ANTEPRIMA SINFONIA DELLA FELICITA’

“Per un attimo i loro sguardi si erano incrociati e Roberto pensò che forse era riuscito a stabilire un contatto con quegli occhi innocenti e tristi”.

L’incontro tra queste due anime fragili sarà significativo per entrambi.

“Uno di fronte all’altra si scambiarono un sorriso, esitando per qualche secondo. Roberto avrebbe voluto abbracciarla e dirle che non doveva avere più paura, perché l’avrebbe protetta ma temeva che la bambina non fosse ancora pronta a fidarsi di un adulto e un gesto così l’avrebbe spaventata”.

Ti piacerebbe leggere una storia scritta con lo stile dei romanzi di Dickens, ricca di intrighi e con un mistero da risolvere?

La povertà e l’esclusione, così come le difficoltà che impone la vita a bambini sfortunati, sono alcuni dei temi al centro del racconto, ma nel libro si parla anche di talento, di amore per la musica e di impegno per raggiungere i propri obiettivi.

Ciò che viene raccontato in Sinfonia della felicità è quello che accade dopo l’incontro tra Livia, una bambina rom che vive in strada e Roberto, un direttore d’orchestra famoso che sta attraversando un periodo difficile con la moglie.

Siete pronti ad affrontare tutti gli ostacoli che Roberto e Livia incontreranno lungo il percorso? Il pericolo però è sempre dietro l’angolo e basta una disattenzione, o un passo falso che tutto quello che hanno ottenuto o costruito può infrangersi in mille pezzi.

Ce la faranno a trovare la loro felicità?

“Sinfonia della Felicità – La storia di Roberto e Livia” è il mio primo romanzo sociale e questa è l’anteprima gratuita. Mi piacerebbe sapere se ti piace.

Buona lettura

Simona

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Sinfonia della felicità – la storia di Roberto e Livia” racconta l’incontro fra una bambina rom e un famoso direttore d’orchestra. Roberto vive un periodo di crisi con la moglie e si sente un fallito nonostante la notorietà e il prestigio che lo circonda. Conduce una vita brillante e, apparentemente piena di soddisfazioni.

Livia è una bambina che vive in strada e ha un talento eccezionale per la musica, talento che viene sfruttato da un criminale ma che è immediatamente riconosciuto da Roberto.

Sarà lui che, tra molte difficoltà e colpi di scena, riuscirà, vincendo i pregiudizi della società, a condurre la bambina verso un destino diverso da quello, infelice, che la vita sembrava aver preparato per lei.

I due riescono in qualcosa di più ancor difficile: riescono a comporre una famiglia, a ritrovare affetti perduti sino a sospettare una clamorosa verità. La Sinfonia della felicità, composta da Livia, bambina prodigio, sarà il simbolo più perfetto di questa ritrovata armonia.

Ma un antico segreto – custodito da Gyorgy zio della bambina – incombe su Livia e Roberto e può distruggere quello che stanno costruendo.

La vicenda si conclude nel secondo romanzo, intitolato “Sinfonia della Felicità – una famiglia per noi”, che fa parte di una trilogia (il terzo romanzo s’intitolerà “Sinfonia della felicità – Il violino di Jòzsef”).

 

Simona Maria Corvese

Dopo la Laurea in Giurisprudenza con il vecchio ordinamento e un Master in Gestione Risorse Umane, Selezione e Formazione, ha lavorato per diversi anni negli uffici del personale di grandi multinazionali, maturando esperienze in tutti questi aspetti della gestione delle Risorse Umane.

È anche autrice di romanzi di fiction per ragazzi e adulti.

Vive nell’Hinterland Milanese, occupandosi della famiglia. Ha sviluppato un interesse personale per la comunicazione non violenta (secondo il modello di Marshall Rosemberg), il personal coaching, lo sviluppo del potenziale umano (metodo Feuerstein, studio personale) e il professional organizing. Nel tempo libero realizza insieme a sua figlia libri fatti a mano, sul modello del “Book art project” di Paul Johnson.

La trilogia di “Sinfonia della Felicità” è il frutto di numerose lunghe nottate passate a inseguire, con irriducibile entusiasmo, il sogno di raccontare questa storia che da molto tempo aveva in mente.

Sito: www.simonamariacorvese.it

Pagina Facebook: Simona Maria Corvese – autore

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Twitter: Simona Maria Corvese

Instagram: simonamariacorvese

 

 

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SINFONIA DELLA FELICITA’

La storia di Roberto e Livia

 

Romanzo di Simona Maria Corvese

 

Questo racconto è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza con fatti o località reali o con persone, realmente esistenti o esistite, è puramente casuale.

                                 

 

Sono davanti ai tuoi occhi tutti i giorni,

all’angolo di una strada, in una piazza,

vicino ad una Chiesa o ad un supermercato.

Busso al finestrino della tua auto, in mezzo ad una strada,

quando sei fermo al semaforo e ti tendo la mia mano

Qualche volta mi vedi cantare o suonare qualcosa per tè,

mentre siamo in viaggio sul vagone di una metropolitana.

Sono un bambino,…un bambino invisibile…

Simona Maria Corvese

 

Dedicato a tutti i bambini invisibili

Epicuro

Lettera sulla felicità – a Meneceo

Meneceo,                                                                 

Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice…

 

 

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CAPITOLO 1

Milano, maggio 2010

 

Roberto era tornato da pochi giorni a Milano, dopo un anno passato in giro per tutto il globo a dirigere le più prestigiose orchestre sinfoniche d’Europa e alternando questi impegni a concerti per pianoforte in diverse capitali europee.

Non era stato per più di una settimana nella stessa città ed era mancato da casa per ben quaranta settimane ma, d’altra parte, non c’era nulla di strano in questo: era un direttore d’orchestra nel pieno della carriera.

Si sentiva svuotato, così aveva deciso di fermarsi per un po’ nella sua città natale e di prendersi un anno sabbatico per sistemare alcune cose che, in quel momento, riteneva più importanti di tutto il resto nella sua vita: sua moglie Laura.

Voleva anche poter finalmente dedicare del tempo alla Fondazione Musica Senza Confini che aveva costituito insieme a un gruppo di amici musicisti.

Gli dava molta soddisfazione dare a ragazzi di strada o indigenti, la possibilità di convogliare le proprie energie verso lo studio di uno strumento musicale. In alcuni casi riusciva anche a individuare talenti fuori dal comune.

Credeva molto in questo progetto, perché aiutare gli altri lo faceva sentire più utile. Non praticava più arte fine a se stessa ed era pronto a mettere in discussione la sua carriera, pur di rimettere in carreggiata la sua vita. Rinunciare alla sua professione non gli avrebbe mai lasciato il vuoto che stava provando in quella fase della sua esistenza. In fin dei conti, a che cosa valeva essere ricco e famoso se la sua vita affettiva si stava rivelando un completo fallimento?

In un pomeriggio di primavera stava camminando lungo un portico di Corso Vittorio Emanuele quando, a un tratto, cominciò a sudar freddo e percepire un senso di sbandamento. Le ultime cose che udì furono le note di un violino, dall’altro lato della strada. Poi perse i sensi.

“Signore, mi sente? Adesso le portano un bicchiere d’acqua ma lei si svegli”.

Ancora stordito per la caduta, udì la voce di una bambina che gli stava parlando. Quando aprì gli occhi, vide attorno a se i visetti di cinque bambini tra i sei e i dieci anni e, guardandoli meglio, si accorse che erano Rom. Si stava avvicinando anche una folla di curiosi e passanti.

Roberto riconobbe subito la bambina che gli aveva rivolto la parola e notò che aveva in mano un violino. Non le diede più di dieci anni.

Accanto a lei stava un bimbetto più piccolo, anche lui con un violino sistemato sotto l’incavo del braccio, che lo osservava con un’espressione incuriosita.

La musica che aveva udito poco prima di perdere i sensi poteva quindi provenire da loro, pensò.

“Ecco, si è svegliato, Livia! Hai visto? Sì, si è svegliato!”, gridò tutto emozionato il piccolo.

Tutt’intorno a loro si era raggruppata una piccola folla di curiosi.

“Sciò, via, via mocciosi. Tornatevene a suonare la vostra musica, piccoli straccioni, e non infastidite il signore”, strillò il barista, che aveva visto la scena, mentre si avvicinava a Roberto per aiutarlo a sedere a un tavolino posto appena fuori dal suo bar. Il bar si affacciava sul portico.

La folla intorno a loro, intanto, si era diradata.

“Ma noi volevamo solo soccorrerlo quando è caduto”, gridò Livia risentita per il modo in cui quell’uomo aveva trattato lei e gli altri bambini.

“Ho detto via e non fatemi perdere la pazienza. Adesso vado a prendere un bicchiere d’acqua e quando torno non voglio più vedervi qui, altrimenti chiamo la polizia. Ci siamo intesi?”.

Detto questo si allontanò.

I bambini, malvolentieri, si allontanarono tornando dall’altra parte del Corso, nel punto in cui il portico si interrompeva per lasciare il posto alla piazzetta di fronte alla Chiesa di San Carlo, dove erano soliti suonare. Solo Livia si attardò un attimo in più, timorosa, vicino a Roberto. Lo stava guardando con un’espressione preoccupata.

“Ti sei spaventata quando sono caduto a terra?”, le chiese lui cercando d’interpretare il suo sguardo.

La bambina annuì senza parlare.

“Grazie per avermi soccorso, adesso sto meglio”, le disse ancora un po’ pallido mentre le rivolgeva un caldo sorriso. Le tese la mano per stringergliela e presentarsi: “Io mi chiamo Roberto…e tu Livia, se non ho capito male. Vero?”.

Me bǔchόv Livia…mi chiamo Livia”, annuì ancora la bambina ma non  gli strinse la mano. Gli aveva risposto nella sua lingua, il romanì, ma si era subito corretta traducendo in italiano. Si guardava intorno nervosa e aveva l’aria di un cucciolo spaurito con due occhi grandi grandi, dall’espressione dolce e fiera, in un visino ovale da madonnina.

“Non avere paura, puoi fidarti di me, voglio solo ringraziarti”, la rassicurò Roberto tendendo bene il braccio verso la bambina, con il palmo della mano rivolto verso l’alto e ben aperto.

Ci fu ancora qualche istante di esitazione poi Livia, con molta incertezza, distese il suo braccio e posò lentamente la sua piccola mano sul palmo di Roberto.

Muovendosi lentamente come la bambina, Roberto richiuse la mano attorno a quella di Livia e la strinse lievemente, continuando a sorriderle in modo rassicurante.

“Eri tu che suonavi poco fa?”, le chiese dopo averla lasciata.

“Sì”, mormorò lei con un filo di voce e ricambiando il sorriso.

Per un attimo i loro sguardi si erano incrociati e Roberto pensò che forse era riuscito a stabilire un contatto con quegli occhi innocenti e tristi. Conosceva quell’espressione. Era la stessa che avevano molti ragazzi della fondazione. Non c’era rassegnazione ma la realistica consapevolezza di non avere prospettive di riscattarsi da quella vita non perché non avessero aspirazioni ma perché sapevano che sarebbero stati gli altri a negargliele, a causa dei loro pregiudizi.

Livia, invece, osservandolo, aveva pensato che Roberto era una persona buona.

“Sono anch’io un musicista, sai?”, le rivelò lui destando la curiosità della bambina.

“Livia cosa fai? Sbrigati, sta arrivando zio Gyorgy”, gridò dall’altra parte del corso il bambino più piccolo che era stato vicino a lei poco prima. “Ajde Luluǧί!”

“Ha detto «andiamo Fiore»…è il mio soprannome in romanί e il suo mačhorό, pesciolino”.

Livia guardò Roberto un ultima volta: “E lui suonava con me”, trovò il coraggio di rispondergli, indicando il piccolo Rom che l’aveva appena chiamata. “Sem baxtale kaj prinǧardém tut…sono felice di averti conosciuto. Sastipé…Ciao!”.

Rivolse a Roberto un sorriso di simpatia, in segno di saluto poi si voltò di fretta e corse via.

Roberto avrebbe voluto offrirle qualcosa al bar per ringraziarla ma, in men che non si dica, tutto il gruppo dei bambini scomparve in mezzo alla folla del Corso, mentre lui li osservava ancora un po’ confuso da quanto gli era accaduto poco prima.

Lo scambio fugace di parole con quella bambina lo aveva intenerito. C’era stato qualcosa in lei, forse nel suo gesto così spontaneo di attardarsi vicino a lui per accertarsi che stesse meglio, che lo aveva commosso. Qualcosa d’indefinibile e magnetico.

“Come sta signor Neri?”, lo riportò alla realtà il barista ricomparendo con un bicchiere d’acqua e una tazzina di caffè appoggiati su un vassoio. “Vuole che le chiami un ambulanza?”.

L’uomo lo aveva riconosciuto e sapeva che Roberto era un musicista e direttore d’orchestra piuttosto noto. Negli ultimi mesi la sua faccia era apparsa spesso su molti quotidiani italiani ed esteri ma anche in televisione e la notizia del suo abbandono momentaneo del mondo della musica sinfonica aveva fatto il giro dell’Europa.

“No, grazie. Sto meglio ora. Ho avuto solo un forte capogiro…credo sia stato un improvviso calo di pressione. Per favore, mi chiama un taxi?”.

Non gli era mai capitato di collassare in quel modo, così preferì andare dal medico che gli ordinò di mettersi a riposo per qualche giorno. Era stato sottoposto a forti stress negli ultimi mesi e la stanchezza accumulata aveva causato quell’improvviso malore. Roberto si sentiva un leone, nel pieno delle forze, come quando era un ragazzo e, nell’ultimo anno, si era stordito con mille impegni per non pensare ai suoi problemi. Non sapeva quanto lo avesse fatto coscientemente, per non affrontare la realtà, fatto sta che, ad un certo punto, il suo fisico si era ribellato e gli aveva ricordato che non lo poteva più mettere alla prova come se avesse ancora vent’anni. Non poteva più scappare da se stesso.

“Adesso vai a casa a farti una bella dormita, Roberto. Mi raccomando, d’ora in poi tieni sempre con te una bustina di potassio, soprattutto ora che andiamo incontro alla stagione calda”.

“Ti prescrivo qualcosa per tirarti su ma se questi episodi dovessero ripetersi, torna da me e ti farò fare degli esami più approfonditi”.

Ritornando a casa Roberto era ancora pallido in volto e provava un’inspiegabile tensione nervosa o era forse euforia? Come se dovesse accadergli qualcosa. Tutto ciò non aveva senso, si disse. Era frutto solo dell’autosuggestione, della volontà d’imprimere una nuova direzione alla sua vita. Il pensiero tornò ai piccoli Rom che gli si erano fatti attorno quando era caduto a terra. Non ricordava di aver visto adulti con loro, eppure la musica che aveva udito sembrava proprio suonata da una mano virtuosa. Possibile che fossero stati loro?

Quando entrò in farmacia per acquistare delle vitamine, si accorse che gli avevano rubato il portafoglio.

“Prima o poi vi incontrerò di nuovo e allora sì che faremo un discorso a quattr’occhi”, disse a bassa voce, scuotendo la testa. Era stupito per la destrezza con cui gli avevano sfilato i soldi.

 

La sera di quello stesso giorno Livia, tornata all’accampamento rom con gli altri ragazzi, ebbe un diverbio con Dimitri, il maggiore del gruppo. Era furibonda, non ce la faceva più a tenere la lingua a freno.

“Durgirijòmattukhl. Durgerjòm tuqe…Te l’ho fatta. Te li ho sottratti”, rideva il ragazzino soppesando il portafoglio: conteneva poche banconote. Aveva già esaminato il contenuto senza trovare la carta di credito del malcapitato. Un vero peccato che non la custodisse lì con i soldi.

“Come ti è saltato in testa di rubare i soldi a quel signore, oggi? Noi ci guadagniamo da vivere suonando e non rubando!”.

Ikol, Aci! Basta, taci e tieni i piedi per terra Livia. La gente s’incanta a sentir suonare te e Jòzsef ma quando avete terminato la vostra esecuzione non sgancia abbastanza soldi. Se non fosse per me, a fine giornata torneremmo a casa con pochi spiccioli. Non è quello che vuole vostro zio Gyorgy”, le gridò con durezza il ragazzino, risentito per le accuse ricevute.

Alcuni uomini, riuniti accanto a una roulotte nelle loro vicinanze, si voltarono a guardarli attratti dai loro schiamazzi.

La bambina preferì non proseguire nella discussione ma si sentiva ancora molto offesa per essere stata coinvolta, suo malgrado, in quel furto. Si allontanò da lui, con passo nervoso , lungo il vialetto principale del campo. Si fermò in prossimità del prato mettendosi a tirar calci stizzosi a dei sassetti. Aveva il fiatone e cercava di dominare, o forse di comprendere il turbinio di emozioni che le tumultuavano nell’animo. Rabbia? Rancore verso la vita? No, orgoglio.

Il suo orgoglio, in quel momento, le impediva di ammettere che Dimitri diceva la verità. Le cose stavano proprio così. Avevano passato una settimana difficile, era piovuto per cinque giorni di fila e non erano potuti uscire dal campo per raggiungere Milano. Senza contare che i portici sotto cui ripararsi per suonare erano solo in centro e loro dovevano spostarsi in continuazione per non essere fermati dalla polizia. Le metropolitane erano sempre più controllate dagli sbirri.  Quando pioveva il campo dove si erano fermati, alla periferia est di Milano, diventava tutto fango. Livia provava ancora quella sensazione di fastidio dovuta all’impossibilità di rimanere pulita: cinque minuti dopo che aveva messo il naso fuori dalla roulotte, non solo era bagnata ma anche sporca di melma.

Poi aveva paura perché c’erano topi e bisce. Nelle giornate di sole le mamme le affidavano i bambini piccoli, una volta tornata al campo alla sera, mentre loro preparavano da mangiare. Ma in quelle condizioni non poteva neppure posarli nel prato, seduti su una coperta, perché quelle bestiacce potevano morderli. Non erano molto distanti da una discarica abusiva a cielo aperto. Abusiva come loro, sorrise amaramente Livia…Lì le colonie di topi abbondavano, insieme al lezzo nauseabondo con cui tutti loro erano costretti a convivere. Senza parlare delle siringhe: doveva sempre prestare la massima attenzione perché i drogati passavano di lì la notte.

Una Romni con in braccio un neonato si affacciò alla porta della roulotte e la chiamò. “Sig, Luluǧί…Veloce, Fiore!”.

Livia si riscosse dai suoi pensieri e, in cuor suo, fu grata alla donna per aver inconsapevolmente messo fine a quelle riflessioni così pessimistiche.

Le fece un cenno di assenso col capo e la raggiunse, affondando leggermente coi piedi nel terriccio impregnato d’acqua come l’erba . “Ćar…Erba…”, pronunciò il suo nome tra sé e sé, come per accarezzarla con la voce. Le piaceva il profumo dell’erba bagnata. Mentre avanzava stava attenta a schivare le profonde pozzanghere negli avvallamenti del prato che non erano ancora evaporate al caldo sole primaverile. Non poteva permettersi di inzupparsi le scarpe: se fosse accaduto avrebbero impiegato giorni ad asciugarsi e quello era l’unico paio che possedeva.

Questo non sarebbe successo se zio Gyorgy avesse accettato gli aiuti della Caritas locale dove abiti e scarpe non mancavano. Ma, per accedervi, bisognava fornire le proprie generalità e, per un autentico figlio del vento come lui, era inaccettabile. Questa era solo una delle cose che non riusciva a capire di quell’uomo senza radici, come tutti loro, che tanto temeva.

Per un istante il suo pensiero andò al musicista che aveva soccorso quel pomeriggio. Le aveva detto di chiamarsi Roberto, ma non era questo che aveva attirato la sua attenzione. C’era stato qualcosa in lui che l’aveva colpita. Non i modi fini, signorili e neppure la semplice gentilezza.

