AGAR

AGAR

Racconto di Simona Maria Corvese, pubblicato sul n.43 della rivista Confidenze di Mondadori (16.10.2018).

Storia di Agar, raccolta da Simona Maria Corvese.

Mi piace il profumo del shamsi appena sfornato. Stringo tra le mani l’ultima pagnotta che ho estratto, tonda e spessa e la adagio, insieme alle altre 24, su una lunga tavolata in legno improvvisata. In realtà è solo un’asse appoggiata su due cavalletti, accanto al mio forno a cupola, in argilla. Lo guardo con orgoglio, con le sue piccole aperture nella parte superiore, che permettono al calore e al fumo di uscire. Una volta alla settimana cuocio il pane per la mia famiglia e quelle delle case dei vicini, che mi portano la farina di frumento. Prima di infornarlo, pratico tre incisioni su ogni forma di shamsi, per permettere al gas di fermentazione di uscire. La mia casa è la più antica del villaggio nubiano in cui vivo, situato tra la prima e la seconda cateratta del Nilo, nell’area meridionale dell’Egitto. Quel piccolo forno è una vera benedizione, perché mi permette di guadagnare qualche soldo in più.

Mio marito è partito da qui 12 anni fa, per migrare in Italia. Il suo è stato un viaggio della speranza e, come tanti conterranei, è giunto in Italia dal mare, su un gommone. Lo hanno messo in un centro di prima accoglienza in Sicilia ma è scappato da lì perché voleva raggiungere il nord Italia per trovare lavoro. Nadir non aveva il permesso di soggiorno e questo è il motivo per cui, per 10 anni, non è tornato a casa. Se lo avesse fatto, non avrebbe più potuto mettere piede in Italia. Fuggito dalla Sicilia ha preso un treno spendendo i pochi soldi che possedeva, riuscendo a raggiungere il centro Italia. Non voleva rinunciare alla speranza di un futuro migliore, così è salito di nuovo sul treno diretto a Milano, da clandestino. Quando vedeva arrivare il controllore, andava a nascondersi in bagno, oppure cominciava a camminare su e giù per i vagoni del treno.

Arrivato a Milano, aveva il nominativo di un connazionale egiziano che lavorava per un’impresa di pulizie. Grazie a lui ha trovato un lavoro. Per 10 anni ha lavorato in nero facendo le pulizie negli appartamenti e nei grandi condomini di Milano. Per 10 anni non è potuto tornare a casa da me ma mi ha fatto sempre arrivare un sostegno economico, con regolarità. L’unico contatto che ho mantenuto con lui è stato grazie a un computer. Appena poteva andava in un internet café e si connetteva per videochiamarmi.

Due anni fa, grazie alla tenacia di un anziano signore italiano, Nadir è stato assunto come suo badante per 6 mesi. Subito dopo è stato regolarmente assunto dall’impresa di pulizie che si occupa del condominio dove vive quel signore. È diventato il portinaio del condominio ma continua ad andare a servizio anche in altre famiglie private, per arrotondare lo stipendio. In questo modo Nadir è riuscito a ottenere il permesso di soggiorno.

È tornato subito a casa da noi ma Asad, uno dei miei figli più giovani, non lo riconosceva più.

“Lui chi è, mamma?”, mi ha chiesto. Gli ho detto che era suo padre, migrato in Italia per cercare lavoro, quando lui aveva pochi mesi. “Credevo che fosse morto… e io ho bisogno del suo affetto, non dei suoi soldi”, mi ha risposto Asad, guardandolo con diffidenza.

Nove mesi dopo l’ultima visita di Nadir è nato Ibrahim, il mio ultimo figlio.

Io, invece, non ho mai lasciato l’Egitto. Sono nata e cresciuta in un paese agricolo nella campagna alla periferia del Cairo. Mio fratello maggiore è stato suo compagno di studi all’università. È in quel periodo che ho conosciuto Nadir. Lui e mio fratello si sono laureati lo stesso giorno.

Mi sono sposata a 17 anni e ho seguito Nadir nella Nubia egiziana. Mi sono innamorata subito di quella terra arida, del silenzio del deserto che circonda il villaggio in cui vivo, del sole che tramonta sul Nilo in uno scintillio dorato che brilla sulla sua superficie… dei suoni della natura e della pace che si respira vicino ai canneti e alle rigogliose macchie di vegetazione che si affacciano sul fiume. Amo i sentieri in terra battuta dalle sfumature rossastre e il suk coperto da ampi teli stesi da una casa all’altra per fare ombra: il profumo delle spezie e degli ortaggi essiccati è inebriante. Amo le casupole squadrate in argilla intonacata e dipinta a mano con colori vivaci: verde e rosso oppure giallo e azzurro… le arcate in muratura che riparano dal sole cocente. Le pareti interne, turchesi, sono decorate con figure di pescatori e barche che navigano sul fiume. Nelle notti d’estate, quando fa troppo caldo per stare in casa, saliamo le rampe di scale dai gradini troppo alti e andiamo tutti a dormire sul tetto. La nostra coperta è il cielo stellato. Le bellissime porte decorate delle abitazioni sono sempre aperte ai visitatori, senza alcun pregiudizio. Anch’io sono stata accolta subito da questa minoranza etnica che, pur essendo egiziana, parla una lingua incomprensibile alla maggior parte di noi egiziani non nubiani. Ho impiegato un anno a imparare la loro lingua ma non mi hanno mai trattato da estranea. Il calore di questa popolazione, la loro cordialità e i sorrisi dei bambini mi hanno fatto sentire subito a casa.

