conoscere persone impegnate sentimentalmente, perciò quella situazione l’aveva meravigliata.

Il punto era che mi ero lasciata trasportare da un concatenarsi di eventi e tutto era accaduto con spontaneità, senza il fine di fare nuove conoscenze. Sedetti tra il pubblico a vedere Marco all’opera e fui orgogliosa di lui quando fu nominato vincitore di quella prima serata. Alla fine tutti i bartender della competizione furono invitati al bancone per preparare cocktail agli amici. Marco mi si avvicinò. “Sapevo che mi avresti portato fortuna! Posso prepararti un cocktail, Marina?”. Con imbarazzo gli rivelai di essere completamente astemia. Marco rimase sconcertato qualche istante poi proruppe in una risata. “E mi hai consigliato la miglior accademia per barman in Italia! Sei incredibile, Marina”. Mi propose una lista di cocktail analcolici e io scelsi il Mandarintass, a base di Bitter Campari analcolico, succo di mandarino e cedrata Tassoni. Marco lo preparò direttamente in un bicchiere tumbler alto, con ghiaccio, guarnito con una fetta di mandarino. Per lui preparò un Americano, il cocktail di James Bond in “Casinò Royal”, con Bitter Campari alcolico, Vermouth Rosso Cinzano 1757 e Soda, guarnito con una fetta d’arancia e scorza di limone. Servito anch’esso in un bicchiere tumbler colmo di ghiaccio, “Agitato, non mescolato”. Osservai Marco con quel taglio di capelli alla Steve McQueen ma conclusi che non assomigliava molto al famoso 007 interpretato da Daniel Craig: i suoi lineamenti erano più dolci. I colori dei due cocktail si assomigliavano molto e il bancone era affollato. Marco mi raggiunse ma, frastornati come eravamo in quella confusione generale, e forse anche per colpa della tensione emotiva del primo incontro, non si accorse di avermi porto il bicchiere sbagliato, di una sfumatura appena più scura del cocktail analcolico. Ne assaporai una generosa sorsata che placò la mia gola riarsa, quando una voce ci interruppe. “Fermate il barman!” disse un altro bartender, richiamando l’attenzione di Marco. Mi aveva sentito dire che ero astemia. Marco si voltò di scatto verso il mio bicchiere, comprendendo immediatamente l’errore. “O Dio, scusami, Marina”, disse togliendomi dalle mani il tumbler mezzo vuoto.

Troppo tardi. Quel liquido fresco mi era scivolato in gola inebriandomi con la sua fragranza agrumata ma, in pochi secondi, le gradazioni dell’alcool si erano fatte sentire con decisione. Marco mi guardava preoccupato. “Ho rovinato tutto” , esclamò dispiaciuto.

Io lo rassicurai, dicendogli che c’era molta confusione quella sera e più barman del normale dietro al bancone. Di lì a poco mi assalì un senso di sonnolenza e il capogiro. Marco, non sapendo più come scusarsi, mi chiese il permesso di accompagnarmi a casa e io accettai. Durante il tragitto in metropolitana, sotto l’effetto dell’alcool, da timida che ero divenni molto loquace. Marco mi accompagnò fino al portone di casa. Il sabato mattina successivo mi chiamò per accertarsi che stessi bene.

“Non ti preoccupare, ho solo un po’ di mal di testa e ricordo poco di quello che hai detto quando mi hai accompagnato a casa”, risposi ancora seduta nel mio letto. “Ma cosa ti ho detto io?”.

Marco ridacchiò. “Mi hai raccontato la storia della tua vita e mi hai chiesto se ero sposato o fidanzato”.

Sprofondai dalla vergogna, incapace di proferire parola.

“Stai tranquilla, i tuoi segreti sono al sicuro con me e, sì, sono libero sentimentalmente”, rise ancora.

“Ti ho rivelato dei segreti?”, chiesi con discrezione per tastare il terreno.

“Mi hai confidato che ti piace un ragazzo ma sarò una tomba, promesso”, rispose con una vena d’impertinenza nella voce. “Spero però che tu accetti questo complimento: ieri sera eri bellissima con il tuo chignon di capelli scuri e il tubino nero”.

Mi sentii accarezzare dalle sue garbate parole e, ancora imbarazzata, lo ringraziai.

Marco mi rivelò di voler continuare la competizione per barman: si era iscritto solo per avere la scusa di conoscermi di persona ma quella professione lo appassionava al punto di caldeggiare l’idea di inserirsi in quel campo lavorativo.

Da quel giorno cominciammo a frequentarci con regolarità. Lo seguii in tutte le tappe del concorso e fui orgogliosa di essere testimone della sua vittoria finale. Marco vinse la borsa di studio in palio per il Master avanzato in bartending e, alla fine del corso, gli venne offerto un posto di lavoro come barman professionista in un rinomato night club in centro a Milano.

Sono passati due anni e Marco è diventato socio di quel locale. Lui e io cominciamo anche a pensare a una vita più stabile insieme.

Non so dove ci porterà il futuro ma una cosa è certa: non sono mai stata così felice!

“Fermate il barman!”, copyright ©2019 Simona Maria Corvese.

 

 

 

 

 

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