Era la sensibilità che aveva mostrato nei suoi confronti.

Era stata la prima persona che l’aveva trattata come una bambina, non come una sporca Romni.

 

CAPITOLO 2

 

Qualche giorno dopo Roberto prese la metropolitana per andare in centro a comprare dei DVD con le registrazioni di alcuni concerti diretti da un famoso direttore d’orchestra.

Aveva iniziato a preparare un concerto che avrebbe diretto prima di Natale e aveva già visto e ascoltato un centinaio di esecuzioni della Sinfonia n.1Winter Daydreams” di Tchaikovsky. Ma la registrazione che cercava non si trovava su Internet perché era una delle incisioni più recenti di quel direttore d’orchestra. Era stata messa in commercio da poche settimane.

Alcuni colleghi musicisti gli avevano chiesto di guardare quelle performance e di far sapere loro cosa ne pensasse. Lo aveva visto un paio di volte dal vivo, a Vienna e gli era piaciuto ma giravano voci discordi sul suo conto. Alcuni lo adoravano, altri non lo trovavano particolarmente entusiasmante così, astenendosi dall’esprimere commenti affrettati, basati sul sentito dire, approfittò di quel momento di calma per formarsi un’opinione personale.

Nel metrò c’era un gran via vai, in cui era facile confondersi come api in un alveare. Roberto faticò anche a trovare un punto dove sostenersi, per non cadere a causa dei fastidiosi scossoni del treno, quando accelerava o rallentava all’improvviso. Si accostò al palo posto accanto a un gruppo di 4 sedili posti nella parte finale del vagone e vicino all’intercapedine a soffietto che dava accesso a quello adiacente. I posti erano tutti occupati da persone molto differenti tra loro. Un giovanotto che muoveva la testa a ritmo con la musica che stava ascoltando negli auricolari: il volume era così alto che poteva udire la cadenza dei bassi a circa un metro di distanza. Quel frastuono feriva le sue orecchie colte e non si capacitava di come la ragazza accanto non ne fosse apparentemente disturbata. Sorrideva al suo smartphone, digitando freneticamente messaggi. A giudicare dalla sua espressione dolce e intenerita, doveva essere una corrispondenza amorosa. Ah, che bella quell’età, pensò Roberto ridacchiando. C’era passato anche lui ma ai suoi tempi non c’erano i cellulari. Un uomo sulla trentina in completo blu stava seduto completamente eretto sul busto. Indossava occhiali da sole e guardava fisso davanti a sé, reggendo in grembo la ventiquattr’ore con una certa rigidità. Era un tipo distinto ma anche un po’ vanitoso. Continuava a regolarsi la cravatta dalla fantasia molto fine, sui toni del blu e a gettare occhiate discrete in direzione della ragazza al suo fianco, forse nella speranza di essere notato. Tutto nel suo insieme, la rasatura perfetta, il taglio di capelli impeccabile, il tocco di profumo dai toni esotici ma virili, fece pensare a Roberto che fosse un giovane manager. Il finestrino abbassato alle sue spalle lasciava entrare aria calda, mentre il treno era in corsa, scompigliandogli la folta capigliatura ma attenuando l’intenso odore di umanità che ristagnava nel vagone.

Roberto si spostò un po’ di lato per evitare che il getto dell’aria lo colpisse proprio in direzione del collo e della gola. La signora che stava alla destra del manager era piuttosto avanti negli anni. Roberto non seppe attribuirle un’età precisa, ma sicuramente più di 70. Vestiva in modo semplice: pantaloni di lino blu, un top bianco dello stesso tessuto e un camicione sbottonato, portato come giacca, che si abbinava ai pantaloni. Quel completo le conferiva un’aria moderna e la lunga collana di perle bianche e blu che ricadeva sul top bianco, richiamando i colori del completo, le dava un tocco di ricercata informalità. I capelli lisci che le sfioravano le spalle con un taglio dritto, erano bianchi. Era completamente assorta nella lettura e, di tanto in tanto, alzava la testa per controllare le fermate e aggiustarsi una ciocca di capelli dietro le orecchie. Roberto, curioso, inclinò leggermente la testa di lato per leggere il titolo del romanzo che teneva in mano: Delitto e Castigo di Dostoevskij. Una vera rarità, pensò tra sé e sé. Una doppia rarità, pensandoci bene: stava leggendo un libro di carta stampata, quando la maggior parte delle persone assorte nella lettura in metropolitana utilizzava ormai il Kindle; e per di più stava leggendo un classico della letteratura. Gli fece venir voglia di rileggere quel romanzo. Roberto prediligeva i classici. Erano un’irrinunciabile compagnia nelle sue lunghe notti insonni.

Di lì a poco la donna si alzò dal suo sedile per scendere dal metrò e gli cedette il posto.

Roberto sedette e osservò il frenetico andirivieni di persone, contento di non dover avere la loro stessa fretta. Accavallò una gamba con disinvoltura e appoggiò un braccio, col gomito piegato, sul corrimano di acciaio che univa il palo alla parete e che delimitava il gruppo dei 4 sedili. Finalmente lo stress che aveva accumulato in quell’ultimo anno cominciava ad allentarsi e si sentiva meglio. Capiva di essere più rilassato e le energie positive si facevano sentire, regalandogli nuove idee da tradurre in progetti per la sua Fondazione. Si godette quegli istanti di calma. Erano mesi che non riusciva più a provarli. Quasi si era dimenticato come si facesse a restare tranquilli, immerso come era stato in un costante stato d’irrequietezza e tensione.

Era la prima giornata di primavera che aveva raggiunto temperature estive ed era uscito di casa senza giacca. Lì dentro si era persino arrotolato le maniche della camicia di cotone bianco a righe azzurre sottili, come reazione al caldo, dal momento che era ancora presto per l’aria condizionata . Assaporò anche quella piacevole sensazione di tepore, contento di avere il tempo a disposizione per farlo. Istintivamente pensò al giovane professionista alla sua sinistra e non lo invidiò affatto: probabilmente in quel momento stava patendo il caldo, tutto impettito nel suo impeccabile completo griffato e, sicuramente, stava pensando alla sua vita professionale o alle conquiste amorose. Una strada da percorrere ancora tutta in salita. Lui, per fortuna, queste tappe le aveva già conquistate…ma era anche a un passo dal perdere tutto, se non si decideva a capire quali erano le cose veramente importanti nella vita di un uomo. Non giudicò né il giovane manager né se stesso: c’era stata una fase della sua vita in cui era stato tutto concentrato a realizzare le sue aspirazioni professionali, cogliendo le opportunità che gli si erano presentate. Una fase in cui aveva calpestato i sentimenti di sua moglie, senza comprenderne l’importanza e preferendo chiudersi in una fredda competitività.

Due fermate prima del Duomo udì nella carrozza comunicante accanto alla sua un ensemble di violini. Sporse la testa e riconobbe il gruppo di bambini Rom che lo aveva soccorso.

Era probabile che alla fermata successiva si sarebbero trasferiti nella sua carrozza. Nel frattempo fece attenzione a come suonavano.

Rimase esterrefatto quando realizzò che la loro tecnica era buona, anzi, molto buona, considerato che gli esecutori erano due bambini. Alla fine dovette ammettere che suonavano come adulti ma, in particolar modo la ragazzina, aveva interpretato alcuni brani come soltanto un virtuoso avrebbe saputo fare.

Cinque minuti dopo, la metropolitana, raggiunta la stazione, si fermò e il gruppetto di ragazzi si spostò nella carrozza dove ere seduto Roberto. Non appena il treno riprese la corsa, un ragazzino Rom sui tredici anni estrasse un bicchiere di carta facendo tintinnare le poche monetine che conteneva, e cominciò a passare tra i passeggeri mentre i due bambini riprendevano a suonare, questa volta dei brani differenti. L’interpretazione fu dello stesso livello.

Poco prima dell’arrivo in Duomo conclusero l’esecuzione e non rimanevano dubbi su quanto fossero stati apprezzati: il bicchierino del ragazzino che li accompagnava era ormai quasi colmo. Al di là delle monetine, erano riusciti veramente a emozionare il pubblico e questo si leggeva dai sorrisi delle persone.

Arrivati alla fermata la folla defluì dalla carrozza e i tre piccoli Rom furono i primi a scendere. Apparentemente non avevano notato la presenza di Roberto, così affrettò il passo per raggiungerli. Voleva parlare ai due bambini.

Appena varcata la soglia del vagone, si sentì tirare per la manica. Era Livia che si era fermata ad aspettarlo.

“Buon giorno. Sta meglio oggi?”, gli chiese prendendolo alla sprovvista.

“Oh, ciao. Sì, grazie. Volevo offrirti un gelato al bar quel giorno, per ringraziarti ma sei andata via così alla svelta che non me ne hai dato il tempo”.

“Lei è una persona gentile, l’ho capito subito. Grazie lo stesso”, rispose la bambina guardandosi intorno un po’ nervosa.

Si capiva che era di fretta e probabilmente, da come continuava a guardarsi alle spalle, temeva che qualcuno la notasse parlare con Roberto.

“Senta, non posso rimanere ora ma volevo solo dirle che mi dispiace molto che l’abbiano derubata quel giorno e la prego di volermi scusare. Prenda questa busta, ci sono i suoi soldi. Trobúl te gav…bisogna che io vada. Ačh devlesa…Addio”.

Detto questo la bambina gli infilò la busta nella tasca dei jeans e scappò per raggiungere il gruppo, confondendosi tra la folla.

Roberto non ebbe la possibilità di chiederle dove avesse imparato a suonare così e, cosa più importante, non riuscì a lasciarle il suo biglietto da visita con il numero telefonico.

 

“Scusate, mi è passato davanti un gruppo di turisti giapponesi e sono rimasta indietro”, esordì Livia quando ebbe raggiunto i due ragazzini.

“Cosa voleva da te quell’uomo, Livia?”, chiese Dimitri. A lui non era sfuggito niente.

La bambina ebbe un attimo d’imbarazzo ma mantenne la calma perché non poteva averla vista quando restituiva i soldi a Roberto. Al massimo doveva averli notati parlare.

“Oh, niente di che. Era l’uomo che si era sentito male settimana scorsa in Corso Vittorio Emanuele. Me lo sono trovata accanto e mi ha ringraziato perché lo abbiamo soccorso, tutto qui’”.

In realtà Livia, nei giorni successivi al furto, aveva raccolto di nascosto, per non dare nell’occhio, parte delle elemosine ricevute, fino a raggiungere la somma che Dimitri aveva sottratto, con la speranza d’incontrare di nuovo quello sconosciuto e restituirgliela. Il caso le aveva dato l’opportunità di farlo”.

 

 

 

CAPITOLO 3

 

Dopo una settimana di permanenza a Milano, Roberto si era già riabituato ai ritmi così frenetici di questa città. Tutti andavano di corsa anche se non c’era l’esigenza di farlo e non si concedevano mai il lusso di procedere con un passo più rilassato. Roberto non intendeva farsi sopraffare dalla pressione che l’aveva accompagnato negli ultimi mesi. Aveva così maturato la decisione di affrontare la vita quotidiana con una confortevole andatura da crociera. Ci sarebbe riuscito?

Quel pomeriggio aveva un appuntamento in Conservatorio con sua moglie Laura che durante la sua lunga assenza dall’Italia, si era trasferita in un bilocale di sua proprietà, vicino alla scuola. Un ambiente così piccolo le sembrava più caldo e accogliente rispetto al loro enorme attico. Non aveva senso starsene lì tutta sola, quando sapeva che suo marito non sarebbe tornato a casa per molto tempo e lei era stata d’accordo con Roberto quando aveva assunto tutti quegli impegni nell’ultimo anno.

Ora Roberto voleva coinvolgerla a tutti i costi nel suo progetto per la Fondazione Musica Senza Confini. Prima di uscire di casa andò a cercare Valentina, la tartaruga che aveva regalato a Laura esattamente un anno prima, quando si erano allontanati. Tornando, solo pochi giorni addietro, Laura gliel’aveva consegnata perché a causa di impegni professionali sarebbe rimasta all’estero per un  po’. Quell’esserino, grande come il palmo della sua mano, si arrampicava ovunque, spinto dalla curiosità. Questo era stato causa di un incidente due giorni addietro, perché avventuratasi in terrazza, si era messa a camminare sul bordo del balcone, perdendo l’equilibrio. La caduta era stata attutita dagli arbusti della fioriera, al piano di sotto, evitandole la morte ma il carapace aveva preso un colpo. Roberto l’aveva portata subito dal veterinario che, dopo aver esaminato la lesione sulla parte posteriore della corazza, l’aveva medicata applicando garze e cerotti. Gli aveva spiegato che non era una lesione grave e che guarita completamente, il tessuto osseo e il rivestimento degli scuti si sarebbero rigenerati in qualche mese. Tuttavia, andando incontro al caldo dell’estate, c’era il pericolo di infezioni, da non sottovalutare, perché era la principale causa di morte come conseguenza indiretta delle ferite. Gli aveva consigliato di non mandarla in letargo per l’inverno perché anche questo era un pericolo: avrebbe abbassato le sue difese immunitarie, compromettendo la guarigione. Lo avvertì tuttavia, che ciò avrebbe avuto delle conseguenze perché, con molta probabilità, Valentina sarebbe diventata sterile.

Roberto considerò questo come l’ultimo dei problemi, di fronte alla possibilità che l’animale si rimettesse in forze. Si era sentito in colpa per l’accaduto, anche se non era in casa al momento dell’incidente e non immaginava che quegli animali amassero arrampicarsi. Ancora una volta non aveva saputo proteggere chi gli era caro. Trovò Valentina nel salone, vicino a una gamba del pianoforte. Era facile riconoscerla anche in lontananza e in una stanza buia, tutta fasciata di bianco e accostata a un pianoforte. Si chinò per prenderla in mano.

“Piccolina, vieni qui. È ora di farci belle e rinnovare il bendaggio” , le mormorò con dolcezza. “Adesso ti lascio sola per un po’. Mi raccomando, fai la brava” le disse poco dopo quando ebbe finito di medicarla.

La posò con delicatezza sul tappeto in salone e uscì di casa.

 

Laura era un professore d’orchestra nonché una virtuosa del violino, strumento che insegnava al Conservatorio, dove era considerata uno dei docenti più brillanti. Roberto proveniva da Piazza della Scala, dove si era fermato a far visita al personale del teatro e al direttore artistico, che ben conosceva perché aveva diretto diverse opere e concerti lì negli anni passati.

Appena entrato nella Galleria Vittorio Emanuele, riconobbe l’atmosfera tipica che la contraddistingueva. Comitive di turisti intente a scattarsi foto ricordo vicino all’immagine del toro sul pavimento; persone sedute tranquillamente ai tavolini sistemati appena fuori dai bar e intente a osservare la folla che fluiva. Belle signore dall’aria un po’ troppo costruita, per sembrare misteriose e interessanti, tutte simili l’una all’altra, attraversavano la Galleria. A Milano c’è un detto quando una donna veste in modo vistoso per attirare gli sguardi degli uomini, si dice che è vestita “da guerra” e quelle signore decisamente lo erano.

Roberto non poté fare a meno di pensare a quanto fossero distanti dal suo ideale di donna e, per un istante, con i ricordi tornò indietro di molti anni, quando Laura aveva attirato la sua attenzione con la sua sobrietà ed elegante semplicità, così lontana da questo mondo artefatto e vuoto. Non aveva mai indossato abiti firmati anzi, al contrario, portava indumenti comuni, del ceto medio e non aveva mai avuto bisogno di essere appariscente per essere notata. La sua era un’eleganza che veniva dal suo modo di fare, dalla sua sensibilità e personalità.

Arrivato a metà galleria Roberto riconobbe il gruppetto di piccoli Rom musicisti. Attorno a loro si era raccolta una piccola folla di spettatori, intenti a godersi la loro esecuzione. Livia e l’altro bambino di poco più giovane di lei e di cui Roberto non conosceva il nome, erano abbigliati con uno stile che gli ricordò i gitani ungheresi. Avevano tutti e due una camicia bianca con ampie maniche lunghe, sopra la quale portavano un gilet nero, impreziosito da ricami color oro sulla schiena e davanti, all’altezza dell’allacciatura. Il bambino vestiva un paio di pantaloni dello stesso colore del gilet mentre la bambina indossava una lunga gonna a strisce orizzontali di colori diversi e piuttosto accesi.

Roberto si unì al pubblico e attese, godendosi anche lui i loro brani. Suonarono prima due Danze Ungheresi di Brahms, poi l’ultimo movimento del concerto dell’Estate di Vivaldi, per poi concludere con un finale scoppiettante e pieno di energia, con un brano tratto dalla Rapsodia Ungherese n.1 di Franz Liszt.

Roberto non credette ai suoi occhi, o meglio, alle sue orecchie. Avevano suonato tutto senza spartiti, con variazioni virtuosistiche che non avevano mai stravolto la composizione ma l’avevano arricchita e, cosa più importante avevano saputo trasmettere al pubblico la loro energia. Tutti questi elementi erano un segno distintivo proprio di quel popolo e rafforzarono in Roberto l’idea che si era fatto quando li aveva visti vestiti in quel modo particolare.

Fu una vera gioia per le sue orecchie colte poter udire un’interpretazione così pulita e precisa e pensò che finalmente aveva l’occasione di parlare con loro.

“Bravi ragazzi! Avete suonato veramente bene”, disse.

“Roberto, sei tu! Che piacere rivederti…ma cosa ci fai qui? Tu trajίs ande kadό forό?”, esclamò Livia rendendosi conto solo in quel momento che gli aveva dato del tu.

“Prego? Non capisco”

“Tu vivi in questa città? Oh, mi scusi, non volevo mancarle di rispetto”.

“Non ti preoccupare, cara. Sono più contento se mi date del tu, altrimenti mi fate sentire vecchio… e…sì, abito a Milano”, le rispose. Guardava incuriosito anche in direzione del bambino che aveva suonato con lei.

“Lui è miro phràl, mio fratello Jòzsef”, spiegò Livia rispondendo alla sua curiosità.

“Molto lieto Jòzsef, mi eri sembrato un faccino noto poi ho ricordato che c’eri anche tu con lei il giorno che ci siamo incontrati in Corso Vittorio Emanuele”, disse facendo finta di non averlo riconosciuto subito.

Il bambino gli rivolse un largo sorriso e gli tese la mano per stringergliela.

“Lo perdoni se non parla ma lui fa sempre così con le persone che non conosce”.

“E fa bene, la prudenza non è mai troppa ma di me potete fidarvi”, rispose Roberto dopo una breve pausa “Passavo da queste parti prima di andare in Conservatorio, quando vi ho riconosciuto e mi sono fermato ad ascoltarvi”.

“In Conservatorio? Sei un violinista anche tu?”, lo incalzò Livia ricordando che Roberto le aveva detto di essere un musicista. Si sentiva veramente felice per averlo incontrato di nuovo e inaspettatamente.

“No, purtroppo. Suono il pianoforte, dirigo orchestre in giro per il mondo e in passato ho composto musica classica per orchestre sinfoniche”.

“Anche musica per violino?”

“Certamente”.

“Che bello! Allora un giorno potremmo suonare la tua musica. Se ci porti gli spartiti li impariamo e poi li suoniamo proprio qui in Galleria”. Livia era emozionata per la scoperta appena fatta sul conto di Roberto.