Il mio unico rammarico è quello di non aver potuto continuare a studiare dopo le scuole superiori. Mio padre faceva il postino e ho altri 4 fratelli maschi.

Tra me e Nadir è stato amore al primo sguardo. Tornato al villaggio nubiano con me dopo aver conseguito la laurea in religione, Nadir avrebbe potuto fare l’imam ma il destino ha preso una strada diversa. Qui il lavoro manca e abbiamo 7 figli. Dieci mesi dopo essermi sposata è nata la prima coppia di gemelli, Yusef e Nazih poi, un anno dopo è nato Hashim. Quando ho compiuto 20 anni sono arrivati Farid ed Esmaeel, la mia seconda coppia di gemelli. Asad è nato quando avevo 22 anni e due anni fa, il giorno del mio trentaduesimo compleanno, è nato Ibrahim. Avevo così tanto sperato che fosse una femmina ma anche questa volta il cielo mi ha mandato un maschietto.

Ora che i miei figli maggiori sono grandi posso dedicarmi ad altri lavori di cui prima non potevo occuparmi. Tutti i giorni vado a servizio nella casa di un giovane straniero. È un artista italiano, uno scrittore, accolto nel nostro minuscolo villaggio. Ha pochi anni più di me ed è un bel giovane, rimasto menomato da un ictus. Ora cammina con l’ausilio di una stampella che abbandona solo per muovere brevi passi all’interno della casa. Prima che il destino gli riservasse quel terribile colpo, doveva essere un giovane dai lineamenti perfetti, alto, moro. Ora un lato del suo volto è rimasto segnato da una paresi e non riesce a pronunciare perfettamente le parole. È scappato dalla società occidentale, per cercare i silenzi del deserto nubiano e ritrovare se stesso. Piano piano le sue ferite interiori stanno guarendo. Le suggestioni sahariane che trova qui da noi sbocciano, come rarissimi fiori del deserto, in raffinate pagine di letteratura che mi fa leggere.

“Sei una donna forte, Agar e la tua vita è un romanzo. Dovresti scrivere questa storia, un giorno”, mi dice spesso Fabio, facendomi sorridere.

Io tengo pulita la sua casa, lavo, stiro e cucino per lui. Lui mi paga e mi da anche lezioni di italiano.

Un pomeriggio, mentre sorseggiavamo una tazza di karkadè, gli ho confidato che voglio raggiungere mio marito in Italia. Partirò con il piccolo Ibrahim. I fratelli di Nadir qui al villaggio si occuperanno degli altri miei figli, fino a quando le cose miglioreranno. È una decisione dolorosa perché non posso portare tutti i figli con me ma con i soldi che spero di guadagnare in Italia garantirò loro un futuro migliore.

Fabio si è preoccupato perché ha pensato che volessi intraprendere lo stesso tipo di viaggio che ha affrontato Nadir.

“Non penserai di raggiungere l’Italia su un gommone, vero? Non è un viaggio per una donna così bella e delicata come te… e per un bambino piccolissimo come Ibrahim”, mi ha ammonito subito, facendo scorrere lo sguardo sul mio fisico esile e sulla chioma di capelli corvini che a volte sfugge al velo che indosso.

L’ho tranquillizzato, spiegandogli che Nadir ha appena ottenuto il ricongiungimento familiare: con i soldi che mi manda e quelli che sto guadagnando io, ho quasi raggiunto la cifra che mi serve per pagare il biglietto d’aereo.

L’altra sera, appena dopo aver pranzato, poco prima che facesse buio, sono andata a sedermi sul pontile del molo dove attraccano le barche a motore. Avevo bisogno di un po’ di pace per raccogliere le idee e quello è il luogo ideale. Sono vicina a una radura e la mia vista è protetta da un canneto. Da lì posso riflettere, godendo del silenzio di quell’ora, rotto solo da flebili ronzii e dai suoni della natura. Ho aperto la carta topografica di Milano che mi ha regalato Fabio e sono andata a guardare il nome della via dove vive Nadir… mi sono sentita più vicino a lui ma ho provato anche paura. Riuscirò ad abituarmi a vivere in una città così grande?

 

Un mese dopo, a settembre, sono arrivata a Milano. Questo è il periodo migliore: Ibrahim comincia a parlare sempre più ed è il momento giusto per cominciare ad insegnargli anche l’italiano. Tra un anno si sarà ambientato a vivere in una grande città e sarà pronto a iniziare la scuola materna.

Sono così felice di essermi ricongiunta a mio marito. Lavoro anch’io nel condominio dove Nadir fa le pulizie e pulisco anche gli appartamenti di alcuni signori.