Senza volerlo, con quell’affermazione, Livia aveva appena fugato un timore di Roberto, ossia che i bambini suonassero tutto a memoria, come tradizione tra i Rom Lautari ungheresi ma che non sapessero leggere le note. Non era cosa infrequente tra quelle popolazioni. Laura, nel tempo libero, stava seguendo in Conservatorio un gruppo di bambini e adolescenti rom, all’interno di una piccola orchestra appena costituita e aveva constatato che solo alcuni di loro potevano prepararsi a sostenere gli esami per entrare in Conservatorio. Il motivo era proprio questo: la difficoltà a leggere gli spartiti per chi suonava già da diversi anni a memoria. Ciò valeva anche per i talenti musicali indiscutibili. Era più facile iniziare da zero che togliere delle abitudini sbagliate e già consolidate nel tempo.

“Io ho un’idea migliore. Perché non mi venite a trovare alla mia scuola? Si chiama Fondazione Musica Senza Confini. Sarei lieto di suonare con voi e d’insegnarvi qualche cosa per migliorare la vostra tecnica”.

Detto questo diede a Livia e Jòzsef un biglietto da visita ciascuno sul quale era scritto “Maestro Roberto Neri, Fondazione Musica Senza Confini” e l’indirizzo della scuola con i recapiti telefonici e il suo numero di cellulare.

“Noi non abbiamo soldi per pagarci delle lezioni”, rispose Livia preoccupata.

“Oh, non dovete preoccuparvi di questo. La Fondazione insegna gratuitamente musica a tutti i ragazzi che desiderano imparare a suonare uno strumento e che non hanno la possibilità economica di farlo. Allora siamo d’accordo: vi aspetto alla mia scuola e mi racconterete dove avete imparato a suonare così bene. A presto ragazzi”.

Salutò i bambini e affrettò il passo per non arrivare tardi all’appuntamento in Conservatorio.

Roberto non notò che Livia lo seguì con lo sguardo, mentre si allontanava, fino a quando Jòzsef richiamò la sua attenzione.

“Andremo veramente in quella scuola?”.

“Certo che lo faremo, Jòzsef. Ma non diremo niente a nessuno, neppure a tua mamma e allo zio Gyorgy perché potrebbero ostacolarci o impedirci di andarvi. Sarà il nostro segreto”, rispose Livia e gli fece promettere di mantenere il silenzio.

In Conservatorio Roberto parlò a Laura dei piccoli Rom che aveva conosciuto e le disse che doveva ascoltarli suonare. Aveva bisogno di persone come lei alla Fondazione, per poter scoprire e far emergere talenti nascosti, come quelli di quei due bambini.

La storia incuriosì molto Laura e la convinse a partecipare al suo progetto.

Chi conosce Laura e Roberto, afferma che sono due brave persone.

Lei è di media statura, con capelli lievemente mossi di un caldo castano scuro, quasi nero; gli occhi color nocciola con riflessi verdi, meravigliosamente gentili e una corporatura ben proporzionata, che le conferisce un aspetto aggraziato e giovanile. Nessuno le darebbe quarantadue anni.

Tutto nel suo modo di fare da un’impressione di equilibrio ed è proprio questa sua caratteristica, unita all’obiettività ed alla concretezza, che la rende una persona gradevole e dolce di carattere. Solo l’espressione degli occhi tradisce una vena di tristezza che non l’abbandona mai, neppure quando sorride.

Roberto conosceva bene quello stato d’animo che non abbandonava mai neanche lui, nonostante non lo desse a vedere. Anni addietro aveva vissuto insieme a Roberto un’esperienza traumatica e questo era stato il motivo per cui, a un certo punto, si erano allontanati sempre di più, di comune accordo.

A differenza di Laura, Roberto aveva saputo reagire con più forza agli eventi che li avevano travolti, anche se non avrebbe mai dimenticato il triste destino che avevano condiviso. Una perdita incolmabile.

I giornalisti descrivevano Roberto come un distinto quarantaduenne dalla folta chioma corvina di capelli corti e ondulati, un fisico slanciato ed elegante, due occhi scuri dallo sguardo intelligente e profondo e un modo di fare garbato, ma mai affettato. Per loro Roberto era la quintessenza dell’uomo di successo ma lui non era d’accordo con chi la pensava in questo modo, perché aveva un’altra concezione di successo e considerava la sua situazione attuale di insoddisfazione come il risultato di una serie di silenzi e mancate prese di posizione, protratti per troppo tempo.

Vicino a Roberto, così allampanato, Laura sembrava piccola, benché non lo fosse affatto. Secondo lei i tratti irregolari del suo volto erano controbilanciati da un sorriso aperto, ancora da ragazzo, che metteva a suo agio chiunque avesse a che fare con lui e dal fatto che era una persona buona e molto alla mano, che non metteva barriere tra sé e gli altri, tenendoli a distanza. Tra le sue amicizie poteva infatti vantare persone di tutti i ceti sociali e, tra i ragazzini della sua fondazione, aveva un debole per quelli che sembravano più scontrosi e ribelli perché, dietro quella facciata ostile e spesso provocatoria, si nascondevano solo dei cuccioli impauriti, che non si rendevano ancora conto di quanto fossero in gamba. Roberto aveva preso atto, ormai da anni, che gli erano simpatici gli ‘ultimi’, quelli su cui nessuno avrebbe mai scommesso un soldo, proprio perché, da ragazzo, era stato anche lui uno di loro.

Da bravo compositore, quale era stato, a volte aveva la testa tra le nuvole ed era anche un po’ pasticcione nelle piccole cose quotidiane. Chi lo conosceva bene, come i suoi parenti, a volte non si capacitava di come una mente a loro dire così fine, potesse andare in tilt per cose semplicissime, come dimenticare gli occhiali da qualche parte e non trovarli più o uscire di casa senza notare che la luce era rimasta accesa. Era possibilissimo…lui ce la metteva tutta per stare attento ma la sua era una distrazione ormai cronica.

La concretezza di Laura e il suo pragmatismo, spesso avevano bilanciato la capacità di Roberto di entusiasmarsi per un’idea e di buttarcisi a capofitto.

Lei lo aveva aiutato a realizzare degli importanti progetti musicali e, anche se non vivevano più sotto lo stesso tetto da quasi un anno, pur essendo ancora marito e moglie, continuavano a stimarsi moltissimo. La stima non bastava però a mantenere unita una coppia. Erano tutti e due confusi, esausti e i problemi che avevano dovuto fronteggiare erano stati così gravi che l’amore e la passione che li avevano uniti erano rimasti sepolti sotto di loro.

In questo momento avrebbero unito ancora una volta le loro forze per dare impulso alla Fondazione Musica Senza Confini.

 

 

CAPITOLO 4

 

Quella sera c’era un’aria calda ancora gradevole, che però faceva intuire che il clima primaverile presto avrebbe lasciato il posto a quello estivo. Anche il cielo, che si stava tingendo dei colori del tramonto, era limpido e terso come solo raramente accade di vedere a Milano. Dall’accampamento rom ai margini della città s’intravedeva perfino il profilo delle montagne, che davano l’illusione di essere un po’ più vicine di quanto fossero in realtà.

Livia, Jòzsef e Dimitri erano appena rientrati in quella che chiamavano “casa” ma che in realtà era una serie di roulotte e baracche malconce. A guardarle, quelle catapecchie, davano l’impressione che un colpo di vento, appena più forte del normale, avrebbe potuto farle cadere come un castello di carte.

I bambini avevano conosciuto il rigore dell’inverno passato, quando la stufetta all’interno della loro baracca li aveva scaldati a malapena. Una notte di gennaio c’era stato un cortocircuito che aveva causato un incendio così la baracca, dove allora abitavano, aveva preso fuoco. Loro si erano salvati per un soffio, riuscendo a portare in salvo i loro violini.

Le autorità comunali erano allora intervenute offrendo un alloggio temporaneo in un appartamento ma loro avevano preferito chiedere una roulotte, essendo dei nomadi; con questa, si erano trasferiti per qualche mese a Vienna da dove erano appena tornati, con l’inizio della bella stagione.

Livia viveva con Jòzsef e sua madre Vicka. Sapeva di essere stata accolta da quella comunità rom perché era un’orfana, i cui tratti non sembravano rom. Zio Gyorgy le aveva raccontato infatti che era la figlia di una rom appartenente a un’altra cumpania e nata da una relazione extraconiugale con un gagio che non l’aveva mai voluta riconoscere. Per  evitare lo scandalo, per evitare che il disonore si riversasse anche sulla famìlie dello sposo, quest’ultimo non la ripudiò ma non volle tenere con sé il frutto di quel tradimento.  Dopo il parto, per mettere a tacere le voci maligne sul conto della ragazza e della sua relazione clandestina con un gagio, la neonata era stata consegnata a Gyorgy. Questi l’aveva affidata alle cure di una Romni di nome Gabriella, sorellastra sua e di Vicka, che da quel momento l’aveva considerata sua figlia. Poco più di un anno dopo Gabriella, gravemente malata di cuore sin dalla nascita, era morta nel sonno e Vicka, mantenendo la promessa che le aveva fatto nel caso le fosse capitato qualcosa, aveva preso Livia sotto la sua protezione. Da quel momento Vicka e Jòzsef, che erano sua zia e suo cugino, divennero per lei madre e fratello adottivi.

Vicka, che era vedova, era la sorella gemella di Gyorgy, il capo di quella piccola comunità di Rom.

I due fratelli avevano origini ungheresi e avevano ereditato dai loro antenati un talento innato per suonare il violino. Livia e Jòzsef erano cresciuti in quella comunità, ascoltando i Rom Lautari suonare questi strumenti nella piccola orchestra sinfonica Rom lautari fondata da zio Gyorgy, il quale, riconoscendo nei due bambini uno straordinario orecchio musicale, li aveva abituati a prendere confidenza con il violino fin da piccoli, trasferendo loro tutte le sue conoscenze musicali.

Il risultato, stupefacente, era stato che Jòzsef e Livia, a soli nove e dieci anni rispettivamente, erano in grado di suonare quasi come due adulti, eseguendo interi brani a memoria, senza l’uso di spartiti.

Tuttavia Livia dimostrava di avere qualcosa in più, qualcosa che la distingueva dagli altri musicisti dell’accampamento. Quando suonava aveva la capacità di interpretare la musica in un modo del tutto personale, che andava ben oltre una perfetta esecuzione. Sapeva mettere colore dove andava messo e improvvisare variazioni che impreziosivano l’esecuzione, senza che nessuno glielo avesse mai insegnato.

Inoltre, qualunque strumento le si proponesse, dopo poche ore era in grado di padroneggiarlo. Questo valeva per la chitarra o il cymbalom o altro.

Zio Gyorgy puntava molto su questi due bambini che considerava però solo in modo materiale, come vere “galline dalle uova d’oro”. In mezzo a una strada, con i loro violini, rendevano molto perché erano ancora piccoli e intenerivano le persone, che quasi sempre mettevano mano al portafoglio per dare l’elemosina.

La loro bravura rivalutava poi di fronte alla gente comune l’immagine dei Rom, come dei senza arte né parte dediti solo alla pratica del mangel, l’elemosina. Così, mentre la folla si radunava attorno a loro, altri ragazzini Rom più ben vestiti e insospettabili, agivano indisturbatamente, scippando gli spettatori.

Quella notte al campo rom, tramontato il sole, si dette inizio a una festa tzigana per celebrare l’arrivo della bella stagione, che era nell’aria.

Gli uomini avevano preparato dei falò, attorno ai quali si sarebbero riuniti tutti, per mangiare insieme e danzare fino a notte fonda.

Anche Livia e Jòzsef vi parteciparono ma erano più interessati a giocare a palla con altri bambini, cosa che non gli era possibile fare durante il giorno.

La festa durò fino quasi all’alba e quando i due bambini si ritirarono nella loro roulotte, si abbandonarono esausti sui loro letti. Fuori, in lontananza, si udiva ancora il suono delle fisarmoniche ma per loro quella era stata una giornata lunghissima e non avevano più energie, neanche per ascoltare.

“Domani suoneremo un po’ in metropolitana di prima mattina poi andremo alla scuola di Roberto, mentre Dimitri è in giro per la città. Così, quando ci ritroveremo in metropolitana nel pomeriggio, non avremo destato sospetti”, disse Livia a Jòzsef che fece appena in tempo a bofonchiare con la voce impastata. “Ottima idea Livia…”, per poi piombare in un sonno pesantissimo.

Quella notte Livia, nonostante la stanchezza, non riuscì a chiudere occhio, continuando a ripensare agli eventi di quella giornata e sperando che l’incontro con Roberto le potesse cambiare la vita.

La bambina, pur essendo cresciuta tra i Rom, sapeva di non essere considerata una di loro e il tipo di vita che conduceva la faceva sentire svuotata dentro. Non si era mai abituata al senso di disagio che provava quando doveva suonare ed elemosinare per strada e la vergogna e lo smarrimento che provava, quando qualche passante la guardava con autentica pietà, avevano messo radici molto profonde nel suo animo.   Per difendersi dagli sguardi di quegli estranei poteva mostrare atteggiamenti da dura, da sfrontata oppure da ragazzina sveglia e spiccia, come tutti i bambini che crescevano per strada ma non poteva mentire a se stessa per quello che sentiva e che la faceva sentir male. Non c’erano trucchi che potessero proteggere una bambina gentile e sensibile, quale in realtà era, da tutto questo.

C’era poi zia Vicka, cui tutti avevano dato il soprannome di Angyelo perché suonava il violino come un angelo. Si occupava di lei solo per senso di lealtà verso la sorellastra ma non le aveva mai riservato l’affetto materno che dava al piccolo Jòzsef perché le aveva più volte ribadito  che lei non era sua figlia.

“I gagé non ti hanno voluta e noi rom ungheresi ti abbiamo accolta nella nostra comunità come una figlia. Onorerò la volontà di mia sorella ma avrei preferito per te un destino diverso, bambina.”, le aveva confidato un giorno Vicka.

Livia non aveva compreso il vero senso delle parole pronunciate dalla donna.

Quando la sorella era morta, in un primo momento si era rifiutata di tenere con sé Livia, chiedendo al fratello di abbandonarla in un luogo dove potesse essere trovata dai gagé, dal momento che era rom solo per metà. Che futuro le stavano offrendo loro rom? Era ancora piccola, sarebbe stata adottata da qualche brava famiglia, ben diversa da quella del suo padre naturale che non aveva voluto riconoscerla. Gyorgy si era opposto alla volontà di Vicka, affermando che la bambina era ormai una di loro e che crescere una figlia le avrebbe fatto solo bene, dal momento che era rimasta vedova da poco tempo e che i quattro figli che aveva avuto da suo marito erano morti tutti in tenera età per delle malformazioni congenite. “Nane chavé, nane baxt. Non c’è fortuna senza figli”, recitava un vecchio detto Rom. Quella bambina era sana e forte e, da quel momento, sarebbe stata sua figlia.

“E se i parenti del padre dovessero ripensarci e venirla a cercare? Sai cosa pensano i gagé di noi, che rubiamo i bambini”

“Certo. Ma questa bambina è per metà rom e io so dove è sepolta la madre…che facciano pure l’esame del DNA”, aveva ostentato Gyorgy con spavalderia. “Hai mai pensato al tuo aspetto, Victoria? Sei bionda come nostra madre e io ho i suoi stessi occhi chiari. Non sembriamo Rom e infatti lo siamo solo a metà ma nessuno è mai venuto a farcelo notare. Ci considerano degli sporchi zingari e basta ”, rise con amarezza Gyorgy scrollando poi le spalle come se non gli importasse nulla di quello che potessero pensare gli altri, rom o gagé che fossero. Le cose stavano proprio così: a  Gyorgy non importava affatto l’opinione altrui perché, a causa delle sue amicizie con la malavita organizzata, il tribunale rom, la kris, lo aveva allontanato per sempre dalla comunità Rom e chi aveva preso questa decisione era stato proprio suo padre. Gyorgy Vàradi, che tutti chiamavano Falkono, il falco, per il suo istinto predatore,  a tutti gli effetti non era più un Rom, anche se i gagé, ignari di tutto questo, continuavano a considerarlo tale. Ormai da anni era un delinquente, libero di condurre la vita che si era scelto, fatta di espedienti e legami indissolubili con i racket dell’Est europeo, dai quali si era lasciato sedurre e reclutare, nell’illusione di ottenere facili guadagni e di riscattarsi dalla condizione di rom. Non era mai riuscito a trovare altre prospettive, così aveva finito per diventare uno sfruttatore e, al tempo stesso, uno schiavo.

“Essere vedova senza figli non è un buon motivo per crescere questa bambina. Anche tu sei vedovo, eppure, da quando sei uscito dalla famiglia rom, non hai più voluto sposarti e avere figli”.

“Basta così, Victoria!”, aveva replicato lui duro. Anche quello era un capitolo della sua vita che voleva dimenticare.

Si era sposato a quindici anni come la sorella; tutti e due erano stati matrimoni imposti. Pochi anni dopo, quando stava per diplomarsi al Conservatorio insieme a Victoria, un’auto aveva investito sua moglie e suo figlio che stavano mendicando all’incrocio di una strada. In un attimo le loro vite erano state spazzate via, schiacciate sotto le ruote di quel mezzo e tutto era finito. Le obiezioni di Vicka non valsero a nulla: la decisione era stata ormai presa.

“È questo il mio destino”, pensò Livia. “I gagé non mi hanno voluta e mi considerano una rom ma i rom, che mi hanno accolta tra loro, mi considerano una gagi…Chi sono io veramente?”.

Tutte le sere, dalla finestra della roulotte vicino al suo letto, vedeva le luci degli appartamenti di un palazzone, ai margini del campo rom, spegnersi una a una e si immaginava che in quelle case vi fossero bambini che si addormentavano felici, tra le braccia dei loro genitori, dopo aver letto insieme qualche bella storia a lieto fine.

Nel suo cuore si sentiva molto sola e desiderava tantissimo avere una vera famiglia.

Avrebbe incontrato, un giorno, delle brave persone disposte a farle da genitori? Ma c’era anche una domanda che continuava a porsi e che non trovava risposta: quando si guardava allo specchio non trovava in lei nessun tratto rom. Perché?

Anche quella sera Livia, non riuscendo a prendere sonno, si attardò a guardare le luci del palazzone spegnersi una ad una. Nel silenzio della notte cominciò a cantarsi una nenia a bocca chiusa, cosa che era solita fare quando era molto stanca e, di lì a poco, si addormentò.

 

 

 

 

CAPITOLO 5

 

La Fondazione Musica Senza Confini era un progetto di Roberto e aveva il fine sociale di riscattare dalla povertà e dal degrado, soprattutto mentale, bambini e ragazzi, attraverso la musica. Per ora era solo un piccolo centro, cui aderivano come volontari alcuni suoi amici musicisti o insegnanti di musica.

Roberto si avvaleva anche della collaborazione gratuita di alcuni maestri liutai di Cremona, che avevano donato alcuni strumenti ad archi.

Tutti gli strumenti musicali della scuola erano stati gentilmente donati da alcune famiglie benestanti di Milano, che conosceva.

L’idea era quella che la Fondazione si sarebbe autofinanziata con i concerti della neo costituita orchestra giovanile e alcune sue esibizioni al piano solo.

Quando i tempi sarebbero stati maturi, attraverso questi concerti avrebbero raccolto i fondi per aprire altri centri musicali della Fondazione nelle principali città italiane. Era loro interesse divulgare anche il messaggio della musica come strumento per aiutare molti giovani a prendere coscienza del proprio valore.

Per il momento, chiunque lo desiderasse, bambino o giovane, aveva l’opportunità di imparare a suonare gratuitamente, senza distinzione di generi musicali e indipendentemente dalla provenienza sociale o geografica.

Ecco perché il nome più appropriato da dare al progetto era stato Musica Senza Confini.

Livia e Jòzsef uscirono trafelati dalla metropolitana correndo in direzione di Piazza Castello. Davanti all’imponente facciata del Castello Sforzesco, si apriva il grande cortile che dava accesso al parco Sempione.

“Ecco, è qui che dobbiamo entrare Jòzsef. Seguimi”.

“Sei sicura Livia? Poco fa stavamo sbagliando la fermata del metrò…”, le rispose il bambino perplesso.

“Fidati, so quel che faccio. Roberto ha detto di entrare qui, attraversare la Piazza d’Armi e continuare, sempre dritti, fino all’uscita posteriore del castello. Lì c’è il parco, ci entriamo e continuiamo in direzione del laghetto artificiale. Quando arriviamo lì giriamo verso sinistra, in direzione della Triennale e, al suo fianco, troviamo il palazzo della Fondazione”.

“Semplice, no?”, ironizzò Jòzsef che aveva capito ben poco della descrizione.

“La nostra Fondazione è in una villa settecentesca, vicina all’edificio della Triennale”, aveva spiegato Roberto quando Livia lo aveva chiamato al cellulare quella mattina, per chiedere come raggiungerlo. “Ma a settembre ci saranno dei cambiamenti, perché la Triennale ci metterà a disposizione il Teatro dell’Arte per le nostre esibizioni di beneficienza e le prove generali dei concerti”.

Arrivati di fronte al laghetto del parco Sempione, la concitazione di persone e auto che li aveva accompagnati fino in Piazza Castello, era improvvisamente scomparsa, per lasciare il posto a una magica atmosfera di pace. Livia e Jòzsef si fermarono a riprendere fiato dopo quella corsa che era sembrata interminabile. Guardarono allora il Castello, per godere della bella prospettiva che si poteva ammirare da quel punto.

Non immaginavano che il meglio doveva ancora venire. Giunti in Viale Shakespeare intravidero il Palazzo della Triennale. Poi, continuando a percorrerne il profilo con lo sguardo, riconobbero, alla sua sinistra, la Fondazione Musica Senza Confini.

Si avvicinarono alla cancellata che recintava la proprietà e fermandosi di fronte all’alto cancello che dava accesso all’edificio, proprio da Viale Shakespeare, rimasero a bocca aperta.

Circondata da un grande parco, s’intravedeva una principesca villa settecentesca in stile neoclassico che ricordava, anche se con dimensioni di gran lunga ridotte, la Villa reale di Monza. Quel gioiellino, elegante retaggio della dominazione austriaca, ubicato proprio accanto all’edificio della Triennale, era la sede della Fondazione.

“Buon Dio! È bellissimo questo posto…”, esclamò Jòzsef.

I bambini suonarono il campanello ma nessuno venne ad aprire.

“È quasi la una, probabilmente stanno mangiando e non sentono”, affermò Livia.

Jòzsef annuì poi si scambiarono un’occhiata d’intesa e scavalcarono la bella cancellata in ghisa con motivi ornamentali color oro. Nel parco, presero il sentierino di ghiaia che portava all’ingresso del palazzo e rimasero increduli nel vedere tanta bellezza. Il giardino rigoglioso era stato abbellito con vasche, fontane e pozze d’acqua, tra le quali si specchiavano fenicotteri rosa, per niente spaventati dalla loro presenza.

“Cosa ci fate voi qui?”, chiese una voce arcigna.

Livia e Jòzsef si girarono e videro una donna che, a giudicare dall’uniforme, doveva essere una governante.

“Uscite subito di qui piccoli straccioni, o chiamo la polizia”, intimò loro la donna dopo averli squadrati dall’alto al basso. Effettivamente l’abbigliamento dei due bambini era piuttosto malandato e bastava un’occhiata al gonnellone a strisce colorate di Livia per capire che erano due Rom. Quella mattina avevano suonato in metropolitana e zio Gyorgy aveva preteso che indossassero abiti volutamente dimessi, per suscitare maggior compassione nelle persone con quel loro aspetto da “bambini poveri”.

“Ma noi abbiamo un appuntamento”, replicò Livia fiera.

“Sebastiano, accompagni all’uscita questi due piccoli impertinenti, per favore”, ordinò la donna a un uomo dello staff, anche lui con l’uniforme della servitù.

“Non provi a toccarmi o mi metto a gridare”, protestò Livia alzando la voce.

“Il Signor Roberto Neri ci sta aspettando”, disse con prontezza Jòzsef, prima che l’uomo potesse prenderli per un braccio.

Fu in quell’esatto momento che Roberto, sentiti gli schiamazzi, uscì dall’edificio e riconobbe immediatamente i due bambini.

“È tutto a posto Karen, i bambini sono ospiti della Fondazione, li ho invitati io”.

La donna lo guardò sbalordita ma si ritirò con professionalità.

“Ben arrivati ragazzi, che ne dite di fare un giro del parco prima di entrare?”.

Fu così che Roberto spiegò loro che quell’edificio, secoli addietro, era stato la dimora estiva di una famiglia di nobili austriaci, amici dell’Arciduca Ferdinando d’Austria ed era tutt’ora abitata da dei ricchi proprietari italiani. Benefattori che lo conoscevano da molti anni ed erano delle persone molto generose che avevano messo a disposizione della Fondazione un’intera ala del palazzo.

Dicevano che per della gente anziana come loro era una gioia essere circondati da tanti giovani musicisti. Quello era un modo per godere degli ultimi anni che riservava loro la vita facendo del bene.

“Allora, che ve ne pare?”.

“È bellissimo qui. Non credevamo che a Milano potessero esistere dei posti così”.

“È l’effetto che fa a tutti coloro che vengono qui per la prima volta”, sorrise “Adesso entriamo nelle aule di musica”, continuò indicando loro la strada.

I locali destinati alla scuola erano tutti al pian terreno, in quelle che un tempo erano le sale di rappresentanza, in particolare due salotti, una stanza che un tempo era stata adibita ai pranzi e quella adiacente dove, nei secoli passati, i nobili si ritiravano dopo i pranzi a bere il caffè, fumare e ascoltare musica. C’era il grande salone da ballo anche, le cui vetrate davano sul parco. Lì ora Roberto teneva le esercitazioni dell’orchestra giovanile.

Attraversando i locali i ragazzi videro che in alcuni si stavano tenendo delle lezioni, in altri gli studenti si stavano esercitando con il loro strumento. Livia e Jòzsef notarono che c’erano ragazzi di ogni razza e Roberto spiegò loro che la Fondazione non s’interessava solo ai grandi talenti ma anche a ragazzini normali, che avevano bisogno di esprimersi attraverso la musica e indirizzare le loro energie, per trovare autostima e fiducia in sé stessi.

“Ora vi faccio conoscere alcuni miei amici che lavorano qui”, disse loro con affabilità poi si voltò verso un gruppo di cinque persone che stavano parlando poco più in là.

“Ragazzi potete venire qui per favore?”.

Questi si voltarono sorridenti e lo raggiunsero.

“Bambini vi presento gli insegnati di musica della Fondazione”, e nel dire questo li nominò uno a uno “Manca solo Laura che oggi aveva un impegno in Conservatorio ma avrete modo di conoscerla nei prossimi giorni”.

Poi si voltò verso il gruppetto per presentare i bambini.

“Loro sono i due bambini di cui vi ho parlato, Jòzsef e Livia”.

“Molto lieti di conoscervi piccoli. Ci auguriamo che vogliate unirvi alla nostra gabbia di matti, perché qui siamo tutti musicisti un po’ pazzerelli”, replicò uno dei maestri di musica, a nome di tutti.

I bambini rimasero sorpresi da quell’affermazione e si misero a ridere con spontaneità.

“Vi andrebbe di suonare qualcosa per noi?”, chiese loro Roberto vedendo che Livia e Jòzsef sembravano ormai a loro agio lì.

“Certo”, rispose Livia estraendo dalla custodia il suo violino e invitando Jòzsef a fare lo stesso.

Accordarono gli strumenti e, al cenno di Livia, iniziarono a suonare Rose del Sud, un valzer di Johann Strauss figlio.

Avevano di fronte due bambini che sembravano più piccoli della loro età ma che suonavano come i migliori allievi degli ultimi due anni di corso della loro scuola.

Jòzsef era un biondino con due occhioni azzurri e gli zigomi alti, un’espressione da topolino spaurito e lineamenti che tradivano le origini slave.

Livia, invece, era una ragazzina ben proporzionata anche se più bassa delle bambine della sua età, con due occhioni castano scuri vivacissimi e capelli neri intrecciati in un’unica treccia che le scendeva lungo la schiena, fin quasi alla vita, dalla quale scappavano dei ricciolini ribelli che le incorniciavano l’ovale perfetto del volto.

Aveva uno sguardo limpido e tutto l’insieme era quello di un bel tipino mediterraneo, l’esatto contrario di Jòzsef. Quando ebbero finito di suonare, il gruppo di insegnanti fu concorde con Roberto sul fatto che i ragazzi erano molto dotati e avevano un talento fuori dal comune, in particolar modo Livia.

Fu così che Roberto li invitò a tornare alla Fondazione, nei giorni successivi, per seguire i loro corsi. Diede anche ai due bambini un modulo che i parenti avrebbero dovuto firmare per espletare la formalità dell’iscrizione alla scuola.

“Cosa facciamo adesso con questo foglio?”, chiese Jòzsef a Livia mentre stavano andando a prendere la metropolitana.

“Lo compiliamo e lo firmiamo noi”, affermò Livia “Non ho mai mentito o avuto segreti con Zio Gyorgy e tua madre ma sappiamo tutti e due che non ci permetteranno mai di frequentare quella fondazione”.

Jòzsef annuì.

“C’è una cosa di cui voglio essere sicura però, Jòzsef, prima di andare avanti con questa menzogna: tu sei ancora dalla mia parte?”.

“Sì, Livia”, rispose il bambino, senza esitazioni “Sai che la penso come te: zio Gyorgy non ci ha mai fatto frequentare corsi di musica e non penso proprio che abbia cambiato idea ultimamente. Noi due gli serviamo in strada a mendicare, è lì che si racimolano soldi… solo lì”, affermò con amarezza.

 

 

CAPITOLO 6

 

“Buon giorno Maestro Anderson. Ben tornato a Milano”

Sebastiano accolse sorridente il musicista quando vide che stava entrando nei locali della Fondazione.

“Grazie Sebastiano. Roberto è già arrivato?”.

“Certo Signore. È nel suo ufficio”.

David gli strizzò l’occhio con simpatia e, ringraziandolo, si diresse verso una stanza che tutti gli insegnanti usavano come sala delle riunioni o come ufficio, a seconda delle necessità.

“Toc, toc…è permesso?”, disse con un tono allegro e scherzoso.

“Ehilà, vecchio filibustiere”, gli rispose Roberto con lo stesso tono. “Abbiamo già saputo che la tua tournée in Inghilterra è stata un successo. I giornali hanno lodato il giovane direttore d’orchestra che fa furore a Londra e nelle principali capitali europee. Ma dimmi, quanti cuori hai infranto questa volta?”.

David si mise a ridere “Lo sai che il mio cuore appartiene solo a mia moglie e a quelle due pesti di Elisabeth e Timothy. Ora dimmi un po’. Tutto bene qui alla scuola?”.

“Sì, ci sono delle novità di cui voglio parlarti”.

David prese una sedia e vi si accomodò a cavalcioni, con le sue lunghe gambe, vicino a Roberto.

“Settimana scorsa ho inserito due nuovi studenti. La ragazzina ha dieci anni e il fratellino ne ha quasi nove, li compie a giugno”.

“Segnalati dalla scuola per il programma musicale per non abbienti?”.

“No, sono due bambini Rom. Li ho notati per le vie della città e in metropolitana. Quando suonano il violino si forma subito una folla intorno a loro”.

“Quindi entrano nel programma dei talenti con alto potenziale?”, chiese David.

“Decisamente sì. Suonano già da virtuosi”.

“Cosa ne pensano gli altri insegnanti? E Laura cos’ha detto?”.

“Sono rimasti impressionati dalla loro esecuzione quando ho chiesto loro di suonarci qualcosa e qui entri in gioco proprio tu. Vedi, Laura sarà assente per tre settimane e vorrei che cominciassi a seguirli tu, per fartene un’idea”.

“Vuoi affidarli tutti e due a me?”.

“La ragazzina vorrei affidarla a Laura perché penso che sia già pronta a chiedere una borsa di studio in Conservatorio. Il bambino è molto promettente. Si vede che è cresciuto alla stessa scuola della sorella ma è più piccolo di lei e non è ancora al suo livello. Direi che con il tuo aiuto durante questi mesi, potrebbe essere pronto anche lui per una borsa di studio per il prossimo anno scolastico”.

“Mi stai proponendo una bella sfida Roberto. Accetto volentieri e non vedo l’ora di conoscere questi due piccoli violinisti. Quando arrivano?”, rispose David.

“Domani pomeriggio. Li accolgo io all’entrata e poi facciamo quattro chiacchiere tutti insieme per conoscerci meglio. Dammi una mano anche tu a metterli a loro agio. Dobbiamo scoprire dove hanno imparato a suonare in quel modo”.

Detto questo, David e Roberto si salutarono e si dettero appuntamento all’indomani.

 

“Sbrigati Livia, siamo in ritardo”.

“Non è vero…e non correre così. Ormai siamo arrivati, Jòzsef”.

“Sai cosa ti dico? Ci conviene scavalcare il muro, arrampicandoci dalla cancellata anche oggi, così facciamo prima e non dobbiamo dare spiegazioni a quella befana della governante”, propose Jòzsef, imitando l’espressione sdegnosa di Karen, che la volta precedente li aveva guardati dall’alto in basso.

I due bambini non si erano accorti delle telecamere di sicurezza, grazie alle quali la governante aveva scoperto la presenza di intrusi nella proprietà, la prima volta che vi avevano messo piede dentro.

“Ah, Ah, sembri proprio lei. Ti mancano solo la divisa e il grembiulino. Va bene, sali prima tu poi io ti passo i violini e ti seguo”.

Detto-fatto, in pochi secondi Jòzsef aveva già oltrepassato la recinzione, quando Livia sentì “pata-pam…splash” e poi “Oh, no!”, seguito dallo starnazzare dei fenicotteri.

“Tutto bene, Jozy?”.

“Non proprio.”.

“E gli strumenti? Li hai presi?”.

“Sì, sì, sono intatti”, rispose lui un po’distratto, come se avesse altro per la testa in quel preciso istante.

In quel momento Livia saltò dentro al giardino e realizzò che suo fratello era atterrato nella melma e la sua testa era ricoperta dalle piume rosa degli uccelli. Con molta probabilità quel punto doveva essere la toilette dei fenicotteri. Per fortuna gli strumenti musicali erano poco più in là e non avevano subito la stessa sorte.

“Ciao ragazzi, posso darvi una mano?”. Roberto aveva visto la scena da lontano ed era accorso in loro aiuto. Si stava sforzando di continuare a sorridere e di non scoppiare a ridere per non mettere in imbarazzo i bambini, perché la scena che gli si stava presentando era veramente esilarante.

“David, ti presento due miei amici, Livia e Jòzsef”.

David, di fronte a quel quadretto, a differenza di Roberto, non poté fare a meno di scoppiare a ridere divertito.

“Molto lieto, ragazzi”

“Forse è il caso di chiamare Karen per aiutare Jòzsef”, propose Roberto senza accorgersi dello sguardo allarmato del bambino di fronte alla sua affermazione.

“No, non ti preoccupare, Roberto. Voi due andate pure in classe mentre questo giovanotto e io andiamo a darci una ripulita. Vi raggiungiamo subito, vero Jòzsef?”, replicò David e il bambino lo seguì verso l’interno dell’edificio, con uno sguardo di simpatia a prima vista.

David faceva quell’effetto a molte persone, soprattutto perché con quel modo di fare così scanzonato e allegro, sapeva benissimo come mettersi all’altezza dei ragazzi.

“Ti donano queste piumine, sai? Sembri un pulcino rosa!”, scherzò l’uomo con il suo inconfondibile accento inglese, rompendo il silenzio che c’era tra lui e il bambino.

Jòzsef proruppe in una risata argentina, non sentendosi più in imbarazzo.

Entrati nel palazzo, l’uomo parlò col maggiordomo, che annuì e fece loro strada verso una toilette. Mentre lo aiutava a spogliarsi, David notò che Jòzsef aveva ancora un’aria un po’ smarrita. Il bambino aveva capito che l’uomo lo stava studiando. Cercò allora di dissimulare i suoi intenti, non rinunciando però a perseguirli.

“Senti giovanotto, giusto per fare quattro chiacchiere tra uomini, non mi hai ancora detto qual è il tuo gioco preferito”, domandò mantenendo lo stesso atteggiamento scanzonato.

Il bambino assunse l’espressione di chi era a corto di parole e non seppe fornirgli una risposta. La verità era che lui e Livia non avevano tempo di giocare, perché trascorrevano le loro giornate in strada a suonare e le loro serate a continuare ad esercitarsi col violino per imparare nuovi brani con lo zio.

David capì di averlo preso alla sprovvista e corresse subito il tiro “Non ci hai ancora pensato”, commentò tempestivo “Non ti preoccupare, me lo farai sapere”, disse e vide che il bambino si rilassò subito.

Poco dopo raggiunsero Roberto e Livia in una delle classi adibite alle lezioni, che in quel momento era vuota. Jòzsef raccontò che Sebastiano gli aveva prestato un jeans e una t-shirt di suo figlio, che aveva la sua stessa età, mentre David lo aveva aiutato a togliersi tutte quelle piumine rosa dalla testa. Sembrava che fossero già divenuti amici.

“David, tu non parli come noi, come mai?”, gli chiese Jòzsef quando si furono accomodati in un’aula.

“E’ vero, caro”, rispose l’uomo apprezzando la spontaneità del bambino. Si era già stabilito un punto di contatto tra loro e questa era una base importante su cui costruire un rapporto di fiducia reciproca con il suo piccolo allievo.

“Vedi, io sono inglese ma mia moglie è italiana e adoro il vostro paese”, gli spiegò.

“E nel tuo paese tutte le persone hanno le lentiggini e i capelli biondo-rossi come i tuoi?”.

“No, non tutte le persone sono così. I riflessi ramati e gli occhi azzurri li ho ereditati dalla mia nonna irlandese”.

“Voi invece siete Rom Lautari originari dell’Ungheria, mi raccontava poco fa Livia”, intervenne Roberto cogliendo l’attimo.

“Sì, mia mamma e zio Gyorgy sono originari di un piccolo paese vicino a Budapest e discendono da un’antica famìlje di Lautari, musicisti professionisti. Livia e io siamo nati a Milano ma abbiamo vissuto principalmente in Ungheria e Austria”.

“Scusa se te lo dico ma non vi assomigliate per niente”, osò con tono pacato per vedere se i bambini erano disposti a raccontare qualcosa di più.

“È vero, Jòzsef è mio phràl kuȝin, mio fratello cugino. La mia mamma adottiva era la sorella minore di Vicka e Gyorgy e io le sono stata affidata da zio Gyorgy. La mia vera mamma era una Rom di un’altra famìlje che non mi ha potuto tenere con sé. Non ha mai voluto rivelare il nome del mio papà, che era un gagio e che non mi ha mai voluta. So solo che è morto poco dopo la mia nascita e lei qualche anno fa. Lo zio mi ha accolta nella sua cumpania e ora ho solo loro”, spiegò Livia facendo una breve pausa. “ Quando avevo un anno anche la mia mamma adottiva è morta e zia Vicka mi ha preso con sé. Poco tempo dopo è nato Jòzsef e così sono diventata la sua phèn kuȝin, sorella cugina maggiore”.

David e Roberto si scambiarono un’occhiata d’intesa.

“Bene ragazzi, ora che ci siamo conosciuti un po’, ve la sentireste di suonare qualcosa per David?”.

Roberto aveva spiegato ai bambini che David era un direttore d’orchestra affermato, oltre a essere un formidabile primo violino. Si conoscevano da quando avevano dieci anni ed erano amici fraterni. Insieme avevano dato vita alla Fondazione Musica Senza Confini e David ne era il Vice Presidente.