C’è un’anziana signora che si è offerta di tenermi Ibrahim mentre lavo le scale del condominio. Quando ho spiegato al mio piccolo che doveva stare un po’ con nonna Ada, lui ha messo il broncio e mi ha detto: “No! Io ‘aiuti’ mamma!”.

Nonna Ada si è messa a ridere e lo ha convinto a rimanere con lei, con la promessa di cucinargli la pasta con il sugo, che adora, per mezzogiorno.

 

I mesi autunnali sono passati velocemente ed è giunto l’inverno. È nevicato, una cosa rara anche per Milano. Una mattina mi sono svegliata e ho visto i tetti delle case e le strade imbiancate. I fiocchi di neve che cadevano fitti erano incantevoli ma il silenzio ovattato che quella lieve coltre ha creato, mi ha ricordato i silenzi della mia terra. Per qualche istante ho provato nostalgia del mio villaggio poi mi sono riscossa da quei pensieri malinconici. Quel giorno Nadir lavorava in un altro condominio e io non ero di turno lì ma ho pensato che la neve avrebbe reso scivoloso il passaggio dei condomini sul cortile ricoperto da lisce piastrelle rosse.

Abitiamo vicino a quella casa, così ho vestito Ibrahim e siamo usciti. Lungo la strada il mio piccolo continuava a emettere esclamazioni di meraviglia: come me, non ha mai visto la neve. È stata la nostra prima neve.

Ho spazzato il cortile, accumulato la neve vicino ai muri e gettato il sale per terra, in modo che i condomini non scivolassero. Ibrahim non ne ha voluto sapere di stare con nonna Ada e ha giocato tutto il tempo con la neve.

 

All’inizio della primavera ho cominciato ad accusare dei disturbi. Conoscevo quella sensazione. Era nausea. Feci degli esami ed ebbi la conferma: ero di nuovo incinta. Lo considerai un dono dal cielo e sperai che questa volta potesse essere una bambina.

Tornando a casa dall’ospedale, dove ero andata a ritirare gli esami del sangue, cominciai a meditare sulle parole più delicate da usare per dare quella bella notizia a Nadir.

Le cose non andarono però come avevo pensato. Quel giorno Nadir tornò a casa con l’influenza. Aveva preso appuntamento con una famiglia di privati per andare a pulire la loro casa ma, in quelle condizioni, proprio non aveva la forza per farlo.

“Agar, per favore, chiamali e di che andrò da loro appena sto meglio”, mi disse sdraiandosi stremato sul divano del soggiorno.

“Posso andarci io. Sono soltanto 20 euro ma ci possono far comodo anche quelli”, gli risposi io.

Lui si oppose. Erano un vedovo con un figlio grande e non aveva piacere che andassi da sola a fare le pulizie in quella casa.

Non aggiunsi altro. Di lì a poco Nadir si addomentò sul divano. Erano le otto e mezzo di sera e avevo già messo a letto Ibrahim. Afferrai il soprabito e uscii di casa. Presi la metropolitana e, due fermate dopo, ero già arrivata a destinazione. Spiegai all’anziano signore e al figlio che Nadir aveva avuto un contrattempo. Le cose andarono un po’ più per le lunghe del previsto e, quando ebbi finito, la mezzanotte era passata da un po’. Arrivai alla metropolitana e scoprii che ormai l’avevano chiusa. Mi feci coraggio e percorsi a piedi le due fermate che mi separavano da casa. Quando arrivai, trovai Nadir sveglio. Mi si avvicinò e mi guardò con aria di rimprovero.

“Mi sono svegliato, non ti ho trovato e ho capito subito cosa avevi fatto. Non potevo uscire di casa con Ibrahim qui e non potevo neppure svegliarlo a quell’ora di notte e portarlo con me. Ti rendi conto del pericolo che hai corso, Agar?”, mi disse ansimando “Non farlo mai più! Venti euro non valgono la vita di una persona. I tuoi figli hanno bisogno di te… anch’io ho bisogno di te”.

Da soli, in piedi in mezzo al soggiorno, nel silenzio della notte ci abbracciammo forte e io trovai le parole per dirgli che ero incinta.

 

È arrivato giugno, tra pochi giorni partirò per l’Egitto. Starò con i miei figli solo un mese poi non ci vedremo per molto tempo. La piccola Asiya nascerà a fine settembre, in Italia. Prima di poterla portare a conoscere i suoi fratelli, passerà almeno un anno. Ho scelto per lei un nome arabo, che significa ‘colei che tende verso i deboli e li solleva’, perché mi auguro che diventi una donna forte, pronta sempre ad aiutare chi ha bisogno, senza pregiudizi.

Seduta sul molo del mio piccolo villaggio nubiano, mi accarezzo la pancia. Una leggera brezza mi solleva il caftano rosso, lasciando intravedere i jeans. Intorno a me i miei figli mi abbracciano.

Di fronte a noi Fabio, con in mano la sua reflex, ci fa segno di stringerci, pronto a scattarci una foto. È felice e non usa più il bastone per camminare. Mi accompagnerà lui nel viaggio di ritorno in Italia. Un altro dono dal cielo.

FINE

“Agar”, Copyright © 2018 Simona Maria Corvese.

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