“Sarà lui il nostro maestro, Roberto?”, gli chiese Jòzsef.

“Sì, per qualche settimana poi vi farò conoscere anche Laura, l’insegnante di violino. David di solito si occupa delle esercitazioni orchestrali, alternandosi con me. Si assenta spesso per gli impegni lavorativi e non potrebbe seguire un corso di violino con continuità. Nelle prossime due settimane mi ha garantito che ci sarà e si occuperà di voi fino a quando rientrerà Laura.”.

“E tu Roberto non ci sarai?”, chiese delusa Livia.

“Certo, piccola, io insegno nella classe di esercitazioni orchestrali e per i prossimi dodici mesi mi sono preso una sosta, per dedicarmi di più alla Fondazione. Prima però ho bisogno che voi due facciate un po’ d’inserimento con David, per conoscervi con gli altri studenti.”.

Detto questo, i bambini estrassero gli strumenti dalle loro custodie ed eseguirono le danze ungheresi numero sei e sette di Brahms, in modo impeccabile.

David e Roberto stavano per applaudirli, quando i ragazzi attaccarono all’improvviso l’ultimo movimento del concerto in sol minore, l’Estate, di Vivaldi duettando come dei professionisti.

Livia era tutt’uno con la melodia. In quel momento era come se non ci fosse più nulla intorno a lei, eccetto il suo violino e la musica che stava suonando.

“Roberto, tu non stavi esagerando quando dicevi che questi ragazzi suonano come dei virtuosi. Non ho mai visto niente di simile prima d’ora”, disse David ancora emozionato da quell’esecuzione.

Roberto gli sorrise soddisfatto.

“Allora vi siamo piaciuti?”, chiese Livia.

“Venite qui, monelli! Siete fantastici!”, risposero tutti e due e li abbracciarono, scompigliando loro i capelli, come si fa con i cuccioli.

“Ma dove avete imparato a suonare cosi?”, chiese David .

“Al campo rom”, gli rispose Livia prendendolo alla lettera “Zio Gyorgy, il fratello di zia Vicka, prima ci ha insegnato a suonare il violino e poi, quando siamo diventati più bravi, ci ha fatto esercitare con la sua orchestra zigana che si esibisce nei paesi dell’Est, soprattutto nelle tournée estive”.

“Oh, allora è una cosa seria se siete qui con un’orchestra. Fateci sapere dove suonerete e verremo a vedervi”, disse David.

“No, la piccola orchestra sinfonica Rom lautari dello zio non è conosciuta in Italia. Quando veniamo qui a Milano con lui ci limitiamo a suonare nelle strade o nelle piazze, in piccoli gruppi. I membri dell’orchestra continuano la tournée in altri stati dove è già nota”.

“Capisco. Allora sarà per un’altra volta”.

Roberto non poté fare a meno di chiedersi perché mai un uomo che aveva costituito un’orchestra sua, seppur di piccole dimensioni e sconosciuta al grande pubblico, dovesse abbandonarla in piena tournée per trasferirsi in Italia e far lavorare dei bambini per strada. La cosa non aveva senso, almeno che non avesse degli affari più redditizi. Qualcosa gli faceva pensare che avessero proprio a che fare con i bambini.

“E così anche vostro zio è un musicista”, riprese il discorso.

“Sì, è un violinista Rom lautari ungherese e tutti nella sua famiglia hanno suonato questo strumento: suo padre, suo nonno…Da ragazzo ha anche studiato al Conservatorio di Vienna per un po’”, continuò la bambina.

“E poi cosa è successo?”, domandò Roberto.

“Niente di speciale. Siamo nomadi, non riusciamo a stare fermi nello stesso posto a lungo”, rispose Jòzsef.

Roberto guardò Livia dopo l’affermazione di Jòzsef e la vide pensierosa.

La bambina stava riflettendo che a lei quella vita vagabonda non era mai piaciuta. Al contrario, desiderava una famiglia e una casa stabili. S’impose però di non indulgere troppo in queste malinconie e, alzando lo sguardo, incontrò gli occhi di Roberto. Per qualche istante ebbe la sensazione che l’uomo avesse intuito cosa stava pensando e che cercasse, in qualche modo, di rassicurarla con un’ espressione che voleva comunicarle fiducia. Le cose stavano proprio così. Livia aveva uno sguardo espressivo. Anche se non parlava si riusciva a capire cosa la preoccupava.

“Da quanto tempo studiate musica ragazzi?”, chiese David riportando tutti alla realtà.

“Da quando avevamo tre anni”, rispose Livia. “Anche questa è una tradizione di famiglia. Zio Gyorgy ci ha raccontato che suo nonno fece lo stesso con lui perché riteneva che quella fosse l’età giusta per iniziare a studiare musica. Gli diceva che quello era l’unico modo per far diventare la tecnica e lo strumento come una seconda pelle”, spiegò la bambina.

“Avete frequentato anche qualche corso a scuola?”, le chiese Roberto.

“No, abbiamo imparato solo con lo zio”, rispose Jòzsef, al posto della sorella.

“Bè, non c’è che dire. Complimenti allo zio Gyorgy. Uno di questi giorni me lo dovete far conoscere”, approvò David.

I bambini si guardarono e, sorridendo ai due uomini, elusero la risposta.

Non volevano dire che i familiari erano all’oscuro delle loro frequentazioni in campo musicale e che non avevano chiesto a nessuno il permesso di seguire dei corsi di musica.

Quanto al caro zietto, David e Roberto non potevano neanche immaginare che tipo poco raccomandabile fosse.

“Mi raccomando Jòzsef…”, disse poi David salutando, insieme a Roberto, i due bambini che stavano per andarsene “Il tuo gioco preferito… pensaci mačhorό!”.

Jòzsef s’illuminò quando sentì che David lo aveva chiamato col suo soprannome e gli rivolse un sorriso di simpatia incondizionata.

“Sastipé bambini! Alla prossima”, si unì Roberto nel saluto.

Livia rimase sorpresa da quel ciao in romanì che aveva rivolto loro l’uomo e lo ricambiò con un sorriso gioioso.

Quando i bambini se ne furono andati, con l’accordo di vedersi per le successive lezioni tre volte alla settimana, i due uomini si confrontarono sulle loro capacità.

“Prendi un caffè con me, David?”

“Si, volentieri”

Ci fu un attimo di silenzio mentre Roberto si avvicina alla macchinetta delle bevande, nel corridoio su cui si affacciavano tutte le aule adibite alle lezioni. David lo seguì.

“Suonano in modo eccezionale per la loro età. Hanno una tecnica perfetta”, osservò David.

“Anche se l’esecuzione di Jòzsef è ancora acerba nell’espressione. Ha già quel modo tipico di suonare dei Rom Lautari ungheresi e ha saputo trasmettere energia nell’interpretazione ma si capisce che la maturità è quella di un bambino”, replicò Roberto. Il distributore automatico emise un suono acuto, per avvertire che il caffè era pronto. L’uomo prelevò il bicchierino di plastica e lo porse all’amico poi selezionò la sua bevanda.

“Sì, concordo su questo, Roberto. Ciò che mi ha più colpito è stata la profondità espressiva di Livia. C’è proprio una sua maturità interiore che le permette d’interpretare così la musica. Questo amplifica il suo talento naturale”, convenne David sorseggiando il caffè. Ci fu un altro suono acuto e questa volta fu David a prendere il bicchiere e consegnarlo a Roberto.

“Sì”, riprese Roberto girando la paletta di plastica nel bicchierino, per sciogliere lo zucchero “Questo aspetto lo avevo notato anch’io la prima volta che l’ho sentita suonare in metropolitana. Non dimentichiamo che questi due bambini stanno crescendo per strada, in un contesto duro e disincantato che li costringe a crescere prima del tempo.”.

“Già. Sono pronto a scommettere che chi li ha preparati così, non abbia lasciato loro molto tempo da dedicare al gioco, come meriterebbe un bambino della loro età”.

Roberto annuì, approvando quell’osservazione.

“Settimana prossima verificherò le loro conoscenze tecniche anche se mi sembra di aver capito che Jòzsef è ad un livello avanzato mentre Livia lo ha già raggiunto con disinvoltura. Credo che potrebbe seguire corsi accademici. Per il resto direi di preparare Jòzsef per il sesto anno di Conservatorio e Livia per l’ottavo, lasciando la parola definitiva a Laura, dopo che avrà valutato anche lei la bambina”, continuò David.

“Ottimo”, concluse Roberto “e se non hai nulla in contrario, tra una settimana la inserirei anche nella mia classe di esercitazioni orchestrali”.

“Per me nulla osta”, disse David.

Dopo queste parole fecero per congedarsi ma Roberto esitò un attimo e lo trattenne.

“Cosa ne pensi della storia che hanno raccontato i due bambini?”, chiese a David.

“Che è strana”, rispose l’uomo un po’ pensieroso, come a soppesare le parole “Non dubito che i bambini abbiano detto la verità ma se le cose stanno veramente così, allora Livia non è loro parente…”.

“Già, è una bambina venuta dal nulla”, lo interruppe Roberto “…mi domando se l’avranno registrata all’anagrafe”.

David alzò un sopracciglio, scettico “Anche la storia dello zio che abbandona una tournée e se li porta in Italia…a far che cosa? A quale scopo? Non sta in piedi, a meno che non abbia altri interessi”.

“Bravo, hai dato voce ai miei pensieri. Sai cosa ti dico? Cerchiamo di conoscere lo zio e teniamo d’occhio i bambini perché questa situazione non mi piace.”, gli rispose Roberto. Era sollevato perché David aveva avuto i suoi stessi dubbi.

“Non ti preoccupare, li osserverò con discrezione e cercherò di capire se c’è qualcosa che li turba”.

Roberto e David, amici da tempo immemore, si conoscevano da quando erano ragazzi e, pur avendo due temperamenti diversi, si intendevano a meraviglia quando si trattava di prendere decisioni sul loro lavoro o di fare scouting per scoprire nuovi talenti. Difficilmente si sbagliavano su questo. Nel corso degli ultimi dieci anni, avevano aiutato diversi ragazzi dotati, ad emergere e a spiccare il volo. Sarebbe stato molto gratificante ora poter aiutare questi due bambini, per dar loro una possibilità di riscattarsi e di togliersi dalla strada.

 

La settimana successiva David impegnò molto i bambini con esercizi di tecnica e fece loro eseguire uno studio di Kreutzer per verificare la loro conoscenza dei colpi d’arco fondamentali. Successivamente li guidò nell’esecuzione di studi di Kreutzer, Campagnoli e di capricci di Fiorillo e Rode. Molti di questi erano già noti ai bambini. Rimase meravigliato nel constatare la vastità della loro cultura musicale. Con grande sollievo, suo e di Roberto, ebbero conferma che i bambini erano in grado di leggere le partiture, anche quelle più complesse…e impararle a memoria in tempi strabilianti.

Dal canto suo Roberto dedicò molta attenzione a Livia e Jòzsef nelle sue esercitazioni. Ora per loro non si trattava più di suonare soli o in duetto ma di riabituarsi a suonare all’interno di un’orchestra di sessanta elementi, cosa che non facevano più da qualche tempo e cioè da quando si erano staccati da quella dello zio, per seguirlo in Italia. Roberto avrebbe dato loro tutto il tempo necessario per adattarsi.

Un giorno, al termine di un’esercitazione, si avvicinò a Livia per complimentarsi con lei e darle fiducia a continuare a lavorare con l’impegno che aveva messo fino a quel momento. All’interno dell’orchestra girò subito la voce che i due bambini erano Rom e, nei loro confronti si era creata diffidenza da parte degli altri ragazzi. Livia e Jòzsef avevano percepito subito quest’atmosfera di freddezza nei loro confronti e avevano reagito in modo diverso. Jòzsef facendo finta che non gliene importasse niente e mostrando un’aria da duro, nonostante fosse un bambino dolce di carattere. Livia, che tra i due era la più sensibile ed emotiva, chiudendosi un po’ in sé e aggrappandosi al fratello e a Roberto, a conferma della fiducia immediata che gli aveva mostrato fin dalla prima volta che si erano visti. Roberto e David avrebbero dovuto lavorare molto per abbattere queste barriere nei confronti dei due bambini e per far sì che non si scoraggiassero, rinunciando a seguire le lezioni.

Poco prima di congedarsi Livia lo trattenne.

“Roberto, non ti manca il tuo mondo? Perché stai facendo tutto questo per noi ragazzi?”.

“Vuoi dire perché ho fermato la mia attività per un anno e perché mi sto occupando solo della Fondazione?”, le chiese lui.

La bambina annuì.

“Perché non ho mai voluto fare il direttore d’orchestra…ma questa è una lunga storia e forse un giorno te la racconterò.”

Livia rimase sorpresa da quella affermazione e pensò che, se le cose stavano veramente così, Roberto era stato bravissimo a non farlo capire a nessuno. Una delle cose che lei e Jòzsef avevano apprezzato di più in lui, era stato proprio il suo stile di conduzione, a loro dire così sicuro e in totale empatia con la musica, la stessa empatia che sapeva creare con le persone. Gli era piaciuta la sua energia, perché non era qualcosa di appreso dopo anni e anni di pratica.

“La verità è che la musica fine a se stessa non mi dà più soddisfazione”, continuò a spiegare dopo una breve pausa “ sento il bisogno di mettere la mia esperienza al servizio di chi nella vita ha avuto meno opportunità di me. Voglio sentirmi utile e, soprattutto, tornare a dare il primo posto agli affetti. Sono queste le cose importanti della vita. Tu e Jòzsef siete ancora troppo giovani per capirlo ma sono sicuro che quando sarete adulti e vi ricorderete delle mie parole, mi darete ragione.”.

‘Ti capisco, più di quanto tu pensi’ gli rispose Livia mentalmente e limitandosi a sorridergli ‘solo che io non ho una vera famiglia e nessuno che mi ami veramente’.

 

Tornati al campo, alla sera, i ragazzi erano esausti e spesso si addormentavano subito dopo aver mangiato. Erano anche molto distratti, presi com’erano dalle emozioni che stavano provando da quando frequentavano la Fondazione di Roberto. Quell’ambiente, che avevano sempre desiderato frequentare, li affascinava. Giorno dopo giorno sentivano crescere in loro la consapevolezza di poter realizzare il sogno di riscattarsi dalla loro condizione. Questo comportamento insolito fu notato da Vicka e Gyorgy.

Una sera Gyorgy, mentre faceva quattro passi dopo cena, chiamò a sé Dimitri che stava bighellonando con degli amici.

Il ragazzino si staccò dal gruppo e si avvicinò a Gyorgy. L’uomo, il capo di tutto l’accampamento, gl’incuteva timore e Dimitri, dopo cinque anni che lavorava per lui, ben sapeva che era meglio non provocare la sua ira. I due si parlarono.

“Mi hai capito bene Dimitri?”, gli chiese Gyorgy prima di congedarsi da lui.

Il ragazzino annuì.

“Bene, non vorrei dovermi pentire di averti affidato questo incarico”.

“Non accadrà, Gyorgy”, rispose il ragazzino consapevole di non poter fallire.

Qualche giorno più tardi, mentre Livia e Jòzsef stavano andando alla Fondazione, non si accorsero che qualcuno li stava seguendo. Era Dimitri.

Il giorno seguente il ragazzino tornò alla Fondazione e, sapendo che Livia e Jòzsef non avevano lezione quel pomeriggio, s’introdusse nella scuola in un momento in cui gli studenti si avvicendavano nelle classi tra una lezione e l’altra.

“Scusate, questa è una scuola di musica?”, domandò fermando in corridoio dei ragazzi che stavano uscendo da un’aula.

“Certo”, rispose uno degli studenti alzando il suo violino.

“E costa molto frequentarla?”

“No, non devi pagare niente. Questa è una fondazione e nessuno di noi qui potrebbe permettersi di pagare un corso di musica”.

Il ragazzo, di poco più grande di Dimitri, lo squadrò come per studiarlo.

“Tu sei uno di noi”, osservò e nel suo sguardo non c’era alcun giudizio “Se vuoi frequentare un corso, puoi parlare con Roberto Neri oppure David Anderson”, gli spiegò rivolgendogli un sorriso di complicità.

“Chi sono?”

“Sono i due fondatori della scuola e li trovi tutti i pomeriggi al termine delle lezioni, in sala professori”.

“Grazie… ma io suono il cymbalom, non credo che qui lo insegnino e, per dirla tutta, è parecchio tempo che non suono più neanche una nota”.

“Qui si suonano tutti gli strumenti, nessuno escluso e non ti devi preoccupare se sei un po’ fuori allenamento. Roberto e David accolgono tutti i ragazzi che desiderino studiare uno strumento musicale ma non hanno le possibilità economiche e non devi nemmeno essere un genio per entrare qui”.

Dimitri ringraziò lo studente e lasciò detto che sarebbe passato uno dei pomeriggi successivi per parlare con i due uomini.

 

“Così stanno frequentando delle lezioni di musica”, esclamò con sorpresa Gyorgy, quando Dimitri gli riferì quanto aveva scoperto.

I suoi occhi di ghiaccio erano attentissimi, fissi su Dimitri. I finestrini e la porta della roulotte erano aperti. Sedeva stravaccato a gambe divaricate sul divano letto, col braccio destro disteso che correva sul bordo superiore, all’altezza della spalla. Il caldo estivo era giunto in anticipo quell’anno e la lamiera rovente della loro casa su quattro ruote, dopo una giornata sotto il sole, rendeva soffocante l’ambiente interno. La poca aria che scorreva era calda e a quell’ora della sera la campagna su cui si stendeva l’accampamento, rilasciava tutto il calore della giornata. Erano rincasati tutti da poco. Livia e Jòzsef, apparentemente incuranti di quel caldo, erano fuori ad accudire i bambini più piccoli, in attesa che Vicka preparasse la cena.

“Sì, Gyorgy”, rispose con un filo di voce il ragazzo, in piedi di fronte a lui, come un soldatino. “Vanno alla Fondazione Musica Senza Confini”.

“E che cos’è?”, chiese Vicka, in piedi di fronte al ripiano del lavandino, voltando loro le spalle . Aveva preso del ghiaccio dal frigorifero e lo aveva messo nei bicchieri dove stava versando acqua e limone. Era stata anche lei tutto il giorno a Milano a suonare e si era dimenticata di preparare del te freddo.

“È una specie di scuola dove possono studiare gratuitamente i ragazzi poveri”, rispose Dimitri

“Ed è stata voluta da un famoso musicista, un certo Roberto Neri. Insieme a lui ci sono dei suoi amici. Sai, gente come direttori d’orchestra, insegnanti del Conservatorio, musicisti…l’ho chiesto a dei ragazzi che uscivano dalle lezioni, fingendomi interessato a frequentare anch’io”.

“Sei stato attento a non farti vedere da Livia e Jòzsef?”, s’informò Vicka, mentre porgeva loro i bicchieri colmi di limonata.

“Stai tranquilla. Ci sono stato un giorno in cui loro non vanno a lezione. Non verranno mai a saperlo”.

La donna si tranquillizzò e prese posto anche lei di fianco al fratello, col suo bicchiere in mano.

Gyorgy lo interruppe, scostandosi improvvisamente dallo schienale del divanetto e protendendosi verso il ragazzo: “Hai detto Roberto Neri?”.

Quel movimento improvviso gli aveva fatto versare parte della limonata. Posò seccato il bicchiere sul tavolino e prese dei tovaglioli di carta, che vi erano appoggiati sopra, per asciugarsi la mano.

“Sì, proprio così. Lo conoscete?”, chiese il ragazzo rivolgendosi a tutti e due sorpreso dalla domanda dell’uomo. L’avevano invitato a sedersi sullo sgabello da campeggio di fronte a loro, dall’altra parte del tavolino dove erano soliti consumare i loro pasti. Dimitri aveva preferito rimanere in piedi. Era nervoso e provava molta soggezione nei confronti di Gyorgy, soprattutto quando doveva riferirgli informazioni importanti.

Gyorgy e Vicka si guardarono di sfuggita ma anche lo sguardo della donna era colpito da quella richiesta del fratello. Lasciava intendere che lui lo conoscesse ma a lei quel nome non aveva detto molto. Per dirla tutta, aveva l’impressione di averlo già sentito nominare ma non riusciva a ricordare in quale occasione.

“Certo, ragazzo ignorante… chi non lo conosce ormai? È un famoso direttore d’orchestra e pianista, lo si vede spesso in televisione…ma voi, ragazzi d’oggi, non seguite queste cose”, replicò bruscamente Gyorgy per distogliere l’attenzione dalla domanda che aveva posto.

Ecco dove l’aveva sentito nominare, pensò Vicka. Che stupida a non averlo capito subito, si disse tra sé e sé.

“Vuoi dire che è proprio lui? Non sarà un omonimo?”, chiese al fratello.

“No, è lui. Questo inverno, quando eravamo ancora a Vienna, ho letto per caso una sua intervista su un giornale e diceva che voleva prendersi un anno sabbatico per dedicarsi alla sua Fondazione ma non sapevo che avesse sede qui a Milano”, le rispose lui con fare sbrigativo poi si rivolse a Dimitri.

“Adesso vai e non parlare con nessuno di queste cose”, gli disse e il ragazzino annuì, con un atteggiamento timoroso e docile. Quando se ne fu andato, Vicka riprese a parlare col fratello.

“Dobbiamo portarli via di lì, o cominceranno a credere di poter diventare veramente dei grandi musicisti e di poter girare il mondo suonando in orchestre sinfoniche. So che loro desiderano questo per il loro futuro ma prima o poi farebbero comunque i conti con la realtà: a noi rom non vengono date molte occasioni per integrarci nella società. Voglio risparmiare loro questa delusione e far loro capire che una carriera in un’orchestra sinfonica Rom lautari è il massimo cui possano ambire. E poi voglio che siano orgogliosi di far conoscere la nostra cultura e la nostra musica nel mondo”.

“Sì, ma non dobbiamo farlo in modo brusco, altrimenti ci nasconderanno altre cose in futuro. Domani li andrò a prendere io all’uscita dalle lezioni”, rispose Gyorgy.

Non sopportava più quel caldo opprimente. Si alzò dal divano, prese il violino dalla piccola cassapanca dove lo custodiva insieme a quelli di Livia e Jòzsef e uscì. Si fermò appena fuori dalla roulotte, che dava sul viale dove erano parcheggiate le altre dell’accampamento e respirò una boccata d’aria.

Il ragionamento della sorella non faceva una grinza e giocava a suo favore, pensò tra sé e sé. Quei due bambini erano la sua fortuna e gli rendevano moltissimo. Quando metteva i loro nomi nei cartelloni coi programmi delle tournée nell’Europa dell’est, registravano il tutto esaurito e quando li faceva suonare per strada, in Italia, i bicchierini per l’elemosina si riempivano. Le notizie che gli aveva portato Dimitri lo avevano scosso, anche se non lo dava a vedere: i bambini non gli avevano mai nascosto nulla fino al quel momento. I battiti del suo cuore erano accelerati e un turbine di pensieri gli si agitava nella mente. C’era una sola cosa che avrebbe potuto calmarlo in quel momento: suonare. Imbracciò il violino e iniziò a eseguire il Caprice in A minor di Henryk Wieniawski, il più famoso violinista polacco, formatosi alla scuola franco-belga di ispirazione paganiniana . Tutta la rabbia e il turbamento che aveva in corpo trovarono espressione in quello studio, che solo pochi virtuosi sapevano eseguire, perché richiedeva abilità tecniche eccezionali. Gyorgy suonava da sempre e ormai per lui le difficoltà col violino non esistevano più. Tutto gli riusciva naturale ma l’adrenalina che aveva in corpo quella sera rese la sua interpretazione superba. Dalle roulotte uscirono diverse persone ad ascoltarlo e, alla fine, lo applaudirono commossi dal suo autentico e raro talento. Gyorgy ringraziò bruscamente e si allontanò dal viale, alla ricerca di un po’ di solitudine. Aveva bisogno di riflettere. L’espressione del suo volto era contratta e un sorriso perfido campeggiava sulle sue labbra. Non avrebbe mai permesso a nessuno di portargli via Livia e Jòzsef.

 

Roberto non riusciva a togliersi dalla mente la storia che Livia aveva raccontato sulle sue origini, così si decise a telefonare a un’amica magistrato, che lavorava al Tribunale dei Minori di Milano.

“Uhm… un po’ strana questa storia. La bambina sarà in buona fede ma questi passaggi di mamme pseudo adottive sono piuttosto singolari. Faccio qualche ricerca, Roberto. Dove hai detto che è il campo rom?”.

“Da quello che ho capito è un accampamento vicino a Cascina Gobba”.

“Va bene Roberto, ti faccio sapere appena so qualcosa.”.

“Grazie Eleonora, sei molto gentile.”.

“Oh, caro mio, la gentilezza c’entra poco. In questi casi interessarsi è un dovere per il bene del bambino.” Così concluse la telefonata e si salutarono.

Era venerdì sera ed era giunta l’ora di tornare a casa, così Roberto raccolse le sue cose. Jòzsef e Livia, all’uscita dalla lezione con David, lo salutarono con simpatia, sfrecciando via come due saette e lui contraccambiò il saluto e il sorriso dolce della bambina, seguendola con lo sguardo mentre si allontanava.

“Ti fermi ancora un po’, Roberto?”, lo distolse David che si era affacciato alla soglia della porta del suo ufficio.

“No, sto andando”.

“Ottimo, allora ti aspetto così usciamo insieme.”.

Roberto afferrò la giacca sportiva e uscì con lui poi gli raccontò di aver contattato l’amica magistrato, che avrebbe preso informazioni sui bambini, in modo molto discreto.

“Quella bambina ti piace, non negarlo”, gli rispose David che lo aveva ascoltato con attenzione.

“Sì, è vero. Quando la guardo non riesco a fare a meno di pensare che se Isabel fosse qui ora, avrebbe la sua età.”, ammise.

“Tu non puoi continuare a tormentarti in questo modo. Cerca di non affezionarti troppo a lei o quando arriverà il momento in cui se ne andrà, ne rimarrai distrutto. Questi due bambini meritano tutto il nostro aiuto e sostegno ma non sono i nostri figli.”, lo ammonì David con gentilezza ma anche con molta franchezza.

“Già ma è più facile accettarlo per te che ne hai due a casa”, replicò Roberto.

“Dai, sali in macchina che ti do un passaggio fino al metrò”.

 

“Ciao Jòzsef”, disse Gyorgy, sorridendo ai bambini con freddezza.

Li aveva aspettati all’angolo della strada per intercettarli all’uscita dalla Fondazione.

“È proprio un bel posto, vero?”, disse loro guardando l’edificio da cui provenivano.

I bambini risposero al saluto, pallidi in faccia. Come aveva fatto a scoprirli?

“Credevo che tra di noi non ci fossero segreti”, disse loro continuando a sorridere con lo stesso gelido autocontrollo.

“Venite, andiamo a prendere i mezzi pubblici prima che scoppi il temporale. A casa mi racconterete tutto”.

Lungo la strada il trio non si accorse del passaggio della macchina di David, che aveva appena lasciato l’amico alla fermata della metropolitana. L’uomo, seppur di sfuggita, notò che i ragazzini erano accompagnati da un bell’uomo all’incirca della sua età, sui quarantadue anni, alto e dai lineamenti duri, chiaramente slavi.

“Dev’essere lo zio Gyorgy”, pensò David “Ma guarda un po’, me lo aspettavo un tipo tarchiato e con la pancetta…lunedì lo racconto a Roberto.”.

Durante tutto il tragitto in metropolitana Livia e Jòzsef non dissero neppure una parola ma centinaia di pensieri affollarono la loro mente.

A casa dovettero spiegare ai familiari come avevano conosciuto Roberto e come erano entrati in contatto con la sua fondazione.

“Capisco”, disse Gyorgy quando ebbe sentito tutto il racconto “Ma voi non avete bisogno di lezioni di musica, suonate già bene. Sono stato anch’io giovane e ho studiato al Conservatorio, lo sapete. Volevate fare anche voi come me, vero?”.

“Si, zio”, rispose Jòzsef “Hai detto bene, anche tu hai studiato in una vera scuola”.

“Ti prego zio Gyorgy, permetti anche a noi di farlo. In poche settimane abbiamo imparato tantissimo e ci teniamo molto a poter continuare a studiare lì.”, intervenne Livia.

“Mi dispiace ragazzi. Voi non frequenterete più quella fondazione. So come vanno queste cose. Vi riempirebbero la testa di fandonie, illudendovi che un giorno diventerete dei musicisti affermati. Ma voi siete Rom e sarete sempre considerati tali, ovunque andrete. Ci sarà sempre qualcuno che vi ricorderà le vostre origini e non sarete mai accettati negli ambienti colti della musica classica. Credetemi, un giorno mi ringrazierete per questo”.

“Mamma, dì qualcosa anche tu”, disse Jòzsef voltandosi verso la madre con sguardo supplichevole.

“No Jòzsef, sono d’accordo con lo zio e poi sapete che dobbiamo portare tutti quanti soldi a casa. Abbiamo bisogno anche del vostro contributo per aiutare la famiglia a sostentarsi”, rispose loro Vicka, riferendosi alla pratica del manghel, l’elemosina, che veniva praticata da molti membri delle comunità rom. Vicka viveva come una vergogna il dover mandare anche i due bambini sulla strada a elemosinare, a causa delle loro condizioni di povertà ma non immaginava, neanche lontanamente, per quante ore il fratello li tenesse lì a suonare. “Non vi sto chiedendo di lavorare e neppure di rinunciare a studiare ma vi rendete conto anche voi che c’è bisogno della collaborazione di tutti per andare avanti? Sono sicura che quando ci ricongiungeremo all’orchestra zigana lo zio avrà più tempo per insegnarvi cose nuove e farvele provare con gli altri musicisti. Diventerete degli ottimi violinisti e sarete i fiori all’occhiello della nostra orchestra da grandi. Vero Gyorgy?”.

L’uomo annuì, sorridendo alla sorella e ai bambini.

“Ma noi continueremmo a suonare per strada, zia… anzi, suoneremmo anche meglio se proseguissimo a studiare con Roberto. Già ora è così.”, ribadì Livia in un ultimo, disperato tentativo di dissuaderli.

“Basta così, Livia”, la zittì Vicka seccata “Questa è la nostra ultima parola”.

I bambini erano affranti. Dunque stavano così le cose. Due bambini Rom come loro non potevano neppure sognare un avvenire migliore?

“Adesso basta con quelle facce da funerale”, intervenne Gyorgy .“Sono sicuro che tra una settimana non ci penserete più. E sapete perché?”.

Livia e Jòzsef lo guardarono perplessi.

“Partiamo per Barcellona e vi prometto che lì farete una bellissima esperienza. Passeremo l’estate in quella città, dove conoscerete altri musicisti di strada come noi. Quello è il vostro mondo.”.

Alla notizia di dover lasciare Milano, Livia si sentì ancora più triste perché questo significava che non c’erano proprio più speranze. Non poteva finire così il loro sogno e, soprattutto, non poteva accettare l’idea di doversene andare in un modo così vigliacco, senza neanche poter dare delle spiegazioni a Roberto. Non poteva salutarlo né ringraziarlo.

 

 

CAPITOLO 7

 

“Ciao Laura, ho letto il tuo SMS. Siete già sbarcati?”, le chiese Roberto.

Era in aeroporto ma Laura non lo sapeva ancora. Camminava lungo il corridoio principale e stava cercando l’area degli arrivi. La trovò non perché individuò l’insegna che la indicava ma perché una folla di persone vi sostava di fronte, coprendola con cartelli retti sulle braccia alzate, che recavano scritto il nome delle persone attese.

Voleva sembrare disinvolto ma non era riuscito a celare il tono impacciato della sua voce. Era in quello stato tutte le volte che la ricontattava dopo lunghi periodi di silenzio perché temeva sempre di dire qualcosa di sbagliato e rovinare tutto. Per lui era difficile capire una donna, soprattutto se la donna in questione era sua moglie e se tra loro due le cose non stavano andando benissimo.

“Ciao Roberto!”, rispose Laura e nella sua voce c’era una nota di sorpresa ma anche di piacere nel sentirlo. Lui tirò un sospiro di sollievo.

“Sì, adesso sono qui al rullo e da un minuto all’altro dovrebbero arrivare le nostre valigie. Che noia queste attese…”

“È andato bene il viaggio?”.

Gli sembrava di essere ritornato uno studentello del liceo, alle prese con le sue prime cotte perché dalla sua bocca, in quel momento, uscivano solo domande scontate.

Faceva anche fatica a udirla perché in quel momento l’annuncio di un altoparlante sovrastava le loro voci. La cosa lo infastidì perché rischiava di rivelare la sua presenza inattesa.

“Tutto sommato sì. C’è stata solo un po’ di turbolenza quando abbiamo valicato le Alpi ma niente di che.”, replicò lei. Ci fu un attimo di esitazione nella sua voce perché aveva sentito in sottofondo lo stesso annuncio che stava udendo lei in quel momento. Ebbe un’intuizione fulminea e fece per rivolgere una domanda a Roberto. Lui non le dette il tempo, riprendendo a parlare.

“Allora tutto ok. Senti…quando esci coi bagagli guarda tra la folla in attesa agli arrivi… sono venuto a prenderti”, le rivelò lui con un po’ di esitazione, perché sapeva che Laura non si aspettava di trovarlo lì.

“Mi hai fatto una sorpresa…”, esclamò la donna, lasciando trapelare l’emozione.

“Sì, spero ti faccia piacere”, le rispose lui rasserenato e rassicurato dal suo tono.

“Certamente, come puoi dubitare che non sia così?”.

“Oh, dimenticavo”, la interruppe Roberto ignorando la domanda con diplomazia. Quello non era il momento né il luogo adatto per affrontare discorsi importanti, come quello che stava dietro il dubbio appena sollevato da Laura “Indosso un paio di jeans delavé e una polo turchese.”.

“Va bene, a tra poco allora”.

Lungo la strada verso casa Laura raccontò che lo studente che aveva accompagnato a Vienna, per sostenere un’audizione al Conservatorio, aveva avuto un buon punteggio e aveva ottime possibilità di essere preso.

Più tardi, a casa, Roberto le raccontò tutto sui due bambini e sull’intenzione di farglieli conoscere. In particolar modo le parlò di Livia.

“Vedrai, ti piacerà quella bambina.”, le disse.

Laura sorrise. “Da come ne parli, sembra una forza della natura. Mi hai convinto: la sentirò suonare e, se sotto c’è veramente del talento, come dici, l’aiuterò a farlo emergere”, una luce d’interesse si era accesa nei suoi occhi. Era ormai da tanto tempo che Roberto non la vedeva sorridere.

“Ti fermi qui? Ho già preparato la cena”, disse con disinvoltura guardandola negli occhi un po’ più a lungo del dovuto. Roberto era ancora innamorato di lei e sapeva che Laura ne era consapevole, quindi non faceva nulla per nascondere i suoi sentimenti.

Laura esitò, combattuta. Con molta probabilità non voleva illuderlo, anche se Roberto era certo che provasse ancora attrazione per lui.

“Conosco quello sguardo da furbetto” gli rispose, dandogli un pizzicotto sul braccio “Sì, mi fermo ma domani torno a casa mia.”.

Quando si svegliò, di domenica mattina, Laura era ancora accanto a lui nel letto. Si accorse che era sveglia.

“Buongiorno”, le disse con dolcezza “È da molto che sei sveglia?”.

“No, solo da poco prima di te. Mi ha svegliato la luce che filtra dalle persiane”, rispose lei.

Fuori c’era un caldo sole d’inizio estate.

“Ti va un bel cappuccino con brioche?”, le propose.

“Che idea allettante, come faccio a dirti di no?”.

“Sono stato bene con te questa notte, Laura”, le confessò facendosi serio.

“Anch’io”, ammise lei accarezzandogli la guancia.

“Torniamo a stare insieme, un passo alla volta, senza fretta?”, le propose cogliendo quell’attimo favorevole di dolce intimità.

“Non posso, Roberto. Non chiedermi questo proprio ora che sto recuperando un briciolo di serenità”, gli rispose lei irrigidendosi mentre scendeva dal letto, come per voler prendere le distanze da lui. Roberto si maledisse per essere stato così impulsivo e aver agito sull’onda delle emozioni…era andato tutto bene fino al quel momento ma il tempismo non era il suo forte e aveva finito per rovinare tutto.

Laura e Roberto, pur amandosi ancora, vivevano separati, non legalmente, da quasi un anno. Si erano concessi questo periodo di discernimento per capire se volevamo proprio arrivare a un divorzio.

“Ti prego, Laura, non arrenderti. Abbiamo affrontato tante difficoltà insieme e ne siamo sempre usciti”, la incalzò.

“Tu non capisci che io non ho più voglia di lottare. Sto cercando solo un po’ di pace, Roberto…nient’altro che un po’ di pace”, gli rispose lei con un tono che non ammetteva altre pressioni da parte sua.

Dopo averla raggiunta la strinse forte a se, senza dire altro e lei non si oppose al suo abbraccio, rimanendo per qualche istante con la testa appoggiata alla sua spalla. Se avesse ancora insistito sull’argomento, l’avrebbe soltanto allontanata di più. Il loro amore era legato da un filo ormai sottilissimo che avrebbe potuto spezzarsi da un momento all’altro. Gli bastò così la consapevolezza che nessuno di loro due era indifferente all’altro, nonostante tutti i problemi.

Si fece forza e andò a preparare la colazione.

 

“Roberto, cosa succede?”, esordì David preoccupato, fermando l’amico nei corridoi della Fondazione, al termine della sua lezione “I bambini non sono venuti”.

“Sì, anche Livia non si è presentata alla mia lezione”, rivelò Roberto, indicando con la mano gli studenti che stavano uscendo dal salone delle esercitazioni.

“Non hai modo di contattarli?”.

David s’inclinò istintivamente verso Roberto nel rivolgergli la domanda. In quel momento c’era un brusio diffuso in tutto il corridoio a causa del via vai di persone e facevano fatica a sentirsi.

“No, sono bambini, non hanno un cellulare. Però Livia ha il mio numero e, se non mi sono sbagliato sul suo conto, credo che mi avrebbe chiamato in caso di contrattempo. Mi preoccupa proprio questo silenzio”, continuò Roberto, senza rivelargli che aveva controllato già diverse volte il display del IPhone, nell’assurda speranza di trovarvi un messaggio, mandato magari dal cellulare dello zio dei bambini. Preso dall’ansia, aveva anche chiesto alla sua segretaria di controllare bene se Livia e Jòzsef avessero per caso lasciato dei messaggi a lei o alla governante della dimora che li ospitava, ma aveva ottenuto solo risposte negative.

“Già, anche a me sono sembrati dei bambini con le idee molto chiare sul loro futuro: si capiva che desideravano proprio seguire questi corsi. L’ultima volta che li ho visti è stato venerdì, dopo averti portato alla fermata del metrò. Erano accompagnati da un uomo sulla quarantina, si capiva che era un Rom, quindi ho pensato che fosse lo zio Gyorgy”, replicò David.

“Uhm…stiamo a vedere se si presentano domani”.

Roberto aveva un senso d’inquietudine che non lo abbandonava.

Passò tutta la settimana e i bambini non diedero loro notizie.

Roberto provò a passare in rassegna tutti i posti dove li aveva visti suonare per strada ma sembravano svaniti nel nulla. Alla fine si decise a chiamare l’amica del Tribunale dei Minori, Eleonora.

“Non sono più a Milano, Roberto. Il campo è vuoto già da una settimana e questo non è strano, dal momento che sono nomadi. Mi risulta che il capo del clan, un certo Gyorgy Vàradi, sia specializzato in furti in appartamenti che fa commettere a minori di quattordici anni. Per questo è incensurato e molto temuto nella comunità rom. Ha una sorella gemella e un nipote, Jòzsef”. Eleonora era seduta all’aperto, al tavolino di un bar, di fronte a lui. Era sera e i locali in centro cominciavano a riempirsi per l’ora dell’aperitivo.

“Come hai fatto a scoprire queste cose se è un incensurato?”, le chiese lui incuriosito.

“Abbiamo le nostre fonti”.

“David mi ha detto di averlo intravisto venerdì sera con i bambini ma di non essere riuscito a vederlo bene in volto. È molto alto e pare che abbia lineamenti da slavo. E Livia?” domandò.

“Stiamo ancora lavorando su di lei. In Italia non risultano richieste di adozioni della bambina. Abbiamo chiesto notizie anche a Vienna e Budapest, dove spesso sono tornati negli anni passati, ma per il momento non conosciamo neppure il vero nome della bambina”, continuò la donna giocherellando col bicchiere ancora quasi pieno. Prese una patatina dal vassoio sul tavolo e poi bevve qualche sorso di aperitivo.

“Com’è possibile? È come se non esistesse”, esclamò lui. Era nervoso, insofferente a quella situazione e non aveva ancora bevuto e mangiato nulla.

“Con tutta franchezza, Roberto, non mi aspetto di ricevere conferme sull’adozione della ragazzina all’estero. Due anni fa è stata ricoverata in ospedale per una tonsillite ma sono scappati con lei dopo che era stato scoperto che le avevano dato false generalità. È probabile che sia veramente un’orfana di cui non abbiano mai dichiarato l’esistenza all’anagrafe”.

“E questo come l’hai scoperto? Sono sempre le tue fonti?”.

Seduto ben eretto sul busto, con una gamba accavallata, fissava il liquido trasparente del suo Martini Dry. Il bicchiere giaceva sul tavolo, con un’oliva infilzata in uno stecchino, che vi galleggiava dentro. Si sforzò di sorseggiare l’aperitivo ma aveva lo stomaco chiuso. Lui era lì, in Corso Vittorio Emanuele, a consumare il rito dell’happy hour quando quei due bambini erano spariti nel nulla. Non sapere che fine avessero fatto riapriva in lui una ferita che gli era stata inferta nel passato e che non si era mai rimarginata. Ciò nonostante, non voleva prendere le distanze da quella situazione: se ne era lasciato coinvolgere pienamente consenziente.

“No, è più semplice di quello che sembra. Jòzsef ti ha detto che il suo cognome è Vàradi. Da lì siamo risaliti a suo zio e abbiamo scoperto che l’ospedale di Niguarda aveva segnalato alla polizia la presenza di una bambina, Livia Vàradi, portata lì dalla famiglia. La segnalazione si basava sul fatto che per la bambina avevano esibito una tessera sanitaria clonata. Gli agenti non hanno fatto in tempo a fermarli”.

“Ma siamo nel ventunesimo secolo! Come possono ancora accadere queste cose?”, sbottò Roberto indignato. Distolse lo sguardo da Eleonora, lasciandolo scorrere sui passanti nel Corso, per calmarsi un po’.

La donna rimase in silenzio qualche istante lasciandogli il tempo di assimilare le informazioni che gli aveva fornito. Sapeva che effetto potessero avere su coloro che non erano abituati a sentirle tutti i giorni.

“Purtroppo succedono ancora, così come la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento dei minori. Comunque, abbiamo aperto un’indagine e chiesto la collaborazione dei colleghi esteri. Non abbiamo intenzione di perderla di vista..”.

“L’abbiamo già persa di vista”, la interruppe lui con cruda sincerità.

Eleonora gli sorrise con indulgenza. Lo conosceva da tanti anni ormai e sapeva benissimo che era impulsivo e schietto.

“Fidati di me, Roberto, riusciremo a rintracciare la bambina”.

Infilzò un’oliva con lo stecchino e lo invitò a fare altrettanto. Roberto si staccò dallo schienale della sedia e si avvicinò al tavolino, assecondandola per cortesia, ma controvoglia.

“Grazie Eleonora, sono in debito di una cena con te”, le rispose lui abbozzando un sorriso che mal celava la sua preoccupazione.

“Grazie a te per avermi segnalato questo caso e per l’aperitivo che mi hai offerto. Salutami Laura” rispose lei, mentre si congedavano l’uno dall’altra.

 

Livia e Jòzsef erano a Barcellona già da dieci giorni. Zio Gyorgy aveva voluto trasferirsi lì perché la città d’estate era piuttosto animata, a differenza di Milano che si svuotava quasi completamente, dando ben poche possibilità di sopravvivenza a degli artisti come loro e anche ai ladruncoli di strada.

La città catalana, affacciandosi sul mare, attirava molti turisti cui offriva un ricco programma di feste ed eventi musicali. Sarebbero rimasti lì fino alla festa della Mercé , a settembre poi avrebbero fatto ritorno a Milano.

I bambini avevano trovato diversi posti dove esibirsi, sia in centro sia vicino al parco Gaudì, sempre gremito di visitatori.

Spesso si fermavano a suonare lungo le Ramblas, vicino agli uomini statua e, prima che lo zio li andasse a prendere per riportarli all’accampamento, si attardavano ad ammirare i colori vivaci dei quadri dei pittori che si erano sistemati lungo la passeggiata. Il loro punto di ritrovo era la Fuente de Canaletas, una fontana all’inizio delle Ramblas. Faceva già molto caldo per essere giugno e bere quell’acqua fresca era un autentico ristoro. C’era una leggenda su quella fonte, secondo la quale chi beveva dal canalete sarebbe tornato in città ma Livia e Jòzsef non la conoscevano. Se l’avessero saputo, non l’avrebbero gradito, perché i loro sogni per un futuro migliore erano a Milano. Barcellona, in quel momento, rappresentava solamente una sconfitta. A ogni modo concludevano la loro giornata lì, attaccandosi alla bocchetta dell’acqua con avidità e poi, incuranti del caldo come tutti i bambini, si mettevano a rincorrere i piccioni che affollavano il viale, in attesa dell’arrivo di zio Gyorgy.

 

Erano diventati le mascotte degli artisti di strada delle Ramblas, che li avevano soprannominati “i due piccoli violinisti ungheresi” e, siccome erano abusivi, tutti erano attenti ad avvertirli quando passavano le autorità a multare coloro che fossero trovati senza licenza.

La loro permanenza a Barcellona si stava dimostrando molto proficua, aiutati anche da alcune feste estive, come quella della notte del 23 giugno, prima del giorno di San Giovanni, in cui le persone si riunivano per accendere dei falò, come da tradizione, per celebrare l’inizio dell’estate.

Una sera di fine giugno Livia e Jòzsef passarono vicino a un bel edificio e furono attratti dalla musica che ne proveniva. Stavano suonando un concerto di musica classica, e il brano che udirono in quel momento era la serenata notturna in re maggiore di Mozart.

Sembrava un castello con due torri gemelle e tre facciate. Quella centrale era più alta. All’entrata, c’era un arco di pietra che sovrastava il bel cancello in ferro battuto. Da un lato vi era scolpita una donna con una bambina, dall’altro una donna con un bambino. In mezzo si vedeva uno stemma.

All’esterno dell’edificio c’era un cartello che indicava una mostra di antichi e preziosi strumenti musicali, in occasione del Grec e, accanto ad esso, una locandina recava il programma dei concerti che si sarebbero susseguiti per tutta l’estate in diverse località della città.

“Questo posto dev’essere una fortezza” sentenziò Jòzsef, con l’aria di chi se ne intendeva.

“Già”, rispose Livia non troppo convinta “Ma cos’è il Grec?”.

“No, bambini” intervenne un gruppo di ragazzi e ragazze che stavano facendo capannello vicino all’entrata. “Questo è il Conservatori Municipali de Musica de Barcelona e il Grec è il più importante Festival della Musica e delle Arti che si tiene ogni anno in città.”.

Una ragazza, seguendo la direzione dello sguardo dei bambini, spiegò loro che quelle decorazioni sull’arco di pietra raffiguravano insegnanti con allievi. Lo stemma centrale era quello di Barcellona.

Solo allora Livia e Jòzsef notarono che alcuni di loro avevano con sé strumenti musicali, chiusi nelle loro custodie. Erano studenti.

“Perché non entrate a visitare la mostra degli strumenti antichi? Ci sono anche violini di grande bellezza e valore”, dissero loro.

“Ci piacerebbe ma non abbiamo abbastanza soldi per pagare il biglietto” rispose Livia. In verità i soldi li avevano ma avrebbero speso buona parte di quanto avevano guadagnato quella giornata e zio Gyorgy, controllando il gruzzoletto, si sarebbe accorto che i conti non quadravano.

“Ehi, ma voi siete i due piccoli violinisti che suonano lungo le Ramblas”, esclamò una ragazza del gruppo.

Livia e Jòzsef annuirono, un po’ perplessi, senza capire perché questo cambio di argomento.

“Facciamo un patto”, disse la ragazza. “Noi vi diamo i soldi per entrare alla mostra e voi, in cambio, ci insegnate a suonare quella fuga di Bach che vi abbiamo sentito eseguire. Ma come fate a suonarla così bene? E’ difficilissima.”

Livia e Jòzsef accettarono l’offerta, rispondendo in uno spagnolo stentato. Il sorriso stampato sui loro visini non lasciava dubbi sulla loro soddisfazione in quel momento.

Entrarono e accedettero in silenzio al cortile centrale dell’edificio chiamato «l’acquario», dove si stava tenendo il concerto. Era un enorme patio di luce, coperto da un grande lucernario multicolore, ricco di dettagli e ornamenti, sul quale davano le gallerie dei piani superiori. Appena sotto il lucernario correva una cornice ornamentale con scritti i nomi di giganti della musica classica. Schubert, Bach, Haydn, Haendel, Schumann, Wagner…L’attenzione di Livia fu attratta dal nome di Haydn, il suo compositore preferito, poi si accorse degli altri nomi che correvano lungo il perimetro della struttura e li lesse tutti, girando su se stessa, a testa in sù. Provò una sensazione inebriante. La ragazza che li guidava spiegò loro che quello spazio veniva spesso utilizzato per concerti.

Proseguirono lasciandosi le note in sottofondo e salirono le scale per accedere ai piani superiori. I due bambini rimasero colpiti dalla bellezza di quegli ambienti e si sentirono un po’ in soggezione in un luogo così ricco di raffinata arte realizzata verso la fine dell’era modernista. I gradini e i corrimano erano in marmo. Questi ultimi formavano come delle finestre che incorniciavano la ringhiera in ferro battuto. Si fermarono a guardare la tromba delle scale verso il tetto e notarono un altro bel lucernario di forma ovale.

All’interno della mostra c’erano strumenti molto belli. L’attenzione dei bambini si soffermò su un clavicembalo risalente ai tempi di Maria Teresa d’Austria, una chitarra proveniente dall’Andalusia e un magnifico Stradivari.

Jòzsef lo osservò con molta attenzione e notò che aveva lo stesso colore marrone rossastro del suo, particolare che Livia non notò. Sembrava proprio che fossero stati ricavati dallo stesso legno, così cominciò a fantasticare, crogiolandosi nell’idea di avere anche lui uno Stradivari.

Usciti dai locali della mostra, il gruppetto di studenti del Conservatorio li stava aspettando e li portò in una delle classi, dove ci si poteva esercitare al termine delle lezioni.

Le pareti dei corridoi su cui si affacciavano le aule di studio erano decorate con ceramiche verdi in rilievo. A Livia e Jòzsef ricordarono le cornicette che si disegnano sui quaderni di scuola quando s’impara a scrivere, ma di una finezza inimitabile. Una delle ragazze aprì una porta a vetri di legno scuro. Entrarono tutti.

Livia e Jòzsef onorarono l’impegno preso, insegnando la fuga di Bach alle studentesse di violino che gliel’avevano chiesto.

“Accidenti bambini”, disse una di loro. “In quale scuola studiate a Milano? Quando io suonavo il violino alla vostra età, sembrava che gracchiasse un corvo!”.

I due piccoli Rom risero di cuore e risposero che stavano conducendo studi privati, senza entrare in dettagli.

Si era fatto tardi intanto. Così dovettero affrettarsi verso l’uscita. Nel passare vicino all’auditorium, sentirono le ultime battute del concerto di Mozart e lì Livia ebbe un motto di stizza.

“Cosa ti prende?” le chiese Jòzsef.

“Niente, lascia stare. Sbrighiamoci, prima di rimanere intrappolati nella folla che esce dal concerto. È già tardi e zio Gyorgy ci sgriderà”.

In realtà Livia non sapeva cosa avrebbe dato per poter studiare anche lei al Conservatorio e diventare un giorno una musicista professionista. Quando ascoltava un concerto di musica classica alla televisione, nelle rare occasioni in cui venivano trasmessi nel periodo natalizio, lei desiderava essere lì, nell’orchestra, a suonare. Sarebbe rimasto un sogno? Il suo pensiero volò a Roberto. Chissà cosa stava facendo in quel momento. Si era già dimenticato di loro.

 

Arrivò anche luglio e zio Gyorgy li portò a suonare per le piccole vie alberate del Poble, un barrio popolare e multietnico, vicino al centro. Sarebbero stati quasi tutto il mese lì, dove si svolgeva una grande festa di quartiere, con tanto di musiche e danze tradizionali e internazionali. Il loro quartier generale sarebbe stata la via centrale pedonale, con le sue belle case bianche e le ringhiere dei balconi in ferro battuto nero.

Proprio la sera in cui sarebbero dovuti culminare i festeggiamenti con i fuochi di artificio, scoppiò un violento temporale.

Livia e Jòzsef si ripararono sotto l’arcata del portone di una casa, stringendo gli strumenti al loro petto per proteggerli da pioggia e umidità.

Dovevano trovare un riparo il più presto possibile. Si guardarono intorno e videro lì di fianco l’ insegna di una taverna: tanti riccioli neri in ferro battuto, dalle punte dorate. Aspettarono fino a quando l’acquazzone rallentò un po’ e, correndo, si infilarono nel locale. Oltrepassata la porta a vetri in legno scurissimo, trovarono il bancone del bar che si stagliava sulle belle pareti in mattoncini rossi che rivestivano tutto il locale.

Dentro c’era una luce bassa e odore di sudore. Il locale era piuttosto affollato e nessuno prestò attenzione a loro. Avanzarono con circospezione perché era buio e ad un tratto si trovarono di fronte uno spettacolo di flamenco. La ballerina era bellissima, avvolta nel tipico abito rosso, con lo strascico a balze. Sembrava una statuina di porcellana e si muoveva con grazia e plasticità.

Accanto a lei, sul palco, un giovane dalla carnagione abbronzata e una folta coda di cavallo nera, la stava accompagnando con la chitarra. Che meraviglia, pensarono i bambini. Quelle dita affusolate correvano con strabiliante agilità sulle corde dello strumento, le pizzicavano, arpeggiavano, fermavano il suono a tempo e battevano con le nocche sulla cassa.

Livia e Jòzsef trattennero il fiato fino alla fine dell’esecuzione e poi applaudirono col pubblico. Erano stati bravissimi. Fuori pioveva ancora forte, così decisero di stare un po’ defilati, per non attirare l’attenzione degli avventori. Il pubblico stava sfollando dal locale. Alcuni si erano attardati a fare i complimenti agli artisti che intanto stavano raccogliendo le loro cose.

Quando anche gli ultimi ascoltatori se ne furono andati, gli artisti cominciarono a liberare il palco raccogliendo i cavi, spostando le casse acustiche e il microfono.

“Ci sono dei topolini qui con noi”, bisbigliò a un tratto il chitarrista rivolto a uno dei tecnici del suono.

“Sì” rispose questi sempre sottovoce. “Ma sembra che abbiano un po’ paura di noi”.

Il giovanotto gli strizzò l’occhio e, con agilità, scese dal palco avvicinandosi a Livia e Jòzsef.

“Ciao bambini”, disse loro “Non state lì nell’angolino, nessuno vi farà niente”.

I bambini erano un po’ intimiditi e non si muovevano. Avevano fatto di tutto per non essere notati ma, a quanto pare, qualcosa non era funzionato.

“Coraggio, venite a sedervi qui ai tavolini” disse loro, invitandoli con un gesto della mano.

Livia e Jòzsef si avvicinarono con circospezione.

“Avete sete?”. Dentro al locale c’era un caldo afoso.

I bambini annuirono.

“Bene. Adesso ci facciamo portare qualcosa da bere. Oh, che sbadato, non mi sono ancora presentato. Io sono Paco e quella ragazza col vestito da flamenco che ci sta raggiungendo, è la mia ragazza, Soledad”.

Livia e Jòzsef sorrisero timidamente e si presentarono, dicendo i loro nomi.

“Siete turisti? Avete perso mamma e papà?”, chiese loro Paco notando che i bambini avevano sottobraccio dei violini, chiusi nelle loro custodie.

In quel momento sopraggiunse Soledad che li salutò con dolcezza.

“Come siete carini”, disse.

“E voi siete bravissimi” rispose Livia, parlando per prima. Jòzsef si limitò ad annuire, per far capire che li aveva apprezzati anche lui.

“Non ci posso credere”, intervenne Paco rivolgendosi alla sua ragazza.

“Abbiamo dei fan giovanissimi”.

“Cosa vi ha portato qui ragazzi?”, chiese Soledad.

I bambini spiegarono che si erano riparati nel locale, dopo essere stati colti dal temporale, mentre stavano suonando lì, nelle vicinanze.

Nel frattempo arrivò il barista con due aranciate per i bambini.

Ci fu un attimo di silenzio, mentre i bambini bevevano con avidità dai loro bicchieri poi Livia si fece coraggio e si rivolse a Paco, guardando la sua chitarra.

“È difficile da suonare?” gli chiese, indicandola.

“Non più dello strumento che già suoni. Vuoi provare?”, le rispose lui.

Livia annuì con la testa, tutta emozionata.

Paco eseguì degli arpeggi semplici, facendole vedere bene la postura della mano sinistra poi porse la chitarra a Livia, l’aiutò a imbracciarla correttamente e le indicò la posizione delle note sul manico dello strumento.

“Vedi” le disse “Qui è un po’ più facile individuare le note sul manico perché ci sono delle barre verticali che le delimitano con esattezza, a differenza del violino…”.

Ma prima che finisse di illustragliele, Livia riuscì a riprodurre lo stesso arpeggio che Paco aveva suonato poco prima.

Paco rimase sorpreso ma non disse ancora nulla. Prese un’altra chitarra che stava lì vicino ed eseguì un altro arpeggio un po’ più difficile. Livia riuscì a riprodurre anche questo. Soddisfatta e rapita dal tipo di sonorità della chitarra, non si fermò e cominciò a improvvisare una melodia dolce e semplice. Paco la assecondò, aggiungendo un accompagnamento di accordi.

I tecnici del suono si erano fermati ad ascoltarli e quando la musica finì, li applaudirono.

“Certo che tu sei una che impara alla svelta”, le disse Paco.

“Ah, mia cugina è fatta così: è nata per la musica” rispose Jòzsef al posto di Livia e risero tutti e tre insieme.

I bambini raccontarono la loro storia. Dissero da dove provenivano e del loro desiderio di continuare a studiare a Milano, un desiderio ostacolato da zio Gyorgy.

“Bè ragazzi, anche chi suona per strada ha comunque studiato musica” osservò Paco “Anch’io, pur suonando in taverne e locali popolari, sono diplomato in chitarra classica. Se desideri studiare non ti dovrebbe essere negata la possibilità di farlo anche se un domani la musica non dovesse diventare il tuo lavoro”.

Il temporale era quasi finito quando i bambini guardarono verso l’uscita del locale. Proprio in quel momento videro entrare lo zio. Si fermò di fronte al bancone, si guardò intorno senza vederli poi chiese indicazioni al barista. Questi additò i due bambini e l’uomo si voltò verso di loro. Dopo averli messi a fuoco nella luce soffusa, sorrise. Livia e Jòzsef, intercettato il suo sguardo, gli andarono incontro con docilità.

“Eccovi, bambini! Vi siete riparati qui per non bagnare gli strumenti, vero?” disse zio Gyorgy, quando si fu avvicinato a loro. I bambini annuirono.

“Mi sono preoccupato un po’ quando non vi ho visto al solito punto di ritrovo. Venite ora. Salutate queste persone e torniamo a casa”.

Paco non riuscì a vedere bene il volto di Gyorgy. Si era tenuto a debita distanza, volutamente.

Livia si alzò per restituire a Paco la chitarra. Questi le disse a voce alta “Non rinunciare a studiare Livia. Quando tornate a Milano cerca di riprendere i contatti con il tuo maestro di musica”.

“Non vorrà più saperne di noi. Ce ne siamo andati senza potergli spiegare perché e senza poterlo salutare”, gli rispose Livia sconsolata.

“Non ti preoccupare, vedrai che quando gli avrai raccontato quello che hai detto a me, lui capirà. Fidati”.

La bambina gli regalò un dolcissimo sorriso, sollevata da quelle parole e lo salutò.

“Vieni a trovarci a Milano e vai alla Fondazione Musica Senza Confini. Roberto è sempre alla ricerca di bravi musicisti come te, disposti a insegnare ai suoi ragazzi”.

Paco ricambiò il sorriso e augurò buona fortuna a tutti e due i bambini.

 

I giorni di luglio trascorsero veloci e tutti uguali, scanditi dalle stesse azioni, negli stessi luoghi che zio Gyorgy aveva individuato. Poco dopo sarebbe arrivato agosto e la città si sarebbe svuotata anche se non come Milano.

Un pomeriggio Livia e Jòzsef, stanchi della solita strada per accedere al Poble passando dal porto, decisero di variare percorso, passando per Placa de Espana. Passando di fronte a un’edicola che esponeva delle cartoline per turisti Livia ebbe un’idea. Si fermò, ne acquistò una che ritraeva un bel panorama di Barcellona e un francobollo.

“Vuoi scrivere a Roberto?” le domandò Jòzsef, avendo intuito le intenzioni della sorella.

La bambina annuì.

“È l’unico modo che abbiamo per fargli sapere la verità. Io non voglio rinunciare a studiare in quella scuola, e tu?”

“Neppure io. E zio Gyorgy non potrà mai venire a sapere questa cosa… Scrivi a nome mio che mi scuso anche con David, per favore”.

Livia annuì ancora e cominciò a scrivere.

 

Scusaci Roberto. Noi volevamo salutare te e David prima di partire e spiegarvi che zio Gyorgy non ci permetteva più di frequentare le vostre lezioni. Non sapevamo di dover partire all’improvviso con lui. Torneremo a Milano a settembre e vorremmo parlarti, se ci vuoi ancora nella tua scuola.

Livia e Jòzsef

 

Finito di scrivere, rilesse quelle brevi ma sincere parole poi appose il francobollo e imbucò la cartolina nella cassetta della posta che stava vicino all’edicola.

Per la prima volta negli ultimi due mesi i bambini si sentivano felici e leggeri. Sentivano di aver fatto la cosa giusta. Le poche parole che avevano scritto in quella cartolina erano bastate a riaccendere la speranza di potersi riscattare dalla loro condizione.

Agosto passò velocemente e la città, mezza vuota, aveva acquistato ancora più fascino. Livia e Jòzsef ne approfittarono per visitarla con più calma e conoscerla meglio. Si concessero anche qualche raro momento di relax in riva al mare, visto che le occasioni di suonare erano diminuite e i loro guadagni provenivano esclusivamente dalle offerte dei turisti di passaggio in città.

 

Milano – agosto 2010

Quel pomeriggio Roberto si era visto costretto ad affrontare l’afosa calura cittadina, per andare in un centro di telefonia a risolvere i problemi che aveva avuto negli ultimi giorni con l’abbonamento del suo iPhone. Era piuttosto di malumore perché, dopo diversi tentativi di risolvere la questione attraverso i call center, si era visto rimpallare da un operatore all’altro senza trovare una soluzione. Con quel caldo insopportabile, l’ultima cosa che aveva voglia di fare era uscire di casa in pieno pomeriggio per raggiungere l’unico negozio aperto nella zona che offrisse assistenza ai clienti. Un’ora dopo fu di ritorno a casa, di buon umore, grazie alla gentilezza e professionalità dell’operatore che era riuscito a mettere a posto ogni cosa. Alla fine ne era valsa la pena uscire di casa alle tre di pomeriggio, a piedi, con quasi quaranta gradi. Entrato nell’androne dello stabile avvertì subito una piacevolissima sensazione di refrigerio. Si fermò un attimo a riprendersi da quell’afa soffocante e, istintivamente, si scostò un lembo della camicia di dosso. Era talmente madido di sudore che sembrava avesse fatto jogging e la camicia era incollata al suo torace. Fu in quel momento che il suo sguardo si posò sulla cassetta della posta condominiale. Da qualche giorno non controllava ma non si aspettava della corrispondenza in quel periodo e le bollette delle utenze erano già arrivate. Aprì la sua cassetta e, con sorpresa, vi trovò una cartolina. Che cosa singolare, pensò mentre la prendeva in mano. Ormai quasi più nessuno scriveva cartoline. La voltò e notò una grafia infantile ma ciò che più attirò la sua attenzione fu la firma.

Livia e Jòzsef gli avevano scritto.

Lesse con impazienza il contenuto della missiva poi una sensazione, che non sapeva spiegare, s’impadronì di lui. Euforia? Gratitudine verso il cielo che gli aveva dato una seconda possibilità di mantenere il contatto con quei due ragazzini?

No, niente di tutto questo. Era speranza. La stessa speranza che si era riaccesa in Livia e Jòzsef. Tirò un sospiro di sollievo, ormai consapevole che quel sottilissimo filo del destino che univa lui e i due piccoli Rom non si era spezzato quando avevano abbandonato la Fondazione. Non aveva modo di rispondere a quel messaggio e non aveva la certezza che sarebbe riuscito a entrare in contatto con loro di nuovo. Questo pensiero lo innervosì. Tutto quello che aveva, in quel momento, era la speranza che questo potesse accadere.

Per distogliersi da quei pensieri andò a cercare Valentina. La trovò in cucina, vicino alla porta finestra. Ernestina, la collaboratrice domestica, doveva aver dimenticato di chiuderla perché quell’esserino curioso stava cercando di uscire in terrazza. Chissà cosa sarebbe accaduto se lui fosse rincasato più tardi. Con delicatezza la sollevò da terra, prendendola nel palmo della mano.

“Questa volta ti ho scampato un bel pericolo, piccola vagabonda. Vorrei che fosse possibile farlo anche per due miei piccoli amici…”, mormorò tornando per un istante col pensiero a Livia e Jòzsef.

La tartarughina spalancò gli occhietti, assumendo un’espressione che assomigliava alla sorpresa, come se fosse in grado di capire le parole di Roberto. Lui sorrise di fronte a quell’impossibile coincidenza tra il suo pensiero e l’espressione dell’animale.

“Adesso ti cambio la medicazione”.

In bagno le tolse il bendaggio e osservò che la ferita stentava a guarire a causa di un’infezione contratta col caldo estivo. Il veterinario che gli aveva somministrato una cura adeguata lo aveva rassicurato che sarebbe sopravvissuta e guarita, anche se più lentamente del previsto.

In quel momento Roberto non poteva permettersi di essere pessimista: aveva troppi problemi da affrontare. Preferì affidarsi alla speranza che tutto si sarebbe risolto per il meglio.

 

 

 

Barcellona – settembre 2010

A settembre, i ritmi di Barcellona erano ritornati alla normalità, portando via quell’atmosfera vacanziera di agosto. Le giornate cominciavano a farsi più corte e la brezza serale, che veniva dal mare, era più fresca. I temporali erano più frequenti e questo era il segno che presto l’estate avrebbe lasciato il posto all’autunno.

Livia e Jòzsef avevano tanta voglia di tornare a Milano. Succedeva sempre così, ovunque andassero, anche quando erano a Vienna o a Budapest, la loro terra d’origine.

Ci stavano bene, erano contenti ma, dopo un po’, avevano nostalgia di Milano perché la sentivano la loro casa, benché su quattro ruote. Non erano mai riusciti a spiegarsi il perché di quella sensazione, scritta nel loro destino, se non dopo aver conosciuto Roberto.

Una sera al campo, mentre stavano cenando, zia Vicka li informò che si sarebbero fermati ancora fino alla festa della Mercé e, subito dopo, avrebbero fatto ritorno in Italia.

“Vedrete, bambini. Vi piacerà molto. È la festa più importante dell’anno a Barcellona, dopo il Natale ed è spettacolare”.

“Quando inizia?”, domandò Jòzsef.

“Settimana prossima e questo è il regalo che zio Gyorgy ed io vogliamo farvi. Siete stati molto bravi questa estate ad aiutare la famiglia con la vostra musica e il denaro che tutti insieme abbiamo guadagnato, è più che soddisfacente. Per questo motivo vi faremo partecipare a tutti i festeggiamenti come dei veri turisti”, spiegò Vicka.

La donna si era esibita per tutta l’estate col suo violino agli angoli delle strade di giorno e in locali tipici alla sera, affidando i bambini al fratello Gyorgy. Credeva che l’uomo si portasse dietro i nipoti esibendosi in prima persona e facendo suonare in qualche occasione anche loro. Questo era quello che le aveva raccontato Gyorgy e, dai racconti di Livia e Jòzsef, non era mai emerso quante ore realmente avessero lavorato. L’uomo, infatti, aveva ingannato i bambini dicendo che conosceva tanti altri bambini rom che lavoravano, come loro, insieme agli adulti e questa era una cosa normale. Spesso li lasciava soli a suonare mentre lui si spostava in qualche altra zona ad esibirsi da solo, per aumentare i guadagni. Quello sarebbe stato il loro piccolo segreto, a suo dire a fin di bene, per non far preoccupare Vicka.

In questo modo la donna non aveva mai sospettato che quello dei due piccoli non era stato un contributo ad aiutare la famiglia ma un vero e proprio lavoro. Più volte aveva chiesto al fratello di lasciar perdere la Spagna, dove non erano mai stati prima d’ora e di ricongiungersi alla loro orchestra zigana, in tournee nei paesi dell’Europa dell’est ma Gyorgy le aveva risposto che dovevano cercare di diversificare il più possibile le fonti di guadagno. La crisi economica faceva sentire i suoi effetti su tutti e i proventi della loro orchestra da sola non bastavano più. Vicka aveva capito che il fratello le stava mentendo. Quella trasferta non aveva senso e i proventi che loro quattro erano riusciti a raggranellare erano ben poca cosa rispetto agli introiti della tournée dell’orchestra. Forse Gyorgy si era aspettato qualche contatto importante con la malavita locale, come in Italia, che poi non si era concretizzato, sospettò Vicka. Lei non approvava le amicizie che il fratello le stava imponendo e che stavano trascinando tutti e due sempre più in basso. Alla fine si rassegnò ad attendere il momento in cui Gyorgy si sarebbe deciso a dirle la verità.

Livia e Jòzsef furono contenti di sentire la proposta di Vicka e quella notte impiegarono molto tempo ad addormentarsi perché erano eccitati all’idea di assistere ad un evento di quella portata ed al pensiero che solo una settimana li separava ormai da Roberto. La lunga attesa stava per avere fine.

Il 24 settembre, il giorno in cui culminavano i festeggiamenti, i bambini passarono un ultima volta per le Ramblas a salutare i loro amici artisti di strada.

“Allora è proprio vero che ci lasciate” disse l’uomo statua.

Livia e Jòzsef annuirono “Si, partiamo domani”.

“Non perdetevi la festa però!”.

“No, no, Zio Gyorgy ci ha promesso di farci vedere tutto”, rispose Jòzsef vivace.

“Bravi” continuò l’uomo “E state attenti quando faranno il botto finale: quello è il segnale che conclude l’estate e dà il benvenuto ai mesi freddi”.

Detto questo gli artisti abbracciarono i bambini per salutarli. Alcuni strinsero loro la mano e, prima di accomiatarsi, consegnarono loro una busta con dei soldi.

“Ma sono tantissimi”, esclamò Livia esterrefatta “Non possiamo accettarli”.

“Sì che potete. Sono per i vostri studi” rispose una pittrice di strada “Consideratelo un regalo da parte di tutti noi. E’ il nostro modo di ringraziarvi. Con il vostro talento musicale avete tenuto alto l’onore degli artisti di strada. Quando sarete tornati a Milano vi serviranno per comprare libri, spartiti, corde nuove per i violini…”.

“Speriamo che sia così, perché qui ci vuole proprio un miracolo per far cambiare idea a zio Gyorgy”, rispose Livia, cercando di nascondere la commozione.

“E tu chiedilo alla Madre della Misericordia”, le rispose la donna.

“Come?”.

“È più semplice di quello che pensi. Qui vicino c’è la Basilica della Mare de Deu de la Mercé, che salvò Barcellona dal pericolo. Proprio in seguito a questo intervento divino ha avuto origine la festa e tutta la città è sotto la protezione della Vergine della Misericordia. Quindi, cosa aspetti? Va a parlarle. Una madre ascolta sempre i propri figli e sa di cosa hanno bisogno.”.

Livia non poté più trattenere le lacrime per la commozione, riuscì solo a stringersi al collo della signora e a ringraziarla per tutto.

“Un’ultima cosa bambini” disse l’uomo statua. “Tenete questi soldi solo per voi, non dite a vostro zio o a vostra madre che ve li abbiamo dati. Ce lo promettete?”.

I bambini annuirono commossi ma la malinconia ebbe breve durata perché un giocoliere si avvicinò loro, improvvisando un numero in cui fingeva di essere maldestro e perdere tutte le sue palle, per farli ridere.

Congedatisi dal gruppo di artisti, Livia e Jòzsef seguirono le indicazioni che gli avevano dato e raggiunsero la chiesa che si trovava alla fine delle Ramblas, nel quartiere gotico, all’imbocco della piazza della Mercé, dove li avrebbero raggiunti di lì a poco Vicka e Gyorgy per vedere insieme la sfilata dei giganti.

“Entra tu Livia” le disse Jòzsef. “Io vado in piazza ad aspettare la mamma e lo zio.

“Va bene” rispose la bambina “Faccio alla svelta”.

“Sì, sbrigati perché tra poco qui si riempirà di folla e potremmo non riuscire a trovarci”.

Livia entrò ed avvertì subito un’atmosfera di pace e serenità, che contrastava con l’esterno. In sottofondo si sentiva la melodia che l’organista stava provando prima della funzione solenne della sera.

Non era abituata a pregare, quindi non sapeva bene cosa si dovesse fare in quelle circostanze. Camminava lentamente e si guardava intorno, ammirando la bellezza della chiesa barocca.

Sull’altare centrale, in alto, c’era la statua della Madonna. Vi si avvicinò ma fu distratta dal tintinnio delle monete che una bambina, poco più in là, stava inserendo nella cassetta delle offerte per le candele.

Livia la osservò poi ripeté le stesse azioni. Prima le monetine poi prese due candele, una per lei e l’altra per Jòzsef e avvicinò lo stoppino alla fiamma di un’altra candela. Attese che anche la sua luce diventasse abbastanza salda da non spegnersi, quindi le sistemò nella prima fila libera vicino a degli altri lumini.

“Madonnina cara, fa’ che i miei genitori non si dividano e rimangano per sempre con me”, recitava intanto la bambina.

Dunque era così che si pregava, pensò Livia. Si andò a sedere alla prima panca, stette un attimo in silenzio e chiuse gli occhi per sentire con più chiarezza il suono dell’organo che l’aiutava a concentrarsi. Poi le fu chiaro che cosa avrebbe chiesto.

“Signora della Misericordia, dai anche a me una famiglia che mi ami veramente. Fai che il mio futuro possa essere nella musica e che Roberto possa diventare mio padre.”

Ecco, era riuscita a dirlo, era proprio questo ciò che desiderava e, più di ogni altra cosa, voleva sperimentare cosa significasse essere amati come dei figli. Troppe volte zia Vicka le aveva ricordato che la teneva con sé per onorare una promessa fatta alla sorella e che lei doveva essere loro riconoscente per questo. Ma era carità la loro?

O forse lei era una gallina dalle uova d’oro che gli faceva guadagnare tanti soldi con le sue esibizioni per strada?

In ogni caso nessuno di loro, né zia Vicka né zio Gyorgy, le aveva mai mostrato vero affetto.

Roberto era stato la prima persona a interessarsi sinceramente alla sua situazione e senza secondi fini.

Era così assorta nei suoi pensieri che trasalì quando Jòzsef le posò la mano sulla spalla.

“Cosa fai ancora qui?”, le chiese. “Usciamo subito. Sta arrivando il corteo dei giganti. Mamma e lo zio sono fuori ad aspettarci”.

La sfilata fu molto bella, Livia e Jòzsef videro passare i personaggi di re e regine nei loro costumi d’epoca. Continuarono a girare per le vie della città, dove videro anche dei balli folcloristici spagnoli e gli artisti di strada esibirsi fino al tramonto, quando iniziarono i correfoc, fuochi d’artificio sputati da dei figuranti mascherati da diavoli, dall’aspetto inquietante. Vicka e Gyorgy fecero assistere i bambini alla versione per le famiglie, dove le scintille dei fuochi non venivano gettate addosso alla folla.

Prima che iniziasse lo stesso spettacolo per gli adulti, zio Gyorgy li portò in Piazza di Spagna. Sedettero ai bordi della fontana, a godere di un po’ di refrigerio e del fresco della notte sopraggiunta, in attesa che iniziasse lo spettacolo conclusivo.

Quando la musica ebbe inizio, zio Gyorgy si allontanò dal gruppo. Sul finire della serata, scoppiò un acquazzone , così dovettero scappar via e tornarono al campo nomadi.

Quando Jòzsef e Livia si furono coricati nei loro letti, esausti per quella lunga giornata piena di emozioni, Gyorgy mostrò alla sorella un rotolo di banconote.

“Vedo che è stata una serata fortunata”, osservò la donna alla vista di tutti quei soldi. Ma il suo tono era di biasimo. “…ma non ti aspettare che io approvi la tua condotta, perché sappiamo tutti e due che quelli sono soldi sporchi.”.

Gyorgy ignorò la critica che gli aveva mosso la sorella.

“Durante le esibizioni, ho alleggerito le tasche di parecchie persone”.

Rideva compiaciuto l’uomo, senza notare che Livia era sveglia.

La bambina, che aveva visto e sentito tutto, provò una profonda vergogna per quello che aveva fatto lo zio.

Ancora una volta avevano mentito a lei e Jòzsef. Non li avevano portati ai festeggiamenti per premiarli ma perché, con l’aria di una bella famigliola di turisti, zio Gyorgy avrebbe potuto agire nella folla per rubare.

Quella notte ebbe sogni che la turbavano. Quando si svegliò era già mattina inoltrata, il camper era in movimento e stavano per passare il confine della Francia ed entrare in Italia.

(continua)

 

SINFONIA DELLA FELICITA’

LA STORIA DI ROBERTO E LIVIA

ANTEPRIMA

 

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